Nella vigna, adesso

Dopo averci ricordato che il Signore chiama nella sua vigna ad ogni ora, anche quando è passata la prima opportunità, il vangelo di oggi conferma che c’è sempre l’occasione di “lavorare” per lui, anche se in un primo momento abbiamo mancato di slancio.

C’è un padre che chiede a due figli di andare a lavorare nella vigna. Uno risponde di no, e poi ci va. L’altro dice sì, e poi resta a casa.

Gesù non lascia molto tempo per scegliere da che parte stare: la domanda retorica che rivolge ai capi dei sacerdoti è stringente «chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Anche loro, che pure cercavano ogni scusa per non seguirlo, rispondono senza esitare: il primo.

È un insegnamento scomodo, perché non premia le buone intenzioni né condanna chi all’inizio sbaglia strada.

La parabola premia chi, alla fine, si è mosso, e sposta l’attenzione sulla durata.

Ci sono tante parole giuste che diciamo – in chiesa, tra noi, dentro di noi – e che restano parole. E ci sono gesti che nascono da un rifiuto, da una fatica, da un «non ne ho voglia» che poi si scioglie e diventa un passo fatto davvero.

L’insegnamento di Gesù si rivela così consolante anche per molti di noi, che dopo il primo entusiasmo giovanile si sono un po’ allontanati dalla vita in Cristo, poi – magari con il matrimonio, o con il battesimo dei figli, con il catechismo, perché qualcuno li ha chiamati a un servizio – si sono ritrovati nella vigna del Signore con convinzione.

In questi giorni la nostra comunità riprende i suoi ritmi: i gruppi, la catechesi, gli incontri, i tanti piccoli servizi che tengono viva una parrocchia. In questa domenica, in modo particolare, c’è il mandato delle catechiste e degli educatori, e la ripartenza dei gruppi ACR e Giovanissimi. È facile, a settembre, dire di sì a tutto con entusiasmo, e poi lasciare che l’inverno raffreddi le intenzioni.

La parabola di oggi, che sembra porre tutta l’attenzione al primo momento, in realtà ci chiede di essere fedeli nel tempo.

Ci chiede di stare davvero nella vigna, anche quando la voglia era passata, anche quando il primo slancio si è affievolito. È in quel momento che si fa la differenza.

Questo vale anche per la Missione popolare.

Può darsi che all’inizio qualcuno di noi non fosse del tutto convinto, che fossimo reticenti nell’aprire le nostre case all’ospitalità. Poi forse la parola di Dio ha lavorato nel cuore e ha fatto capolino la disponibilità a dire di sì, la voglia di buttarci anche noi.

Paolo, nella lettera ai Filippesi, indica la misura di questo andare: «abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù», che non si è tenuto stretto il suo posto ma si è fatto obbediente, umile, fino in fondo.

Non è una spiritualità dell’eroismo, ma del servizio.

Chi lavora nella vigna non lo fa per apparire, ma perché c’è un padre che aspetta, e una vigna che senza mani non produce nulla.

Ezechiele, a modo suo, dice la stessa cosa da un altro lato: nessuno è condannato per sempre al proprio primo no, e nessuno può accontentarsi del proprio primo sì. Si può sempre ricominciare a camminare verso il bene, e si può sempre – per stanchezza, per abitudine – smettere di farlo.

Conta oggi, non ieri.

Ne abbiamo un esempio luminoso nei tre martiri che vengono beatificati in cattedrale. Essi hanno detto un sì iniziale che non solo è durato nel tempo, ma è anche cresciuto in forza e in amore donato.

Santi Martiri,
donateci la capacità di rimanere al servizio del Signore
con entusiasmo,
fino alla fine.

Perciò, la domanda di questa settimana è semplice e non lo è: dove sono, oggi, le mie mani? Nella vigna, o solo nelle mie buone intenzioni? Vi auguro, e mi auguro, di essere tra quelli che – indipendentemente dalla prima risposta – alla fine hanno scelto di servire il Signore.

Don Davide




Non è mai troppo tardi

La stessa chiamata di Dio

Il vangelo di questa domenica (Mt 20,1-16) racconta di un padrone che esce a ogni ora del giorno — all’alba, a mezzogiorno, perfino alle cinque del pomeriggio — per chiamare operai nella sua vigna. E li paga tutti allo stesso modo, scompaginando la nostra idea di giustizia. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri”, dice il Signore per bocca del profeta Isaia (Is 55,8): è la logica sorprendente di un Dio che non misura, ma dona.

Questa domenica la nostra comunità vive concretamente questa pagina di vangelo. Alla messa delle 11.30 battezziamo Niccolò: un bambino chiamato nella vigna del Signore fin dalla prima ora della sua vita, prima ancora di poter fare o meritare alcunché. È il ritratto più chiaro della gratuità di Dio.

Nella stessa messa benediciamo anche gli zaini dei bambini e dei ragazzi che in questi giorni ricominciano la scuola: un gesto semplice, che riflette ancora una volta il vangelo. Siete chiamati anche voi, in un’altra vigna, alla vostra ora del giorno.

Non conta l’ora in cui si comincia. Conta rispondere, quando si viene chiamati.

Nel pomeriggio, poi, tanti ministranti si ritroveranno in Cattedrale per la Giornata diocesana a loro dedicata: anche loro, come Matteo di cui abbiamo fatto memoria pochi giorni fa, sono chiamati a servire all’altare, a un’ora che a qualcuno sembra presto e a qualcun altro tardi — ma che per Dio è sempre quella giusta.

San Paolo, nella seconda lettura, scrive ai Filippesi: “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1,20c-24). È questo il segreto di chi ha capito di essere stato chiamato: non contare le ore già lavorate, ma vivere ogni ora — la prima, la mezzana, l’ultima — come dono e come risposta.

Tutto ciò vale anche per la Missione popolare. Ne abbiamo avuto un bellissimo assaggio in questa settimana. Ma ci saranno “altre ore” in cui lasciarsi coinvolgere. Se non l’avete fatto in questi giorni, potrete farlo ancora, già da adesso, e la grazia sarà abbondante per tutti.

Buona domenica, care amiche e cari amici. Che questa settimana, qualunque sia l’ora della vita in cui vi trovate, possiate sentire ancora la voce di chi vi chiama nella sua vigna.

Don Davide




Il dono del Signore e il dono di sè

Ricominciamenti e appuntamenti importanti

Settembre è il mese dei ricominciamenti e tutte le persone che ho ascoltato in questo periodo sono colpite dall’impegno che chiede la ripartenza di tutte le attività o dei ritmi di lavoro consueti.

Ci sono tante cose da fare e tante responsabilità, poco tempo e le forze non bastano mai. Perciò, corriamo.

Sento un vero e proprio dovere di soccorrere questa fatica:

il proposito di costruire uno stile pastorale che dà sollievo ed energia, e che nei nostri incontri personali sappiamo essere premurosi, delicati e rispettosi.

Insieme a questa considerazione, cominciamo a prendere atto che il vescovo ci invita a riflettere quest’anno sul “Pane”. L’anno scorso abbiamo sostato sulla “Parola”. “Parola” e “Pane” sono le due mense dell’Eucaristia, il nutrimento che viene servito alla tavola di Gesù, come un primo e secondo piatto gustosi, di cui il dolce è poi la riscoperta della comunità.

In questo giorno in cui celebro il mio 23° anniversario di ordinazione, medito su queste due istanze (venire incontro alle fatiche e il dono dell’Eucaristia) a partire proprio dal valore del ministero presbiterale.

In che cosa consiste la bellezza di essere prete?

Anche se certamente non sono le uniche, oggi affermo due cose.

La prima è la possibilità di ammirare le persone che fanno della loro vita un dono. È una meraviglia non nel senso di una sorpresa che non ci si aspetterebbe, ma per la luce che il dono di sé di ogni persona emana. La dedizione alla famiglia, la responsabilità sul lavoro, la passione educativa, l’impegno nello studio, lo zelo per il vangelo, il volontariato, il servizio con i più piccoli, le mille attenzioni degli uni verso gli altri quando ci sono difficoltà di salute, momenti in salita e afflizioni, sono tutte manifestazioni che una persona sta donando la propria vita. Questo dono di sé in molteplici forme, spesso nascosto, merita tanto rispetto, riconoscimento e riconoscenza.

In secondo luogo, ringrazio per la bellezza di poter celebrare l’Eucaristia, momento in cui ci nutriamo vicendevolmente alle sorgenti che dissetano la fede e alimentano la vita vera. L’Eucaristia è proprio il simbolo che le cose si fanno insieme, perché non sarebbe possibile celebrare l’Eucaristia da solo, pure essendo prete. Secondo me questo è uno dei più grandi insegnamenti di questo dono del Signore: solo avvicinandoci gli uni altri possiamo anche stringerci a lui. Inoltre, in una bella reciprocità, sperimentiamo che è solo il dono del Signore che sostiene il dono di sé.

Quest’anno ci sarà la Missione popolare nella nostra parrocchia.

Già da questa settimana i missionari ci daranno un assaggio di quello che faremo nei prossimi giorni. Ancora mi auguro che questa esperienza ci aiuti ad essere più attenti elle reciproche fatiche del vivere e a cogliere l’inestimabile bellezza di essere radunati dall’Eucaristia in una comunità in cui proviamo a volerci bene.

Don Davide




Scorgere, cercare e riconoscere

L’esperienza di Dio e la felicità sono due cose preziosissime che bisogna scorgere, oppure cercare, oppure discernere.

Alcune volte si presentano come un dono inatteso e sorprendente; altre volte giungono alla fine di una lunga e faticosa ricerca, altre ancora sono l’esito di una vigilanza nel discernere – nelle cose della vita – il bene dal male e rimanere sulla strada del bene.

In ogni caso, bisogna allenare lo sguardo, ed essere pronti a cogliere il balenare di Dio nel terreno del mondo, tra il mercanteggiare della società contemporanea, o nelle scelte che dobbiamo fare.

Il mese di agosto, che conserva il fascino dell’estate piena, il miraggio del riposo e il significato tanto desiderato di vacanza, può essere un tempo in cui allenare abbondantemente questo sguardo.

Si tratterà di vedere la gratuità delle cose che accadono e di goderne serenamente. Oppure potrà essere l’occasione per tornare ad allenarsi nella via dello Spirito, per riconoscere le azioni di Dio nella vita di ogni giorno. Infine, di allenare il gusto del bene, tutte le volte che potremo goderne.

Vivere così, significa vivere saggiamente,

cioè accumulare una sapienza che favorisce l’esperienza della vita come fondata, bella e piena di senso.

Il Signore tende le sue parole, nelle parabole, come un arco, per permetterci di andare oltre a quello che appare, e scoprire i tesori che lui sempre prepara per noi.

Don Davide




La presenza di Gesù nello Spirito

Nella VI Domenica di Pasqua il Vangelo ci ricorda che la fede non nasce da uno sforzo morale, ma da una relazione viva. Gesù invita i discepoli ad “osservare i suoi comandamenti”, ma non come una prova da superare: è l’amore che rende possibile uno stile di vita nuovo. Quando ci sentiamo amati, cambiamo quasi senza accorgercene; quando ci sappiamo accolti, diventiamo capaci di accogliere. 

Per questo Gesù promette lo Spirito Santo, il Paraclito: non un sostituto, ma la forma nuova della sua presenza. Lo Spirito è Colui che sostiene, consola, difende, illumina. È la forza discreta che ci permette di vivere il Vangelo nelle situazioni concrete della vita: nelle relazioni familiari, nel lavoro, nelle fatiche quotidiane, nelle responsabilità verso la comunità. 

“Non vi lascerò orfani”: questa promessa è il cuore del brano.

Non siamo soli nel cammino della fede, né nelle nostre fragilità. Il Signore non ci chiede di cavarcela da soli, ma ci dona una compagnia che ci precede e ci accompagna. La vita cristiana non è un peso da portare, ma una presenza da accogliere. 

Gesù aggiunge: “Io vivo e voi vivrete”. La sua risurrezione non riguarda solo il passato: è una sorgente che continua ad alimentare la nostra vita. Dove ci sembra di non avere più forze, lo Spirito apre strade nuove; dove ci sembra di non vedere più il bene, lo Spirito ridona luce; dove ci sembra di non riuscire ad amare, lo Spirito ricrea il cuore. 

Infine, Gesù afferma che chi accoglie il suo comandamento dell’amore sperimenta una manifestazione più profonda della sua presenza. Non si tratta di emozioni particolari, ma di una maggiore capacità di riconoscere il Signore nelle persone, negli eventi, nella comunità, nella Parola. 

In questo tempo di Pasqua siamo invitati a lasciarci guidare dallo Spirito: a non vivere da soli, a non affrontare la vita con le nostre sole forze, ma a riconoscere che il Risorto è all’opera in mezzo a noi. La nostra comunità cresce quando ciascuno si lascia trasformare da questa presenza discreta e fedele. 

 Don Davide




Dentro e fuori

“Io sono la porta delle pecore – dice Gesù – se uno entra attraverso di me sarà salvato, entrerà ed uscirà e troverà pascolo” (10,9).

In questa simbologia, sappiamo che “dentro” riguarda l’ovile, il recinto delle pecore, mentre “fuori” è lo spazio aperto, i pascoli, però Gesù non esplicita meglio che cosa sia “dentro” o “fuori”.

Possiamo immaginare che “dentro” è uno spazio custodito e protetto, mentre “fuori” è uno spazio più aperto, dove si trova nutrimento, ma anche potenzialmente pericoloso.

Gesù afferma che chi si muove attraverso di lui, lo farà in sicurezza e troverà alimento, cioè vita, infatti poco dopo dichiarerà solennemente: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

Solo attraverso Gesù, dunque, ci possiamo muovere liberamente tra dentro e fuori,

tra dimensione religiosa e vita quotidiana, tra preghiera e lavoro, tra l’intimità famigliare e la socialità del vivere, tra fede e attivismo e tra Chiesa e Mondo.

Questa prospettiva, di muoversi disinvoltamente sempre mettendo al centro Gesù, mi permette di chiarire – spero in maniera costruttiva – alcuni dubbi che mi sono stati fatti presenti sulla messa che facciamo in occasione del 25 aprile, Festa civile della Liberazione e festa liturgica di S. Marco evangelista, in memoria delle vittime cattoliche del nazifascismo.

Per prima cosa è espressione del desiderio e della preoccupazione della nostra comunità di non rimanere estranei a una festa nazionale decisiva per il nostro passato, presente e futuro, e a una festa civile così sentita nel nostro territorio, provando a portare lo specifico della testimonianza cristiana, attraverso il suo tesoro più grande che è la messa.

In secondo luogo, ricordando in questo giorno le vittime del nazifascismo non si vuole dimenticare che ci sono altre vittime e anche non solo del nazifascismo. Ma qui non si tratta di fare un derby tra chi è più cattivo nell’orrore.

Il fatto, invece, è che la Chiesa è sempre anche storica e, mentre celebra il sacrificio redentore di Cristo, lo incarna in una storia concreta.

In questo giorno, quindi, ricordiamo quegli eventi che hanno portato alla liberazione dell’Italia dal dominio e dall’oppressione nazifascista, perciò ci ricolleghiamo a quella situazione storica. In altre circostanze, altrettanto rilevanti per la nostra storia e il nostro vivere comune, se ci fosse la lodevole iniziativa di qualcuno, si potrà fare memoria di altri eventi.

Noi sappiamo bene che

nella celebrazione dell’eucaristia si ricordano sempre, nella preghiera eucaristica, tutti i defunti e le defunte,

perché lì in quel momento della messa si esprime al massimo la “comunione dei santi”. Tuttavia, ogni messa ha un’intenzione specifica che si può chiedere, e in questa occasione sono i nostri fratelli e sorelle credenti che sono stati uccisi. Perché solo i credenti, o addirittura i cattolici? E tutti gli altri contano meno?! No! Assolutamente no.

Ribadisco, nella messa si ricordano sempre tutti i defunti e le defunte.

Nella preghiera eucaristica c’è una sezione, dopo la consacrazione, in cui si può pregare per l’intenzione particolare di quella messa, poi si prega ogni volta per i morti nella fede e infine per tutti i morti. Questa distinzione non è una discriminazione, ma una forma di valorizzazione della fede e di rispetto della libertà e dell’identità dei defunti che si ricordano. Ci sono alcuni che sono morti credendo alla resurrezione di Gesù – che per noi è un dono inestimabile e bisogna pure testimoniarlo! – mentre ci sono altri che non credevano e li si affida alle braccia del Padre così come erano, senza pretendere che credessero.

Il punto più importante di tutti, però, è che in questo giorno in cui ricordiamo liturgicamente la testimonianza degli evangelisti, e quindi mettiamo al centro la vita e la resurrezione di Gesù, sappiamo che

è sempre attraverso Gesù che dobbiamo passare,

per custodire la memoria nel migliore dei modi, per essere sinceri nel fare verità, per ricordarci che nessun uomo può alzare mai la mano contro un altro uomo e che la prospettiva di un mondo migliore, un mondo di pace, dove le violenze che hanno insanguinato la storia, sarà raggiungibile passo passo come liberi discepoli di Gesù e del dono ineguagliabile del Vangelo.

Don Davide




Le Prime Comunioni il mondo

“A chi è come loro appartiene il Regno di Dio” (Mt 10,14)

I pellegrini nella basilica di S. Pietro a Roma aumentano sempre di più e con essi i costi di manutenzione: le luci sempre accese, la pulizia, le macchine per il trasporto delle sedie, l’illuminazione della piazza, i mega schermi…

Un gruppo di cardinali attorno a un tavolo dell’unità di crisi in Cappella Sistina studiano i bilanci preoccupati. Il cardinale decano, oppresso dal peso della responsabilità, si rivolge al papa: “Santo Padre, la situazione è critica, non abbiamo abbastanza energia: i pannelli solari sulla Sala Nervi e l’eolico di Castel Gandolfo non bastano più.”.

“Tranquilli – risponde il papa guardandoli con un sorriso paterno – Io sono americano, so che negli Stati Uniti ci sono dei giacimenti immensi di petrolio tenuti come riserva: ci prenderemo l’Alaska!”. I cardinali tirano un sospiro di sollievo, grati di avere una guida sicura, illuminata e incoraggiante.

Così, mentre nella famosa Sala delle Mappe dei Musei Vaticani, il generale delle Guardie Svizzere studia un piano per invadere l’Alaska senza che la marina militare americana nemmeno se ne accorga, il portavoce vaticano rilascia la conferenza stampa: “L’Alaska deve diventare del Vaticano. Ne abbiamo diritto, perché ne abbiamo bisogno. Se l’America non vuole che l’attacchiamo con la forza, possiamo barattarla con una medaglietta del Vaticano e un magnete dell’obelisco di Piazza S. Pietro da mettere sul frigo!”.

Anche i fedeli rimangono edificati che, nella confusione del mondo, rimanga almeno un punto di riferimento. E tutta la Chiesa è unita al papa.

Forte di questo successo geo-spirituale-politico, il papa stesso si affaccia determinato al balcone dell’Angelus, per un discorso indimenticabile:

“Cari fratelli e sorelle, è giunta l’ora di risolvere per sempre la minaccia nucleare. Purtroppo, c’è un Presidente, il più potente del mondo, che detiene anche il più grande arsenale nucleare del pianeta, che ha dimostrato di non essere più affidabile, né stabile, e di costituire una minaccia per le nazioni; perciò, senza sottrarci alla nostra responsabilità… attaccheremo Washington, fino a rovesciarne la (presunta) leadership! Abbiamo 200 alabarde delle Guardie Svizzere, qualche vecchio archibugio nelle cantine, 1000 sparacoriandoli, 5000 gavettoni, 10000 bolle di sapone e anche qualche vecchio volume inutile della Biblioteca Vaticana da tirare al bisogno: l’attacco sarà veloce ed efficace.”.

Dall’altra parte dell’Atlantico il leader degli Stati Uniti perde le staffe.

“Come osa questo cittadino americano minacciare così il suo paese?”.

“Presidente, quel cittadino è il papa…” dice timidamente un consigliere.

“Beh il papa dovrebbe occuparsi di questioni morali e non di politica!”.

“Mi scusi, Presidente, ma la minaccia di una guerra nucleare in effetti è una questione morale!”.

“E va bene! – sbotta il vice presidente in aiuto del suo capo – Ma quando il papa parla di teologia dovrebbe stare attento a quello che dice!”.

“Comprendo, sig. Vice Presidente” ribatte ancora il consigliere. “Ma sa, il papa è un agostiniano…”.

“E che vuol dire?”

“Che è un discepolo di Sant’Agostino e lo ha studiato…”.

“E chi è Sant’Agostino?”

Il consigliere sospira: “Lasci perdere. Lasciate perdere tutti e due.” E se ne esce dalla stanza ovale.

Il consenso del papa è planetario. In un estremo slancio filantropico, decide allora di risolvere l’ultima annosa questione che rimane, qualcosa di cui tutti da sempre sentono il bisogno.

Durante il concistoro annuncia: “E poiché l’Italia e l’Europa non lo sanno fare, il Vaticano costruirà finalmente il ponte sullo stretto di Messina… e già che ci siamo, anche sulle colonne d’Ercole, così imparano ad usare questi nomi pagani!”.

“Santo Padre, ma come faremo?!” esclama un cardinale sgomento.

“Abbiamo già costruito il camminamento dal Vaticano a Castel Sant’Angelo… non sarà difficile fare altri due ponterelli…”.

I cardinali capiscono che il loro leader è veramente illuminato da Dio… compare anche un’immagine con Gesù che abbraccia teneramente il papa e lo conforta per le incomprensioni che deve sopportare.

Il capo della Fabbriceria Vaticana, però, chiede un colloquio personale. “Santo Padre, lo stretto di Messina presenta alcune criticità: le correnti, l’instabilità geologica… è come un campo minato! E quello di Gibilterra, beh… non c’entriamo solo noi, l’Italia o l’Europa… dall’altra parte c’è l’Africa!”.

“Tranquillo figliolo… faranno tutti quello che diciamo noi…”.

Tutta la Fabbriceria viene spostata sui due mega cantieri e i lavori iniziano. Nel frattempo, la basilica Vaticana comincia a deteriorarsi, ma il papa non ci bada più. Sa che ha un compito più alto… una missione.

Quando però un’anziana signora si inciampa su un sanpietrino dissestato e chiede i danni al Vaticano e, in concomitanza, le difficoltà dei cantieri sullo stretto sembrano insormontabili, il papa, sempre gravato del peso della responsabilità dichiara: “Siccome i nostri alleati non ci hanno aiutato e non avete capito quanto buono, bravo bello e simpatico sono io, allora con lo stretto vedetevela voi. Ritiriamo i cantieri. Arrangiatevi!”.

Le campane del Vaticano suonano a festa per il ritorno degli operai… no aspé, non sono le campane… è la sveglia! Spengo la sveglia, mi alzo e mi stropiccio gli occhi. È stato solo un sogno per fortuna, ma sembrava così verosimile. Verosimile… al contrario.

Vabbè dai, oggi ci sono le prime Comunioni, devo darmi da fare.

Meglio pensare ai bimbi e alle bimbe: a chi è come loro appartiene il Regno di Dio.

Don Davide




Fiducia

Maria Maddalena, Pietro e Giovanni hanno visto il sepolcro vuoto.

Maria Maddalena ha visto il Signore.

Ora sta ai discepoli avere questa conferma della sua resurrezione. Il racconto è estremamente sobrio: “I discepoli gioirono a vedere il Signore” (Gv 20,20).
Infine, recupera l’appuntamento con il Signore risorto anche Tommaso. Questo dà lo spunto all’evangelista per dire due cose importantissime, ma spesso trascurate, o meglio offuscate dal fatto che tutti questi protagonisti, alla fin fine, “hanno visto il Signore”.

Ma Gesù non avrebbe potuto dirlo in maniera più chiara:

sono beati coloro che credono senza vedere.

Non c’è ambiguità, non c’è possibilità di fraintendere le parole del Maestro. Non possiamo dire: “Vabbè, ma Gesù lo diceva così per dire! In realtà, gli apostoli sono stati più fortunati di noi!”.

Invece no!

Il dono più grande non è vedere, ma credere.

E non solo credere dogmaticamente a Gesù, ma aprirsi alla fiducia verso la vita.

Il Vangelo – dice l’evangelista con somma consapevolezza – è stato testimoniato per questo: “Queste cose sono state scritte perché voi crediate” (Gv 20,31).

Così, in questa Domenica in Albis, voglio invocare su tutta la mia comunità un’effusione di fiducia.

Desidero che per ciascuno e ciascuna di voi si sciolgano le angustie, possiate sentire un’infusione di coraggio, avere chiarezza nei vostri obiettivi, praticità nel portarli a termine.

Siamo tutti e tutte sotto le ali di un Padre amorevole e misericordioso, di una Misericordia divina e onnipotente.

Il Risorto annuncia tre volte la pace: abbiate fiducia! Annoderà il cannone dei carri armati, spegnerà le batterie dei droni, dai caccia si sganceranno fiorellini e i missili si schianteranno fra di loro. Lui agisce attraverso chi lo riconosce Signore e Dio. Anche attraverso di noi, compirà la pace.

Questa fiducia vi porti una dilatazione del cuore, piena consapevolezza delle vostre capacità, apertura al futuro, premura di volere bene.

Tutti gli esegeti esperti confermano che in origine la fine del testo di oggi era la conclusione del Vangelo di Giovanni: “…[queste cose] sono state scritte perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, è perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.” (Gv 20,31).

Dunque l’evangelista stesso ha voluto infondere a noi, suoi lettori e lettrici, la massima fiducia possibile: perché avendo fiducia, abbiate la vita.

Prendiamolo sul serio.

Don Davide




Invincibile Resurrezione

Il terremoto ci fa paura: associamo ad esso calamità naturali, morti e disastri sociali. Anche in tempi recenti ci ricorda spiacevoli e tragici momenti della storia d’Italia e del mondo.

Invece nei racconti della morte e resurrezione di Gesù il terremoto è una figura simbolica positiva. Dobbiamo dunque liberarci un attimo dall’immagine che ordinariamente colleghiamo al cataclisma, per cogliere la luce sempre inedita di questo mattino di Pasqua.

“Polvere sei e in polvere ritornerai” recita l’adagio penitenziale dell’inizio della Quaresima. Nessuna esistenza mai è sfuggita alla morsa della terra. Tutti gli esseri viventi sono morti, ad un certo punto, e sono ritornati alla terra.

Nel momento della morte di Gesù – secondo il racconto di Matteo – c’è un terremoto violentissimo,

la croce fa da scalpello e incudine sulla crosta terrestre,

la spacca in modo che gli esseri viventi che prima erano prigionieri della morte siano liberati e restituiti alla vita. La terra non è più una tenaglia, ma un estuario.

Il mattino di Pasqua di nuovo c’è un gran terremoto. Questa volta è provocato dallo smottamento di una creatura celeste che varca le dimensioni dello spazio del tempo per scendere sulla terra. Gesù è già risorto.

L’angelo con un cricco rotola la pietra e vi si siede sopra,

per sbeffeggiare questo ridicolo tentativo degli uomini e della morte di mettere l’ultima parola sulle cose.

C’è chi ha paura di questo fenomeno: le guardie – altro goffo esperimento di bloccare la potenza di Dio – rimangono tramortite «come morte»; invece alle donne intimorite anch’esse l’angelo dice esplicitamente: «voi non abbiate paura! So che cercate Gesù».

Ecco svelato il significato simbolico del terremoto biblico, e perché in questo caso non dobbiamo averne paura.

La resurrezione di Gesù, come il terremoto è potenza, sprigiona un’energia a cui nessuno può resistere, è imprevedibile.

Mentre i potenti rivendicano la loro forza e il mondo sembra chiuso in un eterno ritorno di guerra, sopraffazione, ingiustizia, morte e distruzione,

la resurrezione arriva come un terremoto e spacca tutto,

cambia la configurazione del mondo laddove gli uomini non sono stati disponibili a farlo, genera un nuovo assetto, non ha riguardo dei controllori del potere.

Chi cerca Gesù può non avere paura.

Ogni discepola, ogni discepolo al seguito del Maestro ha seguito il Signore della vita. Saprà riconoscerne le tracce, accogliere i cambiamenti, saltare sulle rovine di un mondo vecchio, per raggiungere quello nuovo. Avrà il coraggio di mettersi un grembiule come antidoto ai tradimenti, di dire che la spada va sempre tenuta nel fodero, di cercare la verità ma con umiltà e di riconoscere lo spazio dei giovani e delle donne.

Quando incontrerà una croce, saprà considerarla come vittoria.

Testimonierà che, nonostante tutto, si può vivere senza paura.

Don Davide




La compassione

Tutti gli anni la Chiesa, ripercorrendo per due volte integralmente la passione di Gesù nella Domenica delle Palme e nel Venerdì Santo, esprime il bisogno di essere presente e solidale con tutte le passioni del mondo. Al centro della rivelazione e della fede cristiana, infatti, non c’è un messaggio che preveda solo la Pasqua – un momento di gioia senza affrontare la soglia della contraddizione, dell’assurdo e del dolore – ma c’è un itinerario di accettazione della passione e morte, fino all’esito della resurrezione.

Dio non ha voluto essere estraneo al dolore ingiusto e inspiegabile del mondo.

Tale dolore non corrisponde alla sua volontà di bene; nonostante ciò, Dio in Gesù non se n’è tirato fuori perché nessun essere umano si sentisse solo in una situazione di sofferenza e perché nessuno potesse pensare che la presenza del male rende impossibile credere in Dio. Succede anzi che proprio davanti alla croce e al modo di morire di Gesù, il centurione romano fa la professione più alta della fede del Nuovo Testamento: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».

Così, riascoltando ancora una volta questo racconto tragico e commovente, ci è data la grazia di non diventare insensibili.

Per un momento, anche se breve, insieme a una comunità di amici e amiche, riusciamo a non essere indifferenti rispetto a tutto ciò che richiede compassione, anche le cose che non sono sotto i nostri occhi, anche le cose di cui non siamo informati.

Ci sono tante sofferenze che ci sfuggono, tante lacrime di bimbi, madri, giovani e ragazze.

Troppi dolori e atrocità vorrebbero impedirci di vedere il volto di Dio;

se fossimo consapevoli di tutto, forse non riusciremmo nemmeno a portarne il peso. Ma Gesù lo ha fatto, prima nell’ultima cena, poi nel Getsemani, infine sulla croce.

Nell’ascolto pregato della Passione di Gesù, anche noi come dei novelli Cirenei, abbiamo la grazia di non essere indifferenti alle croci del mondo.

È una grazia, perché in tanti momenti sentiamo che è impossibile non lasciarsi toccare da tutto questo e allo stesso tempo sappiamo che non ci riusciamo fino in fondo. Invece oggi e nel Triduo Pasquale, siamo davvero fratelli e sorelle di tutti coloro che soffrono, abbracciamo coloro che piangono, possiamo essere ospitali per chi non ha casa o un posto sicuro in cui rifugiarsi.

Quello che ci offre la liturgia di questi giorni è un dono, una opportunità e uno stile a cui io – personalmente – non rinuncerei mai.

Colpisce che mentre Gesù entrava a Gerusalemme, le folle lo riconoscevano come «il profeta Gesù», poi neanche una settimana dopo gli voltano le spalle.

Se imparassimo ad ascoltare i profeti!

Quelli che ci parlano di pace, quando tutti vogliono la guerra; quelli che indicano la via del servizio, quando altri scelgono il potere; quelli che amano, anche quando sono odiati…

Voglio invocare sulla mia comunità, in questa settimana di dono, lo spirito della profezia,

perché ospitando tutto ciò che ha bisogno di essere consolato e riscattato, possiamo essere insieme a Gesù portatori di vita.

Don Davide