Omelia Giovedì Santo

La cena pasquale degli ebrei aveva assunto un valore rituale importantissimo. Era celebrata come la fonte di vita per tutta la comunità di Israele. L’inizio da cui derivava l’esperienza di appartenere al Signore e la libertà di essere popolo, che potrebbero essere due aspetti significativi anche per noi, tradotti nel modo seguente: che cosa significa essere cristiani? Che cosa significa essere chiesa?  

Nella cena pasquale l’aspetto rituale è fortissimo: l’agnello non deve avanzare fino al mattino e se uno mangiasse il lievito dovrebbe essere escluso dalla comunità, perché in quella notte il passaggio del Signore è avvenuto prima del mattino e il popolo di Israele parti dall’Egitto in gran fretta, prima che il pane fosse lievitato. 

Tutto deve essere racchiuso in quella notte. 

Come abbiamo sentito dalla II lettura, anche per i cristiani è rimasta questa impronta rituale fortissima: Gesù ha detto le parole di quella che sarebbe diventata la Cena del Signore – l’Eucaristia – nella cena pasquale. 

La comunità di Giovanni e, con essa, il redattore del IV vangelo – riflettendo molti decenni dopo su cosa distingua la vita cristiana dal mondo – ricordano che in un contesto rituale molto importante, quello della cena pasquale, Gesù ha compiuto un’azione totalmente irrituale: un servizio che doveva essere compiuto prima di prendere cibo, appena entrati in casa, perché era la soglia di passaggio tra l’impurità e la purità.  

Quindi nel solenne rito della Pasqua assistiamo a questo impressionante atto di Gesù, che sintetizza l’insegnamento del Maestro e Signore: lavare i piedi.  

Lavare i piedi: gesto ospitale per eccellenza (che vuol dire: ti accolgo e sei il benvenuto nella mia casa) e gesto di servizio nel ruolo del servo, anche se sei il padrone di casa. 

Questo fanno i cristiani come segno distintivo della loro fede e opera sorgiva del loro essere chiesa e comunità. 

Pietro, invece, esprime perfettamente la logica del mondo: “Io sono un servo fedele al suo capo”. Ma è esattamente l’opposto che conta: il capo vuole insegnare a servire, non se ne fa nulla di qualcuno che dica: “Io darò la mia vita per te”. È lui che ha dato la vita per noi una volta per tutti, e noi dobbiamo darla per i fratelli e le sorelle. 

Molto diversamente dai capi e dai potenti del mondo, Gesù non ha bisogno di sottoposti, ma di amore-posti. Gesù non vuole schiavi, ma persone libere e fraterne. 

Mentre si consuma la terza guerra mondiale a pezzi, sperando che i pezzi non si congiungano, ma anzi diminuiscano, e che i focolai si spengano, sento la grande responsabilità di essere una comunità cristiana autentica ed originale nel vivere la fede, il servizio fraterno e l’amicizia reciproca. 

Di fronte ai poveri, all’individualismo, alla solitudine e all’indifferenza, sento il bisogno di essere una comunità cristiana che fa spazio nella propria casa, insegna lo stile di lavarsi i piedi e di servirsi, invece di sopraffarsi. 

Qualche giorno fa, è stato celebrato qui in questa chiesa il funerale di Pilar, una ragazza di 22 anni, non della nostra parrocchia, morta di anoressia. Al cospetto delle sofferenze dei giovani (e delle loro famiglie e amici), e pensando alla vitalità esplosiva che potrebbero esprimere e alla loro capacità di fare nuovo il mondo, sento il dovere di stare vicini, di essere una comunità cristiana affettuosa, un cenacolo dove si dicono e si vivono le cose più vere e dove si può aprire il cuore all’amore e a un’incoraggiante promessa di vita.  

 Fra poco ripeteremo il gesto della lavanda dei piedi. Dobbiamo ricordarci che io lavo i piedi a te, mentre a me li ha già lavati Gesù. Coloro che si lasciano lavare i piedi da Gesù la smettono di pensare a quello che possono fare per lui, accettano il grande dono di imparare l’amore, e che sia lui il modello di cui abbiamo bisogno. 

“Lo capirai dopo” dice Gesù a Pietro. Questi sono i giorni di ricevere l’esempio da Gesù e di dare amore alla comunità. Nell’Eucaristia, noi celebriamo continuamente questa sorgente zampillante che permette la vita nostra, della comunità cristiana e anche del mondo intero, se accettiamo questo insegnamento di deporre le vesti e di lavare i piedi nel ruolo del servo. 

 Che cos’è dunque l’eucaristia? È la scuola dove impariamo l’amore. 

Che cosa significa celebrare? Significa allenarsi a servire. 

Come si vive da cristiani? Accogliendo l’altro nella casa che edifichiamo insieme, la chiesa, e scoprendo la bellezza della nostra vita che serve. 

Don Davide




L’equazione della vita

Che cosa può fare di decisivo una comunità cristiana nel mondo di oggi?

Vincere le paure.

Le paure caratterizzano gli scenari geopolitici, la percezione del futuro e l’interpretazione della vita personale, e culminano nella grande illusione di rimuovere la morte, per paura.

Il grande testimone di Gesù risorto, nel Vangelo di Pasqua, esorta a non avere paura.

Le donne, apprendiste discepole ancora sul margine della resurrezione, sono invitate a non avere paura.

Al centro l’annuncio: Gesù il crocifisso, è risorto (Mc 16,6).

Questo contrasto tra la crocifissione e la vita, tra il pungiglione della morte e il suo più grande antidoto, è la ragione sufficiente per non avere paura.

Ma qual è il cammino per non essere più schiacciati dalle paure?

Il punto di partenza è esprimere una cura concreta per Gesù, non in senso molto spirituale, ma pensando al suo corpo, a una relazione vera con lui: volevano andare a ungerlo (Mc 16,1).

In maniera sorprendente, quando diamo seguito a questo proposito, la strada si spiana sotto i nostri passi: la pietra era già stata rotolata via. Non c’è ostacolo che ci possa bloccare, benché molto grande (Mc 16,3).

Qui, però, accade qualcosa di strano: Gesù non si palesa.

La resurrezione è annunciata da un testimone orale, e noi stessi siamo invitati a diventarne testimoni.

Non è tanto una questione di vedere fisicamente Gesù, quanto il fatto di seguire le sue tracce e scoprire che si fa esperienza della resurrezione per la testimonianza autorevole e piena di fiducia di qualcuno, che poi facciamo nostra.

Tuttavia, il timore non passa.

La versione liturgica del vangelo non lo riporta, ma il racconto finisce con la nota enigmatica delle donne che “non dissero niente a nessuno perché avevano paura” (Mc 16,8).

Sembra, dunque, che non sia vinta quella maledetta, atavica paura e risulta straziante che il racconto del mattino della resurrezione concluda così. Invece è un bellissimo finale aperto. La testimonianza della resurrezione è giunta fino a noi. Quelle donne, a un certo punto, sono state trasformate e hanno annunciato Gesù.

Dalle parole di un giovane, dunque, inizia il processo di erosione della paura, che è anche un occupare spazio della fiducia.

Lì, piano piano, sorge la fede, così che vale l’equazione: V = +F -p (Vita uguale: più Fede, meno paura).

Possiamo allora fare un fagotto delle nostre paure, e buttarcele alle spalle.

Sentiremo così dilatarsi, simultaneamente, la verità della resurrezione.

Voglio invitare, pertanto, la mia comunità parrocchiale a non avere paura. Preoccupiamoci di essere buoni testimoni di Gesù, con le parole e l’esempio, lui farà germogliare la fede, come, dove e quando vuole.

Invito i giovani a non avere paura. Cercate in modo sincero Gesù, gli ostacoli saranno rimossi lungo il cammino, nel mondo ci saranno cose nuove e potrete cercare una vita piena e realizzata nel vostro cammino.

Dico a me stesso e a tutti gli adulti di non avere paura. Il mondo si rinnova sempre. Il dono dello Spirito lo rinnova. A noi essere tramiti dello Spirito del Risorto, senza pensare alle cose vecchie, che sono passate, mentre ne nascono di nuove.

Infine, vorrei invitare la chiesa e il mondo a non avere paura.

La chiesa a non avere paura di aprirsi: non si tratta di adattarsi allo spirito del mondo e del tempo, ma di scoprire che il vangelo può dire cose originali e ancora inedite, che ci danno una migliore comprensione della realtà.

Il mondo a non avere paura di rovesciare le pietre tombali. Se solo avessimo il coraggio di farlo, scopriremmo un’altra prospettiva. Capiremmo che l’unico nemico è la morte e che per il resto possiamo vivere da fratelli e in pace.

Don Davide




Tre ore di buio

Tre ore di buio su tutta la terra, nella parte più luminosa del giorno, subito dopo l’inizio della primavera, quando la luce, di solito, è più carica di promesse.

In queste tre ore di buio Gesù è esanime.

Le sue ultime forze si consumano dopo lo sforzo di ogni respiro. È una prova durissima, in cui il dolore lo spinge a sperimentare persino il dubbio dell’abbandono di Dio. Ma quel grido, Gesù lo sapeva bene, è anche un atto di affidamento: il salmo inizia con quelle parole e finisce con la fiducia nella vita donata da Dio.

In queste tre ore di buio c’è la nostra vita,

quando accogliamo Gesù con entusiasmo di fronte a illusioni di regale potere, e poi andiamo in stato confusionale quando prospetta l’amore nel tradimento, il perdono per la comunione, la pace nella violenza, la verità di fronte alla menzogna, il rifiuto dei troni per diventare il re dei consumati.

In queste tre ore di buio c’è anche la storia del mondo,

quando si perseguono consapevolmente pensieri e azioni malvagi, quando la religione si esprime con accusa e condanna, quando l’autorità diventa ipocrita, quando ci si scaglia contro i poveri e i sofferenti, quando i soldati abusano della forza, quando – infine – non si riesce nemmeno a vedere la sofferenza di un uomo, una persona.

In tenebre spaventose e sospette, si irradia invece un atto d’amore di consegna e di abbandono a Dio, talmente lucente da indurre la prima fede proprio in un soldato, uno lontano, uno di quelli che prima si erano divertiti a perseguitare Gesù, a giocare con le sue vesti e a schernirlo.

Non c’è oscurità, dunque, che possa opporsi a questa luce dimessa, silenziosa, gentile e vera,

che Gesù ha acceso nella parte più nascosta del buio, dove le tenebre di solito inghiottono il chiarore, invece questa volta vengono soffocate.

Entriamo nella Grande Settimana, la Settimana Santa, muovendo i passi dentro queste ombre, nostre e del mondo, per imparare da Gesù, che lava i piedi perché la comunità non sia distrutta dalla prova, e che si offre perché davanti alla croce lasciamo che il suo mistero inafferrabile tocchi qualcosa del nostro cuore, quello di cui abbiamo bisogno, quello che il Signore sa.

In questo percorso, non impaurito, ma fiducioso e sereno, una piccola luce ci guida:

la luce di una candelina con un paravento.

Ci spingeremo fino a metà della notte, per prenderla in mano e scoprire che tutto si riaccenderà.

È per me, insieme con quelli che considero nemici e lontani, per i miei fratelli e sorelle, per la mia comunità, la mia chiesa e il mio mondo, che Gesù ha posto una piccola luce nel buio.

La Luce della Vita sta per illuminare tutto.

Don Davide




San Valentino

Santo dei malati o degli innamorati?

Nel giorno di S. Valentino, nella chiesa dedicata al nostro patrono, preghiamo per gli uni e per gli altri.

Sembra che questo accostamento stoni: non è carino pensare alle tenerezze degli amanti, di fronte alla sofferenza e al dolore; viceversa, pare di voler fare i guastafeste a proporre la preghiera per le persone malate, quando si festeggia la letizia dell’amore.

C’è un versetto nel Cantico dei Cantici, che sembra mettere insieme i due aspetti: “Io sono malata d’amore” dice la donna innamorata (Ct 2,5c).

Nella letteratura l’amore è stato rappresentato come una malattia,

una trappola o qualcosa di insidioso, mai invece la malattia è stata raccontata come qualcosa da amare, se non nella vita di alcuni santi.

Io penso invece che sia opportuno che li teniamo insieme.

Ci aiuta ad apprezzare la grazia dell’amore, soprattutto la freschezza di quello giovanile o lo splendore di quello longevo, senza essere sdolcinati e senza dimenticarci di chi non è così fortunato.

Ci aiuta ad uscire dal vortice della malattia e a educarci a riconoscere le cose belle del mondo, ad essere grati anche per la vita di altri, sfuggendo alla morsa dell’egoismo, ma soprattutto ad imparare ad amare nella malattia.

Amare chi e che cosa, in questo caso?

Amare Gesù, amare la vita, amare le persone che sono importanti per noi, quelle che ci sono vicine e ci assistono, e anche quelle che ci hanno fatto del male, perché nella malattia si relativizzano gli assoluti e si capisce che ci sono cose più importanti nella vita che quella di portare rancore.

Allora in questo ricordo che abbraccia tutti e tutte le sensazioni, dalla felicità e l’entusiasmo fino alla sofferenza e la preoccupazione, vogliamo festeggiare il nostro patrono come comunità unità, comunità che si ricorda gli uni degli altri, che attiva una vicinanza reciproca e la capacità di rallegrarsi con chi gioisce e soffrire con chi è addolorato, proprio come chiede l’inizio della Gaudium et Spes, il documento più importante della Chiesa sul rapporto col mondo contemporaneo.

Da San Valentino impariamo dunque a vivere la fede, l’amore e la speranza con i piedi ben saldi in tutte le esperienze degli uomini e delle donne di oggi, dall’amore al dolore, andata e ritorno.

Don Davide




Irrompe il Vangelo

A Ninive era dilagato il male, tanto da ricevere una sentenza che non è una condanna, ma una profezia: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta” (I lettura). Se Ninive avesse continuato così, l’esito della sua convivenza come città sarebbe stata l’autodistruzione.

Purtroppo questa descrizione è più attuale di quanto pensiamo:

quante sono le città degli uomini o in generale le realtà umane così tanto devastate da prospettare un esito di autodistruzione? Per questo motivo, innanzitutto, dobbiamo prendere seriamente il nostro convivere civile e sociale e impegnarci per il bene, la rettitudine e l’amicizia.

Ci incoraggia la testimonianza di San Paolo: “Passa la scena di questo mondo” (II lettura). Non è, infatti, un invito alla rassegnazione. L’apostolo ha sperimentato che c’è qualcosa di nuovo e potentissimo all’opera nel tempo che ci è dato, tale da convincere il re di una città a vestirsi di sacco e cenere, e da mettere nel cuore di poveri pescatori il desiderio di cambiarlo, questo mondo.

Irrompe il Vangelo.

Stupisce che nel periodo di Natale abbiamo celebrato i misteri tra i più alti della fede, ma la liturgia ci dice che il Vangelo irrompe nelle parole di un uomo adulto, consapevole di sé, nella ferialità delle giornate di pescatori e di ciascuno di noi.

Irrompe il Vangelo, quando i ragazzi vanno a scuola.

Irrompe il Vangelo nel traffico cittadino, mentre si raggiunge il lavoro.

Irrompe il Vangelo nel tempo di una casa, di una parrocchia, di un’associazione di volontariato o sportiva.

Irrompe il Vangelo nelle ferie dei nostri giorni e nell’ordinarietà della nostra vita.

Voglio proporre chiasmo dell’annuncio di Gesù: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino” e trasformarla così:

“Il tempo è vicino e il Regno di Dio è compiuto”.

Ogni attimo è l’istante per scegliere ancora il Vangelo, come se fosse la prima volta.

Ogni attimo e il momento per riconoscere l’amore di Dio che ci trasforma.

Don Davide




Abitare e ospitare

“Maestro dove abiti?” (Gv 1,38)

Riprendiamo l’anno pastorale con il tempo ordinario e tutto il cammino che faremo frequentando il vangelo di Gesù secondo Marco è un tentativo continuo di trovare dimora presso di lui, cioè di abitare stabilmente con lui. Come succede a chi abita insieme, si tratta di salutarlo al mattino, di ritrovarlo quando torniamo a casa, di sapere che abbiamo un punto di riferimento durante la giornata, di “avvisarlo” quando facciamo qualcosa e di contattarlo quando succedono cose belle.

Significa cercare questo rapporto con Gesù che ci dà una casa.

L’inizio di questo tempo liturgico è caratterizzato dall’impegno di stabilire un legame al quale possiamo sempre ritornare e nel quale trovare rifugio e riposo (cf. Mt 11,25-30).

È un’esperienza emozionante, perché sappiamo di poter riprendere a muovere i nostri passi con lui:

se siamo neofiti c’è tutta la scoperta del dell’incontro con Gesù, se siamo cristiani da tanto tempo possiamo sentire la gioia di sentirci nuovamente messi in gioco, di conoscerlo più profondamente, di sperimentare con più sorpresa la sua grazia e la sua provvidenza. E poi si tratta anche di fare sentire questa vicinanza di Gesù a tutti coloro che ancora non la conoscono e non l’hanno sperimentata.

Questa esperienza spirituale ci spinga a ricambiare l’ospitalità

e, come accadde ai discepoli di Emmaus, a fare spazio a Gesù nella nostra casa: nella nostra casa interiore, cioè il nostro spirito, e nella nostra casa esteriore, cioè nelle nostre vite.

Così possiamo rendere tutta la parrocchia una casa in cui Gesù è nostro gradito ospite,

sia per i nostri fratelli e sorelle che sono invitati nello stesso amorevole clima domestico, sia riconoscendo Gesù in loro stessi come presenza del Maestro che chiama ciascuno di noi.

Don Davide




Preghiera a Maria – Omelia di Capodanno

Maria,

oggi ti veneriamo con un titolo altisonante:

non solo quello di Beata Vergine della Grada,

che ti riconosce vigilante su di noi

– come hanno voluto i nostri avi –

dipinta sulle mura

in questo varco d’accesso,

e protettrice dei moribondi

che qui venivano a spegnersi,

ma con il titolo di Santissima Madre di Dio,

così ci ricordi – anche se nell’immagine

è il tuo bambino che ti invita a benedirci –

che lui è Dio e che possiamo affidarci a lui,

perché è Dio, sta in mezzo a noi

e conosce e capisce tutte le sfumature della nostra umanità.

 

In questo giorno ti preghiamo innanzitutto per la pace,

ma non come la dà il mondo,

che “dicono pace pace: ma pace non c’è!” (cit. Isaia).

Ti chiediamo la pace che bacia la giustizia,

e che trasforma gli strumenti di guerra

in “armi” per arare i campi,

in tecnologie per curare e insegnare,

in utensili per costruire la pace

montandola pezzo per pezzo,

anche con il nostro contributo.

 

Ti chiediamo, cioè, la pace di Gesù,

quella di cui noi ci assumiamo in pieno la responsabilità

in tutti i nostri gesti:

quella che non dissemina il peccato personale nel mondo,

quella che cerca la riconciliazione e perdona,

quella che prega per i nemici,

benedice coloro che maledicono,

aiuta la persona incappata nei violenti

e ama quotidianamente i propri amici.

 

All’inizio di questo anno, Maria,

ti affidiamo i bimbi che nasceranno:

perché siano amati sapientemente,

e possano crescere come artefici di un futuro

che cuce la volontà di Dio

“come in cielo così in terra” (cit. Matteo).

Ti preghiamo per tutti coloro che moriranno:

perché abbiano qualcuno vicino a tenergli la mano,

e ogni dolore, di chi parte e di chi rimane,

venga alleviato.

Però ti supplichiamo, Madre di tutti, che nessuno muoia più

in mare, nel deserto o tra le montagne della nostra Europa.

 

La prima volta che Gesù si è rivelato come Dio,

tu eri a Cana; ti preghiamo quindi anche per chi si sposerà:

fa che non manchi mai

il vino della gioia e dell’amore nelle loro case

e che possano trasformare le eventuali crisi

in grazie tanto abbondanti quanto 6 giare da 120 litri.

 

Maria, tu ci hai mostrato

– e noi avremmo dovuto apprenderlo fin dall’inizio –

che la donna è uguale in diritti,

dignità e responsabilità all’uomo:

fa’ che non dobbiamo aspettare un altro anno

perché ogni donna sia rispettata

e nessuna sia picchiata, violentata o uccisa.

Fa’ che non dobbiamo aspettare un altro anno

perché ogni donna che lavora e vuole anche essere madre

non sia discriminata in alcun modo,

perché le donne siano pagate come gli uomini

e perché, nelle nostre comunità cristiane,

rispettiamo anche tutte le donne

che scelgono di non diventare madri

e di realizzare il dono della propria vita

in modo a loro più consono.

 

Ti preghiamo, infine, per le giovani e i giovani,

che sono il nostro presente futuro,

o meglio, il loro stesso futuro presente.

Ti preghiamo per quelli che abbiamo incontrato in parrocchia,

all’Estate Ragazzi, nei gruppi,

nel gruppo giovani, nell’Azione Cattolica e nei movimenti,

e nei nostri lavori:

aiutaci a non dimenticarci di nessuna e nessuno di loro;

che siano sempre presenti,

davanti al Padre e al tuo Figlio risorto,

attraverso la tua intercessione e la nostra preghiera.

 

Qualche giovane c’è nelle nostre assemblee

e nella nostra comunità,

molti mancano, troppi ci mancano,

e noi cerchiamo di volere bene a tutti,

di stimarli e di continuare a incoraggiarli.

Quella tua mano benedicente si stenda su di loro, Maria,

la tua benedizione li raggiunga ovunque si trovino:

sentano un fremito di fiducia e un presagio d’amore,

anche se non immaginano da dove venga,

e la tua protezione e la nostra preghiera

possano accompagnarle e accompagnarli

a conoscere Gesù

e a vivere appieno la loro vocazione.

 

Amen.




Credo il Natale

Credo che il Natale è la nascita di Gesù, il Figlio di Dio, il salvatore del mondo.

Credo che il Natale vada celebrato con la Chiesa e nella propria comunità. Credo che in questi rapporti, ci sia uno spazio speciale per le famiglie.

Credo il Dio di Gesù Cristo, che abbiamo conosciuto dentro la storia del popolo di Israele, come testimoniano le bellissime profezie di Isaia e di Michea che ascoltiamo in questi giorni. Soprattutto quella di Isaia 2, che vede il giorno in cui si smonteranno i missili e si costruiranno scuole.

Credo che il presepe è un dono che soltanto l’intuizione di uno come Francesco d’Assisi poteva lasciarci. È ancora più bello non solo quando puoi ammirarlo da fuori, o guardarci dentro, ma quando puoi guardare “da dentro” come in quello della nostra parrocchia.

Credo sia bello pure l’albero di Natale, soprattutto quando è fatto con i bambini. E – a proposito – credo ci rendano più lieti anche le lucine e gli addobbi, e tutti i segni di festa che ci sono, perché noi che lo viviamo spiritualmente sappiamo che alla fine il Natale coinvolge tutti. Mi colpisce quando si sentono nei locali le canzoni che parlano di Gesù bambino. E non possono essere ridotte solo a una favoletta, quando senti i cantanti più famosi del mondo che interpretano Silent Night e gridano: “Christ the Saviour is born!”.

Nessuno potrà farci dimenticare il Natale sacro, a meno che non lo lasciamo andare noi stessi.

Tuttavia è necessario che a Natale i negozi e le attività commerciali chiudano, e gli sport si fermino. Magari già dal pomeriggio della Vigilia.

Comunque una gara c’è e ci dev’essere: è quella della solidarietà e sì – certo – credo che siano meglio i panettoni e i pandori solidali, e anche le Stelle di Natale. Credo, però, che la vera solidarietà sia rivolta ad ogni sofferenza del mondo.

Credo che sia vero che a Natale possiamo essere tutti più buoni. Non è automatico, ma la liturgia dice:

“È apparsa la grazia di Dio, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani” (Tt 2,11-12).

Credo che solo curando la vita spirituale si possa avere una luce, vedere il cielo aperto e ascoltare gli angeli, ossia Dio che ti guida.

Vedo, infine, in questa notte santa, una donna, un uomo, un bambino e una platea di persone di tutti i generi attorno. Credo che gli uomini non “devono” fare la guerra e che, fin da quella scena, dovesse essere fuori di dubbio e messa in pratica in ogni aspetto la perfetta uguaglianza in dignità e diritti delle donne, nelle loro differenze. Credo che i bambini debbano essere coperti da un magico scudo di paglia, talmente leggero da non sentirlo ma inscalfibile come l’armatura di un mandaloriano, e che chi vorrebbe violarli si scontri con le corna di un toro e il calcio di un asino.

Credo che tutti, proprio ogni persona sia invitata a celebrare Gesù, il Cristo, e che non ci sia anima sulla Terra che non sia sorella di Gesù e Figlia di Dio. È un legame di sangue che si può rifiutare, ma da quella notte la Luce splende e chi vuole l’accoglie.

Don Davide




Fare spazio a tutto

Carissime, carissimi,

sono sempre molto contento di festeggiare con voi il mio ingresso in parrocchia in coincidenza con la Prima domenica di Avvento. Questo passaggio mi ricorda un momento magico di un romanzo che adoro, La storia infinita:
“Questa è la fine, Fiordiluna?
Tutto il contrario, Bàstian. È l’inizio.”

C’è qualcosa di potentissimo in questo interstizio in cui un tempo si chiude, ma non per finire, e un altro si apre, per rivelare una vita nuova.

Accogliamo Gesù.

Tale è il senso del ministero pastorale e della responsabilità di tutti per la propria vocazione battesimale: nove anni spesi bene per aiutarci ad accogliere Gesù.

Io trovo qui tutti i motivi per festeggiare e vi ringrazio perché in questi anni mi sono sentito molto aiutato.

Tra l’altro, con il traguardo dei nove anni, stabilisco il mio record di permanenza in una comunità: ho passato più tempo con voi che con chiunque altro… (se si eccettua la parrocchia di Rastignano, ma quella non conta!).

È stato un tempo variegato e bello, anche nei momenti più difficili, perché li abbiamo affrontati insieme.

Sono colmo di gratitudine per la condivisione con questa comunità cristiana, e con ciascuno e ciascuna di voi.

Mentre festeggio questo anniversario, mi porto tutto l’intenso vissuto di questo ultimo anno: quando sono stato male, la malattia e la morte di mio padre, la malattia e la morte di don Valeriano, la malattia e la morte di mia madre, e insieme a queste cose – che necessitavano di tutta la priorità del caso – il dispiacere per averne trascurate tante altre di cui mi sarei dovuto occupare.

Tuttavia, voglio fare spazio a tutto.

Non ho rimpianti e la cosa più bella che celebro è che ho ricevuto tantissima solidarietà, vicinanza e collaborazione da parte di tutta la comunità.

Rimane che sono velocemente diventato orfano dei genitori e di una figura di riferimento che “mi guardava le spalle” come don Valeriano.

Improvvisamente è subentrato un nuovo senso di responsabilità, quello di occupare pian piano il posto lasciato vuoto da chi ci ha consegnato la vita.

Nove anni non sono tantissimi (anche se sono il triplo di quelli bastati a Gesù per trasformare il mondo) e nonostante i miei quarantacinque, tutto sommato, qualche dritto lungolinea “quasi alla Sinner” lo riesco ancora a tirare, ma percepisco proprio il richiamo a “consegnare” vita: a dare la mia vita, ma anche a trasmettere vita, e ad affidare i giovani e una comunità intera al futuro.

So che in questa missione ho tantissime lacune, ma sono rasserenato dal fatto che ci aiutiamo in questa avventura.

Ammiro le tante qualità operose, come un ronzio d’api in una giornata estiva. Poi mi trovo, per strada a pensare a tutte le disponibilità che sorgono, spesso quando meno te l’aspetti, e mi viene il sorriso sornione di chi ha fatto un colpaccio.

Con amicizia, vi auguro di vivere con grande tenerezza questo tempo di Avvento.

Don Davide




L’editto del Re

Perché Gesù, il Signore, è Re dell’Universo?

Perché passa in rassegna il suo regno. E cosa vi trova?

Vi trova guerre, attentati, carestie, inondazioni, pestilenze, violenza. Roba da fare venire i brividi. Sono “giorni nuvolosi e di caligine” (I lettura: Ez 34,14) per il suo regno.

Ma vi trova anche delicatezza, gesti di cura impareggiabili, mani che asciugano lacrime e terreni, mense condivise, costruttori di giustizia e di pace.

Per ogni vita violata, il Signore sa che ce ne sono dieci particolarmente accudite.

L’opposto della perversa logica della vendetta.

In questi casi, cosa fa un re corretto e responsabile, un re buono? L’apostolo Paolo, nella seconda lettura, risponde: “È necessario che egli regni, finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi” (II lettura: 1Cor 15,25).

Perciò il re proclama un editto per sostenere e difendere tutto il bene che c’è e avversare il male con tutti i suoi eserciti, che non sono armati, ma assomigliano più a coloro che fanno le missioni di pace, alla protezione civile, ai volontari che vanno sui luoghi dei disastri ad aiutare a mani nude e cuori pieni.

Questo editto suona così:

  • A chi ha fame, offriamo da mangiare
  • A chi ha sete, diamo da bere
  • Chi è forestiero sia accolto
  • Se ha bisogno di vestiti, diamogli quello che serve (anche dei nostri, che ne abbiamo sempre troppi)
  • Chi ha bisogno di vestiti riceva quelli che necessita (anche dei nostri, che ne abbiamo sempre troppi) 
  • A chi è in carcere, diamo l’opportunità di riscattarsi 

Non appare un decreto impraticabile.

Sicuramente non è difficile da capire, non ci sono ambiguità. Inoltre, mentre il re emana questo editto, ci dà lui stesso un esempio, perché come fa lui, facciamo anche noi: pasce il suo gregge, la pecora affaticata e quella forte, non lascia indietro nessuna.

In questo modo Gesù, mentre scende in mezzo al suo regno, sale sul suo vero trono, per concedere a tutti la grazia della vita.

Don Davide