Vieni fuori

Quante volte abbiamo desiderato che queste parole: “Vieni fuori!” (Gv 11,41) potessero diventare vere e concrete per noi!

Ci sono molti luoghi, fisici e spirituali, che assomigliano tantissimo a dei sepolcri.

Vorremmo venire fuori dalle nostre paure, dalle nostre timidezze, dalle nostre inconcludenze.

Qualche volta vorremmo venire fuori da un peccato, o da una relazione tossica, o da una circostanza ambigua in cui ci siamo cacciati senza nemmeno rendercene conto.

Oppure “venire fuori” è il sogno di avere salva la vita da una situazione insostenibile, un’ingiustizia, le conseguenze di un errore, un dolore fisico o morale che ci schiaccia.

“Venire fuori” può essere anche un richiamo alla luce, un emergere, può rappresentare il nostro desiderio di miglioramento, di essere noi stessi, di realizzare i progetti di bene e le speranze che abbiamo a lungo coltivato.

Oggi tra le bende di Lazzaro ci mettiamo noi stessi, abilitati ad ascoltare la voce di Gesù che ci invita e ci comanda: “Tu, vieni fuori!”.

La parola dei profeti si può realizzare per noi: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe. […] Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete” (Ez 37,12.13).

Persino l’umanità è chiamata a venire fuori dalla fossa che si sta scavando da sola, con la smania di potere, l’ingiustizia sistemica e la guerra.

“Vieni fuori” è il grido di rivendicazione del Dio della vita che prende posizione in favore dell’umano.

Vieni fuori da quei luoghi di morte! Sciogliti da quelle vestigia mortifere che ti impediscono di vivere e camminare!

La cosa è tanto più impressionante perché questi sepolcri sono descritti nel racconto evangelico come terribilmente tenaci: “Il cadavere è già di quattro giorni e già manda cattivo odore” (Gv 11,39), dice Marta, esprimendo la persistenza delle condizioni mortali che ci attanagliano.

La risposta di Gesù è mozzafiato: “Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio” (Gv 11,40). Quel “non ti ho detto” è pazzesco! Vuoi credere all’arroganza della morte, oppure al potere della Parola di Dio che dà la vita? La senti la forza di questo paradosso?

Puoi uscire non da una condizione di un inciampo, ma da un sepolcro di morte. Se credi.

Se credi nella guida di Dio, farai esperienze inaspettate e imprevedibili. “Vedrai cose più grandi di queste!” (Gv 1,50).

“Vieni fuori” è ciò che Dio ha detto ad Abramo, per iniziare a farlo camminare.

“Vieni fuori” è ciò che Dio ha detto al suo popolo, per liberarlo dall’Egitto.

“Vieni fuori” è ciò che il Padre ha detto al suo Figlio, per farlo entrare nel mondo.

Ora lo dice a noi. Ascoltiamo come se fosse la prima volta questo racconto, con queste due parole che hanno il potere, da sole, di trasformare il significato della nostra vita.

Don Davide




Vederci, adesso

Sono molte le professioni di fede che accompagnano la liturgia di queste domeniche di quaresima, ma una delle più belle e originali l’ascoltiamo dalle parole del cieco dalla nascita, protagonista del vangelo di oggi.

“Una cosa io so: prima ero cieco e ora ci vedo.”(Gv 9,25)

Nel dialogo serrato con i farisei e i capi del popolo che lo interrogano l’uomo dice chiaramente che questa nuova condizione è stata resa possibile da Gesù.

“Prima ero cieco, e ora ci vedo” potrebbe essere la testimonianza di ogni cristiano che ha scoperto la fede in maniera autentica.

Non si tratta solo di una visione intellettuale, come ad esempio la verità della fede e del vangelo. Certamente anche questo, ma un tale “vedere” ciò che non si vedeva prima è lo stesso di Paolo sulla via di Damasco, accecato per qualche giorno dalla luce divina, per poi guardare al mondo in un altro modo.

Anche Giobbe esclama: “Prima ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono!” (Gb 42,5)

“Ora ci vedo” significa quindi riconoscere quanto è stata efficace l’esperienza spirituale e come cambia le cose per noi.

Paolo, ad esempio, vede chiaramente che cosa significa la grazia di Gesù che ci ama sempre, che ci rende giusti coprendo i nostri peccati e che ci fa sentire in pace con Dio.

Giobbe vede il mistero di Dio che attraversa ogni sofferenza e adombra il mistero pasquale: intuisce nel suo cuore la verità della resurrezione.

Con il Vangelo anche noi contempliamo la realtà in modo nuovo: vediamo il potere smascherato per quello che è e l’ambiguità della ricchezza se non usata per la condivisione. Vediamo il bisogno delle persone di essere soccorse, la solitudine e la sofferenza nascosta, e così scopriamo le sorgenti della compassione.

Vediamo l’opportunità di coltivare i sentimenti buoni, di custodire le relazioni importanti, l’amore che ci siamo promessi, i sacrifici positivi che bisogna fare in ordine a questo.

Vediamo quanto è prezioso interpretare il nostro lavoro come un servizio e come è importante che nella nostra vita ci sia anche un piccolo spazio per il servizio gratuito e per la generosità.

Vediamo, infine, la promessa di vita sui volti dei bambini, che non possiamo tradire, e quanto sia necessario che il presente – non solo il futuro – sia dei giovani, e che nessun anziano sia abbandonato e solo.

Ci sono tante altre cose che ci accorgiamo di vedere con una luce speciale e una grazia intima. Se volete fare un piccolo esercizio spirituale, ciascuno/a può completare un piccolo elenco delle cose che corrispondono a questa professione di fede: “Prima ero cieco e ora ci vedo”.

Intanto noi ringraziamo il Signore per questo dono che ha creato in noi occhi, mente e cuore rinnovati dalla fede, mentre ravviviamo un’esperienza che già adombra, anzi pre-illumina la Pasqua ormai vicina.

Don Davide




La sete di pace

I cristiani si trovano ad affrontare questo paradosso: mentre la quaresima ci impegna con umiltà al lavoro su noi stessi, “chiusi nel segreto della propria stanza” (cf. Mt 6,6), non possiamo scrivere della terza domenica di Quaresima senza concentrarci sul tema della guerra e della pace.

Mentre infatti viene annunciata la pace possibile con Dio, per opera di Gesù, e ci viene donata la sorgente della vita nella sua parola di perdono e di verità, nel mondo si allarga la guerra e i leader politici mentono, con pochissime eccezioni.

C’è un dono di acqua viva che viene largamente rifiutato (cf. Gv 4,10.14).

Nel mondo ci sono tantissime siccità che prostrano i popoli. Ma c’è anche una grande sete di verità, di libertà, di leadership autentica, di parole non contraffatte.

Il mondo ha sete di pace. E pace non c’è.

Chi dice di volere una pace evangelica non è un impostore se da lui zampilla un’acqua viva di pace, non un’acqua velenosa di guerra.

Invece, se non fosse tragica e disperante, potrebbe sembrare l’inizio di una barzelletta: ci sono un bullo americano, un killer israeliano, un despota iraniano e un sicario russo. La cosa terribile è che questi quattro signori, che dovrebbero essere chiusi insieme a qualche loro compare in un manicomio riaperto solo per loro, invece comandano il mondo. Muovono le armi. Decidono chi deve andare a fare la guerra. Uccidono indiscriminatamente e senza sensi di colpa. E non importa se il despota non c’è più. La dinastia è tale e quale.

Dai dati forniti sui quotidiani questa settimana, un missile costa 2-3 milioni di euro, un sistema anti-missile 6-7, poi ci sono i carri, l’intelligence, gli aerei supersonici, i droni, le navi… ma mi ha impressionato il dato sulle portaerei: una nave di quel tipo già costa più di quanto si possa immaginare, attorno ad essa si muovono sottomarini, satelliti, caccia di base (oltre che quelli sulla nave), elicotteri, porti, basi militari. Una portaerei è una guerra concentrata, con il budget intero di un piccolo stato. Ci credo che don Tonino Bello si rifiutò di andare a benedirla!

Ora mettete insieme tutti questi soldi per tutti gli armamenti del mondo e chiedetevi: che cosa sarebbe successo se li avessimo messi per curare le malattie, fare le scuole, gli ospedali, le infrastrutture, pagare i medici e gli insegnanti come i generali, dare cibo a tutti, risanare le povertà, combattere la criminalità, intervenire sul cambiamento climatico? Forse avremmo il mondo tutto curato e bello come un paesino di montagna, e pieno di infrastrutture come la più moderna delle città.

Gli elementi che accomunano questi capi sono la bestemmia, la menzogna e l’autoreferenzialità.

Chiamano Dio dalla loro parte, mentre offendono il suo Santo Nome. Mentono per conservare il loro potere e per inseguirne uno sempre più grande. Inoltre, si fanno chiamare leader, ma la leadership è tutta un’altra cosa. E sarebbe tutta un’altra Storia. Tra le tante domande di questi giorni, mi chiedo: ma come puoi farti chiamare “Guida suprema” e ordinare l’uccisione dei ragazzi?

In questa domenica ascoltiamo le parole di Gesù alla donna Samaritana: “Credimi donna, è venuto il momento – ed è questo – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità, perché il Padre cerca tali adoratori.” (Gv 4,21-22).

Mi vengono ancora due considerazioni ascoltando questo testo in questo scenario di guerra.

Adorare Dio significa stare davanti a lui.

Chi sta davanti a Dio lo potrà fare solo in spirito di verità. Nemmeno gli esseri umani possono essere ingannati su questo, figuriamoci di Dio. Gli uomini, però, possono essere soggiogati, Dio invece no. Dio rifiuterà simili falsi adoratori. A lui la vendetta, per questo scenario catastrofico.

Gesù parla del “Padre” non di un Dio generico.

Solo coloro che seguono lo spirito della verità e che si mettono di fronte a Dio con questa autenticità, solo loro genereranno una vera fraternità e sorellanza universale. Solo loro permetteranno ai popoli di chiamarsi fratelli e alle nazioni sorelle.

Il Dio che è nel cielo cerca disperatamente tali adoratori.

Don Davide




Ascoltatelo

Nell’anno della Parola, accogliamo il racconto della trasfigurazione concentrandoci su un passaggio particolare.

L’esperienza che i discepoli stanno vivendo è bellissima: Gesù li ha presi con sé, sono in un momento di raccoglimento con lui e lui, come regalo inaspettato, rivela loro la bellezza divina.

Pietro allora “prende la parola”. Fa proprio come facciamo noi quando ci sentiamo in dovere di dire qualche cosa.

A quel punto, il racconto specifica che “mentre ancora stava parlando” una voce lo interrompe, gli va letteralmente “sopra” e dice che non bisogna parlare, ma ascoltare: “Ascoltatelo!”

Ascoltare Gesù, permette di riconoscere la bellezza divina e porta dentro all’esperienza dell’amore di Dio.

Quando pensiamo di prendere la parola, o di doverlo fare per forza, dobbiamo fermarci un momento e chiederci: possiamo ascoltare un po’ di più? Cosa c’è ancora da sentire e da capire?

Inoltre, possiamo fare due piccoli esercizi spirituali e rispondere a queste due domande:

  1. dove vedo la bellezza divina?
  2. Che cosa mi racconta dell’amore di Dio per me?

Non sono domande teoriche o astratte.

A partire da qui, saremo capaci di fare alcuni esercizi di trasfigurazione particolarmente attuali:

  1. Il modo in cui ascoltiamo e pronunciamo le parole. Anche papa Leone all’inizio della Quaresima ha suggerito di farci attenzione.
  2. La comprensione della giustizia, ossia approfondire il referendum a cui siamo chiamati, per esprimere un voto documentato e consapevole.
  3. L’interpretazione delle dinamiche internazionali, per essere costruttori di pace.
  4. Il nostro impegno nel lavoro, per farne un servizio per il prossimo.

Raccolti in una speciale intimità con Gesù, sul monte, ci troviamo così in mezzo alle folle, nelle città.

L’amore di Dio illumina la nostra vita nel mondo.

Don Davide




Le tentazioni di Gesù e noi

Le tentazioni sono un racconto maestoso, pieno di attualità, introspezione e di spunti per la nostra vita.

Gesù digiuna a lungo: quaranta giorni e notti, alla fine ha fame per forza. Su quel punto è debole, particolarmente vulnerabile.

È solo allora che il tentatore si insinua, come nel giardino di Eden, quando può dare voce alle fatiche e alle paure dell’uomo. Altrimenti, con Gesù non avrebbe scampo.

La prima tentazione suona così: “Visto che sei il Figlio di Dio, fai così… hai fame!”.

Ma non ci sono scorciatoie: sono figlio e vivo della parola del padre, del suo amore di madre.

Non ho bisogno di altro, per vivere.

Quali sono le scorciatoie che vorremmo prendere noi?

La seconda tentazione suona: “Visto che ti affidi tanto a lui, allora, buttati giù. Sei tu che lo dici che puoi avere fiducia! Vediamo se dopo la penserai ancora così…”. Ma Gesù ribatte: non c’è bisogno di mettere alla prova il rapporto con Dio.

La fiducia è data e basta.

Anche in un modo paradossale, noi possiamo affermare: “Anche se non ci esaudisse, noi non smetteremmo di avere fiducia in lui (cf. Dn 3,18).

Mi capita di mettere alla prova la fiducia in Dio, di chiedere un riscontro?

La terza tentazione, infine, suona in questo modo: “È vero, ok. Lui è tuo padre, hai fiducia in Dio e non hai bisogno di metterlo alla prova. Ma io ti posso dare di più: tutto il potere sugli uomini.”

Non è il potere sugli uomini che interessa a Gesù. A lui interessa amare Dio.

Cosa interessa a me? Qual è il tesoro prezioso a cui voglio attaccare il mio cuore?

Possiamo confrontarci con queste domande, per rinnovarci spiritualmente ancora una volta, ancora più veramente.

Don Davide




L’efficacia della fede

Questa domenica ci porta a riflettere sull’efficacia della testimonianza cristiana. 

È un’efficacia che non si misura con i criteri del mondo, con i click su YouTube o i like sui social. Nondimeno è un’efficacia reale, che ambisce a persuadere, a dare sapore e luce. 

Il profeta Isaia è sempre attualissimo, proprio per questo la sua interpretazione chiede di decifrare il contemporaneo. Qual è l’atteggiamento religioso più coerente con il mistero di Dio? Io oggi tradurrei: rifiutare la logica del potere, cercare l’autenticità della propria fede, rivendicare che i cristiani non hanno nemici, soccorrere la solitudine, educare i sentimenti e la vita emotiva. 

Non è tutto, ma è tanto. Uno potrebbe chiedersi: e dov’è l’evangelizzazione, la catechesi, la morale? Non è che queste cose siano escluse… ma il profeta indica gli atteggiamenti attraverso cui una vera esperienza di Dio si manifesta. 

D’altra parte, l’apostolo Paolo ci ricorda come lo stile dell’evangelizzazione non sia quello del mondo. Non si fa solo con i migliori contenuti social o con le più raffinate tecniche di coinvolgimento. 

L’evangelizzazione si fa mostrando concretamente l’amore del Dio crocifisso e l’opera dello Spirito che agisce nelle vite di tutti, senza dimenticare nessuno. 

C’è luce che deve splendere e sale che deve dare sapore. 

La sapienza cristiana ha i mezzi per raccontare che si può vivere in maniera luminosa e non opaca, e che la vita può essere buona e saporita, non insipida. 

Sta a noi tirare fuori questo tesoro. 

Penso realmente che dovremmo individuare i punti deboli della nostra epoca, le ferite, forse anche gli errori, ma senza giudicarli, piuttosto invece cercando di mostrare come le cose potrebbero essere più belle e migliori. Come si possono rafforzare i punti deboli? Come ci possiamo prendere cura delle ferite, come novelli buoni samaritani? Come ci si può risollevare dagli errori, e non commetterne più? Qual è la “bella notizia” che si potrebbe raccontare? 

Lì forse torneremmo a vedere all’opera, non senza sorpresa, la potenza di Dio. 

Don Davide




La vita e i profeti

In questi giorni si celebra in Italia la Giornata per la Vita, istituita inizialmente attorno ai temi della bioetica. L’iniziativa si sta ampliando nella consapevolezza che solo una cultura complessiva della vita può porre le condizioni per prevenire l’aborto, per escludere la necessità dell’eutanasia, per soccorrere il sofferente, il povero e l’indifeso e non lasciare solo nessuno.

La prima lettura e il vangelo mi fanno pensare per contrasto alla drammatica situazione internazionale di questi giorni. Il profeta cerca invano la giustizia e l’umiltà.

Risuona un monito severissimo nei confronti di chi le tradisce sistematicamente e dei potenti, in modo particolare.

A chi commette iniquità e usa la menzogna come arma di confusione di massa, Dio ricorda che ci sarà un giorno dell’ira del Signore (Sof 2,3).

Non siamo abituati a confrontarci con questa parola, ma c’è: fa parte della storia della salvezza, bilancia il Mistero dell’Iniquità in atto (2Ts 2,7).

Il peccato non è quando mangi carne il venerdì di Quaresima o sbagli un inchino nella celebrazione solenne, ma quando deturpi l’umanità di cui Gesù si è fatto fratello.

Vuoi la Groenlandia o il Donbass, Hong Kong o Taipei, Gaza o la Cisgiordania; costruisci le armi nucleari mentre affami la gente; usi i migranti come ricatto; costringi le bambine a sposarsi; uccidi gli studenti che protestano; violi i più fondamentali diritti umani; giustifichi chi uccide a sangue freddo; sfrutti i poveri e le risorse del pianeta; non ridistribuisci la ricchezza: per un mistero della storia che non so spiegare, qui lo fai senza poterlo fare, ma non ci sarà riparo nel giorno dell’ira del Signore.

Rimarranno solo gli umili e i poveri, potranno pascolare senza che alcuno li molesti (Sof 3,13).

Quando nel salmo di oggi (Sal 145/146) leggiamo che il Signore fedele rende giustizia, sfama i poveri, libera gli oppressi, ama i giusti, protegge i forestieri e sconvolge le vie dei malvagi, queste non sono parole edificanti, sono parole vere. È quanto afferma la mitissima e umile Maria nel Magnificat (Lc 1,46-55).

Che la vendetta appartenga a Dio è un dato della nostra fede.

Le Beatitudini sono un manifesto profetico di questa “vendetta”. Il Signore può chiamare queste persone “beati”, perché cambierà radicalmente la loro condizione.

Quando ascoltiamo queste parole, però, nessun cristiano dovrebbe dire: “Io sono giusto, l’altro è il cattivo. Io vedo bene, l’altro sbaglia. Io sono nella schiera delle pecore, l’altro dei lupi”.

Ascoltare i profeti e le Beatitudini deve instillare in noi una santa e radicale inquietudine:

deve smascherare il nostro bisogno di conversione, prima di quello degli altri. Deve aiutarmi a chiedere: dove devo cambiare, per essere giusto? Quali inerzie devo scrollarmi di dosso per operare la pace? Cosa devo purificare in me? Chi devo consolare? Chi devo perdonare? Come mi avvicino alla verità?

Oggi è anche la giornata diocesana del seminario, che vuol dire – inevitabilmente – pensare alla vocazione dei preti. “Considerate la vostra chiamata, fratelli e sorelle” (1Cor 1,26) dice l’apostolo.

L’indefinitezza è il tratto che caratterizza il ministero del prete oggi. Non c’è più una fisionomia specifica del ruolo del ministero ordinato: ogni giorno può essere necessario fare il prete social o l’asceta, il mistico o quello che ripara la caldaia, l’adulto che va al centro anziani o il ragazzino che fa i balletti con i bimbi, preoccuparsi di fare quadrare i conti e dire la messa della solennità, gestire l’autorità e poi inginocchiarti per l’adorazione eucaristica. Il tutto senza dimenticare la preghiera e lo studio e senza trascurare di aggiornarsi, altrimenti i giovani ti considerano “boomer” o “cringe” se sono meno indulgenti.

Tutto sommato, il criterio di Dio è sempre quello di lavorare con una pasta non perfettamente adeguata (cf. I lett.), per confondere i criteri del mondo (1Cor 1,27). Io su questo “non adeguato” mi sento “adeguato”.

Trovo consolante però che l’unica cosa che conta sia l’essere “in Cristo”:

che non significa doversi impegnare particolarmente dal lato nostro, ma riconoscere quello che ha fatto Gesù: “grazie a lui noi siamo in lui” (1Cor 1,30). È lui che ci pone in questo bellissimo e solido fondamento che è l’essere fratelli e sorelle nella fede e, insieme, nella Chiesa. Questa è la cornice, tutto quello che ne segue è sviluppo e commento.

Don Davide




La luce della Parola

La luce che rischiara le tenebre è sempre a nostra disposizione, perché noi abbiamo tra le mani la Parola di Dio.

Non è un fatto da dare per scontato, perché per un lungo tempo della vita della chiesa la Sacra Scrittura non era così facilmente accessibile ai fedeli. Dal Concilio Vaticano II in poi, invece, la possibilità che la guida della Parola di Dio accompagni la vita spirituale dei cristiani e una notevole sapienza acquisita in questa dimensione sono stati i cambiamenti più significativi che hanno rinnovato l’esperienza ecclesiale.

La Parola di Dio scritta e letta personalmente o nell’assemblea, ma sempre nella comunione ecclesiale, colma la distanza tra noi e Gesù e ci permette di ascoltare la sua voce e quella del Padre, che sono come un accordo intonato e perfettamente armonico.

La luce della Parola è in grado di rischiarare una geopolitica che sembra sguazzare nelle tenebre, se solo qualcuno ascoltasse il messaggio di liberazione e l’opzione in favore degli oppressi che ne deriva. Si capirebbe che la voce di Dio risuona come salvezza per chi cerca la giustizia, non per chi sceglie sfacciatamente di avere più potere, più privilegi e più opportunità a scapito degli altri.

La luce della Parola ci aiuta a penetrare il mistero della croce di Cristo, mistero incomprensibile a chi lo guarda da fuori, dicendo solo “scendi dalla croce”, ma che si apre a chi cerca di sintonizzarsi realmente con il cuore aperto, ferito e squarciato di Gesù.

La luce della Parola rischiara l’intimo del nostro spirito e della nostra anima, dà chiarezza alle domande profonde che ci abitano, ci fa avere speranza, ci fa desiderare di amare un po’ meglio e ci insegna a farlo.

Infine, ed è la cosa più bella di tutti, la luce della Parola è in realtà un suono dolce e soave: è il suono della voce stessa di Gesù che ci interpella personalmente, che invita proprio noi a costruire un’impresa spirituale con lui, che vuole farci splendere come siamo chiamati a fare.

L’invito di Gesù “vieni!” è la sintesi di tutto il rapporto con la sua parola.

In questa Domenica “della Parola”, perciò, possiamo pregare così:

Fammi sentire la tua voce, Signore Gesù:
la tua parola rivolta a me, la tua chiamata personale
che dà fiducia alla mia vita e la mette in moto.
Con l’animo meravigliato ti risponderò:
“Proprio io Signore?” e tu,
amorevole, mi confermerai: “Vieni.”

Don Davide




Il servizio e la luce

Mentre il mondo pare in balia di una manica di prepotenti, che costringono persino a immaginare come opportuno il riarmo per difendersi, o che obbligano a proteggersi con la forza, a causa dell’abuso smisurato e totalitario del potere, noi – discepoli di Gesù – ci rimettiamo umilmente al seguito del maestro che sa indicare cieli nuovi e terra nuova.

C’è davvero bisogno di lasciarsi condurre da colui che dice: “Ecco io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5), perché quelle che vediamo sono soltanto vecchie.

Il profeta Isaia propone l’immagine del servizio.

Già questa, infatti, è un’indicazione altamente profetica: chi vuole davvero mettersi al servizio? Sento anche in me una radicata resistenza a servire, semplicemente. Compaiono immediatamente nel mio cuore le rivendicazioni, il bisogno di soddisfazioni, la stanchezza. Inoltre noto che “servizio” è una terminologia abusata: ogni autorità parla di sé come “servizio”, mascherando con questa parola l’intenzione di comandare e l’ambizione di non avere limiti al proprio potere.

Ma Dio, che è sempre oltre le nostre prospettive, per mezzo del profeta afferma che è ancora troppo poco indicare il servizio come via per la salvezza.

Bisogna che il servizio diventi effettivamente luce:

che splenda la bellezza del servizio e la chiarezza che è l’unica vera possibilità di invertire il corso autodistruttivo degli eventi fatti dagli uomini.

Che il servizio diventi luce, dunque!

La prospettiva più luminosa dell’esistenza, l’unico modo di concepire la fraternità e la sorellanza, la via per vivere la comunità, la strada maestra e felice per vivere le relazioni d’amore, il custode dell’amicizia.

Per realizzare questo, Giovanni Battista – profeta talmente visionario da essere estraneo in questo mondo – parla dell’immersione nello Spirito Santo, che avviene seguendo la vita di Gesù. Per capire il servizio e fare sì che diventi luce, bisogna fare un bagno nello Spirito Santo: lo Spirito deve avvolgerci sopra e sotto e di lato, deve lavarci e impregnarci, rigenerarci e tonificarci.

Lo Spirito Santo non agisce in maniera astratta e misteriosa:

è la manifestazione e il frutto dell’incontro con il Signore risorto, quindi è tanto più vero ed efficace in noi, quanto più noi viviamo la compagnia di Gesù, lasciamo che le sue parole plasmino i nostri pensieri, ci conformiamo a lui nell’amore e nell’abnegazione.

Ricominciamo il tema ordinario della liturgia, che ci guida proprio in questo cammino: passo dopo passo a seguire Gesù, imparare di nuovo tutto da lui, per essere immersi e rinnovati nello Spirito Santo e fare innamorare tutti della possibilità di mettere la propria vita in un vero e luminoso servizio.

Don Davide




Figlio

Noi esseri umani quando iniziamo a parlare diciamo “mamma” e “papà”: Dio invece dice “Figlio”.

La prima parola che Dio ha pronunciato è stata “Figlio” e in lui, nel suo Figlio, anche noi siamo stati tutti compresi.

La voce di Dio è stata un’esplosione di luce e di amore: il vero e proprio Big-bang dell’esperienza spirituale.

Come l’universo, quel manto di amore che ci avvolge si dilata, si estende e continua a coprirci tutti.

Nel vagito di Gesù bambino riascoltiamo quel suono originario e siamo riportati lì, in quell’istante remoto ma vicinissimo, in cui Dio ci ha pensati per la prima volta, voluti e desiderati.

Per un istante, sentiamo che il tempo si può fermare: siamo rassicurati dall’amore di Dio.

Certi che la luce divina vince il buio del mondo, da questa mangiatoia ripartiamo in forze e sereni per i nostri impegni e il nostro cammino.

Don Davide