A noi lasciate l’amore

L’intervista concessa da Papa Francesco a Fabio Fazio, domenica scorsa, è arrivata a tantissime persone e ha suscitato molti commenti e opinioni.

Certo è che ascoltare le Beatitudini una settimana dopo, nella versione del Vangelo di Luca, con l’aggiunta di quei terribili “Guai” rispetto alla redazione di Matteo, ci obbliga a entrare nella prospettiva che ci ha indicato Papa Francesco: a considerare la Terza Guerra mondiale che si combatte a pezzi, le ingiustizie, la continua violazione dei diritti umani e le sofferenze degli innocenti.

Non c’è beatitudine senza la dimensione concreta della fratellanza, della giustizia e del sostegno reciproco.

Anche la celebrazione di San Valentino, nella nostra parrocchia, unisce due aspetti che potrebbero apparire contrastanti, per non dire antitetici: quello della sofferenza e quello dell’amore romantico. Potremmo pensare che l’amore è eccessivamente spiritualizzato e che la sofferenza ci riporta in modo crudo alla realtà. È bello, invece, che custodiamo entrambe queste attenzioni: la preghiera per chi sta male e la preghiera per essere capaci di amare.

In una scena di Suite Francese – un film bellissimo e struggente tratto dal romanzo di Irene Némirowsky – i due protagonisti si amano, pur essendo lui un ufficiale dell’esercito tedesco e lei una donna francese del paese occupato durante la Seconda Guerra Mondiale.

All’apice della loro storia d’amore clandestina, lei esclama: “Che altri facciano la guerra, a noi lascino l’amore!”. Nel contesto del film è una sequenza molto efficace per dire la follia della guerra, che divide chi ama, eleva la violenza a regola, l’odio o principio delle relazioni, l’ingiustizia come libero arbitrio e il male come condizione dell’esistenza.

È tutto l’opposto dell’amore e della cura.

Celebrando San Valentino come guaritore delle sofferenze e patrono dell’amore, quindi, non siamo portati a pensare cose zuccherose e melense, bensì ad andare al cuore della concretezza evangelica.

È il contenuto più semplice del Nuovo Testamento che ce lo ricorda, tramite l’apostolo Giovanni: “Chi ama ha conosciuto Dio” (1Gv 4,7) e “Nessuno può amare Dio che non vede, se non ama il proprio fratello che vede” (1Gv 4,20).

Don Davide




La vita in ballo (Under 20)

L’inizio.

C’è qualcosa che ha più fascino degli inizi?

Vi ricordate le vostre prime volte? La prima volta sulla bicicletta, il primo giorno di scuola, la prima volta che avete praticato lo sport che vi appassiona, il primo amore, il primo bacio?

Quando siamo stati chiamati all’esistenza, ci è stato dato un inizio che non avrà più fine: non con le esperienze che si aprono e si chiudono, non con il trascorrere del tempo, non con la morte.

Oggi vi porto a quel tipo di inizio lì: quando qualcuno ti ha comunicato la resurrezione di Gesù (e la tua) o quando tu hai sentito che, nonostante tutte le apparenze e contraddizioni, era vera.

In quel momento una luce è andata a ritroso all’inizio della tua esistenza e ti ha detto: tu esisti.

Prima non c’eri, e adesso sì. Ed è un gran bene che sia così e che questo bene non finisca più.

Non c’è interruzione che possa essere decisiva. “Questa è la fine?” dice il protagonista di uno dei miei libri preferiti, in un dialogo indimenticabile con la ragazza che ama. “No, è l’inizio” risponde lei.

Tu ci sei, la tua esistenza è una stella irreversibile accesa nell’universo. Splendi, a partire dal nucleo per irraggiare all’esterno, per rendere bellissimo e nuovo, con la tua sfumatura, l’eterno.

Don Davide




Pescare gli uomini

“Pescatore di uomini”.

Io questa trovata di Gesù, tra tutte, gliel’ho sempre invidiata.

Sono stati versati fiumi di inchiostro su questo versetto: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,10).

Tuttavia, la sensazione è che sfugga sempre qualcosa nella profondità abissale di questa sentenza, e che il suo significato sia allo stesso tempo più semplice e più inafferrabile di quanto non riusciamo a immaginare.

È una parola simultaneamente consolatrice ed esigente, incoraggiante e da fare venire i brividi, e perentoria.

Chiude il dialogo e tutta la scena. Produce immediatamente l’effetto decisivo.

Non voglio perciò azzardarmi io a proporne un’interpretazione. Preferisco lasciare aperta la domanda, scatenare la perplessità e la curiosità di tutti e stimolare la sensibilità di qualcuno.

Nella Giornata della Vita, sento che questa frase di Gesù è il modo corretto di entrare nel tema e nelle questioni.

I pesci, se li peschi, muoiono. Gli uomini, se li peschi, vivono, ma solo se lo fai con Gesù, altrimenti rimangono attaccati all’amo, prigionieri delle seduzioni umane e di altri mille uncini.

“Pescatori di uomini” mi sembra anche l’atteggiamento giusto per vivere la settimana di San Valentino.

Ci sono tante iniziative che sono state organizzate insieme a vari soggetti diocesani. Mi piacerebbe che tutti ci sentissimo partecipi gli uni degli altri.

Si tratta di testimoniare la chiamata che Gesù rivolge a ciascuno: una chiamata ad emergere verso l’Amore e aprire i polmoni, perché noi siamo uomini, non pesci; non respiriamo sott’acqua, ma nell’aria pura dello Spirito di Dio.

Don Davide




Le notti di Nicodemo

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: «Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno, infatti, può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui» (Gv 3,1-2).

Che cosa smuove, di notte, Nicodemo?

Dal testo di Giovanni, a Nicodemo sembra apparire un Gesù conosciuto. Nicodemo, infatti, riconosce con certezza dai segni compiuti da Gesù che Dio è con lui e lo interpella come maestro. È facile pensare che sapesse della presenza di Gesù tra le strade di quel territorio e che Nicodemo conoscesse anche la provenienza di Gesù dalla Galilea, da dove – secondo la convinzione dei farisei del tempo – ‘non poteva venire niente di buono’ (cf. Gv 1,46).

Nicodemo evidentemente aveva fiducia di poter condividere con Gesù tutte queste certezze; va da lui di notte, con accortezza e prudenza, senza dare nell’occhio e si avvicina a Gesù per dirgli che ha capito tutto o, forse, che in realtà non aveva capito niente, dopo tanti anni di studio delle scritture. Dal testo è certo che non ha ancora fatto la domanda e Gesù già gli risponde e, probabilmente, alla domanda più profonda che non riusciva ad esplicitare nemmeno a se stesso.

Questo vale anche per ciascuno di noi.

Anche se pieno di certezze ti avvicini a Gesù almeno per farne una piccola esperienza, nelle notti della vita e sempre, egli ti accoglie come sei, per aiutarti a rinascere, come se quell’esperienza di amore vivo ti rendesse migliore a prescindere e per la sola tua disponibilità.

Proviamoci, come Nicodemo.




C’era una notte

Le notti di Nicodemo

Nicodemo è citato tre volte nel vangelo di Giovanni. Nella prima incontra Gesù di notte. Le altre due volte è riportato come colui che era andato da Gesù di notte.

Quanto è lunga questa notte o quante notti è questa notte?

In alcuni casi, la notte può essere davvero lunga o vissuta come tale. Ci troviamo davanti a un momento oscuro che sembra non finire mai e mentre sembra albeggiare, tutto appare ripiombare nella cupezza dei giorni più bui. Ci sono poi quelle notti che seppur brevi, ritornano come un appuntamento costante, come a ricordare un prezzo da pagare, una scelta sbagliata che si ripercuote come una vibrazione nell’acqua quieta. Altre volte è solo una notte, una tra le tante ma è quella che ti prende il cuore e te lo fa sobbalzare mentre pensavi che il suo pulsare fosse solo quello ordinario.

Di tutte queste notti in cui nasce una domanda Nicodemo ne è il segno e Gesù diventa la risposta.

Gesù, tra le diverse notti che i vangeli ci presentano, in questo tempo si manifesta in quella in cui la tradizione ci dice che nasce. Rigenera l’umanità e ciascuno di noi: ci tiene svegli al suo amore, come la sentinella attende l’aurora divina, luce che non tramonta.

Anche noi come Nicodemo, ci volgiamo a Cristo portando le nostre notti alla sua tenera culla luminosa, perché possiamo accogliere la Luce.

 

Francesco Paolo Monaco




Un amico prete (Under 20 testo+video)

Qualche anno fa ebbi una breve telefonata con un amico, di sera. Era stato un ragazzino della mia prima parrocchia, era cresciuto, si stava per laureare in Medicina e si trovava in Erasmus a Bruxelles.

Il giorno dopo mi raccontò che quando l’avevo chiamato era in un pub e aveva avvisato che si assentava cinque minuti, per salutare il suo amico prete. Dopo che era ritornato al tavolo, un giovane collega gli disse, testuali parole: “Io non ho mai conosciuto un prete, e tu ne hai pure uno che è tuo amico!”.

In Belgio è così: per molti motivi, anche brutti e tristi, di preti non ce n’è praticamente più.

In questa domenica, in parrocchia facciamo sentire la nostra amicizia a coloro che si stanno preparando a diventare preti. Sono pochi. Per quattro anni nella nostra città non diventerà prete nessuno.

So perfettamente che a molti questa cosa non interessa per nulla, per altri è addirittura meglio.

Ma a me dispiace.

Quando sono diventato prete io, nel 2003, c’erano ancora molti cappellani che stavano con i giovani negli anni più belli della loro crescita. Alcune delle amicizie più preziose che ho sono cresciute così: con dei ragazzi e delle ragazze con cui abbiamo camminato insieme per tanti anni, che adesso sono adulti, sposati, professionisti, con dei figli, in carriera, artisti… e che hanno un amico prete.

Con loro ho fatto di tutto: dal pregare nei posti più incredibili, al ripassare le versioni di latino alle 2 di mattina o cantare a squarciagola nei boschi, fino a giocare a scoutball in un campo con un metro di neve.

Ho pensato allora, semplicemente, di dedicarvi una canzone, per augurarvi di potere incontrare anche voi un amico prete e cantare insieme “Hai un amico in me”.




“Più grande di tutto è l’amore” (1Cor 13,13)

La liturgia ci viene incontro, nella seconda lettura di questa domenica.

Oggi in diocesi si celebra la Giornata del Seminario. Come ogni vocazione autentica, alla radice di tutto – anche della disponibilità a formarsi per diventare prete – c’è l’Amore e l’intuizione che quella sia la tua strada personale per amare nel modo migliore possibile

In più, ci prepariamo a due settimane molto intense.

Mercoledì 2 febbraio è la Festa della Presentazione al Tempio di Gesù, tradizionalmente conosciuta come la “Candelora” ed è il giorno in cui si prega per i Religiosi. Anche per tutti e tutte loro si tratta di una via particolare per amare personalmente, nella forma che si ritiene più adatta. Nella nostra comunità conosciamo e collaboriamo con tanti religiosi e religiose e preghiamo affettuosamente per ciascuno e ciascuna di loro.

Domenica 6 febbraio, la Chiesa italiana celebra la Giornata per la Vita; venerdì 11 di febbraio, giorno della Madonna di Lourdes, celebreremo l’Unzione degli Infermi nella messa alle ore 16. La cura della vita, in tutti i momenti della sua esistenza e in tutte le fasi, anche quelle della fragilità e della debolezza, è uno degli infiniti modi che abbiamo di esprimere concretamente il sentimento dell’amore.

Infine, la settimana seguente avremo tante iniziative per festeggiare il nostro patrono San Valentino.

Attorno all’ “Amore” – che vale più di ogni cosa – potremo incontrare tanti amici e tante amiche.

Ci aiuteremo ad attingere alla sorgente di questo amore nell’esempio di Gesù, che lo ha vissuto, lo ha insegnato e ha anche trasfigurato la sofferenza e ogni passione, perché ogni nostro tentativo per amare ed essere vivi, trovi nella Pasqua la giusta luce che lo illumini e che lo guidi.

Don Davide




Oggi (Under 20)

Tutta la settimana, pensando a cosa scrivervi, mi è ronzato in testa quell’ “oggi” (Lc 4,21), che Gesù dichiara come un tempo opportuno e prezioso da cogliere, fin dalla prima volta che insegna in sinagoga.

“Oggi” è una parola bellissima.

Lo faccio oggi. Sono felice oggi. Ti amo oggi.

Non aspetto domani.

“Oggi” è la parola che voglio consegnarvi oggi.

Il vostro tempo, la vostra vita, quello che provate, il vostro modo di sentire le cose è prezioso e va valorizzato adesso. Proprio ora, anche se la scuola è difficile. In questo periodo, anche se c’è la pandemia. Non attendete un momento migliore per dare alla vostra vita ciò che di buono e di bello potete darle oggi.

Quando avevo la vostra età ci entusiasmammo per un film che si intitola: “L’attimo fuggente”. Il motto era: “cogli l’attimo che fugge”. Faceva riferimento a un verso celeberrimo di Orazio che chi fa il liceo sicuramente conosce: “Carpe diem, quam minimum credula postero”. Ma la seconda parte non mi piace.

Questo “cogliere l’attimo” non è esattamente quello che intendeva Gesù. In questo c’è come la convinzione che il futuro sia un inganno, che devi prendere tutto subito, per evitare una fregatura.

Invece Gesù ha in mente un tempo pieno, che si dilata. Con l’aiuto di una mia amica professoressa, perciò, oggi correggiamo Orazio e diciamo: “Carpe diem, quam maximum credens postero”.

Vivete l’oggi e abbiate fiducia nel domani.

Don Davide




La Parola di Dio

In questa terza domenica del Tempo Ordinario, siamo stati invitati da Papa Francesco a porre un’attenzione particolare alla Parola di Dio, scritta, letta e proclamata, che rende presente il Signore Gesù, sia nella preghiera personale che – in maniera perfetta – nella liturgia.

La Parola di Dio ci ricorda che la nostra azione pastorale è un seme.

Ma perché cresca il seme, dobbiamo preoccuparci di avere il sacchettino giusto, la riserva appropriata. Dobbiamo prima di tutto sentirla rivolta a noi, la Parola.

Come anche le api che impollinano i fiori, è necessario che la trasportiamo noi. Sappiamo anche che la Parola di Dio ha una sua forza intrinseca, ma noi non possiamo sottrarci alla nostra responsabilità.

Tutta l’efficacia o la tiepidezza pastorale e la ricchezza spirituale o la poca fecondità della Chiesa dipendono dalla misura in cui accogliamo la Parola di Dio in noi.

Si può fare in molti modi e con diverse intensità, dall’ascoltare attentamente la liturgia della Parola e l’omelia e trasformarla in vita vissuta, alla meditazione quotidiana della Bibbia o la preghiera personale attraverso i Salmi e il Vangelo. L’importante è che non manchi.

Ci aiutiamo a custodire la chiarezza di quanto sia preziosa la Parola di Dio con due bei testi, presi uno dalla tradizione ebraica e uno da quella cristiana.

“Volgila e rivolgila perché in essa c’è tutto. Rimirala, invecchia e consumatici sopra. Non te ne allontanare mai, perché non vi è parte per te migliore di essa.” (Mishnà Avòt V,24)

“Non senti il Signore che dice: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»? (Mt 18, 20). E non sarà presente là dove si trova un popolo così numeroso, unito dai vincoli della carità? Mi appoggio forse sulle mie forze? No, perché ho il suo pegno, ho con me la sua parola: questa è il mio bastone, la mia sicurezza, il mio porto tranquillo. Anche se tutto il mondo è sconvolto, ho tra le mani la sua Scrittura, leggo la sua parola. Essa è la mia sicurezza e la mia difesa. Egli dice: «Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20).” (San Giovanni Crisostomo)

Don Davide




Il meglio (Under 20)

Vi ho sentiti in questi giorni: “Io sono positiva” … “Io sono in quarantena”. So che alcuni di voi hanno passato le vacanze isolati, saltando una sciata o la festa di Capodanno, che alla vostra età è irrinunciabile.

L’anno scorso di questi tempi c’era il coprifuoco (il coprifuoco!), quest’anno vi palleggiate il Covid tra fratellini, compagni di classe, parenti, amici e fidanzati… passandovi il test antigenico come il testimone in una staffetta.

Oggi scrivo per incoraggiarvi.

Voglio dirvi che nella maggioranza dei casi avete reagito alla grande, senza rassegnazione o paura, senza inutili intemperanze, non con rassegnazione, piuttosto con la pazienza del predatore che attende l’agguato. Siete stati bravi e per molti versi ammirevoli.

Se fosse capitato a me a 16 anni, in settimana bianca, avendo la possibilità di sciare coi miei amici o con la ragazza che mi piaceva (eh già, anch’io, prima di entrare in seminario, andavo a morosa… come si dice a Bologna)… e avessi dovuto chiudermi in camera per un cavolo di virus, magari stando benissimo… beh, non so cosa avrei fatto!

È il momento di riconoscervelo.

Sono stato ispirato dal vangelo di questa domenica: c’è una festa di nozze e non serve nessun super green pass, mascherina o distanziamento. E Gesù mostra un’apertura nelle cose che accadono, una breccia che permette di gustare il vino migliore, dopo averne già bevuto di buono. Come a dire: c’è un modo di stare nella vita dove le cose crescono, migliorano e quelle che si fanno dopo sono più belle di quelle di prima.

Quindi non abbiate paura di avere perso delle occasioni. Avrete tempo per fare tutto e l’esperienza che avete fatto vi permetterà di apprezzare un vino ancora più buono.

Mi piace questa idea che le cose belle ci stiano davanti nel corso dell’esistenza, perché voi che siete giovani vi godete la vostra età come la più bella di tutte, ed è entusiasmante che pensiate così.

In ogni caso, a dare retta a Gesù, voi ci guadagnate.

Perché siete giovani e la vita che vi sta davanti è lunga, quindi potrete vivere molte cose belle. Spesso si dice che “il meglio deve ancora venire”, ma sembra che il meglio lo possiate aspettare con le mani in mano, come imbambolati. Mi piace di più questa idea: “il meglio ve lo potete ancora costruire”. Sicuramente, Gesù ha in serbo per voi il vino migliore.

Don Davide