Tanti doni, un solo corpo

Il Vangelo di oggi ci regala uno spunto di riflessione perfetto per questa domenica. L’elezione del Consiglio Pastorale, infatti, è una festa di comunione, dove chiediamo allo Spirito Santo di aiutarci a condividere i doni migliori di ciascuno per formare l’unico corpo della Chiesa, per l’utilità di tutti. Nella chiesa apostolica e per tutto il primo millennio era chiarissimo che il vero “Corpo di Cristo” era la Chiesa stessa, non l’Eucaristia, che veniva chiamata il “Corpo mistico di Cristo”.

In questo sforzo di edificare la nostra comunità, è fondamentale, quindi, che ci ricordiamo che l’essere insieme deve manifestare la presenza di Gesù. Lui ha promesso che dove due o tre sono riuniti nel suo nome, lui si trova in mezzo a loro, conferendo alla relazione un valore enorme, ma noi ci dobbiamo preoccupare di non rinnegare coi fatti questo dono.

Come ho detto già tante volte, mi auguro che questo giorno in cui eleggiamo il Consiglio Pastorale, non sia un gioco di potere o di autorità, ma un’occasione in cui fare emergere la presenza di Gesù in mezzo a noi. Un modo concreto per scoprire e gustare come si “fa” la Chiesa.

Il richiamo alla prima tradizione degli apostoli, ci aiuta anche a capire il legame fortissimo fra il sacramento dell’Eucaristia e l’essere parti attive della chiesa. Potremmo dire che l’Eucaristia, in questo senso, è uno sviluppo perfettamente coerente del Battesimo, che ci inserisce nella comunità cristiana e ci chiede di esserne protagonisti.

Oggi, quindi, siamo in festa per i 46 bimbi che faranno la Prima Comunione a maggio e che vi presentiamo, e cogliamo questa circostanza per sentire con ancora maggiore responsabilità l’elezione del Consiglio Pastorale. Desideriamo offrire anche a questi ragazzi e ragazze, nei prossimi anni, la buona testimonianza di una comunità che desidera esprimersi come un vero organismo e saper valorizzare i doni di ciascuno.

Che il Signore ci doni, come nella sinagoga di Nazaret, di sapere incarnare anche noi la parola di Dio nell’“oggi”, per rendere efficace e presente il Vangelo nella nostra storia e nella nostra città.

Don Davide 




Il Consiglio Pastorale come ascolto dello Spirito Santo

La prossima settimana avremo le elezioni del Consiglio Pastorale. Vorrei che fosse un momento molto sentito, perché ciascuno possa essere protagonista della configurazione e dello stile che vorremmo dare alla nostra parrocchia.
Il Consiglio Pastorale esige una partecipazione democratica, cioè elezioni che indichino la preferenza della maggior parte della comunità.
Con queste poche note, vorrei, però, evitare un pericoloso malinteso che potrebbe sorgere in proposito.
Non dobbiamo assimilare queste votazioni a quelle politiche, che sovente generano polemiche, tensioni e spinte a denigrare i propri rivali.
L’elezione del Consiglio Pastorale e il Consiglio Pastorale stesso è una dinamica spirituale, un momento di ascolto dello Spirito Santo e di pratica concreta della comunione ecclesiale. Mi auguro, perciò, che non ci siano gelosie, invidie o delusioni. La partecipazione al Consiglio non è un modo per poter avere un po’ di potere in parrocchia, non si tratta delle elezioni presidenziali americane! Credo che non ci sia niente di peggio che immaginare che le cose della parrocchia possano rappresentare uno spazio di potere (chissà che potere!); se ci fosse questa tentazione indicherebbe davvero una terribile meschinità di vedute e di interpretazione della vita ecclesiale.
Eleggere il Consiglio Pastorale significa avere piena fiducia nella presenza dello Spirito del Risorto nella Chiesa intesa come popolo di Dio, con la convinzione che chi viene eletto dalla comunità è chiamato dallo Spirito Santo a offrire un servizio alla presenza cristiana nel nostro territorio e soprattutto nell’oggi. Questo servizio si svolge umilmente, con le proprie capacità di discernimento e di senso pratico, senza che a nessuno venga chiesto più di quanto può o è capace di dare. Quello che conta, lo ripeto, è la dinamica spirituale che si crea, perché questo “stile” indica non solo un modo di fare Chiesa, ma il modo in cui la Chiesa è se stessa, cioè luogo di comunione e di testimonianza del Risorto.
Concretamente, domenica 24 gennaio, verrà consegnata all’ingresso in chiesa prima della messa una scheda per l’elezione. Potranno votare tutti coloro che hanno compiuto dai 16 anni in su, quindi vi prego di richiedere la scheda, nel caso non vi venisse consegnata. Si potranno votare da un minimo di una persona a un massimo di cinque, esclusivamente tra quelle indicate nella lista dei candidati. All’inizio della messa pregheremo con l’Invocazione allo Spirito Santo, come piccolo segno di questo ascolto dello Spirito Santo. Infine, al termine della messa, prima di uscire, si potrà consegnare la propria scheda di elezione. Preferisco, per motivi di praticità e di ordine, che non si consegni la scheda degli eletti in NESSUN altro momento, né prima della celebrazione, né negli altri orari della giornata.
A questo punto non mi resta davvero che chiedervi di cogliere questa opportunità e di partecipare, senza pigrizie o paure. Avete ancora tutta questa settimana per informarvi sui candidati: votate chi preferite, votate chi sentite più adatto a rappresentare la comunità, votate gli amici… ma votate! Vi ringrazio in anticipo per questo impegno e per questa gioia della comunità.

Don Davide




La vita visibile

Il bagliore tenue e caldo di un presepe nella notte – non di quelli spettacolari e grandiosi, uno di quelli semplici, fatti in casa da noi: con un po’ di muschio, le lucine, qualche statuina senza troppe pretese e quel tocco originale che ci rende tanto orgogliosi (sia esso la capanna particolare che ci siamo inventati, il posto dove abbiamo collocato il dormiglione, oppure il nostro laghetto o infine quella magnifica fontanella vera che finalmente siamo riusciti a piazzare proprio al centro) – e poi le tracce di qualcuno che è passato, lasciando il nostro albero congestionato di regali; due sposi che si abbracciano – negli occhi il riflesso della loro casa – e il sorriso meravigliato del bimbo che si chiede come abbia fatto Babbo Natale a non farsi scoprire neanche questa volta… Mi chiedo se ci sia un’immagine più dolce e famigliare di questa, e probabilmente è proprio così l’atmosfera che abbiamo lasciato nelle nostre case in questi giorni di festa.

Fa un po’ contrasto che di fronte a un tale clima natalizio, questa domenica veniamo catapultati invece che nel racconto commovente della nascita di Gesù, nelle profondità vertiginose dell’inizio del vangelo di Giovanni. La solennità del Verbo ci sembra rubare la scena all’umiltà del Bambino.

Non è forse vero che nel mistero del Natale noi percepiamo la vita come dovrebbe essere e la tocchiamo quasi con mano? L’esperienza del Dio della vita è legata a quel bimbo che è stato possibile vedere, toccare e sentire piangere, il bambino nel quale abbiamo riconosciuto la Vita stessa condensata, concentrata, fatta carne… proprio come quando nasce un bimbo a noi vicino e tutti fanno a gara per prenderlo in braccio, coccolarlo, sbaciucchiarlo e “spupazzarlo”

Che cosa accade allora, quando il Verbo che sprigiona la Vita diventa uomo? Che cosa succede quando la Parola della Vita si fa carne? Accade improvvisamente di scoprire che in realtà non c’è un altro mondo che offra la possibilità della vita. La Vita si è fatta visibile in questo mondo.

«È venuto ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Letteralmente: «ha posto la sua tenda in mezzo al nostro accampamento». Se il vangelo fosse stato scritto oggi, avrebbe detto: “ha preso casa nel nostro condominio. Ha aperto un mutuo. Viene alle riunioni. Fa fatica ad arrivare alla fine del mese come tutti coloro che fra di noi la fanno”. Ma in realtà, nell’evocare la sua tenda in mezzo alle nostre, c’è di più. La sua non è una bella tenda come qualunque altra, come quelle degli scout, ad esempio. La tenda di cui si parla, nel libro dell’Esodo (cfr. Es 25,8), è la Tenda del Convegno: il luogo dove abita Dio, mentre si sposta con il suo popolo durante il cammino nel deserto. Ma è anche il luogo dove tutti sono convocati per incontrare Dio insieme.

Così l’augurio di Dio si rivolge oggi prima di tutto a te, che provi con impegno ad accogliere il Signore. Perché la sua vicinanza accompagni la tua ricerca, e tu possa essere come questo bimbo appena nato che prende il dito di una persona grande.

L’augurio di Dio si rivolge a te, che ogni tanto indugi e fai fatica. Non aver paura che Dio vìoli la tua libertà. Non pensare neppure che sia arrabbiato. Lui è garbato e ha sopportato con amorevolezza molteplici rifiuti. «A quanti però l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Se vuoi sentire Dio come Padre, lasciati rapire dalla sua promessa.

L’augurio di Dio infine è anche per te, che in queste feste non hai voluto mancare: il Signore ti invita alla comunione, perché tu possa riscoprire la messa domenicale come luogo dell’incontro. Sarà per te come la sinagoga di Nazaret, dove ascolteremo la voce di Gesù che ci parla. Sarà il monte delle beatitudini, gremito di gente e di speranza. Sarà la riva del lago di Tiberiade, dove c’è pane da condividere per tutti o la casa di Betania, popolata di amici. Sarà infine il Golgota affollato dove da ogni disperazione e difficoltà la parola della vita continuerà ad imprimere il suo sigillo sulla storia.

 Don Davide




Il Consiglio Pastorale Parrocchiale

Il Concilio Vaticano II, concluso 50 anni fa, non aveva solo auspicato un nuovo rapporto della chiesa con il mondo, ma anche un nuovo modo di essere chiesa al proprio interno.
In modo particolare, il rinnovamento della chiesa mirava a una maggiore partecipazione dei laici all’opera pastorale. A distanza di mezzo secolo, molti studiosi e interpreti (e anche il magistero degli ultimi papi), concordano nel dire che questo aspetto è una delle riforme che avanza più faticosamente nell’esperienza ecclesiale dei nostri giorni.
I motivi di questa situazione sono tanti, in modo particolare i ritmi di vita delle persone che diventano più impegnativi, lasciando meno spazio all’impegno e al volontariato, e la difficoltà del ripensamento dei ruoli del ministero ordinato e dei laici e delle loro interazioni.
Il Consiglio Pastorale parrocchiale è uno degli organi previsto dalla Chiesa italiana dopo il Concilio, per concretizzare il sogno di una comunità partecipata e viva, con una significativa visione pastorale e una solida capacità progettuale.
Tuttavia, ad oggi, si registra una certa fatica nelle comunità a fare funzionare questo strumento prezioso. Molto, senz’altro, è colpa di noi preti. Molto dipende anche dalla formazione dei laici, che non sempre è adeguata a proporre un livello di riflessione pastorale significativo e incisivo sulla vita della comunità. Molto, infine, dipende dal fatto che il concetto della corresponsabilità, non è ancora pienamente assunto: si tende piuttosto a una forma di collaborazione, in cui si attende comunque che sia il parroco a dire cosa bisogna fare e deleghi gli incarichi. La corresponsabilità, invece, è uno sguardo e un modo di essere; è una cura per la dimensione pastorale della comunità, che vede i compiti e le urgenze come propria responsabilità, ed è capace di attivarsi e di farsene carico, mantenendo la comunione con il parroco e gli organi collegiali della parrocchia.
Il Consiglio Pastorale, nella mia idea, è prima di tutto un luogo dove cresce e matura questa corresponsabilità. Non importa che chi ne fa parte sia già formato in questa dimensione, ma è fondamentale che chi vivrà questo incarico possa assumere questo sguardo e impersonare questo modo di essere.
In secondo luogo, il Consiglio Pastorale è un organo collegiale eletto democraticamente, composto da persone che possano insieme al parroco, dare una linea all’azione pastorale della parrocchia, e determinare una sensibilità, orientando scelte, condividendo decisioni, offrendo confronti.
Ritengo sterile l’annosa questione sul fatto che il Consiglio sia un organo “consultivo” e non “decisionale”, nel senso che questa regola formale del diritto canonico esprime solamente il fatto che il parroco ha il dovere di assumersi la responsabilità ultima delle scelte fatte e, nel caso, di esprimere le proprie riserve e di rispondere alla propria coscienza, soprattutto in ordine a mantenere la comunione con il vescovo e la chiesa locale. Non si può in alcun modo interpretare questa regola come una riduzione del valore del Consiglio, quasi che fosse solo un’assemblea per fare due chiacchiere insieme. L’apporto variegato dei singoli consiglieri – tanto più in un mondo complesso come il nostro – è decisivo e necessario, ed è una cosa che io personalmente considero fondamentale per potere fare strada insieme, come mi auspicavo il giorno del mio ingresso in parrocchia.
Perciò mi auguro che le prossime elezioni del Consiglio, che si terranno Domenica 24/01/2016 (e il sabato precedente) al termine di tutte le messe, siano il più possibile partecipate e sentite come momento fondamentale e di grande coinvolgimento da parte di tutti coloro che sentono come “propria” la comunità delle parrocchie di Santa Maria e di San Valentino.

Don Davide




La gratitudine della vita

La prima domenica dopo Natale è dedicata alla famiglia di Gesù, la Santa Famiglia di Nazareth. È un riconoscimento per Maria e Giuseppe, che pur disorientati dalla grandezza dell’opera di Dio, hanno accettato di accoglierla e compierla, e di custodire il loro bambino.

Il vangelo di oggi evoca le molte preoccupazioni che dovettero affrontare nel prendersi cura di Gesù, come ogni famiglia nell’educazione dei propri figli. In modo particolare la paura di perderlo, la preoccupazione che la sua vita potesse essere in pericolo o minacciata. Giuseppe e Maria avevano già vissuto una terribile prova, all’inizio della vita di Gesù, quando Erode volle uccidere tutti i bambini di Betlemme. Cosa avranno potuto pensare, loro, una povera famiglia di semplici sconosciuti, di fronte alla persecuzione del re in persona. Quanti perché, quante domande, quanta paura? Quale angoscia di essere braccati, di non poter sfuggire di fronte a una cosa talmente più grande di loro?

In questi giorni di festa si ricordano molti di questi momenti difficili che accompagnano l’infanzia di Gesù, e che mettono in luce anche il terribile paradosso tra un Dio che non vuole costringere i suoi figli e vuole essere amato liberamente, e la violenza degli uomini.

Ma nella scena di Gesù al tempio tra i dottori della Legge, c’è un altro particolare importante per tutte le famiglie. I dodici anni, nella cultura di allora, erano una prima tappa verso la maturità. Le ragazze potevano essere promesse in sposa, i maschi iniziavano lo studio della Legge. In questa scena di Gesù che rimane al tempio, quindi, è simboleggiata anche la fatica di ogni genitore nei confronti dei passaggi di crescita dei propri figli, soprattutto quelli decisivi. C’è una grande gioia nel vedere questi passaggi avvenire in maniera riuscita, ma c’è sempre anche una preoccupazione data dal legame viscerale dei genitori, dall’incognito che i figli si trovano ad affrontare.

Le parole di Maria riflettono questo stato d’animo: “Tuo padre e io angosciati ti cercavamo”. La risposta di Gesù, d’altra parte, incoraggia ogni genitore: “Non sapete che devo occuparmi delle cose del Padre?”.

Ogni figlio e ogni figlia deve aprirsi a questo “destino” che noi chiamiamo l’amore del Padre, e la grande sfida di ogni genitore è quello di accompagnarli e custodirli finché questo amore non si riveli e, allora, lasciarli liberi.

Mi sembra che la festa della Santa Famiglia sia così un inno di grazie a tutti coloro che custodiscono e curano le giovani vite dei bimbi, ai genitori che fanno le notti per mesi e mesi per accudire i propri figli piccoli, che lavorano con fatica per una vita intera per promettere futuro, che si impegnano per offrire possibilità, risorse ed educazione finché ad ognuno non si riveli il proprio “destino”, la chiamata dell’amore del Padre.

La gratitudine nei confronti di chi origina, ama e custodisce una giovane vita, non sarà mai troppa. Celebriamo la festa della Santa Famiglia, proprio dopo Natale, per questo.

 Don Davide




Il Giubileo, le periferie e Betlemme

«Betlemme, così piccola fra i villaggi di Giuda…» (Mi 5,1). Non era certo un centro importante, Betlemme, tuttavia lo diventa perché è la patria del re Davide: da piccolo paese sconosciuto alla periferia di Gerusalemme, diventerà addirittura città regale.

Ancora più sconosciuta era Nazareth, che non è mai citata in tutto l’Antico Testamento. L’inizio del racconto dell’Annunciazione a noi sembra molto solenne, ma in realtà il fatto che un angelo sia mandato a una ragazza sconosciuta di un paese sconosciuto, ha del sorprendente. L’unico tratto di quel racconto che evoca qualcosa di importante, è il riferimento a Giuseppe, della casa di Davide, anche se era una dinastia in decadenza.

In questi racconti di Natale, così, le periferie geografiche e ancora di più quelle esistenziali salgono alla ribalta. Nazareth diventerà il luogo dove il Verbo si fece carne (Gv 1,14), Betlemme, niente di meno che la città del Messia. Una dinastia decadente ritrova la sua regalità, una ragazzina di provincia diviene la regina e sovrana dell’universo.

Ci può essere messaggio del Vangelo che rappresenta al meglio quale sia la sfida della Chiesa di oggi, nella quale papa Francesco e il vescovo Zuppi ci chiedono di impegnarci?!

Il Giubileo esige che noi esercitiamo la misericordia, per riportare tutti coloro che sono ai margini al centro, per esercitare la nostra dignità cristiana di re, profeti e sacerdoti e per ridare dignità regale a coloro a cui è stata ingiustamente sottratta.

Il viaggio di Maria che oggi contempliamo, mentre va a visitare la cugina Elisabetta, sia dunque il modello di questo spostamento che siamo chiamati a compiere verso gli altri.

L’itinerario di Maria in questi primi capitoli dei vangeli dell’infanzia è entusiasmante: Maria si muove da Nazareth a una periferia montuosa della Giudea, poi torna a casa, va a Betlemme, poi Gerusalemme, poi di nuovo a Nazareth. Da periferia a periferia, poi verso il centro e ritorno. Come se Maria volesse trascinare tutto con sé in un unico grande viaggio, nel quale, di continuo, fa la scoperta di Dio e della verità che Dio le restituisce sulla sua vita: «Benedetta!» «Benedetto il frutto del tuo grembo!» «La madre del Signore»…

Se sapremo accogliere la grazia del Giubileo e gli “spostamenti” che ci chiede di compiere, sicuramente faremo una rinnovata esperienza di Dio e della verità di noi stessi.

Don Davide




Siate sempre lieti….ma proprio sempre!

La liturgia di oggi, quasi sfidando le nostre fatiche, ci invita alla gioia. «State sempre lieti» (Fil 4,4) incoraggia San Paolo e, come se anticipasse le nostre obiezioni, insiste: «Ve lo ripeto ancora: state lieti! Non angustiatevi per nulla!» (Fil 4,4.6).

Non angustiarsi per nulla?! Ma come si fa?!

Ecco il regalo di questo Natale: la possibilità della gioia. Una gioia che non è legata alle circostanze esterne, ma a una fiducia che prende dimora in una zona molto profonda di noi stessi.

Qual è questa fiducia? È la fiducia di un cammino. Alle folle che chiedono a Giovanni Battista come si debbano preparare ad accogliere il regno di Dio imminente, il Battista risponde semplicemente di mettersi nella disposizione di migliorare il loro vivere. Non è una né una proposta impraticabile, né una richiesta volontaristica: si tratta, per Giovanni, di riconoscere il piccolo passo che ci sta davanti e farlo senza indugio, con determinazione.

La grazia di questo umile cammino è che ci dispone alla purificazione dei nostri atteggiamenti e delle nostre vite, e quindi alla conversione. L’immagine del ventilabro richiama infatti l’azione dello Spirito, che soffia per togliere dalle nostre esistenze tutto ciò che non porta un frutto buono.

Perciò, possiamo ascoltare ancora con rinnovata gratitudine l’invito del profeta Sofonia: «Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore in mezzo a te è un salvatore potente!» (Sof 3,17).

Noi possiamo gioire perché siamo sicuri che il Signore ci tiene in cammino. Nessuno ci chiede di essere perfetti, neanche Dio. Lui vuole che non stiamo fermi, che non demordiamo, e che non perdiamo la fiducia che la nostra vita è guidata da lui.

L’unica perfezione che ci viene chiesta è questa tensione del desiderio, questa speranza di essere come Dio Padre, compassionevoli, teneri, capaci di raccogliere nel nostro il cuore dell’altro. Una grande poetessa polacca, W. Szymborska, ha scritto una volta un verso perfetto per esprimere l’empatia, il sentire con il cuore dell’altro: «Senti come mi batte forte il tuo cuore». Ecco, questa è la perfezione che dobbiamo cercare. Per il resto, possiamo gioire e avere la fiducia di camminare, senza paura, solo con la preoccupazione di continuare a muoverci verso Gesù che ci chiama e che, prima ancora, ci viene incontro.

In questa domenica, la prima con il nostro nuovo vescovo Matteo, chiediamo di poter essere una chiesa capace di questi sentimenti, gli stessi che impariamo da Cristo, e di poter essere noi stessi una comunità gioiosa e di fare gioire per questo il nostro pastore.

Don Davide




Una settimana davvero speciale

Con la voce di Giovanni Battista che ci invita alla conversione e a fare l’esperienza del perdono dei peccati, entriamo in una settimana davvero speciale per tutta la Chiesa e per la Chiesa di Bologna.

Questo martedì Papa Francesco aprirà la Porta Santa in San Pietro a Roma per inaugurare il Giubileo Straordinario della Misericordia; sabato, invece, accoglieremo il nuovo vescovo Matteo Maria Zuppi, che dopo la celebrazione eucaristica aprirà la Porta Santa nella nostra cattedrale.

Il papa ci ha consegnato l’intento programmatico di questo anno, nell’interpretazione sintetica del Concilio che ci ha proposto nella bolla di indizione dell’anno santo Misericordiae Vultus (MV): «I Padri radunati nel Concilio avevano percepito forte l’esigenza di parlare di Dio agli uomini del loro tempo in un modo più comprensibile. Abbattute le muraglie che per troppo tempo avevano rinchiuso la Chiesa in una cittadella privilegiata, era giunto il tempo di annunciare il Vangelo in un modo nuovo. Una nuova tappa dell’evangelizzazione di sempre» (MV 4). La misericordia è la chiave sintetica di questo “nuovo” stile, è «l’architrave che sorregge la vita della Chiesa» (MV 10).

Senza mezzi termini, papa Francesco afferma che «tutto nell’azione pastorale della Chiesa dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti […]. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole» (MV 10).

Mi pare di particolare rilievo, in questo tempo d’Avvento, ricordare che «misericordia è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro» (MV 2). L’Avvento, tempo di attesa, è tempo soprattutto di attesa della misericordia di Dio, di incontro col suo perdono e rinnovamento a partire da esso.

Chi desidera cambiare vita? Chi desidera avere la pace? Si faccia avanti! È il tempo della misericordia!

Anche la presenza di un nuovo vescovo si iscrive in questo segno della misericordia di Dio per la sua – in questo caso, nostra – Chiesa.  Per capire quali siano i sentimenti di un vescovo per la diocesi che gli viene affidata, potremmo rileggere le parole di Paolo nella II lettura di questa domenica, rivolta “col cuore in mano” ai Filippesi, sua comunità prediletta e amata. Soprattutto, vorrei ricordare queste parole: «Quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia» (Fil 1,4). Ci auguriamo che il vescovo Matteo possa dire lo stesso della sua Chiesa di Bologna, ma allo stesso tempo vogliamo fare nostre queste parole:

«Caro vescovo,

quando preghiamo per te, lo facciamo con gioia, a motivo del tuo prezioso servizio al vangelo. Siamo persuasi che il Signore che ha iniziato in te quest’opera buona, la porterà a compimento. Perciò preghiamo che il tuo amore cresca sempre di più, perché tu possa raccogliere a piene mani i frutti che ti aspetti dalla tua Chiesa ed essere lieto e contento del tuo ministero» (cf. Fil 1,4-11).

 Don Davide




Promesse di bene e gioia d’Avvento

Già un anno che sono da voi (dovrei dire: da “noi”). Mi metto davanti alle letture di questa Prima Domenica di Avvento e sento come – ancora una volta e sempre – la Parola di Dio, prima di essere letta, è lei stessa che legge la nostra vita: «Io realizzerò le promesse di bene» (Ger 33,14). Mi chiedo: “Ho ricevuto il bene?”. Rispondo: “Sì”.

È un sì senza alcuna retorica, senza effetti di circostanza, animato dall’entusiasmo inaspettato di riconoscere una comunità, come la tua comunità, quella che prima di tutto ti ha accolto e ha fatto lo sforzo di volerti bene e che a un certo punto riconosci con una punta di calore nel cuore come la tua famiglia.

Forse non si riesce ad esprimere fino in fondo quanto sia difficile – quando un prete cambia – per il prete, voler bene a volti ancora sconosciuti, per i parrocchiani, voler bene a un prete che comunque risulta sempre un “usurpatore”. All’inizio ci si mette soprattutto una grande disponibilità, una disposizione interiore fatta di accoglienza e affetto regalato… poi viene il momento, che vale la bellezza di tutto il ministero, in cui riconosci alcuni dettagli e alcuni stili come usuali e dici: “Ok, sono a casa”.

In questo anno, mi ha accompagnato l’immagine di don Valeriano, fedelissimo, nella sua sedia in fondo alla chiesa, come un esperto capitano che dal suo punto di osservazione tiene d’occhio le peripezie del mozzo diventato timoniere. Il giovane marinaio, dalla sua, è furbo: sa che l’oceano di oggi, con l’effetto serra e i cambiamenti climatici, è molto più difficile di una volta, e quindi sa che è una fortuna indescrivibile essere in due lupi di mare sulla barca, piuttosto che uno solo. È una grazia navigare avendo le spalle coperte e con la certezza che, se ci sarà la bonaccia o i venti contrari, mentre tu tieni il timone, qualcuno saprà sistemare le vele, senza sprecare parole.

Quale preghiera migliore per questa esperienza che spegne la sua prima candelina, che rubare le parole di Paolo nella seconda lettura? «Il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, per rendere saldi i vostri cuori nella santità» (1Ts 3,12-13).

In uno scenario cosmico preoccupante e sconvolgente, tale che molti “muoiono di paura” (Lc 21,26), mi auguro che, quale comunità cristiana, possiamo essere saldi nella fiducia, senza paura (come ha dichiarato papa Francesco in questi giorni), e decisi a tenere il capo ben dritto levato verso la speranza. Per fare questo, Gesù ci chiede di esercitare il discernimento educando lo spirito. Perciò, cerchiamo di sfruttare questo prezioso tempo di Avvento, per riassaporare il gusto di un atteso, sorprendente e intimo incontro con lui.

Don Davide




Esercizi spirituali

In vista degli esercizi spirituali parrocchiali il 27-29/11/2015, sull’Agenda parrocchiale di questa domenica e della prossima, proponiamo due riflessioni: la prima su cosa sono gli esercizi spirituali; la seconda sul come si inseriscono nel percorso della nostra parrocchia.

 Gli Esercizi Spirituali sono un’opera di Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, in cui il grande santo riversa tutta la sua esperienza riguardo alla vita spirituale e al discernimento interiore. Attraverso un metodo molto rigoroso, fatto di piccole meditazioni e di veri e propri esercizi dello spirito, lungo un itinerario che dura ben quattro settimane, l’autore propone un percorso di purificazione e di vera e propria rinascita, in modo da poter seguire Gesù Risorto senza catene e con maggiore autenticità e slancio.

I Gesuiti propongono ancora oggi gli esercizi spirituali nella forma classica, fatta di quattro settimane consecutive di ritiro e di profonda meditazione, anche se c’è una versione “aggiornata” in cui si possono fare le quattro settimane separatamente, nel corso di un anno o più.

Da questa ricchissima tradizione spirituale, la Chiesa ha ricavato un metodo, che è diventato una via privilegiata per la formazione spirituale di tutti, presbiteri e religiosi, ma anche laici.

In genere, quando oggi si parla di esercizi spirituali, si intende un periodo prolungato (può essere una settimana o qualche giorno) di meditazione e preghiera in un clima di silenzio costante, in modo da poter conservare la massima concentrazione e permettere alla Parola di Dio di risuonare in tutte le sue vibrazioni.

Negli ultimi decenni, il Card. Carlo M. Martini, è stato insuperabile maestro di un ulteriore rinnovamento del metodo e della forma degli esercizi spirituali. Martini ci ha insegnato a meditare, interrogare la nostra vita e pregare a partire dall’ascolto attento della Bibbia, facendo sintesi tra la lunghissima tradizione della Lectio Divina (di origine monastica) e la grande sapienza di Sant’Ignazio riguardo alla vita interiore e al discernimento spirituale.

In questa esperienza, come si vede, risulta fondamentale la guida di una persona esperta, un “maestro” nella vita dello Spirito e nella predicazione.

Da questo tesoro della vita ecclesiale si sono moltiplicate svariate esperienze che cercano di tradurre l’intuizione degli esercizi spirituali nella vita concreta delle persone e delle comunità parrocchiali. Non tutti infatti sono abituati a prendersi due o tre giorni di ritiro, a meditare il Vangelo nel silenzio e a pregare a lungo… e non tutti, semplicemente, possono farlo in mezzo ai tanti impegni della vita quotidiana, del lavoro o della famiglia.

Perciò la nostra parrocchia ha deciso di proporre un’esperienza calibrata sulle esigenze di tutti, in cui poterci mettere in ascolto e chiedere allo Spirito Santo di farci fare “un po’ di strada” sia personalmente, che come comunità.

Si tratterà di due momenti di meditazione guidata e di preghiera personale, il venerdì sera e la domenica pomeriggio, più – per chi vorrà – uno spunto personale per la giornata del sabato, dove ci daremo appuntamento per la preghiera dei Primi Vespri, che sono anche l’inizio del nuovo anno liturgico.

Domenica prossima proveremo a condividere qualche riflessione su come si inserisca questa proposta nel nostro cammino personale e parrocchiale.

Don Davide

e l’Azione Cattolica parrocchiale