Senza rumore di fondo

Il rumore di fondo

Spesso si afferma che il Natale sia un periodo di raccoglimento e di stupore, ma la realtà contemporanea sembra allontanarsi da questa idea. L’atmosfera magica che dovrebbe caratterizzare questo tempo viene infatti alterata da almeno tre elementi: la frenesia delle feste mondane, il suono stridente delle parole provenienti dal potere e la dimenticanza del vero protagonista della festa, in favore di decorazioni neutre e sticker di Babbo Natale.

Questo rumore di fondo si contrappone al raccoglimento della celebrazione cristiana.

La liturgia

La liturgia reagisce a tale disturbo proponendo la figura di Giuseppe, ricca di significato e di delicatezza, come esempio e modello per vivere il Natale in modo autentico. Di questa figura emerge un dettaglio particolarmente significativo, già condiviso durante il ritiro di Avvento.

Il racconto evangelico rassicura il lettore: Giuseppe viene confermato dall’angelo, in sogno, sulla decisione giusta da prendere. Sebbene il testo non specifichi quanto a lungo Giuseppe abbia vissuto il suo dilemma, si presume che abbia trovato serenità dopo la rivelazione. Tuttavia, rimane aperta la domanda su quale fosse il rumore di fondo che circondava la gravidanza di Maria e la nascita di Gesù: malignità, risolini, prese in giro?

La delicatezza divina

Nonostante queste supposizioni, il vangelo di Matteo offre una lettura alternativa, caratterizzata da una finezza rara: Dio avvolge Maria e Giuseppe con una delicatezza particolare in un momento di difficoltà. Maria, infatti, si accorge di essere incinta prima che la gravidanza sia visibile; secondo Luca, è Elisabetta a rivelarle la notizia, pochi giorni dopo l’annuncio dell’angelo. Giuseppe viene a conoscenza della gravidanza, ne è turbato e necessita dell’intervento rassicurante dell’angelo. Il racconto suggerisce che Giuseppe voleva sciogliere il vincolo in segreto, segno che la situazione non era ancora nota pubblicamente.

Un dialogo intimo

Il testo lascia intuire l’esistenza di un dialogo intimo tra Maria e Giuseppe, senza descriverlo direttamente: Giuseppe scopre la gravidanza da Maria stessa. Successivamente, ispirato dal sogno, Giuseppe accoglie Maria nella sua casa. Questo passaggio poteva avvenire rapidamente, considerando che i due erano già sposati e impegnati.

L’azione di Giuseppe non protegge solo dalla condanna, ma anche dalle possibili malignità:

quel figlio sarebbe stato un dono di Dio, segno di fertilità e benedizione. Così, Maria avrebbe dato subito un figlio maschio a Giuseppe (fattore rilevante per la cultura del tempo). Si può cogliere, in tutto ciò, una cura nascosta e preziosa.

Un testo molto significativo immagina Giuseppe rivolgersi a Maria con queste parole: “Non so quale sia il posto dove devi andare, non so che strada dovrai fare e perché, ma so che io sono stato scelto per farla con te, per proteggerti e darti una casa.” (Silvia Vecchini, Myriam, p. 256)

Il simbolo di un Natale autentico

La cura di Giuseppe, che con gesti concreti protegge Maria e la loro famiglia dalle meschinità, dalle malelingue, dalla grettezza e dal rumore di fondo che non ha nulla a che vedere con la voce di Dio, diventa così il simbolo di un Natale vero. Che questo esempio ci ispiri a rifugiarci in un amore e in un silenzio che ci permettano di fare spazio al dono di Dio.

Don Davide




La sapienza del Vangelo

“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,3).

A metà dell’Avvento il Vangelo ci fa fare un bilancio: stiamo attendendo la persona giusta? Lo stiamo facendo nel modo giusto?

Per capirlo, il nostro sguardo deve riconoscere ciò che accade sotto i nostri occhi. Come già domenica scorsa – meravigliati da un mondo che non assomigliava affatto al nostro – anche oggi Gesù indica cose che sembrano molto differenti da quelle che più facilmente attirano la nostra attenzione.

Il mondo è pieno di segnali indicatori del Vangelo,

quelli che ci tengono sulla strada buona per raggiungere l’appuntamento con lui.

Gesù comanda: “Andate a riferirlo” (Mt 11,4). Per meglio rendersene conto, dunque, dobbiamo anche testimoniarlo.

In questa semplice settimana di vita ecclesiale, io ho visto volontari fare il loro servizio con una dedizione professionale, persone sensibili scegliere i regali di Natale in favore di iniziative o associazioni benefiche, una chiesa diocesana festeggiare con affetto il decimo anniversario del proprio vescovo, giovani riunirsi in preghiera per preparare spiritualmente la festa, una coppia amorevole celebrare felice il sessantesimo anniversario di Matrimonio, offerte tanto generose quanto discrete alla parrocchia e tanti altri gesti di bene, piccoli e grandi.

Questi segni sono come un profeta e un messaggero: ci indicano dove guardare.

Scrutando con attenzione, lì saremo condotti a intuire la sapienza del Vangelo.

Don Davide




Tutto aggiustato

Nei giorni dell’Avvento guardiamo un mondo ribaltato, strano, spettinato.

Guarda, c’è un branco di agnelli intorno a un gregge di lupi! E che tenero quel leone che rumina scuotendo la sua criniera maestosa! Ho sempre sognato accarezzare un orso, così pacioccone dietro all’apparenza feroce! E che carini quei bimbi che giocano con i serpenti come se fossero scoubidou.

Mi stropiccio gli occhi, perché non sono abituato. Oppure c’è troppa luce, e io mi sono appena svegliato?

Il potente prende decisione eque per gli umili della terra: non manda i ragazzi del suo paese a fare la guerra, non abusa di un territorio non suo. I finanzieri studiano sistemi favorevoli ai poveri, e i politici non pensano a essere rieletti, ma si preoccupano di scelte impopolari a favore delle fasce più deboli.

Ma davvero è tutto vero?

Chi inganna e chi saccheggia smetterà. La fede non sarà più sminuita o presa in giro, anzi in molti desiderano conoscere Dio e coltivare autenticamente una vita interiore.

Cosa più sorprendente di tutte?!

Che la radice sarà un vessillo.

Ciò che è profondo sboccerà e si leverà in alto.

Quello che si vede sarà frutto di ciò che è profondamente coltivato, ci sarà coerenza e unità fra dentro e fuori, vera autenticità. Le azioni sgorgheranno da buone intenzioni.

Il seme promesso del vangelo porterà il suo lieto frutto.

Mi piace questo mondo sotto-sopra, ma non disordinato. In realtà è sopra-sotto: il Cielo è sulla terra e quindi tutto più aggiustato.

Don Davide




Sempre con gratitudine

Un verso di una poesia che mi folgorò fin dal primo momento recita così:

“Nei fiumi a nord del futuro getterò le mie reti” (Paul Celan).

Per noi dell’emisfero boreale, l’espressione “a nord del futuro” indica qualcosa che sta più in alto del futuro, oltre. Gettare le reti lassù, o fin là, indica un’iniezione di speranza non calcolabile, una visione piena di coraggio e fiducia.

È la stessa che mi infonde il profeta Isaia, quando spinge il suo sguardo “alla fine dei giorni” (Is 2,2) e vede il trionfo della pace e della giustizia, realizzato dalla parola del Signore, che da quel futuro di bene ci viene incontro per guidarci passo passo a realizzarlo.

Inizia l’Avvento, e mi sembra che tutto ci sproni con un’energia inedita a un nuovo slancio.

“È tempo di svegliarci dal sonno” (Rm 13,11). “Venite camminiamo nella luce del Signore!” (Is 2,5). Mi sembra che il Signore suoni la carica.

Mi sento in profonda sintonia con queste esortazioni.

Sono undici anni che sono con voi e non mi sono stancato, anzi ho voglia di guardare avanti, di osare con voi pensieri profetici e tanto tanto scambio di bene, di amicizia e di affetto.

“È ormai tempo di svegliarsi dal sonno” è anche l’incipit della Regola di S. Benedetto, che intuì la sua vocazione come una chiamata ad essere protagonista di un passaggio epocale, dalla fine decadente dell’Impero Romano al nuovo modello del monastero, che aprirà la nuova epoca suscitando generazioni di santi.

Ho ascoltato questo testo per la prima volta almeno trent’anni fa; nonostante tutto questo tempo, suona ancora come se fosse la prima volta, con la stessa potenza, come quando ascolti la tua canzone preferita e non ti stanchi di apprezzarne la bellezza.

Ognuno di noi sa di avere fatto della strada nella vita:

ogni vita a qualunque punto ci troviamo, dai ragazzi ai più attempati, non siamo gli stessi di prima. Il Signore ci ha condotto così un po’ più vicino a lui, alla salvezza, alla sapienza, ad avere un cuore modellato e più morbido. Un nuovo giorno è vicino. Possiamo indossare le armi della luce: i progetti, l’entusiasmo, la voglia di vivere, di incontrare e di amare.

È ciò che mi ripropongo ancora di fare, ricordando il passato e pensando al futuro.

Così mi trovo a guardare indietro e avanti, sempre con gratitudine.

Don Davide




La Chiesa madre

Nella festa della dedicazione della Basilica Lateranense, celebriamo il legame con la Chiesa.

Ricordiamo quando abbiamo sperimentato la Chiesa come madre, e la gioia di appartenere alla Chiesa. In genere ciò non accade quando pensiamo alla Chiesa come istituzione o al Vaticano… ma quando gustiamo la comunità concreta a cui apparteniamo, fatta di legami, di incontri e di momenti memorabili, oppure quando pensiamo ai piccoli e grandi santi della porta accanto, ai preti di strada e della carità, ai missionari che portano l’amicizia della fede nei posti più difficili del mondo.

Ci sono molti motivi per essere orgogliosi di questa Chiesa,

quando celebriamo il nostro legame in Cristo, ben al di là di questioni mondane e istituzionali.

Poi questa festa pone una sfida per ciascuno di noi: quella di essere noi stessi artefici di una chiesa madre e non matrigna, costruttori di una comunità affettuosa, accogliente e attenta, capace di includere, ascoltare e dare speranza, come fa una mamma quando i figli hanno bisogno.

Quando pensiamo al bene che abbiamo vissuto nella Chiesa, e alla parte di bene che possiamo fare noi,

allora sentiamo il desiderio di essere uomini e donne veramente ecclesiali,

protagonisti insieme agli altri della costruzione di un edificio spirituale, pietre vive e vivificanti in questo faticoso cammino nel mondo.

Don Davide




Alleniamoci a dire grazie

“Alzati e va, la tua fede ti ha salvato.” (Lc 17,19)

Giunge a ciascuno di noi, da parte di Gesù, l’invito a rialzarsi e a mettere in moto una vita rinnovata.

Nel vangelo si parla di una vita bloccata dalla lebbra, simbolo di molteplici situazioni di blocco. Il lebbroso, al tempo, era escluso dalla comunità, dal culto, subiva anche uno stigma morale. Gesù cancella tutte queste cose dall’ambito religioso, ma rimane il portato simbolico delle sue parole: siamo chiamati a una presenza più attiva in comunità, a celebrare la liturgia con rinnovata presenza e partecipazione e anche a celebrare il perdono, magari dopo tanto tempo che siamo stati lontani dalla confessione.

C’è, però, un particolare sottile nel racconto evangelico, che rende il tutto ancora più ricco e più prezioso. Gesù pronuncia queste parole dopo che il lebbroso è tornato da lui per ringraziare.

Quell’ex lebbroso è l’unico che si è preoccupato di esprimere gratitudine e l’ha sentito come un bisogno.

Gli altri sono rimasti più preoccupati di loro stessi e di un certo formalismo religioso.

Dunque, è possibile “risorgere”, “rimetterci in cammino” e “rinnovare la nostra vita” solo dopo che abbiamo fatto spazio alla gratitudine: si tratta di esercitare la nostra capacità di riconoscere i doni di cui siamo oggetto, il bene che ci avvolge, la gentilezza delle persone, le parole che ci rivelano l’amore di Dio.

È un regalo, e allo stesso tempo una virtù da allenare.

Alleniamoci a dire grazie, ma anche a riconoscere il valore della nostra vita e le grazie, le benedizioni e le fortune di cui siamo oggetto. Allora ascolteremo meglio anche le parole di Gesù, e saremo certamente più pronti a seguire il nostro cammino.

Don Davide




Pace efficace

Quanto mai attuale la prima lettura del profeta Abacuc di questa domenica, sbigottito per la violenza dilagante, oppresso dall’iniquità a cui bisogna assistere e dall’oppressione di una manica di potenti del mondo, sciagurati che destabilizzano sistematicamente l’ordine della giustizia e della pace, il rispetto delle persone e la dignità della vita.

La Parola di Dio, però, attesta un termine.

Questo è il messaggio consolante, che allo stesso tempo indica una precisa vocazione e responsabilità di ciascuno di noi, quando leggiamo questa parola e tentiamo di accoglierla con cuore sincero. È una guida per costruire la pace, la proposta di un modo alternativo di comprendere i rapporti tra le persone, la vita sociale e civile, le relazioni internazionali e la convivenza tra i popoli.

Il profeta dice “è una visione che attesta un limite”:

c’è dunque un limite posto alle brutture a cui dobbiamo assistere,

la violenza, la guerra scatenata su popoli e persone inermi, il riarmo che impoverisce scuole e ospedali, la tracotanza intrisa di falsità di chi detiene il potere.

Questo limite è posto da chi accoglie il vangelo della pace, costringe prima di tutto se stesso a convertirsi, rifiuta categoricamente la logica della violenza e del potere, intraprende azioni, uno stile e una vita intera di edificazione e non di distruzione.

Abbiamo la responsabilità di essere noi stessi questo limite,

ciascuno nella sua missione di vita.

Il limite, inoltre, è posto da Dio stesso.

Un Dio non imparziale e non inerte.

In questo caso c’è una condanna precisa: “Soccombe colui che non ha l’animo retto” (Ab 2,4). Non bisogna porsi nella posizione del giudice degli altri, ma la parola di Dio delinea anche un confine oggettivo che dobbiamo tentare di indicare, col rischio di sbilanciarsi, di fare approssimazioni, di lasciare fuori qualcosa, persino di sbagliarci. Ma dobbiamo dire che chi scatena una guerra, chi ha la responsabilità di farla iniziare per primo, se non si pente e non si converte radicalmente, soccomberà: il Signore spiegherà la potenza del suo braccio (Lc 1,51). Chi lancia missili su abitati civili o droni su persone inermi, soccomberà di fronte al giudizio di Dio: il Signore li disperderà, saranno anime perdute (Lc 1,51). Chi viola il servizio dei volontari, laici, religiosi, medici, operatori umanitari, soccomberà: il Signore innalzerà gli umili (Lc 1,52). Chi schiavizza e affama le popolazioni – bambini, donne, uomini e anziani – chi priva un altro essere umano dell’acqua potabile – l’acqua, primogenita della Creazione di Dio! – chi sottrae ai bisognosi le minime cure fondamentali a cui ogni creatura ha diritto, soccomberà, senza appello: il Signore ricolmerà di beni gli affamati e rimanderà i ricchi per l’eternità a mani vuote (Lc 1,53). I potenti, che mentono impunemente e spocchiosamente ai popoli a cui devono rendere conto, soccomberanno: il Signore rovescerà i potenti dai troni (Lc 1,52).

Il Signore Gesù ci esorta ad essere al nostro posto, quando è il momento necessario.

Ci sono molti modi per servire il Vangelo e costruire la Pace, che corrispondono alla vocazione vissuta con spirito di servizio di ciascuno di noi, vigilando sul fatto che il nostro agire sia purificato dalla radicalità delle parole di Gesù, soprattutto che non vi siano violenza, privazione della dignità, del diritto e della libertà delle altre persone, e esercizio autoritario del potere.

È davvero un bene che cerchiamo di valorizzare ogni gesto, azione e stile legittimo di pace, accettando che la pace è espressione di un arcobaleno di sfumature e di possibilità, laddove esse siano purificate da un autentico discernimento e da un vero sforzo per il bene comune. Non permettiamo alle forze del Diavolo – il Divisore per eccellenza, colui che è menzognero fin dal principio – di sfruttare la difficoltà e la delicatezza del momento per dividerci e strappare i tanti fiori diversi e i tanti fili d’erba che stanno crescendo a trasformare il deserto.

È davvero il momento di riascoltare insieme le parole di don Tonino Bello, uno dei più grandi e radicali profeti dei nostri giorni:

In piedi, costruttori di pace!.

Don Davide




“Graziosamente”

Lettera aperta

Ci sono alcune parole che rendono migliore la vita.

“Grazie” e il campo semantico ad essa associato è una di queste, uno di quei termini che fanno accadere un miracolo: con qualcosa di pronunciato e sentito nel cuore, l’esistenza propria e degli altri prende luce.

Grazie: della stessa radice di grazia, gratitudine, grato, gratis, grazioso, gradito…

Tutte queste sfumature riflettono i sentimenti che voglio esprimere nei confronti di ciascuno e ciascuna di voi, che avete contribuito alla riapertura della chiesa, avete reso possibile questa impresa e avete partecipato alla festa.

Tutti gli eventi di Shekinà sono stati suggestivi e maestosi, ma in modo particolare la celebrazione con il vescovo ci ha stupiti per la partecipazione debordante, il desiderio di sentire la chiesa come nostra e la volontà di rallegrarci insieme.

Vorrei che sentiste personalmente da parte mia quell’abbraccio che testimonia il nuovo confessionale, o il senso di pace e tenerezza che si prova quando si sosta con calma davanti al Trittico In memoria di me.

E per sperimentare che cosa significa la gratitudine, vi invito a fermarvi appena dentro alla porta di ingresso, quando è illuminato il soffitto della chiesa, per contemplare la volta centrale: la figura della Madonna con gli angeli trasmette tutto l’indicibile che solo con l’arte si può, intimamente, fare intuire.

Don Davide




Shekinà

È un vero peccato che nei mesi che hanno portato al completamento dei lavori e mentre ci avviamo alla conclusione di Shekinà, il governo di Israele abbia deciso di deturpare la memoria della ricchissima tradizione spirituale del popolo ebraico, con scelte geopolitiche folli, violente, illegali e deliberate, che creano immani sofferenze a persone inermi e innocenti.
Lo affermo perché Shekinà – come ormai sappiamo – è un termine di quella ricchissima tradizione spirituale nella sua veste migliore, che esprime tutto il contrario di quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza, ossia indica il fare spazio di Dio all’altro, al diverso da lui, infinitamente meno potente di lui, perché Dio vuole stare insieme alla Creazione, al mondo, nella via della piccolezza e della comunione.

Shekinà assume così anche un senso di reazione all’impotenza,

e si unisce a tutte quelle grandi e piccole iniziative che ci spingono a non rassegnarci all’orrore e ad alzarci in piedi e fare qualcosa, qualsiasi piccola ma potentissima cosa per costruire la pace.

Il piccolo grande gesto di una chiesa che riapre,

per essere un luogo di amicizia, di incontro e di pace, dopo gli anni della nostalgia e della chiusura, laddove i potenti invece dividono e distruggono, è un atto profetico in questo orizzonte.
Ce lo siamo ripetuti tante volte, in questi giorni: non solo la gioia di una comunità cristiana per il proprio spazio celebrativo; ma

una festa di tutti, per un simbolo molto più potente di noi – la chiesa restaurata –

che unisce bellezza, arte, spiritualità, meraviglia, fede, passione, creatività, carità, accoglienza, amicizia, testimonianza e sollecitudine per i giovani.

Esprimo la più autentica gratitudine

al grandissimo numero di persone, professionisti/e, tecnici/he e volontari/e che hanno contribuito alla riuscita di questa impresa e ai momenti di festa di questi giorni, o che semplicemente li hanno accompagnati e sostenuti con simpatia e partecipazione, magari con costanza nel tempo, con una parola di incoraggiamento o con una preghiera.

So che lo sforzo è stato tanto. Spero che la ricompensa più grande sia la vostra stessa soddisfazione e la condivisione con le persone che amate e la vostra comunità.

Don Davide




Un respiro tra le case

Shekinà – Insieme per la riapertura

Con grande piacere e con una certa trepidazione, con questa edizione speciale della newsletter, vi proponiamo il programma definitivo di Shekinà – Insieme per la riapertura di S. Maria della Carità, un percorso di eventi studiato per valorizzare tutto il territorio impreziosito dalla chiesa e i soggetti che animano il nostro quartiere, e per coinvolgere nella partecipazione e nel protagonismo un ampio numero di persone, tutte e tutti coloro cioè che desiderano incontrarsi in amicizia in questa dimensione aperta, ispirata alla benevolenza di Dio che fa spazio al mondo.

Questi appuntamenti servono per scoprire che la chiesa non è un luogo a sé,

ma respira tra le case e le strade degli uomini e dialoga con la creatività,

il ricamo, la musica e il canto, l’arte, lo spettacolo, lo sport, il ballo, mentre ispira tutte queste cose e con esse si arricchisce reciprocamente.

A nome del comitato organizzatore, vi invito a partecipare, a lasciarvi coinvolgere, a cogliere le occasioni, a chiamare gli amici, i giovani e i ragazzi, perché la festa della riapertura della chiesa di S. Maria della Carità – questo tesoro del nostro quartiere – sia davvero una festa di famiglia e di tutti.

Don Davide