Lettera aperta ai giovani e alle giovani

Care amiche, cari amici,

scrivo a voi, ragazzi e ragazze, giovani e giovanƏ adultƏ che siete “passatƏ di qua” – dalla parrocchia, intendo – in qualche momento della vostra vita.

Fra poco ci sarà un’occasione molto importante per tutte e tutti,

la riapertura della chiesa di S. Maria della Carità, dopo più di due anni di restauro.

So bene che per molte e molti di voi “Chiesa” fa rima con “vecchiume” e che la Chiesa, alcune volte, vi appare o vi è apparsa impresentabile. Già il fatto che io vi scriva, invece che fare un reel su Instagram o su TikTok è prova di questa distanza, come se voi aveste cinque minuti di tempo per leggere, invece che 20 secondi per un videino… (ma pensateci bene… sarei ridicolo!). Nonostante ciò,

voglio che vi sentiate invitati e attesi come per una festa importante di famiglia,

che riguarda voi e la vostra casa.

Abbiamo fatto di tutto, infatti, per cercare di stemperare quel vecchiume che non sopportate,

e di far percepire che c’è una comunità viva che non guarda all’età e in cui il vecchio lascia spazio al nuovo. Abbiamo cercato di rendere i simboli vitali e i tesori del passato qualcosa che abbiano valore e significato per il futuro.

Insieme a voi,

vogliamo che la chiesa non sia un luogo di antiquariato,

ma un propulsore di buone relazioni e di pace.

I parroci ne sono custodi per un po’ di tempo, ma poi vanno in un altro luogo.

Invece la chiesa sarà sempre la vostra chiesa.

Anche quando andrete a studiare dall’altra parte del mondo, oppure sarete professionistƏ affermatƏ fuori dall’Italia; anche se costruirete la vostra vita in un’altra città… qui ci sarà sempre la chiesa della vostra famiglia, magari dei vostri nonni, quella in cui avete fatto i sacramenti accanto al cortile dell’estate ragazzi e, forse, qualcunƏ vorrà tornarci per sposarsi o dovrà tornarci per dire ciao a una persona cara. Oppure sarà stata proprio la chiesa della vostra università, quella che vi lascerà sempre la nostalgia per i mitici anni del vostro “orizzonte fuorisede”.

Non pensate alla chiesa come allo spazio sacro dove un prete noioso propone dal pulpito regole morali impraticabili. Vivetela come un luogo-rifugio, un luogo-amico, dove si può stare tranquilli a pensare alla persona amata, al primo o all’ultimo bacio dato, dove lasciare le preoccupazioni per il prossimo esame e magari – perché no?! – chiedere l’aiuto “da casa” al buon Dio, oppure dove leggere il proprio libro preferito nella penombra che lo rende ancora più suggestivo, o ascoltare la canzone che ti fa sognare nelle cuffiette (e no, non è una profanazione!), o infine cercare di capire che cavolo fare della proprio vita e delle proprie scelte quando le cose sono più incasinate del solito.

Tu puoi passare davanti alla chiesa migliaia di volte senza accorgertene, senza neppure degnarla di uno sguardo, ma lei è lì, senza problemi, senza risentimenti, e appena vuoi varcare la soglia, la trovi accogliente, uno spazio aperto per tuttƏ.

Lì dentro c’è un amico. Sei accolto, sei accolta. La tua esistenza è benedetta. Puoi essere artefice e costruttore di pace.

Don Davide




Fermenti

Qui nel quartiere S. Felice ci sono ancora, manifesti, i tratti della settimana più vacanziera dell’anno, forse perché il segnale dell’Assunta, ravvicinato alla domenica, offriva un invito implicito a “scatenare le ferie”, fatto sta che quella sensazione di quasi deserto, di non trovare un bar aperto o di trovare invece parcheggio e pure facilmente è particolarmente forte in questi giorni.

Tuttavia, è già scattato il conto alla rovescia per la riapertura della chiesa di S. Maria della Carità, stavolta speriamo senza intoppi o sorprese.

In questi due anni è stato fatto molto, tantissimo: il consolidamento di tutte le volte e di tutte le strutture del coperto e il tetto. Sotto, il restauro di tutte le volte, le pareti della navata centrale, del presbiterio e della controfacciata, la ristrutturazione di tutte le parti danneggiate dal terremoto. Inoltre il rifacimento completo dell’impianto elettrico, delle luci e dell’amplificazione audio. Infine (nei prossimi giorni) l’arredo liturgico, la collocazione del trittico In memoria di me di Ettore Frani (2017) su un supporto definitivo, e l’installazione del nuovo confessionale artistico, con opere inedite dello stesso Frani all’interno, che per ora non sveliamo.

Qualcosa da fare rimane. Nella cappellina della B.V. della Salute proseguono i lavori e a ottobre vedremo ricomparire piccoli mobili ponteggi (decisamente più snelli e che non impediranno l’utilizzo regolare della chiesa) nelle quattro nicchie.

Nelle messe festive di questo mese cercheremo di prepararci,

ossia di cogliere dalle letture come il Signore ci guida a prepararci spiritualmente a questo bell’appuntamento della riapertura della nostra chiesa più grande, quale significato abbia per una comunità cristiana riaprire una chiesa dopo un restauro così impegnativo e a quale missione ci chiami.

Allo stesso tempo, abbiamo voluto che fosse un’occasione per coinvolgere tutti,

per farli sentire orgogliosi della chiesa principale del quartiere e “a casa” tra le sue mura, o alla sua ombra. Così abbiamo organizzato tanti appuntamenti sotto il nome di Shekinà, questa parola che fa parte della migliore tradizione spirituale ebraica e che indica lo spazio (anche fisico) che Dio crea, per accogliere le persone e invitarle alla comunione con sé.

Uno spazio disponibile, quindi, creato apposta perché altri vi possano entrare e sentire il richiamo di un’amicizia, che apre alla bellezza e al mondo spirituale.

Ora siamo in fermento con tutte le piccole e grandi cose che rimangono per predisporre al meglio gli eventi di festa e l’appuntamento del 14 settembre.

Spero che tutti abbiano voglia di partecipare,

di invitare gli amici e le amiche, di andare a stanare chi è passato di qua, chi negli ultimi anni ha alzato gli occhi in chiesa per vedere solo le reti di protezione e ha sospirato, chi ricorda qualche momento speciale passato in questa comunità.

Spero che il 14 settembre, e i giorni prima, siano una festa sentita e l’occasione di ritrovarsi, per una volta, davvero tutti e sentirsi parte di questa comunità.

Don Davide




Shekinà

L’invito per la riapertura della chiesa

Con questa ultima newsletter prima dell’estate, abbiamo il piacere di invitarvi a Shekinà, la serie di appuntamenti ed eventi che accompagneranno l’inaugurazione della Chiesa di S. Maria della Carità, a settembre.

Shekinà è un termine della tradizione spirituale ebraica, che esprime la benevolenza di Dio che fa spazio all’uomo, e mentre crea questo spazio, lo abita per invitare l’uomo alla comunione con sé.

Shekinà, dunque, indica uno spazio sacro, ma non separato, un luogo dove si trova Dio, ma condiviso e abitabile.

Per questo motivo è stato usato anche per esprimere la dimora stessa di Dio. Anche se non si trova nella Bibbia ebraica, il concetto di shekinà traduce, ad esempio, il momento in cui Dio con la sua gloria, attraverso il segno della nube, occupa la Tenda del Convegno, nel libro dell’Esodo (Es 40,34-38). Ma la shekinà è espressa anche nel Vangelo di Giovanni, quando si dice: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), oppure ancora quando Gesù dice: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

L’ultima grande visione della shekinà si trova nel libro dell’Apocalisse, laddove si dice: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini!” (Ap 21,3), e questo abitare di Dio in mezzo ai concittadini della città santa viene indicato come l’esito della storia.

Con questo titolo abbiamo voluto esprimere che

la riapertura della nostra chiesa vuole essere un’occasione di festa condivisa.

Shekinà quindi non riguarda solo la bellezza del nostro spazio celebrativo rinnovato, ma un desiderio di amicizia e comunione, alle quali ci spinge proprio il fatto di avere un centro spirituale. Per questo ci sono varie iniziative che sono mirate ad allargare il coinvolgimento anche del quartiere, delle associazioni e dei soggetti del territorio.

Speriamo che l’impegno possa essere apprezzato e che ci sia tanta partecipazione, per sentire che la chiesa di mattoni è davvero un tesoro per tutti, come la Chiesa di persone vuole essere un luogo di amicizia e un invito all’incontro con Dio per tutti.

Don Davide

 




Il Padrone dei cappellini

Una storia di Estate Ragazzi

Nelle lande desolate e remote, quando ancora la neve ammantava di bianco le colline, furono forgiati i cappellini.

Decine di cappellini, centinaia di cappellini, migliaia di cappellini colorati. E furono inviati ai piccoli degli uomini, per quando il sole sarebbe tornato alto nel cielo.

In tutte le contee e le contrade, i figli degli uomini erano allegri, perché i cappellini riflettevano il verde della natura, il giallo della luce, il rosso del fuoco e il blu dell’acqua.

Ma tutti furono ingannati perché fu creato il Nero Cappello:

un cappello per dominarli e al Padrone incatenarli.

Fu così che mentre i cuccioli indossavano il loro cappellino colorato, invece che essere spensierati e giocare allegramente, il Nero Cappello metteva in loro l’assillo per la vittoria e il potere logorava i regni, che si consumavano nella competizione e nella battaglia.

Quando arrivò la carestia delle merende la situazione cominciò a degenerare.

Il Regno Felice fu l’ultimo ad essere oppresso dal Padrone dei cappellini, protetto com’era dalle Due Torri di Samac e di Grada. Ma quando la Torre di Samac cominciò a danneggiarsi per l’usura del tempo, allora il Padrone dei cappellini, fiutando il momento, prima mandò i suoi eserciti a distruggere le strade del Regno, poi sferrò l’ultimo attacco, costringendo tutti i bambini sotto il suo oscuro potere.

Ma una banda di eroi coraggiosi decise di opporre resistenza

e si radunarono in Consiglio in Gran Segreteria, ospitati dalla padrona di casa CrisCris, che lì aveva piantato le sue radici: l’elfa Anna, della tribù dei Dantoni, l’elfa Alexia, della tribù più Antica, e l’elfa Federica, signora delle Renne, insieme a una creatura temibile, ma coraggiosa e benevola, metà Leone e metà Lupo. Infine, l’hobbit Daniele, allegro buontempone, ignaro della missione.

Crearono dunque un esercito, votato al bene e alla giustizia, rivestito del manto verde degli Elfi, signori degli elementi della natura, per sconfiggere il potere del Nero Cappello.

Molte prove dovettero affrontare:

il sole incandescente e la sete atroce, le comunicazioni rese impossibili dal Nemico, la pioggia pungente che li spaventava a morte, l’ipnosi dei cellulari, l’ostilità degli abitanti delle valli, le rivalità e le battaglie crescenti.

L’esercito verde addomesticò le aquile e cavalcò i delfini, imparò a camminare sugli alberi e giunse allo scontro finale nelle Paludi di AquaJoss, dove non c’erano né squadre né cappellini e gli abitanti del Regno Felice ritrovarono la consapevolezza che era più bello giocare insieme che litigare.

Il Nero Cappello fu allora gettato nella Piscina delle Onde e affondò e il potere del suo Padrone fu distrutto.

Ora i cappellini risplendono

dei loro colori raggianti, finalmente liberi di portare il nome del loro cavaliere, di proteggere dal Sole e di dare nuovi colori al Regno Felice. Anche le vestigia della Torre di Samac cominciano ad essere ripristinate e presto saranno ristabilite.

Adesso, pieni di gratitudine, tutti ricordano le imprese della Compagnia del Cappello, ma attenzione… un nuovo pericolo si addensa all’orizzonte, minacciando fratture nel Regno, ostilità, guerre e battaglie: c’è ancora il buffet.

Don Davide




Le chiavi della fede

Uno spunto dalla festa del Corpus Domini

«Vi ho trasmesso, innanzitutto, ciò che anch’io ho ricevuto.» (1Cor 11,23)

La fede cristiana è questione di ricezione e trasmissione. Lo è “innanzitutto”: prima di ogni altra cosa ci dobbiamo porre il problema di questa comunicazione.

Proprio questa “tradizione” (dal latino “traditio”: consegna, trasmissione) è in crisi. È in crisi la Tradizione della Chiesa, di cui non si riesce a capire più il valore per l’oggi. È in crisi anche la capacità di consegnare la vita di fede da una generazione all’altra.

Guardando al giovane mondo vivace e colorato di Estate Ragazzi, ci rendiamo conto di quanto il problema sia serio. Di fronte all’esperienza giovanile, alcuni aspetti della religione, con i suoi riti, le sue regole e i suoi contenuti tendono ad apparire come i dinosauri di Jurassic Park:

qualcosa di estinto con ambizioni redivive, fuori tempo,

che è bene che stia chiuso in un recinto, perché pericoloso per la vita (e per la felicità?) del mondo “vero”.

Si chiede alla Fede una capacità di trasmissione e comunicazione che non è ancora stato elaborata e adattata, e la distanza è enorme. Me ne rendo conto personalmente quando i giovani mi dicono che è essenziale la comunicazione sui social, mentre per me sono praticamente il male (me ne guardo bene dal dirlo, perché non vorrei essere rinchiuso in un recinto con un Tyrannosaurus Rex, non sarebbe un’esperienza piacevole…).

Ci sono tentativi di essere comunicativi in modi nuovi ed efficaci, ma per lo più, sono “cringissimi” (imbarazzanti) e suscitano nei ragazzi quel misto di compassione e di pietà che a me fa veramente desiderare di estinguermi come i dinosauri.

Sono “cringe” quando non provengono dal loro mondo.

Per ricevere e trasmettere la Fede è essenziale che tutti, nell’impegno delle comunità cristiane, siano soggetti e protagonisti, non oggetti e destinatari.

Un bellissimo salmo dice: «Una generazione narra all’altra le tue opere, Signore» (Sal 144/145,4). Questo è sempre stato vero nella spiritualità ebraica e cristiana. Oggi rimane vero solo per la necessità di stare insieme anche tra generazioni diverse, impegnandosi a volersi bene e stimarsi, soprattutto da parte degli adulti, spogliandosi di quella sorta di invidia o di presunzione che ci può cogliere quando guardiamo al mondo giovanile.

Per quando riguarda la comunicazione della Fede, però, è più necessario fare spazio, dare tanta fiducia, valorizzare la loro creatività e le loro capacità e consegnare le chiavi della fede saldamente nelle loro mani, anche se a qualcuno facesse paura.

Don Davide




Seguaci

Penso al mistero della Santissima Trinità come una realtà colorata, pluriforme, dinamica, piena di amore, di amicizia e di vita; una rivelazione di Dio che insegna la cura reciproca, la bellezza dei rapporti e il servizio per un bene più grande:

niente di meno che la vita del mondo.

Questa realtà così viva si manifesta nella Chiesa, quando essa – la Chiesa – è realtà di comunione, nelle varie attività che la caratterizzano.

In questi giorni, la gioia turbinosa e festante dei bimbi, insieme ai ragazzi, alla presenza dei grandi che li accompagnano e custodiscono e alla complicità dei genitori è un buono specchio di questo modo misterioso in cui Dio si rende presente in mezzo a noi.

In questa domenica, vengono istituiti gli Accoliti nella nostra diocesi. Una buona traduzione ecclesiastica di “accolito” è “seguace”, che è un po’ diverso da discepolo. Il discepolo è alla sequela del maestro per imparare. Il seguace ha già fatto un passo in più: è coinvolto emotivamente, è appassionato di colui che segue, lo ammira e lo ama.

Il termine deriva nel mondo ecclesiastico dalla prassi liturgica: gli accoliti sarebbero quelli che seguono il vescovo, o comunque il celebrante, nelle azioni liturgiche.

Ma preferisco pensare che siano seguaci di Gesù, l’unica guida, l’unico pastore.

Noi ci stringiamo intorno a Paolo Nipoti e a sua moglie Antonella, per questo Ministero dell’Accolitato che hanno accolto in famiglia, e che suggella lo stile e la presenza nella comunità che hanno sempre avuto.

Siamo contenti di avere un esempio, perché le letture di questa domenica ci parlano della sapienza: così capiamo meglio che è sapiente essere seguaci non di una setta di fanatici, ma di questo Dio, che si manifesta nella comunione della Chiesa e nel mondo colorato, giovane, vivace e pieno di vita dell’Estate Ragazzi.

Don Davide




Affidati al Signore

Ritroviamo negli Atti degli Apostoli lo stile che stiamo vivendo in questi giorni.

Paolo e Barnaba affidano la custodia delle chiese che attraversano a dei ministri, allo scopo di confermare i fratelli nella fede.

In questi giorni che il parroco è assente, c’è un gruppo di persone, ministri e ministre, ordinati e non, che si fanno carico di confermare la comunità mettendosi al servizio nella guida della preghiera, l’ascolto insieme della parola di Dio e momenti di celebrazione comunitaria.

Secondo il racconto degli Atti, questo processo e questa comunione sono proprio quelli che permettono a chi ancora non crede di riconoscere qualcosa di significativo e ad aprire una porta di accesso alla fede anche per loro.

In questo principio di comunione vediamo il segno dell’amore di Gesù,

che in molti modi si prende cura di noi e ci fa sentire la sua presenza.

È rassicurante sapere che, nella luce della resurrezione di Gesù, ci sono molti fratelli e sorelle disposti a prendersi cura della comunità, a condividere la pratica della fede e a dare una buona testimonianza della vita fraterna in Cristo.

Don Davide




Disarmata e disarmante

Sono stati giorni emozionanti, questi, caratterizzati prima dal saluto a papa Francesco, e poi dall’emozionante trepidazione del conclave, con i suoi riti solenni e simboli suggestivi.  

Il discernimento dei cardinali (accompagnati dall’intensa preghiera della chiesa) ci ha donato un nuovo pastore: Leone XIV. Sarà buffo nella liturgia sentire dire: “Leone, il pastore del gregge”, ma proprio questa espressione mi rimanda a quel passaggio del profeta Isaia che descrive il tempo messianico, tempo di speranza e di pace: “Il lupo riposerà insieme all’agnello, il leone pascolerà col capretto…” (Is 9). Non che il nuovo papa sia il messia, ci mancherebbe, ma il suo compito è quello di testimoniare Gesù risorto, messia e Signore, come ha detto molto bene nel suo primo saluto, e di impegnarsi per quella pace che proprio il messia ha rivendicato come suo dono principale.  

La salvezza, leggiamo nella prima lettura, deve arrivare fino ai confini della terra. 

Ci sono ponti che ci collegano, nessuno è autonomo rispetto agli altri,

siamo tutti interdipendenti, e questa salvezza passa prima di tutto per un’azione di pace e di dialogo, una pace – come ha detto papa Leone (mi piace pensare all’unanimità con tutti i cardinali) – “disarmata e disarmante”. 

Le pecore del Buon Pastore ascoltano la sua voce perché lo riconoscono. Speriamo che il Leone-pastore del gregge, sia un grande ascoltatore della voce dell’Unico Pastore Grande delle pecore, per condurre anche tutti noi a riconoscerlo. 

Nessuno deve essere strappato dalla sua mano.  

Don Davide




I bimbi e il Papa

I bimbi della Prima Comunione ci aiutano a capire il valore dell’Eucaristia, e il vangelo ci regala uno spunto prezioso per meditare sull’elezione del nuovo papa.

Nel vangelo di questa domenica, Gesù risorto celebra una messa sotto mentite spoglie.

Lui è presente, sul lago c’è un piccolo peschereccio, che però è fallimentare nel suo lavoro. Risuona la parola di Gesù, allora la pesca diventa abbondante e i discepoli riconoscono la sua presenza.

È la prima delle due parti principali della messa: la liturgia della Parola. In questi pochi versetti c’è già praticamente tutto il significato dell’ascolto della Parola del Signore nell’assemblea.

A quel punto Gesù è già pronto, con un po’ di pane e del pesce. Si parla del pesce, non del vino, perché altrimenti sarebbe troppo facile l’identificazione! Invece, chi ascolta, deve pensare… Gesù non avrebbe bisogno del nostro aiuto e di quello che possiamo portare noi, però lo chiede lo stesso. Compie i gesti della cena e si vive un momento speciale di amicizia, comunione, intesa. Nessuno, a quel punto, ha bisogno di domandare alcunché a Gesù: perché tutti percepiscono la sua presenza.

È la seconda delle due parti principali della messa: la liturgia eucaristica.

I bimbi ci fanno capire il valore dell’Eucaristia, guardandola alla sua essenza:

la parola che ci fa riconoscere il Risorto e la partecipazione alla cena di Gesù, che ci dona un senso di straordinaria intimità e appagamento.

Subito dopo, poiché la liturgia è sempre attualissima, il vangelo ci spiega cosa significa eleggere un papa.

Gesù fa un micro-conclave, solo lui e Pietro, per “eleggerlo” alla guida del suo gregge. Cosa conta?!

Esattamente questo: non tanto essere migliori degli altri – Pietro non lo era affatto! – ma essere più perdonati degli altri, e perciò amare più degli altri, come disse Gesù stesso alla peccatrice perdonata. Il successore di Pietro è colui che guida la comunità della Chiesa a perdonarsi e con tutta la compassione del mondo, prendersi cura gli uni degli altri.

Don Davide




Il perdono

Cogliamo l’occasione della Domenica in albis, dedicata alla Misericordia divina, per concludere l’itinerario sull’esame di coscienza e il Sacramento della Riconciliazione. L’ultima tappa, infatti è l’assoluzione, il dono della misericordia attraverso la formula sacramentale e l’imposizione delle mani del sacerdote, che in quel momento agisce come strumento di Gesù.

La prima cosa di cui bisogna essere persuasi è che il perdono è vero, reale e completo.

Se abbiamo fatto una confessione autentica, riconoscendo i peccati che conosciamo, tutti (anche quelli che non ricordiamo o di cui non siamo consapevoli) sono perdonati.

Non bisogna più indugiare sulle cose passate e, se dopo il sacramento qualcosa di quello che abbiamo confessato tornasse a tormentarci, per scacciare questi pensieri dobbiamo ripeterci:

Il Signore mi ha perdonato/a, sono figlio/a di Dio.

Un peccato detto con umiltà e sincerità una volta, non ha più bisogno di essere confessato, a meno che non lo ripetiamo. Ci sono però persone che a tutte le confessioni chiedono ancora perdono per un peccato che hanno già detto, che magari le ha assillate nel passato, o di cui si vergognano intimamente, come se avessero paura che non è stato perdonato fino in fondo… ma non è vero! Bisogna avere fiducia nella bontà di Dio! La sua misericordia è grande e grande la sua potenza, più forte di qualsiasi peccato.

Bisogna avere sempre in mente l’immagine insuperabile di Santa Teresa di Lisieux: tutti i nostri peccati, quando sono confessati, sono come una piccola goccia d’acqua gettati nel grande braciere ardente dell’amore di Dio.

Per una buona Confessione è necessario credere fermamente nella misericordia di Dio.

Quando riceviamo l’assoluzione, si ripete quello che esprime Gesù nel Vangelo di Luca: “Io vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore” (Lc 10,18). Il peccato è perdonato, il passato è passato, noi siamo creature nuove.

Dobbiamo vivere fermamente questa verità, credendo che è l’amore di Dio che ci spinge (2Cor 5,14), l’amore che sperimentiamo nel suo perdono.

Perciò, anche se può essere difficile,

è fondamentale per il cammino spirituale vivere frequentemente il Sacramento della Riconciliazione.

Dobbiamo prepararci adeguatamente, per diventare più sensibili, e poi celebrare con fiducia il perdono di Dio che ci rinnova e ci fa sentire più intensamente il suo amore.

Don Davide