Omelia del giorno di Pasqua
Gesù è seduto sull’erba, le braccia conserte sulle ginocchia e lo sguardo perso all’orizzonte, oltre il Lago di Tiberiade, in Galilea.
Una farfalla si posa sulla sua spalla, un leprotto si avvicina per annusargli la tunica e una piccola lumaca, appena sfiorata dal suo dito, corre spedita tra i fili verdi.
Gesù è vivo come non lo era mai stato prima.
È vivo nel senso che si gode i raggi del sole, ma è in grado anche di scorgerne l’origine. È così vivo che può comunicare con le creature e sentire la linfa che scorre nelle piante. È vivo a tal punto che da lì, dalla Galilea, può essere tranquillamente presente a Gerusalemme, e cogliere lo smarrimento di Maria Maddalena davanti al sepolcro aperto, la sua corsa disordinata verso casa, gli sguardi scettici degli altri discepoli, la fretta di Pietro e Giovanni di andare a verificare alla tomba.
Così Gesù si trova per la prima volta a considerare veramente quale abisso abbia attraversato agli occhi degli uomini. Ora per lui è chiaro che la vita umana non è limitata dalla morte, ma per i discepoli non è affatto così. Non sono pronti a capire.
Non che avesse bisogno, infatti, di forzare il sepolcro, per sfuggire alla morte. Aveva lasciato la pietra aperta, solo perché era convinto che fosse un indizio per loro e che li avrebbe incoraggiati, invece Maddalena si era spaventata.
Dovrà essere più delicato, la prossima volta: aiutare lei e tutti gli altri a entrare dentro questo mistero. Sì, pensa Gesù, mentre in Galilea liscia il leprotto accoccolato al suo fianco e a Gerusalemme guarda la corsa di Pietro e Giovanni. D’ora in poi, dovrò guidarli nell’esperienza spirituale.
Appena si concentra su Pietro, Gesù si commuove. L’ultima volta che lo aveva visto, nella vita terrena, era stato dopo il canto del gallo. Aveva provato a trasmettergli tutto l’amore e la comprensione che poteva, ma si ricordava solo il pianto pentito del suo amico. Per Gesù era stata un’ulteriore sofferenza il timore che Pietro si sarebbe portato dietro il fardello del tradimento per sempre. Purtroppo gli esseri umani si rendono conto delle conseguenze del peccato solo dopo, e spesso non basta nemmeno il perdono per consolarli.
Povero Pietro! Irruento come al solito, ma poi non riesce a mantenere lo slancio per tutta la durata del percorso, come quando aveva camminato sulle acque prima di affondare o si era addormentato nei momenti importanti, o aveva promesso e non aveva mantenuto.
Ma d’ora in poi, dopo la resurrezione, Pietro sarà un’altra persona. Avrà sempre bisogno dei suoi fratelli e delle sue sorelle, dello slancio e dell’amore, ma sarà lui a dare loro coraggio e le tenebre non prevarranno su di lui e sulla comunità che dovrà custodire. Gesù ha già in mente cosa gli chiederà, fra poco: «Pasci le mie pecorelle: fallo per amore mio».
Poi Gesù scruta Giovanni, cuore giovane, occhi trasparenti, capaci di vedere oltre l’evidenza: gli bastano due teli posati là, in modo anomalo, che lui già intuisce il Mistero. Inoltre avrebbe potuto rinfacciare a Pietro che lui non aveva resistito nel momento della prova, e allargare la ferita di quel fallimento, invece, dopo avere appoggiato il capo sul petto di Gesù – la notte della cena – forse ne aveva assorbito le vibrazioni ed i sentimenti di misericordia.
Lo ispirerò – decide Gesù – perché introduca tutti gli uomini al Vangelo e quando sarà pronto gli suggerirò le parole più semplici e decisive: «Il Verbo si fece carne» e «È il Signore!».
Gesù sente qualcosa strofinargli le gambe. Guarda in basso e vede che il leprotto è ancora lì, accanto a lui.
«Non temere, piccolo amico» gli dice a voce alta, mentre lo accarezza un po’ sulla schiena. «Il Vangelo è stato piantato ed è già un grande albero, ma è soltanto l’aurora. Presto il giorno sarà pieno, e ovunque si spanderanno i suoi frutti.»
Don Davide





