Omelia del giorno di Pasqua

Gesù è seduto sull’erba, le braccia conserte sulle ginocchia e lo sguardo perso all’orizzonte, oltre il Lago di Tiberiade, in Galilea. 

Una farfalla si posa sulla sua spalla, un leprotto si avvicina per annusargli la tunica e una piccola lumaca, appena sfiorata dal suo dito, corre spedita tra i fili verdi. 

Gesù è vivo come non lo era mai stato prima.  

È vivo nel senso che si gode i raggi del sole, ma è in grado anche di scorgerne l’origine. È così vivo che può comunicare con le creature e sentire la linfa che scorre nelle piante. È vivo a tal punto che da lì, dalla Galilea, può essere tranquillamente presente a Gerusalemme, e cogliere lo smarrimento di Maria Maddalena davanti al sepolcro aperto, la sua corsa disordinata verso casa, gli sguardi scettici degli altri discepoli, la fretta di Pietro e Giovanni di andare a verificare alla tomba. 

Così Gesù si trova per la prima volta a considerare veramente quale abisso abbia attraversato agli occhi degli uomini. Ora per lui è chiaro che la vita umana non è limitata dalla morte, ma per i discepoli non è affatto così. Non sono pronti a capire. 

Non che avesse bisogno, infatti, di forzare il sepolcro, per sfuggire alla morte. Aveva lasciato la pietra aperta, solo perché era convinto che fosse un indizio per loro e che li avrebbe incoraggiati, invece Maddalena si era spaventata.  

Dovrà essere più delicato, la prossima volta: aiutare lei e tutti gli altri a entrare dentro questo mistero. Sì, pensa Gesù, mentre in Galilea liscia il leprotto accoccolato al suo fianco e a Gerusalemme guarda la corsa di Pietro e Giovanni. D’ora in poi, dovrò guidarli nell’esperienza spirituale. 

Appena si concentra su Pietro, Gesù si commuove. L’ultima volta che lo aveva visto, nella vita terrena, era stato dopo il canto del gallo. Aveva provato a trasmettergli tutto l’amore e la comprensione che poteva, ma si ricordava solo il pianto pentito del suo amico. Per Gesù era stata un’ulteriore sofferenza il timore che Pietro si sarebbe portato dietro il fardello del tradimento per sempre. Purtroppo gli esseri umani si rendono conto delle conseguenze del peccato solo dopo, e spesso non basta nemmeno il perdono per consolarli.  

Povero Pietro! Irruento come al solito, ma poi non riesce a mantenere lo slancio per tutta la durata del percorso, come quando aveva camminato sulle acque prima di affondare o si era addormentato nei momenti importanti, o aveva promesso e non aveva mantenuto. 

Ma d’ora in poi, dopo la resurrezione, Pietro sarà un’altra persona. Avrà sempre bisogno dei suoi fratelli e delle sue sorelle, dello slancio e dell’amore, ma sarà lui a dare loro coraggio e le tenebre non prevarranno su di lui e sulla comunità che dovrà custodire. Gesù ha già in mente cosa gli chiederà, fra poco: «Pasci le mie pecorelle: fallo per amore mio». 

Poi Gesù scruta Giovanni, cuore giovane, occhi trasparenti, capaci di vedere oltre l’evidenza: gli bastano due teli posati là, in modo anomalo, che lui già intuisce il Mistero. Inoltre avrebbe potuto rinfacciare a Pietro che lui non aveva resistito nel momento della prova, e allargare la ferita di quel fallimento, invece, dopo avere appoggiato il capo sul petto di Gesù – la notte della cena – forse ne aveva assorbito le vibrazioni ed i sentimenti di misericordia. 

Lo ispirerò – decide Gesù – perché introduca tutti gli uomini al Vangelo e quando sarà pronto gli suggerirò le parole più semplici e decisive: «Il Verbo si fece carne» e «È il Signore!». 

Gesù sente qualcosa strofinargli le gambe. Guarda in basso e vede che il leprotto è ancora lì, accanto a lui.  

«Non temere, piccolo amico» gli dice a voce alta, mentre lo accarezza un po’ sulla schiena. «Il Vangelo è stato piantato ed è già un grande albero, ma è soltanto l’aurora. Presto il giorno sarà pieno, e ovunque si spanderanno i suoi frutti.» 

Don Davide




Omelia Veglia di Pasqua

Gesù è chino sulla dura pietra, le sue mani ferite e guarite accarezzano la ruvidezza della materia, nel ricordo di ciò che è stato. Una volta era appartenuto a quel mondo, così concreto, ma ancora non sa di averlo attraversato per l’eterno. Stropiccia gli occhi, mentre è disorientato e cerca di capire: Cosa è successo? Dove mi trovo? 

Si era addormentato, ma era stato un sonno completamente diverso da tutti i precedenti. 

Gesù considera i contorni liquidi della stanza di roccia, che non gli impediscono però di spingere lo sguardo oltre l’oscurità di quel luogo e di vedere fuori. Ammira la campagna silenziosa e placida sotto le stelle e più in alto, sopra le stelle, vede gli angeli che stanno danzando. 

[Musica: Walzer degli angeli] 

Cosa festeggiano? Perché sono così lieti e sereni? 

 È in quel momento che la sua coscienza si ridesta completamente; adesso ricorda tutto: la tavola e la croce, l’amore e la paura, il dolore e il perdono. La discesa in un luogo oscuro e le anime di tutte le generazioni che lo prendevano per mano; la luce abbacinante e il sentiero tra il tempo e l’eternità su cui si era incamminato di nuovo per amore degli uomini. 

 Ora guarda il sepolcro dall’esterno. 

Gesù conosce il dolore con cui i suoi amici avevano sigillato la pietra, sente le grinze della loro disperazione ancora nell’aria. Erano così feriti dalla sua assenza che non poteva sopportarlo. 

Per questo vuole stare ancora un poco TRA loro.  

 Per questo ora vuole stare ancora un poco TRA noi. 

Un poco TRA noi e sempre CON noi. 

 Lui che non ha più limite negli spazi, attraversa anche i tempi. 

È qui presente: dentro la nostra chiesa, nella nostra assemblea. 

Pellegrino e migrante, fa ardere i nostri cuori senza che ce ne accorgiamo, ci abbraccia per consolarci e ci indica la via della pace: «Perdonate, praticate la giustizia, ricucite con gentilezza!» dice.  

Più di ogni altra cosa, conferma la nostra fede: non perché mostrandosi scioglie ogni dubbio – che il suo mostrarsi è sempre un’esperienza spirituale! – ma perché avere fiducia è costitutivo di un mondo migliore. 

La fede non è una cosa da bigotti fuori moda o ridicoli creduloni. La fede è una visione ampia per cuori giovani e vivi. È la sensibilità che dà alla materia del vivere la bellezza dell’eternità. 

 Ecco che Gesù si affaccia sul canale, proprio lì dove stasera è divampato il suo fuoco. Ripensa ai volti di tutti i malati che ha assistito e curato qui, in questo piccolo santuario, ai cuori guariti per l’intercessione di San Valentino. 

Adesso si sposta in via San Rocco e percorre via San Felice. Si ricorda di quando faceva compagnia ai primi fratelli di San Francesco che stavano costruendo la chiesa. Era così orgoglioso che la dedicassero a Santa Maria della Carita! 

Al contrario, aveva provato un gran dispiacere quando era stata trasformata in caserma, più per le armi, che per il suo uso profano, perché quando invece era stata utilizzata come ospedale… non gli dispiaceva affatto. Quando la chiesa veniva bombardata durante la guerra lui era lì, come adesso è a Gaza, a Kijev, fra i profughi del Darfur e nei villaggi del Kiwu fra Congo e Ruanda. 

Risorto in ogni tempo e in ogni luogo, in questo preciso momento fa l’umarell: ammira il restauro interno della chiesa della Carità e controlla se il tetto è stato fatto bene.  

Dalla cima del campanile guarda nel cielo più da vicino. 

La musica è cessata e gli angeli hanno terminato di danzare. 

Che sia finita la festa, oppure appena incominciata non fa differenza: ci sono ancora i giovani da amare, i sentimenti da intenerire, gli affetti da rinforzare; c’è ancora la speranza da rincuorare, la pace da soccorrere, e una chiesa-casa da edificare. Nessuna tentazione da quelle altezze, come una volta dal campanile del tempio, di fare magie: c’è il mondo da guarire. 

[Pausa] 

È giunta l’ora di rimboccarsi le maniche. 

Bologna, 19 aprile 2025 




Omelia Venerdì Santo

«Crocifiggilo!». 

Per la prima volta, la parola della croce viene pronunciata contro Gesù. 

Per la prima volta Gesù la sente con i suoi orecchi. 

L’essere tradito; l’assurdità di Pilato che per due volte dichiara la sua innocenza, eppure emette la sentenza di morte; l’odio immotivato che lo circonda; la violenza gratuita dei soldati; lo scherno con cui ridono della sua sofferenza: Dunque è questo che si prova, quando la croce ti arriva addosso?! pensa Gesù. 

Il dialogo si fa intimo con il Padre suo, mentre tutto il mondo viene inghiottito nel nulla. 

Dunque è questo, Padre, che provano le vittime, i perseguitati, i sofferenti, gli oppressi? 

Come osa questo male deturpare così il mondo che abbiamo creato?! 

I soldati lo costringono a prendere il patibolo sulle spalle. Il peso è eccessivo, ma più insopportabili sono il bruciore della fustigazione, il dolore dei lividi, le punture delle spine che premono sul suo capo. E poi i chiodi.   

Una tortura da fare impazzire. 

Come può un essere umano piantare chiodi nel corpo di un altro essere umano? O lame, o pallottole o schegge di bomba… Quale degrado deve accadere? Quale rovina è accaduta? 

Gesù porta quel peso volontariamente a nome di tutte le donne torturate e di tutti gli uomini torturati della storia. 

Dio non può sopportare che questo orrore accada, ma – purtroppo – solo un manipolo di esseri umani hanno il coraggio, la sensibilità e la grazia di volgere lo stesso sguardo del Padre su quell’abominio: sono quattro donne e Giovanni. Gesù li vede dall’alto. Non lo sanno, ma il loro volto è trasfigurato, come quello di Gesù dopo che era giunto sul Tabor.  

Allora Gesù dà la sua risposta a questo enigma e a questo dramma enorme: indica una madre e un discepolo. 

Nella sofferenza più piccola e nel dolore più grande, Gesù affida una madre a un discepolo e viceversa. C’è una madre, la Chiesa, che deve accogliere e consolare, e un discepolo, noi, che dobbiamo semplicemente amare. 

 Mai, mai, mai nella Chiesa ci potrà essere qualcosa che infligge un dolore simile a una croce. Mai. Se la madre e il discepolo facessero questo, la loro esistenza sarebbe vanificata: devono essere una chiesa di fratelli e sorelle. Devono essere una madre per tutti e fratelli e sorelle per tutti. 

 Gesù spalanca gli occhi brucianti un’ultima volta. È solo l’inizio della Primavera, ma al suo sguardo i campi già biondeggiano per la mietitura. Ha un desiderio fortissimo che esista una comunità così e dei fratelli e delle sorelle così. È un desiderio intenso come la sete nell’arsura del deserto. 

«Tutto il mio spirito lo do per questo: – dice Gesù – perché non ci sia mai, mai più, una persona che soffra così per mano di un altro essere umano. Non ci sia mai, mai più, qualcuno che soffre e che non sia consolato. Non ci sia mai, mai più, altra croce che l’albero della vita, al centro del giardino del mondo.» 

Bologna, 18 aprile 2025 




Omelia Giovedì Santo

La luce tremula delle candele si riflette negli occhi fissi di Gesù; il suo sguardo è rapito dalla consistenza delle cose che lo circondano: il legno della tavola, le fibre ruvide che la rivestono, l’odore di agnello arrostito, le erbe, il profumo vellutato del pane, il vino rosso rubino. 

Ha amato questo mondo abitato dai volti dei suoi amici e delle sue amiche. Sa che deve lasciarli, per un po’, e che l’interruzione di questa storia d’amore risulterà oltre modo faticosa, per loro e per se stesso. 

Prova per ciascuno di loro un amore inesprimibile, lo stesso di un genitore o di un educatore quando seguono da lontano qualcuno che farà la propria strada. 

Come faranno? 

Cosa li sosterrà? 

Come fare capire a loro quanto li ama e che non li lascerà mai soli? 

 I padri avevano mangiato la manna nel deserto: ogni giorno la quantità necessaria per quel giorno e anche lui aveva insegnato a pregare così: «Dacci ogni giorno il nostro pane necessario». Adesso è il momento di esaudire definitivamente, per conto di Dio, quella preghiera. Gesù tocca il pane, così materico, fragile, pronto a spezzarsi fra le sue mani: macinato, lavorato, impastato. È il segno ovvio ed evidente della sua presenza: «Questo sono io» dice. 

E così Gesù dà il pane, che è poi se stesso. Dà la forza per camminare, che è poi il modo di incontrarlo. 

Dopo prende il calice e prega sul vino. Sembra sangue, versato e raccolto: «Questo sono io» afferma ancora. 

 Ma loro sono sgomenti. Gesù si accorge subito che non l’hanno capito, anzi sono confusi. Messi alla prova, dubitano persino di loro stessi: «Stai parlando di me, Maestro?» domandano. Li aveva educati a rientrare nella stanza del loro cuore e a stare lì in quell’intimità al cospetto del Padre, e ora quella domanda “Sarò forse io a tradirti?” col dito rivolto verso se stessi angoscerà Gesù fino alla fine: «Giuda, Pietro o chiunque tu sia: come fai a non conoscere nemmeno il tuo cuore?!». 

Non avere paura di ciò che hai nel tuo cuore, anche se fosse qualcosa di orribile. Se lo nascondi e fingi che non ci sia, ti avvelenerà. Invece guardaci dentro, dai un nome a quello che senti, riconoscilo davanti al Signore. Fallo insieme a qualcuno che ti vuole bene. È l’unico modo per non permettere alle cose cattive di farti del male e a quelle buone di vivere. 

Tutta la storia in cui hanno creduto, tutta le promesse di Dio a cui Gesù ha dato significato sono iniziate con Dio che disse ad Abramo: «Vai verso il tuo cuore» e quel cammino non è ancora concluso, anzi è appena iniziato.  

 Ed ecco che Gesù intuisce e comprende l’ultima cosa che deve fare, non per loro, non per il mondo, ma per se stesso, e quindi per tutti: andare verso il suo cuore. 

La mamma gli aveva raccontato che era venuto da Dio e che era stato posato su un giaciglio di paglia. Per tutta la sua vita aveva plasmato la sua umanità a partire da quell’origine. Adesso può ancora decidere che tipo di uomo vuole essere. 

 Li osserva tutti con affetto enorme e tenerissimo: Pietro, Giovanni, Giuda e le donne, e decide di lavare loro i piedi. Non solo ha assunto vesti umane, lui che era rivestito della gloria di Dio, ma tra tutte le vesti umane, sceglie il grembiule. Quello sì che gli piace! Ottimo per esprimere i due significati che Gesù vuole per sé: il servizio e l’accoglienza, lavare i piedi dopo una giornata di cammino e di lavoro, quando si rientra a casa. 

Eppure, non si è mai visto un Maestro che lava i piedi al discepolo.  

Non si è mai visto un amico che lava i piedi a chi vuole tradirlo. 

Non si è mai visto un sovrano che lava i piedi alle donne. 

Nonostante ciò, Gesù si inginocchia di fronte a ciascuno, prende i loro piedi tra il suo grembiule e li lava: «Sei accolto, sei accolta. Sei a casa. Ora puoi riposarti» sussurra. 

 Il rito è finito: nella sala nessun sussurro, solo silenzio e stupore. 

«Voglio che questo sia per tutti voi, voglio che ve lo ricordiate, voglio che lo facciate in memoria di me» dice Gesù. «Di tutte le cose che ho fatto, spezzare il pane e lavare i piedi sono le due più vere. Fatele anche voi e ritroverete il vostro cuore.»  

Bologna, 17 aprile 2025 




Crocifisso e Risorto

Di fronte agli orrori che sono successi nel mondo e in Italia in questi ultimi giorni – in prossimità della Domenica delle Palme e nella Settimana Santa – avverto come un senso di pudore e quasi di imbarazzo a celebrare la Pasqua. Avevo pensato di elencare tutti gli eventi terrificanti di cui ci si può facilmente informare, ma poi la lista era troppo lunga, crudele e triste. Però li ricordo, perché vorrei avere la forza e il coraggio di non trascurare nessuna vittima, nessuna sofferenza.

In questi giorni, ho letto sullo stato Whatsapp di una mia amica questa frase che condivido: “Solo un simbolo di lutto può esprimere il dolore per ciò che succede nel mondo, in particolare la violenza perpetrata contro gli indifesi e i bambini.”

Come cristiani abbiamo attraversato quel lutto, nella grande pagina del Venerdì e del Sabato Santo: giorni di silenzio e di profondo sgomento.

Il nostro credere guarda rispettosamente al dolore e lo attraversa. Non lo svilisce e non lo banalizza mai.

Credo che sia una delle cose più forti e persuasive della nostra fede, il fatto che nella sua verità si misura con la sofferenza del mondo, perché se non fosse così – se non raccogliesse ogni pianto, ogni ingiustizia e ogni bisogno di consolazione – non mi sembrerebbe autentica e degna.

Quindi, in realtà, la Pasqua non è una gioia irrispettosa rispetto a tutto quello che accade di brutto, ma qualcosa che l’assume, lo fa proprio.

La proclamazione della resurrezione di Gesù propone un duplice messaggio: il riscatto di Dio e la responsabilità che ne deriva.

Da una parte c’è infatti l’azione di Dio, che interviene non cancellando la croce procedente, non facendo finta che non ci sia stata, ma riscattandola, schierandosi dalla parte della persona crocifissa e prendendo posizione in suo favore, innalzandola, rendendola autorevole e riconoscendole tutta la sua dignità, violata dagli altri.

Dall’altra c’è la responsabilità che ne deriva: se le cose stanno così, i discepoli di Gesù, devono prendere sul serio questo fatto, che la resurrezione di Gesù è iniziata ed è vera, ma non è ancora compiuta; molti cuori si devono ancora convertire, anche i nostri, troppe croci devono essere tolte, tantissime sofferenze consolate.

Gesù è il sole divino. La resurrezione è la vita che propaga da lui. Noi siamo i suoi raggi che devono portare questa energia ad ogni persona e in ogni parte del mondo.

Don Davide




Nella Passione di Gesù

Nella passione di Gesù riscopriamo la nostra vita, una storia in cui specchiarci per trovare un riscontro e un significato.

Tutti possono confrontarsi con questo racconto, identificandosi con i sentimenti di Gesù, con quelli dei discepoli, con i personaggi che fanno la parte dei “nemici” o con le persone che seguono da spettatori più o meno coinvolti la vicenda che porta alla sua crocifissione.

Passione, come sappiamo bene è un termine che ha due significati.

Quella di Gesù è una storia di amore e di sofferenza. Così Gesù vuole stare vicino a tutti coloro che amano con passione, che hanno una passione e che soffrono una passione, ma la offrono con fiducia.

Tutti cerchiamo in queste cose un significato per noi.

Nei giorni santi, Dio ci fa la grazia della comunione, di fare della nostra vita un dono e di compiere i passaggi necessari.

Lo spunto di questi giorni così importanti della Settimana Santa è che l’illuminazione per la nostra vita non ci verrà solo dal ragionamento, ma dal cercare Gesù per sentirlo vicino, dal desiderare noi essere vicini a lui, e lasciare che lo sguardo nostro verso di lui e il suo sguardo pieno di amore verso di noi ci aiuti a comprendere meglio noi stessi, la Chiesa nella quale cresciamo e la storia che stiamo vivendo.

Don Davide




Due femminicidi e uno evitato tanto tempo fa

Ci sono momenti, in cui bisogna lasciarsi interpellare dalle cose che accadono, e non andare avanti per la propria strada. Bisogna sospendere tutto, cambiare i propri programmi, mettersi in discussione.

Avevo pensato di concludere questo percorso di istruzione sul Sacramento della Riconciliazione parlando dell’assoluzione e del perdono, ma lo farò qualcuna delle prossime domeniche.

Oggi voglio ricordare Ilaria Sula e Sara Campanella,

vittime dell’ennesimo femminicidio ad opera di uomini maschi. Voglio ringraziare le migliaia di donne, ragazze, giovani e adulte, che in questi giorni hanno riempito le piazze per ricordare, per manifestare e per protestare, insieme ai maschi che hanno scelto di farlo con loro.

La sera in cui si è avuta la notizia anche dell’uccisione di Ilaria Sula, ero con il gruppo giovani. Ci sono tantissime ragazze della stessa età delle due vittime: mi sono chiesto cosa proverei se accadesse a una di loro e mi è stato subito chiaro che quel medesimo dolore lancinante mi deve raggiungere, colpire e scandalizzare per ogni vittima di femminicidio e mi deve spingere a fare anch’io la mia parte di maschio, di uomo adulto, di prete, di guida di una comunità, di rappresentante della Chiesa.

Ci sono due macro-coincidenze che mi spingono ad allargare la riflessione.

Questi ennesimi femminicidi sono accaduti mentre si parla di armi, armi, armi… La Nato propone di portare la spesa militare al 3% del PIL… che per l’Italia significano circa 66 miliardi di euro, che corrispondono alla metà di quello che si spende per la sanità pubblica in crisi, la stessa cifra di quanto si spende per temi sociali e famiglia e di più di quanto si spende per l’istruzione.

La violenza è sistemica.

C’è quella del patriarcato (sì, noi uomini maschi ce ne dobbiamo fare una ragione: il patriarcato c’è, c’è ancora purtroppo, è ancora pervasivo) e c’è quella che permea fin dalle prime idee (distorte) la capacità di concepire la società. Bisogna sradicare entrambe, e insieme, altrimenti l’una continuerà ad allungare i suoi tentacoli sull’altra.

Inoltre, questa riflessione la propongo nel giorno in cui il Vangelo ci presenta una scena eloquente su questo orrore del femminicidio, una scena che toglie ogni dubbio su come si schieri il Vangelo, su come si posizioni Gesù e su quale sia il criterio interpretativo di una religione che vuole richiamarsi al suo nome.

Gesù insegna nel luogo più santo di tutti, il Tempio. Mentre lui insegna, degli uomini maschi assetati di sangue, invece che imparare, lo sfidano. Già qui c’è una chiara dichiarazione di intenti del racconto:

capite bene cosa c’è da imparare.

«Gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio»: uomini maschi in posizione di dominio sul corpo di una donna. La “conducono” come se fosse un oggetto. Mi immagino la scena: l’avranno trascinata, convinti di avere ragione, e la “pongono nel mezzo” esposta al ludibrio, certi di essere nel giusto. Forse l’evangelista ci vuol dire anche che con questa donna nel mezzo, tutti i maschi circostanti potevano più facilmente puntarle il dito contro: «Questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio». E l’uomo, il maschio, dov’è? Per lui lo stigma non è previsto?

E non è adulterio questa violenza che loro esercitano su di lei? Non è adulterio la violenza di ogni maschio, contro ogni donna?

Si crea così una scena che dovrebbe ispirarci in maniera assoluta a dire “mai più”.

C’è una donna esposta nel mezzo, un cerchio di maschi che l’accusano, le puntano il dito contro e vogliono morte in nome di Dio (qui oltre all’adulterio c’è la bestemmia).

Il gesto di Gesù, unitamente alla frase che pronuncia, significa: guardate alla violenza che è dentro di voi. Il problema è il vostro adulterio, la vostra violenza e il vostro peccato: voi, gruppo di uomini maschi, in posizione di potere attorno e sopra il corpo di una donna e la sua persona. Questa è la posizione fondamentale per affrontare il problema dei femminicidi di oggi:

educare i maschi, contro la cultura patriarcale.

In più Gesù, puntando il dito per terra, afferma che nemmeno lui ha l’autorità, né mai si vorrebbe prendere il potere di giudicare quella donna e il suo corpo. Bisogna capire bene e con attenzione il dialogo fra lui e la donna: Gesù, infatti, non dice una frase del tipo: “Io ti perdono, va e non peccare più…”, ma prima di tutto chiede: «Nessuno ti ha condannata?». Che vuole dire: decidi tu della tua vita. Solo dopo, quando lei entra nel dialogo, Gesù le conferma che nemmeno lui vuole e può stare in quella posizione, e le indica una via possibile di vita (così va intesa l’esortazione di Gesù).

Mi unisco alle istanze di tutte e tutti coloro che – donne e uomini – vogliono che non ci sia più violenza di un maschio su una donna e di un essere umano su un altro essere umano. E, ascoltando il Vangelo, capisco che per questo impegno possiamo seguire Gesù, ma che siamo solo ai primi timidi e incerti passi rispetto alla grandezza della sua giustizia e della rivoluzione che lui dovrebbe avere portato.

Don Davide




La penitenza e la richiesta di perdono

Al termine della Confessione, il sacerdote esorta il fedele a confidare nell’amore di Dio e può dare qualche indicazione per il cammino spirituale. Infatti, il Sacramento della Riconciliazione vissuto in questo modo è sempre anche un modo per coltivare e fare crescere la propria vita cristiana.

Ricordatevi – ma ricordatelo soprattutto ai confessori! – che questo momento non deve essere una sgridata o, peggio, un giudizio, ma – secondo la bellissima espressione della tradizione della Chiesa – un tribunale di misericordia.

Quando il confessore affida la “penitenza”, quindi, non è per dare una «punizione», ma per orientare a vivere e ad esprimere la riconciliazione che si celebra con il sacramento.

La penitenza è il termine tecnico dell’impegno personale di guarire un po’ la parte di mondo che abbiamo ferito con il nostro peccato, sospinti dall’entusiasmo per il perdono.

La penitenza è una parte del Sacramento della Riconciliazione, anche se si compie quando è finito e non durante.

Il confessore è tenuto a dare la penitenza, perché il sacramento è una cosa seria e richiede proprio di vivere il rinnovamento che celebra, perciò se il confessore ci affida una penitenza impegnativa, non vuole dire che noi siamo stati particolarmente cattivi, ma che siamo particolarmente incoraggiati dall’amore di Dio.

Dopo la penitenza, il sacerdote chiede l’atto di dolore. Anche la parola “Atto di dolore” è un termine tecnico, che indica la preghiera di pentimento, che siamo esortati a fare per concludere la nostra confessione.

Siamo certamente “addolorati” dai nostri peccati, ma non dobbiamo confondere l’espressione “atto di dolore” come una cosa che ci distragga dalla certezza e dalla consolazione dell’amore di Dio. Siamo pentiti, questo sì. Perciò, noi in parrocchia preferiamo usare l’espressione “preghiera di pentimento”, sapendo cosa si intende.

La preghiera di pentimento deve essere sincera e dobbiamo sentirla nostra e personale.

Può essere breve o lunga, tradizionale o innovativa, l’importante è che esprime la nostra richiesta di perdono e la confidenza nella misericordia di Dio, che si afferma sempre come assoluta.

Il rito prevede otto bellissime formule oltre a quella tradizionale del Concilio di Trento, ma possono essere usate anche altre preghiera: qualche versetto di un salmo, la preghiera di San Francesco davanti al Crocifisso di San Damiano, una preghiera di un santo. L’importante è che la sentiamo nostra, possibilmente che la impariamo a memoria, e che esprima la nostra serenità nel sapere che Dio ci ama e ci perdona.

Sinceramente, non so come mai dopo la riforma del Concilio Vaticano II abbiamo continuato a insegnare solo l’Atto di Dolore, che presenta almeno due espressioni difficili e ambivalenti. Ma il rito stesso, come dicevo, prevede tante altre belle formule, che riportiamo qui sotto (solo sul web), in modo che chi lo desidera possa essere aiutato a sceglierne una e a impararla per questo impegno di celebrare bene il Sacramento della Riconciliazione.

Don Davide

Scarica le Preghiere di pentimento (solo per il web)




Riconoscere e confessare i peccati

Il passaggio del ringraziamento ci ha permesso di essere consapevoli dell’amore di Dio e di vedere dove si concentra e si manifesta in modo particolare.

A partire da queste cose, proprio le cose che abbiamo individuato nel ringraziamento, ora possiamo con verità indagare il nostro peccato.

Lo possiamo fare, innanzitutto, perché siamo liberati dalla paura e dalla preoccupazione

di salvare la faccia dinanzi a Dio: siamo nella luce del suo amore, siamo avvolti dalla sua benevolenza, non abbiamo perciò nulla da temere.

Lo possiamo fare, poi, perché il peccato non è uno sbaglio o un errore generico, ma è sempre qualcosa che ci allontana dall’amore di Dio che abbiamo già percepito, già conosciuto, già sperimentato.

Perciò – sempre a partire da ciascuna delle cose per cui abbiamo ringraziato – ci possiamo chiedere:
1) Ho custodito questo amore che mi ha circondato? Oppure sono stato superficiale e irresponsabile di fronte a questo dono?
2) L’ho valorizzato, oppure l’ho trascurato e l’ho dato per scontato?
3) Ne sono stato consapevole, oppure sono stato distratto e ho dedicato la mia attenzione a cose di minor conto?

Poi posso chiedermi:

Riconosco in questi segni dell’amore di Dio, una chiamata di Gesù a seguirlo, una vera e propria vocazione da corrispondere? Potrebbe riguardare il mio ruolo di genitore o di figlio/figlia, il mio ruolo coniugale, la mia dimensione professionale, la mia presenza e il mio servizio nella comunità e nella società.

Quando non ho custodito l’amore, non l’ho valorizzato, non ne sono stato consapevole; quando non ho corrisposto alla mia chiamata che emergeva da questa manifestazione di Gesù vivo e presente, lì il peccato si manifesta, e posso chiedere perdono.

Un’altra dimensione in cui posso indagare – dopo il ringraziamento – sono le cose che mi hanno fatto soffrire, piccole o grandi. Possono avere una mia responsabilità iniziale (ho fatto un’azione sbagliata che poi ha causato conseguenze che mi hanno fatto soffrire, ad esempio: non ho studiato e il professore mi ha sgridato) oppure possono essere una cosa neutra dal punto di vista morale (per esempio: ho male ai denti).
Di per sé, la cosa che mi ha procurato una sofferenza può non essere un peccato: ad esempio, non ho studiato perché ho dovuto soccorrere la nonna malata, ma il professore non ha voluto sentire ragioni. Nel caso del male ai denti, ovviamente non ho nessuna responsabilità, a meno che abbia trascurato l’igiene!

Ma nel modo in cui agisco nella sofferenza e reagisco alla sofferenza, lì il peccato si può annidare,

perché va a toccare in modo più sottile i punti del ringraziamento e della vocazione. Ad esempio: mi sento il più sfortunato di tutti perché il professore mi ha sgridato, mi abbatto e tratto male i miei amici che mi vogliono aiutare. Oppure: siccome ho male ai denti mi sento in diritto di essere scorbutico e sgarbato, o esagero convincendomi che nessuno soffre come me.

Ho fatto esempi molto semplici e banali per essere chiaro, ma spesso, attorno alle nostre sofferenze, fisiche, psicologiche, spirituali e morali, il Nemico trova molte opportunità per trarci in inganno e allontanarci dall’amore di Gesù.

Ci sarebbe molto altro da dire, sul processo di discernimento e l’esame di coscienza per smascherare i nostri peccati, ma già questo processo in due fasi (la risposta alla manifestazione di Dio e le nostre reazioni alla sofferenza) ci portano a fare una Confessione significativa e che sia un buon esercizio per il cammino spirituale della nostra vita.

La cosa importante, dopo avere riconosciuto i nostri peccati, è dirli con semplicità nella Confessione,

cercando di essere chiari, di andare al punto, eventualmente di cogliere anche cosa ci ha spinto ad agire così, ma senza volerci giustificare e senza giri di parole.

È molto più bello sentire il perdono di Dio, che si manifesta nell’amore di Gesù e scoprire che la sua misericordia ci precede, che lui sa già quello che ci riguarda, che non ha bisogno di giri di parole, perché vuole solo farci sentire che siamo accolti, restituiti alla nostra dignità, rimessi in cammino e amati.

Don Davide




Ringraziare, per preparare il perdono

Che cosa dobbiamo farne del tempo?

Questa domanda non è solo una tecnica per la confessione o un quesito ad alto contenuto esistenziale, è soprattutto la via della sapienza.

Del tempo che consideriamo, noi dobbiamo fare memoria e ringraziare.

Memoria: perché la vita non ci passi sopra senza che ce ne rendiamo conto.

Ringraziare: per abituarci a riconoscere consapevolmente i tanti motivi che rendono vivibile, bella e buona la nostra esistenza.

Dunque, per preparare bene la Confessione, facendo un’adeguata revisione di vita e un esame di coscienza profondo,

il secondo passo è ringraziare.

Nell’arco di tempo che ho individuato, identifico, focalizzo e ringrazio per tutte le cose particolarmente belle che ho vissuto e che riconosco: quelle piccole, come quelle grandi.

Posso provare a pensare a queste e molte altre domande:

  • Di cosa ho gioito particolarmente?
  • C’è stato qualche momento in cui ho sentito l’amore di Dio in modo vivo?
  • Ci sono stati traguardi attesi, cose che si sono risolte, difficoltà superate?
  • E sono consapevole delle piccole cose che accompagnano sempre la mia giornata? L’affetto, qualche amicizia speciale, la possibilità di avere sostentamento, qualche gesto gentile che mi è stato fatto…

Per ora mi fermo su questo esercizio contemplativo e grato, non mi preoccupo dei passi successivi.

Dopo posso concludere con una semplice preghiera come questa (oppure con le mie parole).

Signore Gesù,
grazie perché getti sulla mia vita
la luce del tuo amore.
Riconosco i tuoi doni e ne gioisco.
Aiutami a comprendere che attraverso di essi
mi chiami alla santità e all’amore.
Amen.

La domenica della trasfigurazione ci aiuta a posare questo sguardo sulla bellezza.

Ci aiutano, anche le occasioni di questa quaresima: gli incontri che facciamo con la comunità, e l’appuntamento con il pellegrinaggio giubilare.
Questi appuntamenti sono una grande opportunità per imparare a trasfigurare con il ringraziamento le cose che abbiamo vissuto e le emozioni e i sentimenti che abbiamo sperimentato: piccole e grandi luci, che anticipano la resurrezione, quindi il perdono, e lo preparano.

Don Davide