Il Dio piccolino

Nasce Gesù e comincia ad attrarre.

Fin dai popoli più lontani e dagli angoli più remoti della terra qualche persona sceglie di muoversi verso di lui. C’è una stella che li guida.

È una stella molto particolare: brilla luminosissima e mite, come se volesse fare luce agli altri corpi celesti.

È una stella al servizio e del servizio.

Queste persone sagge, capaci di penetrare l’addensarsi delle galassie, comunicano al re che loro vogliono seguire questo non-potere. Sono talmente genuini che non si rendono nemmeno conto che lo stanno sfidando. Invece che lusingarlo nelle sue smanie, sono interessati a un altro modo di esistere.

Nessuno, mai più potrà riaggiustare la fascinazione di quel potere violento e meschino.

Molti ancora vi si sottometteranno, vendendo se stessi e gli altri, e lacerando il mondo, ma la scelta di tutti i Magi di tutti i tempi incrina quella forza, e la frattura non potrà mai più essere ricucita. È lì che l’immenso potere di Erode ha iniziato a frantumarsi, per questo motivo non poteva tollerarlo.

Ora quella stella, la stella dell’umiltà e del servizio, guida queste persone meravigliose. Non solo li ispira, come aveva fatto all’inizio, ma li accompagna, motiva le loro scelte, decide le loro svolte.

Hanno abbandonato i loro studi, le loro biblioteche e i loro palazzi.

Ad ogni passo si fanno più piccoli, più pronti… e giungono a Betlemme come Magi bambini.

Ricordo perfettamente quando mio nipote più grande vide i suoi fratellini gemelli appena nati ed esclamò: “Cha carini!”. È la stessa meraviglia dei Magi bambini nel momento in cui ammirano questo sovrano umile, questo Dio piccolino, e sanno che quella stella non li avrebbe lasciati mai più.

La storia dei Magi è la storia di tutte le persone attratte da Gesù, un Dio capovolto, che non fa paura, non giudica, suscita tenerezza, inverte il potere e la grandezza, aiuta a scegliere l’amicizia e la pace.

Don Davide




Giubileo, famiglia e pace

Oggi in diocesi c’è la solenne apertura del Giubileo: appuntamento alle 15.30 nella basilica di S. Petronio, processione verso la cattedrale di S. Pietro e messa solenne.

La Chiesa testimonia la speranza più grande che ci offre Gesù:

annunciando ancora il perdono e la possibilità di riconciliarsi davvero, essa propone il cammino verso un mondo in pace, dove sia possibile una vera comunione.

La festa della Santa Famiglia di Nazaret si inserisce come augurio nel contesto del Giubileo. Ossia l’augurio che le famiglie possano essere un esempio di comunione e che, come indicano gli effetti del Giubileo nel capitolo 25 del libro del Levitico,

per ogni famiglia ci possa essere almeno un tempo di “tregua” dalle mille corse,

in cui godere semplicemente dell’affetto e della presenza reciproca.

Del resto anche papa Francesco, facendo eco al Giubileo nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, scrive che “la vera pace potrà nascere solo da un cuore disarmato dall’ansia e dalla paura della guerra” (Messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale della Pace, 01/01/2025).

Non possiamo in alcun modo trascurare l’urgenza della pace,

quest’anno forse più che negli anni recenti, ma il Giubileo ci ricorda che la grande Pace sgorga anche dalla capacità di vivere di più “in pace” anche nei ritmi ordinari della vita.

Questo è il proposito di questo anno, che potremmo riassumere ancora con le bellissime parole di Paolo ai Filippesi: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù” (Fil 4,5-6).

Don Davide




Dio nelle nostre case

Venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14).

La sua casa nelle nostre case, oppure, la sua persona in casa nostra.

Viene nella nostra casa, scompagina i ritmi, ci chiede di essere attenti a lui, ci rende sensibili all’ospitalità. È un ospite che rende la nostra casa diversamente abitata e rompe la routine che ci eravamo dati.

Allo stesso tempo è uno di famiglia,

ci si sente a proprio agio con lui, si può stare in pigiama e in ciabatte senza sentirsi in imbarazzo.

E quando riparte, perché è sempre in movimento, perché ci costringe a non dare la sua presenza come scontata, allora sentiamo la sua assenza, abbiamo nostalgia dei giorni trascorsi con lui e desideriamo la prossima occasione per essere ancora insieme.

Tutto questo vale per ciascuno e ciascuna di noi, per le nostre famiglie e per il popolo di Dio che è la Chiesa.

“E noi abbiamo visto la sua gloria” (Gv 1,15).

Alcune volte, però, i nostri sensi sono intorpiditi, e manco ci rendiamo conto che abbiamo l’ospite più importante di tutti.

Come alleniamo i sensi, in modo da accorgerci di lui, “in mezzo a noi”?

Come tutte le mamme, Maria, in quei primi momenti dopo il parto, si perde a guardare quel bimbo che per nove mesi ha potuto solo sentire. Metto i miei occhi nei suoi. L’angelo aveva detto: “Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo”, eppure questo fanciullo non sembra in nulla diverso da tutti i frugoletti che vengono alla luce.

Lo sguardo ora si posa sulla mangiatoia. Staccionata e paglia: qualcosa che assomiglia a un giaciglio. La percezione di Maria è cambiata. Aveva incontrato un arcangelo, ma era ancora poco. Ora è capace di vedere come il creato più semplice e umile può diventare una culla per Dio.

Forse è l’immaginazione che ci serve per vedere Dio in casa nostra.

Don Davide




Rinnovati dall’amore di Dio

Perché tutti gli anni celebriamo il Natale?

Perché sentiamo che abbiamo bisogno di essere rinnovati dall’amore. La nostra capacità di amare infatti è debole, anche se vogliamo farla crescere è insidiata in tanti modi, si arrugginisce col tempo e così abbiamo sempre bisogno di essere aiutati a recuperare lo smalto e l’ispirazione.

Il Signore, che è vicino, ci incoraggia a non angustiarci per nulla. Mentre lo scrivo, mi rendo conto quanto sia difficile. Ma proprio per questo più necessario: non angustiarsi e affidarsi al Signore.

Affidarsi è un’arte fatta di gesti pragmatici, che esprimono l’impegno a fare tutto quello che possiamo fare noi, con la fiducia che poi tutto ci verrà in dono dal Signore.

Il suo modo di rinnovarci con il suo amore è molto concreto.

Dalle parole di Giovanni Battista impariamo che è sufficiente esaminare chi siamo e cosa facciamo e valutare quale miglioramento è alla nostra portata.

Sei un esattore? Non estorcere di più. Sei un militare? Puoi decidere di non maltrattare e non abusare dell’assenza del diritto. Hai una cosa che gli altri non hanno? Condividila. Questi sono gli esempi di Giovanni Battista: è facile attualizzarli per noi. Propongo a tutti di fare l’esercizio di applicare questo esempio a se stessi.

Così ci prepariamo e ci affidiamo al Signore, perché completi per noi l’opera che lui stesso ha iniziato.

Don Davide




Da sempre, dentro al presepe

L’Immacolata Concezione ci porta al momento in cui Maria è stata concepita dall’amore dei suoi genitori, e al momento molto prima – nascosto nell’eternità – in cui è stata concepita dall’amore del Padre, come creatura libera e capace di fare spazio al Figlio di Dio.

È bellissima questa festa, che ci fa guardare indietro rispetto alla vita di questa donna. Dalla Maria ragazza nel giorno dell’Annunciazione e poi donna al fianco di Gesù suo figlio, siamo portati a ritroso fino al giorno in cui ha incominciato ad esistere, e poi ancora più in là nel pensiero benevolo di Dio.

Ci consola sapere di questo Dio che ci guarda come una mamma quando la figlia inizia a gattonare, e poi quando muove i primi passi. Questo Dio che segue il nostro percorso molto prima che noi possiamo immaginare, e con una vigilanza che ci precede di gran lunga.

Quando ho iniziato ad esistere io nel pensiero di Dio?

Quando i miei genitori hanno deciso di sposarsi, o prima, quando si sono innamorati?

Oppure quando sono nati i miei nonni?

O ancora prima, in qualche evento che non conosco che già presagiva la mia esistenza?

O sono da sempre nello sguardo del Padre, accanto a suo Figlio, Gesù, mio fratello?

Oggi ci fermiamo di fronte a questa meraviglia. La mia vita, l’esistenza di ciascuno e ciascuna di noi, voluta da Dio lungo un sentiero che si perde alle radici segrete delle montagne, o all’inizio della volta del cielo. 

Il secondo passo dell’Avvento è questo: un tornante che ci fa preparare al momento in cui in Gesù bambino si è manifestata la grazia di Dio e la sua benevolenza. Forse, in sintesi, è proprio vero:

siamo tutti, da sempre, dentro a quella scena della natività.

Don Davide

 




Gratuità e gratitudine

Fin da quando ho avuto chiarezza di averlo incontrato la prima volta, ho atteso il ritorno del Signore: non un evento cosmico o pirotecnico, ma il suo farsi di nuovo così vivo e presente nella mia vita.

Mi sono chiesto più volte dove e quando l’ho incontrato veramente:

se in un’esperienza specifica, o in un itinerario. Facendo memoria vedo molte situazioni in cui posso dire: “lì c’era il Signore”, ma so che in quel momento non me ne rendevo conto, se non in casi rari; è stato quando ci ho ripensato che ho potuto riconoscere la sua presenza. Ugualmente ci sono state esperienze prolungate nel tempo, nelle quali solo dopo ho apprezzato con chiarezza quanto il Signore mi abbia guidato e seguito.

Ad ogni “presenza”, quindi, è cresciuta la nostalgia per il suo “ritorno”, cioè per un nuovo incontro con lui, che spero mi colga più consapevole e attento.

Oggi, quindi, in questo anniversario dei miei dieci anni qui nella nostra comunità, che coincide sempre con la prima domenica di Avvento, esprimo questo desiderio che Gesù “torni” per ciascuno e ciascuna di voi, ossia che ci possa essere un incontro sempre nuovo e sempre più vivo con lui. So che il mio ministero come parroco è al servizio di questo compito: che si possa fare come singoli e come comunità esperienza del Signore risorto, come Maria Maddalena, come Paolo, come tante e tanti testimoni che ce l’hanno trasmesso.

Gesù è il motivo della nostra fede.

È lui la ragione bella del nostro credere, la sorgente positiva della nostra esistenza, la direzione libera del nostro vivere.

In questi anni io riconosco che il Signore è “tornato” tante volte, anzi, non se n’è mai andato. Per me questi dieci anni sono stati davvero un dono suo e adesso, se penso alle persone che ho incontrato, credo che in ciascuna mi sia venuto incontro lui.

Ma ho una preoccupazione.

Sono ben consapevole quanto è preziosa la vostra presenza nella comunità, la vostra preghiera, la testimonianza della vostra vita. Vorrei trasmettervi che mi accorgo delle cose, e anche se qualche volta sono magari poco attento, più frettoloso e distratto, questo non è sintomo di trascuratezza, ma solo della normale fatica del vivere, che ovviamente sperimento anch’io.

Mi preme che sia chiara la mia riconoscenza nei confronti di ciascuno e ciascuna di voi:

so che non fate quello che fate per me o per qualsiasi parroco, ma per il Signore e per la Chiesa, come è giusto che sia. Quindi non voglio sminuire la vostra gratuità. Ci tengo però a dire esplicitamente che la presenza in mezzo a voi mi ha edificato, spero educato e migliorato, sicuramente tante volte consolato. Voglio che sentiate che il mio grazie c’è, è sincero e vorrebbe colmare il divario, non per “sdebitarmi”, ma per essere sicuro che conosciate il mio affetto.

Per metà del tempo che sono stato qui, la Chiesa in comunione con papa Francesco ci ha chiesto di riscoprire la “sinodalità”, il camminare insieme. Il giorno del mio ingresso in parrocchia, nell’omelia – spaventato per il compito che mi attendeva e per una chiesa (di mattoni) che sembrava troppo grande e bella per il sottoscritto – usai proprio questa parola: “insieme”, con l’auspicio che insieme ci saremmo aiutati in tutti i passaggi da fare. Per il grande dono della liturgia, che ha il potere di trasformare le parole in vita, quell’augurio che facevo soprattutto a me stesso si è realizzato e conserva intatto, dopo dieci anni, tutto il suo valore. Per me è molto bello saperlo, perché mi fa sentire ancora l’entusiasmo degli inizi.

Don Davide




La regola della santità

Oggi che i re del mondo danno spettacolo indegno di sé, invocando il diritto di uccidere, la guerra globale e l’uso delle armi nucleari, chiunque accoglie la verità sa che c’è un altro re, che è re di un potere più vero e che non tramonta mai.

Il potere di ogni re è effimero. Anche nella espressione più alta della propria potenza, oggi si autodistruggerebbe.

Il potere di Gesù, invece, non tramonta mai.

Lui è il re supremo dell’esistenza nell’amore. Chiunque voglia vivere nel suo regno, vive liberamente di questa possibilità. I re del mondo svuotano di potere i loro sudditi. Il re dell’amore trasferisce loro il suo stesso potere.

Questa è la legge del suo regno: la santità si addice alla tua casa.

Noi, quindi, abbiamo potere di fare queste scelte, di vivere secondo questo editto: abitare questo regno, con la libertà di sentirci a casa nostra, senza paura, e soprattutto desiderosi di vivere secondo la legge della santità nell’amore.

Don Davide




La vedova e Dio

Si avvicina la fine dell’anno liturgico e, dopo il lungo itinerario di un anno alla sequela del Maestro, il Vangelo di Marco ricapitola il senso di quanto detto dalle prime parole di Gesù stesso: “Il regno di Dio è vicino” (Mc 1,14).

Gesù è venuto per dirci questo: Dio è vicino; il suo amore per noi è vicino.

E quindi noi possiamo allungare la mano per chiedergli aiuto e incontrare la sua, possiamo dilatare il cuore e sentire il suo amore, possiamo rivolgergli un pensiero e trovarlo lì accanto a noi.

Nelle letture di oggi, ci sono due donne che testimoniano questa vicinanza di Dio: la prima con sorpresa, la seconda con assoluta consapevolezza.

Non c’è troppa distanza tra la vedova di Sarepta, che non apparteneva nemmeno al popolo di Israele, e Elia, il più grande di tutti i profeti. Non c’è troppa distanza tra la povera vedova del Vangelo e Dio, nel suo Tempio.

Immaginatevi le scene: due povere donne, socialmente escluse, una al cospetto dell’uomo del momento, in grado di chiamare la siccità e sfidare il re; l’altra nella maestà del Tempio, accanto a ricchi e sapienti.

Gesù posa lo sguardo proprio su quest’ultima, e ne fa “un episodio” del Vangelo.

Dio è nelle cose più piccole. Nessuno è così povero da non potere fare l’offerta più grande di tutte davanti a Dio, ossia la propria autenticità. Bastiamo noi stessi, noi con la nostra vita. Che in realtà non è poco, anzi richiede un sacrificio grande e la disponibilità a un’offerta che vale più di tutti i soldi del mondo, perché è la nostra vita.

Ma è la nostra vita, appunto, che conta davanti a Dio: il gesto di una mano tesa, il nostro cuore proteso a lui, il nostro pensiero rivolto a Dio.

Nella corsa per il regno nessuno è avvantaggiato se non chi sa dilatare di più il cuore.

Sono giorni, questi della fine dell’anno liturgico, che nella ricapitolazione di tutte le cose e nel discernimento sapiente che ci chiede di avere, ci spingono a valorizzare tutte quelle azioni, scelte, gesti che ci fanno sentire Dio un po’ più vicino.

Don Davide




Speranza

Al centro dell’esistenza cristiana

La festa dei Santi e il ricordo dei defunti ci portano a fissare lo sguardo su ciò che è più essenziale e distintivo della vita di discepoli di Gesù: la speranza cristiana.

La speranza non è ottimismo o autoconvincimento. La speranza cristiana è un rapporto con la realtà, fondato sulla consapevolezza che il tempo presente è sempre caratterizzato da difficoltà e affanni, che possiamo affrontare mantenendo la serenità sapendo che c’è un traguardo di pace.

Speriamo per abitare il mondo con una luce.

Nella speranza il nemico più radicale di tutti è la morte. La morte ci fa paura per due motivi: per la sofferenza che spesso la precede, per l’idea che finisca tutto.

Non ci sono risposte persuasive a queste paure, se non la maturazione interiore che può avvenire in ciascuno di noi.

La prima di queste paure si affronta con la compagnia, la vicinanza, la possibilità di non essere soli. Dobbiamo quindi, a nostra volta, fare il possibile perché nessuno soffra da solo e che tutti possano affrontare il passaggio con qualcuno che tenga loro la mano.

La seconda di queste paure si affronta fondandosi sulla speranza. Prima di noi c’è stata vita, segnata da affetti che riconosciamo come i nostri avi, dopo di noi ci sarà vita, segnata da quegli affetti con cui abbiamo costruito relazioni famigliari e di amicizia.

La vita ci precede e ci supera.

Ogni tanto penso alla mia bisnonna e al mio nonno paterno, che non ho conosciuto, ma che sento come persone di famiglia, non estranei. In altre occasioni immagino come guarderebbero le cose che accadono, quelle che faccio, le persone più care che ho dovuto già salutare e mi rassereno, certo che sono rincuorati dal vedere che la vita di coloro che hanno amato va avanti.

Infine, c’è un altro particolare. Santi e beati insieme con le persone care defunte vivono l’incontro con Gesù, nella sua forma più vera e definitiva.

Ho scommesso tutta la mia vita su questo incontro,

che vivo quotidianamente nello Spirito del Risorto, ma che attendo in tutta la sua pienezza. Non posso che rallegrarmi nel saperli in questa felice compagnia.

Don Davide




Tra le consolazioni

“Io li riporterò tra le consolazioni…” (Ger 31 – I lett.)

Il principio della Pasqua – il riscatto, la consolazione – attraversa profeticamente tutta la Bibbia, anche l’Antico Testamento, e si realizza compiutamente nel Nuovo con la resurrezione di Gesù.

Come non sentire vere queste parole della prima lettura, di fronte alle esperienze dolorose che il nostro quartiere, la nostra città, le parrocchie della diocesi e tutta la regione hanno attraversato con le recenti alluvioni?

C’è stata un’esperienza di pianto, ci sarà un’esperienza di consolazione.

A patto che decidiamo di vedere, che vogliamo fermamente essere liberati da quella cecità del cuore e della mente, per cui non vediamo i rischi, non sentiamo il pericolo che corrono le persone e non abbiamo l’intelligenza di un rapporto corretto con l’ambiente.

Ancora la prima lettura, ci ricorda che ci sono “fiumi ricchi di acqua” e che sono una cosa buona: i fiumi e l’acqua da sempre sono decisivi per la vita delle persone e dell’ecosistema. È la nostra cecità a trasformarli in strumenti di devastazione e morte.

Con la tecnologia, gli strumenti, le competenze ingegneristiche e soprattutto la ricchezza che abbiamo in Italia, dobbiamo abbandonare ogni scusa, aprire gli occhi, vedere la nostra responsabilità e agire sul nostro dovere.

Questo è anche uno dei modi di rispondere alla chiamata alla santità, oggi. Solo se saremo testimoni di una promessa di vita che si costruisce a partire da qui – dalla vita che ci è donata e dal mondo che ci è affidato – potremo essere testimoni luminosi di una vita che ci sovrasta per abbondanza e pienezza, e che ci attende.

Aprire gli occhi per vedere l’invisibile.

Quando accolgo le mie responsabilità e provo di vivere la mia vocazione all’amore e al servizio, anche delle urgenze, allora la cortina che divide il passaggio fra il di qua e la luce che si irradia dall’altrove si fa più trasparente e possiamo intravedere qualcosa.

Ci saranno consolazioni.

Io so che riabbraccerò la mia mamma e tornerò a parlare di cose liete con mio papà. So che racconterò alle tante persone della parrocchia quello che è accaduto qui, dopo che loro se ne sono andate.

È la Pasqua di Gesù, che è sempre all’opera per chiamarci all’amore, per farci diventare santi e per metterci al servizio, anche quando è concreto e urgente come in questi giorni.

Don Davide