La Giornata Mondiale della Pace dell’AC

(I ragazzi del catechismo e dell’ACR vivono oggi la Giornata diocesana della Pace. Noi li accompagniamo con questa riflessione)

«Sono un fotografo di guerra che spera di essere disoccupato»: è una delle amare considerazioni che ricorrevano spesso nelle interviste rilasciate da Robert Capa, il più famoso fotografo di guerra del Novecento, testimone, suo malgrado di una serie interminabile di episodi tragici, di morti ingiuste, di dolori incommensurabili. Eppure la carriera di Capa è costellata da una miriade di presenze sui campi di battaglia: dalla guerra civile spagnola alla seconda guerra mondiale, dalla guerra arabo-israeliana alla prima guerra in Indocina, il fotografo ungherese non ha smesso mai di gettare il suo sguardo su una delle più brutali manifestazioni dell’umanità che ancora oggi continua a segnare il presente della nostra Terra. L’esperienza di Capa, testimonia come nel cuore del noto fotoreporter fosse vivo il desiderio di raccontare al mondo l’assurdità della guerra perché appunto presto ci si rendesse conto della sua inutilità ed egli potesse restare a tutti gli effetti senza occupazione. […] È lo stesso desiderio di pace che renda ancora necessario oggi celebrare e vivere un mese dedicato alla pace nei nostri contesti civili ed ecclesiali. […] Anche quest’anno l’AC vuole farsi portavoce di un messaggio di pace che proclami l’inutilità della guerra, che racconti della bellezza di un mondo senza guerre, che aiuti l’umanità a guardare a se stessa per scorgere quei barlumi di bellezza che nemmeno il più orribile dei mali potrà mettere a tacere, e che hanno il nome di solidarietà, voglia di vivere, aiuto umanitario, progetto di solidarietà.

Sguardo attento e cuore aperto In questi mesi ci stiamo confrontando con la pagina del Vangelo di Marco nella quale, dentro il Tempio, Gesù offre ai suoi discepoli un insegnamento a partire dagli atteggiamenti delle persone sulle quali si posa il suo sguardo. Nel Mese della Pace anche lo sguardo dei ragazzi, dell’Azione Cattolica vuole, per quanto possibile, farsi ancora più attento alla realtà. Anche questo possiamo imparare da questo Vangelo: è a partire dalla realtà che Gesù fa emergere tanto le contraddizioni (gli scribi) quanto i semi di Vangelo sparsi nella vita degli uomini e delle donne di buona volontà (la vedova). Davvero noi siamo invitati ad invocare dal Signore questa capacità permanente (che cioè sa andare ben al di là di un tempo circoscritto come il “Mese della Pace”) di saper osservare la realtà come il luogo attraverso il quale Dio si manifesta; come il luogo nel quale siamo chiamati ad essere segni della sua presenza; come il luogo nel quale siamo impegnati ad arginare il male, diversamente dilagante. […] Sì: uno sguardo attento è il segno di un cuore aperto!

L’invito del Vangelo ad avere “sguardo attento e cuore aperto” si traduce, durante il Mese della Pace, nell’impegno da parte di tutti a guardare alla realtà che li circonda e, in una prospettiva allargata, a quella mondiale con l’occhio di chi si fa attento ai bisogni – soprattutto il bisogno di pace – e, nel contempo, riesce a scorgere il bene, il bello laddove esso si manifesta. Per i ragazzi, quest’anno l’invito è quello di assumere uno sguardo “fotografico” per individuare l’impegno di uomini e donne che costantemente si adoperano per la pace, raccogliere le loro azioni di gratuità, di dono spontaneo di sé, di condivisione fraterna e tensione alla carità.

È proprio questo richiamo alla fotografia che genera lo slogan dell’impegno di Pace 2018: SCATTI DI PACE, uno slogan che racconta una realtà missionaria articolata e rappresenta il dinamismo del cristiano che vuole portare la causa del Vangelo fino agli estremi confini della Terra. “Scatti di pace” perché in un’era dominata dalle immagini, dai ritratti naturali o artefatti della realtà per mezzo di fotocamere e smartphone, diviene sempre più importante allenare il proprio occhio per gettare lo sguardo “oltre” (sulla scorta dell’esempio di Gesù con la vedova) e cogliere l’esigenza di pace di uomini e donne, bambini e anziani, in ogni parte del mondo. […] Ma “scatti di pace” vuol dire anche altro: il dizionario definisce lo scatto come «il liberarsi rapido e improvviso di un congegno tenuto in stato di tensione da una molla o da un’altra forza»; nel Mese della Pace, quest’anno, siamo chiamati a liberarci rapidamente da quelle situazioni che ci imprigionano nei nostri dubbi, nelle nostre insicurezze, che frenano il nostro andare incontro agli altri e scattare, muoverci, correre verso chi oggi cerca la pace per offrire il nostro impegno appassionato e generoso.

Dall’iniziativa annuale per la Pace dell’Azione Cattolica




Gratitudine sulle spalle, davanti l’entusiasmo

Sono orgoglioso di potere celebrare 100 anni di esistenza dell’Azione Cattolica nella “mia” – meglio: nostra – parrocchia. È una ricorrenza che sento non solo con quella gratitudine che si prova per le cose importanti che accadono in parrocchia, ma soprattutto come un’occasione per un ringraziamento personale per tutto quello che l’Azione Cattolica ha dato alla mia vita di cristiano e di prete.

Ricordo nitidamente l’emozione quando capii da ragazzo che associarsi consapevolmente era una via maestra per fare esperienza di chiesa. Non una via competitiva, unica o esclusiva, ma una via maestra, che mi insegnava, nel vero senso della parola, un metodo per educare, per curare la mia formazione personale, per edificare la mia comunità parrocchiale e per essere chiesa. L’esperienza da giovane di Azione Cattolica è stata la ricchezza che mi sono portato nei primi anni di seminario: un ritmo di preghiera personale, la scelta di confessarmi e farmi accompagnare nei miei passaggi, l’abitudine a qualche lettura formativa, la consapevolezza orgogliosa di avere un ruolo nella chiesa. Sono stati gli assi che su cui si è arricchita anche la mia formazione seminaristica.

All’Azione Cattolica, lego anche molte delle esperienze più gioiose e belle della mia vita da prete. Come emblema di tutte, vorrei ricordare una serata di preparazione di un campo estivo, con un’equipe eccellente di educatori e di seminaristi. Un seminarista, ormai a tarda notte, mi dice stupefatto che era rimasto impressionato dalla competenza e dalla autorevolezza con cui gli educatori proponevano chiavi di lettura e idee. Aveva colto nel segno: l’AC mi ha consegnato sempre il confronto con persone alla pari e questo è una ricchezza impareggiabile nel ministero di un prete, che permette di non clericalizzare e di amare la Chiesa. Una ricchezza che si traduce poi concretamente in scambi preziosi, amicizia e conforto.

Sento già l’obiezione nell’aria, che non è solo l’Azione Cattolica a offrire questo. È vero. Non ho nessun imbarazzo a riconoscerlo, perché ho amiche e amici carissimi, laici esemplari nella vita della chiesa e del mondo, che si sono formati negli scout o nei movimenti o solo in parrocchia. Il punto è che l’AC allena questo metodo come suo obiettivo primo e lo fa strutturalmente al servizio delle parrocchie, cioè del cammino ordinario della chiesa.

All’Azione Cattolica parrocchiale, specificamente, riconosco inoltre il merito di continuare ad essere un luogo non solo di formazione, ma anche di pensiero e di avere un affetto manifesto per i giovani e la loro formazione.

Sarei tentato di esporre cosa mi attendo e spero per i prossimi cento anni di vita della nostra associazione. Ma ci sono sfide e opportunità all’orizzonte della nostra chiesa locale più vicine, perciò vorrei provare semplicemente a tracciare alcuni auspici per questo tempo pastorale prossimo.

Dal punto di vista personale, chi si impegna nell’Azione Cattolica deve allenare la propria comprensione della pastorale della chiesa. Dovrebbe essere un uomo o una donna capace di riconoscere quali sono le dinamiche essenziali nella vita di una comunità cristiana (parrocchiale e non) ed avere l’attitudine al discernimento, a capire quali leve e quali metodi bisogna usare e quali no. Questa competenza non è clericale. Non riguarda solo le scelte di parrocchia, ma soprattutto una visione complessiva e ordinata su come concretamente il vangelo può essere testimoniato e riconosciuto all’opera. Chi fa parte dell’Azione Cattolica dovrebbe sentire questo compito come la condizione essenziale per la propria appartenenza.

Dal punto di vista associativo, auspico un gruppo di persone che sappiano ripudiare sapientemente la ripetitività del passato: che non si ancorino a formule esauste o a strutture interne più adatte a organismi come l’Onu e la Nato che a piccoli gruppi di cristiani discepoli-missionari. Desidererei, invece, uomini e donne che sappiano discernere quale sia la grande risorsa del cristianesimo nel nostro tempo: che raggiungano delle consapevolezze maturate insieme e condivise, che possano diventare esercizio comune di stile e di vita evangelica. Quali forme, quali metodi, quali linguaggi? È fonte di ispirazione la conclusione del Vangelo di Marco nell’accenno al parlare “lingue nuove” (Mc 16,17), perché il cammino del discepolo-testimone, mentre guarisce la sua stessa incredulità, gli doni anche questi nuovi “segni” per comunicare la ricchezza della fede.

In parrocchia, mi aspetto che l’Azione Cattolica sia un appoggio affidabile per accompagnare ogni cambiamento strutturale che la nostra Chiesa di Bologna dovrà fare, senza nostalgie di inutili campanilismi o barricate pastorali a oltranza. Desidero, infine, che l’AC parrocchiale sia come il motore che garantisce l’amore per i giovani: una sorta di predilezione per le loro vite, che si esprime nel desiderio di essere veri adulti, senza alcun rimpianto di giovanilismo o assurda competizione nei loro confronti. Che tutti coloro che amano i giovani delle nostre strade (non solo quelli “di parrocchia”, ma anche quelli “di fuori”) possano sapere di trovare un gruppo con cui fare squadra e e attrezzarsi ad accompagnare le giovani generazioni con tutta la custodia, l’amore e la sapienza educativa verso la loro vita adulta nel mondo.

Don Davide