Il ridicolo sasso e la tenda leggera

Abbiamo talmente impressa nella mente l’immagine del sepolcro aperto, che ci immaginiamo sempre le donne sorprese di fronte a questo segno, all’alba del mattino di Pasqua.

La nostra logica, quindi, funziona spontaneamente pensando a questa sequenza: Gesù risorge e apre il sepolcro per uscire.

Ma non è così.

Matteo, a differenza degli altri tre evangelisti, racconta che quando le donne arrivarono, il sepolcro era ancora chiuso. Solo quando loro si trovano lì davanti un angelo disceso dal cielo rotola via la pietra e vi siede sopra, in segno di trionfo su quel misero ostacolo e quasi di scherno.

FiestraGesù, evidentemente, è già risorto e non poteva essere certo un ridicolo sasso a trattenerlo nel sepolcro, lui che aveva già superato il limite più grande di tutti. La morte, per lui, è poco più di una tenda leggera, che si scosta con un lieve movimento del braccio, e non c’è parete di roccia o altro muro o rifiuto che possa contenere la sua resurrezione, la possibilità che lui ci incontri, dove vuole e quando vuole.

L’unica certezza è che Gesù non è nella morte, tantomeno – figuriamoci – nel sepolcro! Così dice l’angelo: c’è da incontrarlo; noi lo desideriamo e lui salta gli ostacoli e colma le distanze (Mt 28,6-7). Il suo potere non è incatenato.

Davvero, come abbiamo testimoniato più volte, in questi giorni, nulla resiste / a questo vincitore: / egli passa / a porte chiuse / dall’altra parte del muro.

Così, anche se il nostro cuore fosse di pietra, egli salta la dura crosta per toccare la parte morbida: è l’unico capace di farlo. Anche se ci sentiamo peccatori, e abbiamo imparato fin da piccoli che il nostro peccato è un freno all’appuntamento con Dio, scopriamo oggi che questo è vero per noi, ma non per lui. Il giorno di Pasqua ci fa una sorpresa e, con i suoi angeli, ride delle separazioni che dovrebbero impedirgli di farci sentire il suo amore.

Anche se siamo dispiaciuti per tutto quello che ci è mancato in questi giorni, o pieni di paure, Gesù ci viene incontro e ci dice: “Ciao!” (Mt 28,9) come nulla fosse.

Non svilisce le nostre fatiche, ma le rassicura con un saluto.

Dev’essere stata questa l’esperienza di Pietro sulle sponde del Lago di Tiberiade o di Saulo sulla via di Damasco, quando il Risorto li ha incontrati, perdonati e chiamati. Il tradimento, il rifiuto, la distanza… ostacoli che apparivano invalicabili si sono polverizzati di fronte alla forza della sua presenza, sciolti come neve al sole del suo interesse per i discepoli.

Forse è stato pensando a questa esperienza del Risorto, che Paolo – divenuto apostolo – ha potuto scrivere quelle parole magnifiche della lettera ai Romani: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (Rm 8,35). Vi consiglio di andare a leggere come prosegue…

Così, siamo rincuorati e consolati. Sappiamo che non sarà nemmeno una pandemia a impedire la nostra esperienza di fede e l’incontro con il Risorto. Lui ci è accanto, in tutti i nostri sforzi a favore della vita.

Sappiamo che si varcherà anche questo ostacolo. E che, nonostante le ferite e attraverso i lutti, torneremo a impegnarci nella nostra responsabilità verso la storia, peccatori perdonati, cuori inteneriti, paurosi divenuti intrepidi, sconsolati entusiasti e discepoli mesti resi felici.

Don Davide




Noi e Gesù

Il nostro vescovo Matteo ha spiegato che le palme e i rami d’ulivo erano le cose più a portata di mano che le folle avevano da sventolare per fare festa e dare onore a Gesù. Non avevano un significato religioso di per sé, anche se poi è rimasta fino ad oggi l’efficacia e la potenza di quei simboli.

Quest’anno non possiamo ripetere la gioiosa processione delle Palme e, per ragioni connesse alle limitazioni di tutte le attività, non abbiamo nemmeno i rami d’ulivo da distribuire.

Pensando che Gesù entra nelle nostre case, come entra a Gerusalemme nell’imminenza delle celebrazioni pasquali, per invitarci a fare Pasqua con lui, voglio figurarmi come lo accoglieremmo noi, oggi, non potendo preparare niente di meglio che quello che abbiamo immediatamente a disposizione.

Immagino che Gesù passi attraversando le nostre case, come se percorresse ad esempio una delle nostre strade, e noi tutti alla finestra per fargli festa. Penso che i bimbi terrebbero in mano un loro pupazzo, e le bimbe una bambola di pezza, quella inseparabile. I più grandini forse si presenterebbero con il pallone da basket in mano o con il nastro della ginnastica ritmica che viene fatto volteggiare, o con la maglietta della propria squadra di calcio preferita. Qualcuno suonerebbe con la chitarra sul balcone della finestra, qualcun altro scatterebbe foto, mi figuro qualche anziana signora che getterebbe fiori al passaggio.

Sono gli oggetti della nostra vita. Su consiglio del Vescovo, usiamo quelli per accogliere una benedizione nella nostra casa e per ricordarci che dobbiamo a tutti i costi celebrare la speranza pasquale.

In questa domenica, nella liturgia, si pone l’accento sulla morte di Gesù e si legge il racconto della sua Passione. In questa narrazione l’evangelista Matteo sembra dirci che si sprofonda in un’esperienza terribile, senza alcuna attenuazione.

Dal momento in cui Gesù è consapevole che un traditore siede alla sua mensa, ne svela la presenza e pare che tutti siano incapaci di reagire, ogni passaggio è segnato da una durezza sempre maggiore. I migliori amici si addormentano nel momento più drammatico di Gesù. Il traditore, lasciato libero di agire, lo consegna con un bacio. Tutti i discepoli scappano, lasciando Gesù solo. I sacerdoti e gli anziani del popolo mentono, sapendo di mentire, e in un crescendo terribile, prima loro, poi Pilato, infine i soldati sfogano su di lui una violenza gratuita.

C’è un passaggio micidiale, in cui persino gli astanti, pii Israeliti, citano un salmo che hanno sicuramente pregato migliaia di volte, sovvertendone completamente il significato. Il salmo è il 22; nella preghiera, il pio israelita ricorda che nel momento del bisogno i malvagi – i nemici – si fanno beffe di lui dicendo: “Si è affidato al Signore, lo liberi se gli vuole bene!”. Quanti abitanti di Gerusalemme avranno trovato conforto, nelle fatiche e nelle delusioni dei loro giorni, in quel salmo! Eppure, vedendo Gesù lo citano come uno sfottò. “E’ proprio come dice il salmo: Si è affidato a Dio, lo liberi lui se gli vuole bene!”. Così, quelli che avevano usato quella preghiera per consolarsi e per affermare la vicinanza del Dio di Israele, lo citano come se legittimasse l’oppressione dell’umile, la presa in giro, e negando l’esistenza del loro Dio! E senza rendersene conto!

Infine, Gesù crocifisso rifiuta la bevanda drogante, per non essere stordito e affrontare tutto il dolore lucidamente. Nel racconto di Matteo (come in quello di Marco) non c’è nessun ladro convertito ad addolcire la scena. Il secondo grido di Gesù, quello che per pudore l’evangelista non ci fa risentire, esprime il dramma dell’abbandono.

Eppure, in tutta questa durezza, leggendo, non si ha l’impressione che il cuore si irrigidisca, ma che si apra. Paradossalmente, sentiamo crescere la tenerezza. Alle domande che sorgono: “Chi è costui che spezza il pane con chi lo tradisce?”; “Chi è costui che accetta che nessuno slancio resista?”; “Chi è costui che è solo, offeso e picchiato e rimane pieno di dignità?” le risposte sfuggono, ma il nostro sguardo si focalizza sul protagonista, su Gesù.

Sentiamo che è lo Spirito che ci parla dell’amore di Dio per lui; è qualcosa di molto più misterioso e vero di quello che noi possiamo semplicemente percepire o afferrare. Veniamo persuasi, senza sapere come, che il salmo si avvererà, che Dio lo libererà, perché gli vuole bene e che libererà anche noi, da tutte le nostre schiavitù, meschinità e durezze, se gli vogliamo bene.

Don Davide




Le sentinelle e il Bambino

C’è qualcosa di più bello della Corona dell’Avvento?

Non penso che, nella sua semplicità, ci sia effettivamente qualcosa di più suggestivo, capace di decorare e allo stesso tempo di richiamare al significato profondo della grande festa del Natale.

Della Corona ne esistono tantissime versioni; quella come la nostra in chiesa, con le quattro candele colorate: viola, rossa, rosa e verde; oppure quella con tutte le candele viola, o tutte rosse, o anche quella con la quinta candela – bianca – al centro. Attorno sempreverdi, o il vischio, o decorazioni a piacere. In chiesa accanto all’altare, come centro tavola, nelle camerette dei bimbi o addirittura nelle vetrine dei negozi… la Corona dell’Avvento è l’ospite attesa e gradita che non manca mai, appena ci si prepara al Natale.

Quando lo sguardo si posa si di essa, subito i significati si svelano.

Quattro candele incoronate: quattro candele regine, perché con la loro umile fiamma cominciano a rischiarare il buio. Esse sono timido, ma tenace presagio del Bambinello, che – improvvisa – farà sfolgorare una luce fortissima. Quel bagliore, però, non ci accecherà come quando qualcuno accende la luce di sorpresa al risveglio, perché i nostri occhi – soprattutto quelli dello spirito – si saranno già abituati a fissare la luce delle quattro sentinelle.

Cosa ci dicono, silenziosamente, queste sentinelle regine? Oggi, nella terza domenica d’Avvento lo possiamo capire, perché risuona nitidamente: “Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, egli viene a salvarvi!” (Is 35,4).

Ogni candela che si accende è un piccolo incoraggiamento, come quando un papà in montagna dice alla sua piccola bimba: “Siamo quasi arrivati…”, anche quando si è appena partiti. Non importa. Quello che conta è l’incoraggiamento per fare tutta la strada, e quando dopo l’ultimo tornante si intravede il rifugio, ancora risuona la voce: “Coraggio, vedi, siamo quasi arrivati!”.

Non a caso la seconda lettura ci invita ad avere costanza… nella speranza, come l’agricoltore che aspetta che la terra produca il frutto. Il versetto più bello di tutto l’Avvento, infatti, dice proprio così: “Stillate cieli dall’alto e le nubi facciano piovere il Giusto. Si apra la terra e germogli il Salvatore” (cf Is 45,8).

Così la nostra Corona d’Avvento è come un fiore luminoso e quando tutte le quattro candele saranno accese, germoglierà presto il Salvatore.

Non c’è dubbio che attendiamo lui, e non c’è possibilità di confondersi. Nessun usurpatore si sognerebbe mai di venire nei panni di un bimbo e di invitarci a disporci… attraverso la piccolezza. Qualunque re importuno vorrebbe magnificenza e gloria, fasto e onori, ma non questo bambino re. Lui trova che siano ottime messaggere le sue sentinelle regine: un po’ di luce, colori che ci ravvivano, il verde della speranza. Tutto facendoci piccoli piccoli, umili, semplificati, senza pretese e senza preoccupazioni, perché in questo regno sorprendente, il più piccolo è considerato grande.

 

Don Davide




Avvento: adorare Dio in spirito e verità

Nel dialogo tra Gesù e la donna samaritana, che ispira l’anno pastorale della Chiesa bolognese, c’è lo scambio famoso in cui Gesù invita ad adorare Dio in spirito e verità.

Questo insegnamento cruciale, può ispirare anche il cammino dell’Avvento.

Adorare Dio

Ci prepariamo alla fesa dell’Incarnazione, caratterizzata da una dimensione umana intensissima: la nascita di un bambino, un’affettuosa scena familiare, la tenerezza, gli affetti più cari, la vicinanza. Nelle dimensioni più umane e proprio attraverso di esse, siamo spinti a riscoprire l’adorazione di Dio. L’Avvento è un tempo umano che ci fa adorare Dio.

Forse, addirittura di più che in Quaresima (in cui l’impegno alla conversione alcune volte ci spinge erroneamente a essere troppo concentrati su noi stessi), in Avvento possiamo esercitarci a orientare l’attenzione su Dio. Lo facciamo fissando un bambino e degli uomini, una stella… e… più in “alto”… Dio. Anche se “il più alto dei cieli” in realtà è proprio sceso qui sulla Terra, nella nostra umanità.

In spirito

Lo spirito richiama la dimensione di un’interiorità bella. In questo tempo di Avvento adoriamo Dio, attraverso lo splendore di cose umanissime, e lo facciamo riscoprendo l’importanza di una sorgente interiore, che significa sosta, raccoglimento e riflessione.

L’invito a prepararci al Natale “in spirito” può essere un argine alla nostra dissipazione e bulimia di cose da fare, che si riflette anche nella pastorale. Nonostante sembri impossibile, per il pensare comune, proprio in questi giorni possiamo vivere più quieti e sereni, più in contatto con noi stessi, assaporando la grazia di Dio che scintilla ovunque.

E in verità

La verità è un argine al nostro eccessivo protagonismo e individualismo. Adorare Dio in spirito e in verità, significa riconoscere che c’è un cammino che non riguarda solo noi, ma che è condiviso e ha dei tratti oggettivi. I più sensibili si preoccupano di prepararsi dignitosamente alla grande festa, ma la Chiesa, nella sua saggezza, offre percorso valido ed efficace per tutti.

La liturgia dell’Avvento, probabilmente meglio che tutti gli altri tempi forti dell’anno, ci aiuta ad avvicinarci al Natale disponendo il cuore e aprendo i pensieri, ci prende per mano e ci fa compiere un itinerario verso la luce.

Don Davide




Tra il popolo e il ladro

Tra “il popolo che sta a vedere” (cf Lc 23,35) e il ladro pentito ci stiamo tutti noi, tutta la chiesa.

Concludiamo un anno (liturgico) che è stato dedicato in gran parte al tema del rinnovamento della chiesa, con l’inizio della riforma delle parrocchie verso le zone pastorali.

In questo processo c’è stata una parte di noi che sono stati o stanno a guardare, qualcuno invece che ha colto l’occasione per un incontro con Gesù, per una conversione.

La Solennità di Cristo Re ci ricorda che noi troviamo salvezza solo in questo ricentrare sempre l’esperienza della nostra vita cristiana su Gesù. Quali che siano gli incarichi, i compiti, l’organizzazione, dobbiamo far sì che queste scelte ci aiutino a focalizzarci meglio su Gesù, a sentirlo vicino e a sentirci amati da lui.

La conclusione dell’anno liturgico è anche la soglia dell’Avvento. Dalla prossima domenica entreremo nel tempo intimo e suggestivo della preparazione al Natale.

Anche nella nostra vita spirituale vale l’esempio del ladro “buono”. Quante volte stiamo a guardare, siamo come spettatori della vita interiore? Non ci impegniamo in essa, non la coltiviamo… non crediamo che sia essenziale! Se guardiamo così… persino la croce di Gesù e anche il messaggio della sua resurrezione ci appariranno sempre poco più di uno spettacolo.

Se invece cogliamo l’occasione di rivolgerci a lui, allora potremo anche fare un bilancio di come abbiamo vissuto questo anno e il nostro tempo. Forse potremo scoprire qualcosa che non ci è piaciuto tanto e vergognarci, magari, di qualche scelta, ma sempre incontreremo la parola di Gesù che ci rinnova e ci salva e che orienta la nostra vita su orizzonti che nemmeno osavamo sperare.

Don Davide




Il Cero

Nella Veglia Pasquale, cuore di tutto l’anno liturgico, alimento della fede e sorgente della nostra spiritualità, viene incensato il Cero, segno per eccellenza di Gesù risorto con la sua luce, che rischiara l’oscurità. Dalla Veglia in poi, il Cero domina il presbiterio, fino a Pentecoste, in posizione di particolare rilievo accanto all’altare.

Tutto l’anno pastorale, accanto ai ragazzi del catechismo e dell’ACR, è stato incentrato sulla metafora del gusto, come chiave di interpretazione dell’esperienza della fede. Una fede bella e significativa per la vita, positiva e appassionata: una fede “gustosa”, appunto. Sapida e sapiente, profumata e invitante anche per chi ci osserva e si avvicina.

Cero Pasuqlae

Il Cero pasquale di quest’anno è di cera d’api: lo abbiamo voluto così, particolarmente profumato e originale anche alla vista.

Il Cero, in questo modo, non è solo un “segno” di Cristo risorto; né è il racconto e un invito, per noi, a fare parte della storia che narra.

La luce del Signore illumina le tenebre, rischiara la notte, permette di orientare i propri passi, suscita emozione e speranza, profuma, invita alla preghiera. Ugualmente, l’incontro con il Risorto – l’intima esperienza spirituale della sua verità e vicinanza – si realizza ogni volta che questi processi accadono nella testimonianza dei cristiani. Quando qualcuno illumina una situazione buia e faticosa; quando siamo aiutati nel nostro cammino; quando si risvegliano le emozioni come l’amore, la gioia, la compassione; ogni volta che la vita di un uomo o una donna sono esemplari e quando ci sentiamo attratti alla preghiera e alla lode… allora Gesù risorto si rende presente e si fa incontrare da coloro che sono sensibili e hanno l’umiltà di riconoscerlo.

Questo è il compito dei cristiani, che dopo i giorni della Quaresima, si prendono un altro impegno per il tempo in cui bisogna testimoniare la resurrezione di Gesù: quello di sapere mostrare il gusto della vita cristiana e la bellezza della fede, senza presunzione o giudizi, ma con un grande senso di fraternità dilatata e di amicizia condivisa.

Mi ha sempre colpito che l’elemento che conferma la resurrezione di Gesù, dopo il sepolcro aperto e vuoto e la testimonianza delle apparizioni del Risorto, sia proprio la presenza di una comunità nuovamente radunata, viva nella vivacità dello Spirito Santo, amorevole e dedita all’evangelizzazione e al servizio dei poveri.

Sono i segni del buon profumo di Cristo.

Sono i segni dei cristiani che tengono accesa la fiamma profumata della fede. E noi chiediamo la grazia di essere tra questi.

Don Davide




La Croce

La liturgia del Venerdì Santo è una celebrazione intima e di grande raccoglimento. Si inizia in silenzio, prostrandosi davanti all’altare e al presbiterio completamente spoglio. Anche la sede viene spostata davanti alle panche, nell’assemblea, perché tutti – chi presiede la celebrazione, i ministri e il resto del popolo di Dio – siano di fronte al mistero della Passione, in ascolto della Parola.

Segue, infatti, la liturgia della Parola e la proclamazione della Passione dal Vangelo secondo Giovanni. Ci sarà poi la grande preghiera universale, che si eleva in risposta alla parola di Dio e che viene come depositata davanti alla Croce. Il senso di questa lunga preghiera (sono ben dieci!) è proprio quello di essere una ricapitolazione di tutte le suppliche più indispensabili elevate al cielo davanti al grande mistero della redenzione.

Mi piacerebbe, in quest’occasione, fare un piccolo segno. Dieci persone diverse avranno una candela ciascuno. Ad ogni invocazione una candela verrà accesa, rimanendo sul posto. Poi, durante la processione per il bacio della Croce, che seguirà poco dopo, chi ha la candela la deporrà ai piedi della Croce a nome di tutti, come segno di collegamento tra la preghiera e l’adorazione della Croce.

È un gesto molto semplice, per cui chiedo il vostro aiuto. Se qualcuno è disponibile ad accendere e portare la candela, prego di farmelo sapere con anticipo, in modo da organizzarci. La partecipazione attiva di più persone alla liturgia è uno dei grandi auspici della riforma liturgica del Concilio Vaticano II.

Il momento culminante di questa celebrazione è l’adorazione della Croce. Avendo il grande Crocifisso che viene venerato quotidianamente, vogliamo valorizzarlo in questo giorno santo. La Croce che si leverà davanti ai nostri occhi e sulla nostra assemblea sarà proprio il grande crocifisso devozionale. Ovviamente non è possibile portarlo in processione, quindi faremo il rito sul posto.

La Croce verrà svelata per tre volte, dopo ciascuna ci sarà l’incensazione e l’invocazione: “Ecco il legno della croce, a cui fu appeso il Cristo, salvatore del mondo!”, a cui l’assemblea risponderà: “Venite adoriamo” e la luce che illumina la Croce aumenterà di intensità. Nel passaggio tra uno svelamento (e la corrispettiva invocazione) e l’altro, simmetricamente verrà velato un pezzo del trittico In memoria di me. Così si evidenzia il passaggio dalla adorazione dell’Eucaristia, a quella della Croce, che si ergerà in chiesa, fino alla Veglia di Pasqua.

Ancora una volta, l’incensazione riservata a questo momento ci richiamerà al significato forte della seconda manifestazione del sacrificio di Gesù: la sua morte in Croce per riscattare il peccato e per amore degli uomini.

La celebrazione termina con la preghiera del Padre nostro, ripetendo l’estremo atto di affidamento al Padre di Gesù crocifisso, e l’orazione finale. Ricordiamo che – per scelta della comunità parrocchiale e con lo scopo di concentrarsi sui momenti diversi del Triduo – non verrà distribuita la Comunione. La partecipazione al sacrificio di Gesù, infatti, nel Venerdì Santo viene espressa dall’adorazione e dal bacio della Croce.

 Don Davide




La mensa

La liturgia del Giovedì Santo si apre con la presentazione degli Olii, consacrati dal vescovo nella celebrazione mattutina della Messa Crismale.

La processione introitale avanza con l’incenso, dopo il saluto iniziale vengono portati gli olii sacri: l’olio dei catecumeni, l’olio degli infermi e il Crisma. Quando tutti gli olii si trovano sul tavolo davanti all’altare e solo allora, viene incensato l’altare insieme agli olii sacri. È il segno che dalla Pasqua scaturiscono tutti i sacramenti, di cui il culmine e la sintesi è proprio l’Eucaristia. Nella celebrazione del Giovedì Santo, infatti, si ricorda e si celebra il dono dell’Eucaristia da parte di Gesù. Il suo significato è talmente grande che viene approfondito anche attraverso il segno della lavanda dei piedi: la chiesa che viene edificata dai sacramenti è la chiesa del servizio, la chiesa che si china ai piedi di ogni discepolo e di ogni uomo o donna e li accoglie. È la “chiesa del grembiule”, per dirla con le parole di don Tonino Bello.

L’incensazione iniziale non vuole certamente essere un gesto di solennità fine a se stesso – che sarebbe solo il segno di una chiesa che non c’è più – ma aiutarci a riconoscere quale sia, davvero, la cosa più sacra che abbiamo nella nostra vita cristiana: i sacramenti che ci insegnano il servizio.

Questa incensazione viene ripresa al termine della messa, quando l’Eucaristia sarà portata all’altare della reposizione per essere venerata fino alla Celebrazione della Passione del Venerdì Santo. È la preghiera con Gesù nel Getsemani; è la sosta davanti alla prima manifestazione del sacrificio di Gesù: il dono del suo corpo e del suo sangue nell’Ultima Cena.

Quest’anno l’altare della reposizione sarà allestito nella cappellina della Beata Vergine della Salute, uno spazio sacro molto caro, riservato e intimo che, come indica la liturgia del Triduo Pasquale, si trova fuori dall’aula liturgica. Dopo la Messa nella Cena del Signore la chiesa deve rimanere completamente spoglia, come segno che ci troviamo nei giorni della Passione. Ci tengo a focalizzare questo segno: il presbiterio e la chiesa completamente spogli, perché siano totalmente rinnovati nella grande Veglia di Pasqua. Anche le candele, in quei giorni, non si accendono ai santi, ma solo davanti alla cappellina dove si custodisce l’Eucaristia.

Sono giorni diversi, unici e tutto nella chiesa lo deve sottolineare.

Il nostro trittico di Ettore Frani, In memoria di me, si erge così accanto alla custodia del Santissimo Sacramento quasi come un indicatore. Nella sua frontalità ci rimanderà al mistero che veneriamo lì accanto e, lo vedremo, sarà anche un segno del passaggio dalla liturgia del Giovedì a quella del Venerdì Santo.

Don Davide




La parola che svela Dio

Dopo la solennità di Pentecoste, l’anno liturgico propone ancora due feste, prima di riprendere effettivamente il ritmo delle domeniche del Tempo Ordinario: la SS. Trinità e il SS. Corpo e Sangue di Gesù (il Corpus Domini).

La Trinità è il mistero di Dio che si svela nella Pasqua di Gesù: un Dio che tutto insieme soffre e che tutto insieme si riappropria della vita e la rigenera.

Il Corpus Domini ci aiuta a ricordare che il sacramento dell’Eucaristia, inteso come celebrazione della comunità cristiana, è il gesto concreto con cui viviamo quella Pasqua nel tempo, è la celebrazione della Pasqua settimanale.

Queste due feste sono intese, quindi, come un compendio della vita cristiana: viviamo nell’amore di un Dio-comunione e facciamo esperienza di questo amore, per metterlo in pratica, nell’Eucaristia.

Nell’anno dedicato dal vescovo all’attenzione per la Parola di Dio, la festa della SS. Trinità, che arriva a conclusione dell’anno pastorale, ci richiama ancora una volta al dono di questa parola che ci viene rivolta, come la parola di una mamma e di un papà, che pian piano svegliano la coscienza della propria bambina.

Dio ci parla proprio così: come due giovani genitori, che parlano alla figlia appena nata, le chiedono le cose, la rassicurano quando piange… anche se sanno che lei (ancora) non può capirli. Non importa. Pian piano, di quelle parole la bimba riconoscerà la voce, il tono… forse anche il profumo che le accompagna, quel senso di essere rassicurati nell’esistenza che i bimbi percepiscono quando sono in braccio ai genitori.

Poi diventeranno parole di amore e di tenerezza, e anche comandi a cui obbedire, non perché la bimba cresciuta si senta schiava, ma perché ha imparato che nel rispetto di quelle parole è rincuorata e protetta e può esplorare la vita con confidenza.

Dopo viene il tempo della ribellione, il processo dell’autonomia, ma poi quando c’è una cosa difficile, o un bisogno di aiuto, o una cosa che fa paura… anche i ragazzi e le ragazze più ribelli si rivolgono a mamma e papà. Tipicamente, gli adolescenti si muovono dentro a questo contrasto: il desiderio di indipendenza e il bisogno che papà e mamma siano lì sempre, a loro servizio. Dio che è padre e madre, lo Spirito Santo che in ebraico è un nome di genere femminile (tipo: “la Forza”) e Gesù, che è maschio, ma soprattutto “uomo” nel senso di modello per ogni persona del genere umano, non disdegnano nemmeno questa posizione nei confronti della propria figlia divenuta adolescente: accettano che si faccia strada da sola e, quando chiama, ci sono.

Infine, la parola che i genitori hanno a lungo rivolto e scambiato diventerà per la figlia il punto di riferimento del proprio sistema valoriale ed emotivo; sarà strumento di dialogo e confronto… e poi anche cura nei confronti dei genitori divenuti anziani, quando si arriva a quell’età in cui si invertono le parti, e mentre non cessa la premura dei genitori, in realtà sono i figli che si prendono cura di loro. Allo stesso modo, arriva anche un’età umana e spirituale in cui “ci si prende cura di Dio”, con una sapienza della vita e una maturità del rapporto che permette di trasmetterne l’esperienza anche alle nuove generazioni.

È la parola accompagnata dai gesti concreti che la realizzano, che anima tutto questo sviluppo.

Il mistero insondabile e vertiginoso della Trinità si fa conoscere così: “si è mai udita una cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio?” (1° lett.). Questa parola risveglia in noi la Forza spirituale che ci fa dire “Papà” ma anche “Mamma” (2° lett.), e agisce con essa. Infine, ci spinge a trasmettere l’amore di Dio, divenuti adulti nella fede, insegnando a conoscere questa parola, dimorare in essa, amarla e sentirsene custoditi.

Don Davide




Spirito e Pasqua

“Vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto e vi insegnerà le cose future” (Cf. Gv 14,26 e Gv 16,13).

L’effusione dello Spirito, a Pentecoste, ravviva la memoria di ciò che è accaduto, guardandolo nella nuova luce pasquale: una luce che illumina di vita le cose e ne fa percepire il senso, tante volte nascosto nel momento in cui accadono. In questo processo, lo Spirito insegna anche il futuro, permette il discernimento, orienta verso ciò che deve venire in modo sapiente e fattivo.

Mi sembra, allora, quella di Pentecoste, l’occasione per fare una verifica e per chiederci cosa possa essere importante per il futuro.

Abbiamo iniziato questo anno pastorale confermati nelle fede di Pietro, dalla visita del Papa. È stata una giornata caratterizzata da una gioia frizzante, nonostante il clima uggioso, in cui si è capito che la Chiesa, i cristiani e forse ogni uomo hanno bisogno di persone autentiche, semplici e di grande carisma evangelico come papa Francesco. Questo insegnamento vale anche per il futuro. Non abbiamo bisogno di cose strane o grandi, ma di essere attaccati al Vangelo come un neonato al seno della mamma.

È stato l’anno della Parola e dei giovani. Abbiamo provato ad impegnarci su questi fronti, anche come parrocchia e come singoli, ma la percezione è che siano stati appuntamenti largamente disattesi. Nella luce del Risorto, incoraggiati dallo Spirito a fare verità, interpretiamo anche questa consapevolezza. Godiamo del grande amore di Dio, siamo consapevoli del dono della fede, abbiamo a cuore che la Chiesa viva anche nel futuro, tuttavia ci scontriamo quotidianamente con la nostra infedeltà o tiepidezza di fronte alla Parola di Dio, e con la fatica di fare spazio e di immaginare pratiche e modelli perché la Chiesa sia veramente giovane. All’ultimo consiglio pastorale, una ragazza ha detto un’affermazione tanto laconica quanto vera: “Nella chiesa di oggi, non sono gli anziani che mancano, sono i giovani.” Chiediamo allo Spirito di insegnarci queste vie, consapevoli che lui è come un allenatore tenace e bravo, che non si rassegna alla sconfitta della sua squadra.

Abbiamo vissuto un piccolo rinnovamento della Caritas, con un aggiustamento dell’organizzazione e l’ingresso di qualche figura nuova. Fare memoria nella luce della Pasqua, in questo caso, significa riconoscere la grandezza umana e spirituale delle persone che in tutti questi anni non solo non ci hanno fatto vergognare, ma ci hanno fatto essere orgogliosi del nome della nostra parrocchia: Santa Maria della Carità. Grazie a loro la carità è stata splendente e c’è solo da ringraziarli, infinitamente, per questa qualità che hanno immesso con sobrietà, spirito di servizio e nascondimento a tutta la nostra pastorale. Ci dà speranza e ci fa guardare alle cose future la continuità che hanno saputo generare.

Poi c’è la vita dei gruppi: bimbi, ragazzi, giovani e adulti. Un’ambiente vivace, in cui si può sicuramente fare meglio, ma anche segnato da esperienze genuine e liete. La luce pasquale ci dice che il Signore continua a chiamare alla fede, a generare nello Spirito, ben al di là delle nostre capacità, ma che questa consapevolezza rassicurante non è una scusa per tirare i remi in barca o per dire: “Ci pensa lo Spirito Santo”, bensì uno stimolo per mettersi ancora di più in ascolto della sua guida, docili alle sue intuizioni e strumenti energici della sua potenza di vita.

Infine, vorrei ricordare le celebrazioni di Pasqua. Soprattutto tre gesti, che forse sono passati quasi inosservati. Il fatto di essere due preti a fare la Lavanda dei piedi, segno di una dimensione di comunione al servizio. Il fatto di essere tutti giù dal presbiterio in ascolto della Parola di Dio nella celebrazione del Venerdì Santo, davanti all’altare spoglio, segno del Cristo morto. Una chiesa tutta “sotto” la Parola come discepola e raccolta – ministri e popolo – nella custodia tenera e cara del corpo di Gesù. Da ultimo, il gesto della Veglia Pasquale: quel sentire confessare la fede nella resurrezione e l’augurio per la vita della Chiesa da parte dei giovani, quel vedere accendere dalle loro mani il Cero pasquale. Nel bellissimo Messaggio ai giovani al termine del Concilio Vaticano II è scritto: “È soprattutto per voi, giovani, che la Chiesa – con il Concilio – ha acceso una luce.” Oggi, forse, si potrebbe dire il contrario: “È soprattutto per te, Chiesa, che i giovani hanno acceso una luce.”

Don Davide