Omelia del giorno di Pasqua

Gesù è seduto sull’erba, le braccia conserte sulle ginocchia e lo sguardo perso all’orizzonte, oltre il Lago di Tiberiade, in Galilea. 

Una farfalla si posa sulla sua spalla, un leprotto si avvicina per annusargli la tunica e una piccola lumaca, appena sfiorata dal suo dito, corre spedita tra i fili verdi. 

Gesù è vivo come non lo era mai stato prima.  

È vivo nel senso che si gode i raggi del sole, ma è in grado anche di scorgerne l’origine. È così vivo che può comunicare con le creature e sentire la linfa che scorre nelle piante. È vivo a tal punto che da lì, dalla Galilea, può essere tranquillamente presente a Gerusalemme, e cogliere lo smarrimento di Maria Maddalena davanti al sepolcro aperto, la sua corsa disordinata verso casa, gli sguardi scettici degli altri discepoli, la fretta di Pietro e Giovanni di andare a verificare alla tomba. 

Così Gesù si trova per la prima volta a considerare veramente quale abisso abbia attraversato agli occhi degli uomini. Ora per lui è chiaro che la vita umana non è limitata dalla morte, ma per i discepoli non è affatto così. Non sono pronti a capire. 

Non che avesse bisogno, infatti, di forzare il sepolcro, per sfuggire alla morte. Aveva lasciato la pietra aperta, solo perché era convinto che fosse un indizio per loro e che li avrebbe incoraggiati, invece Maddalena si era spaventata.  

Dovrà essere più delicato, la prossima volta: aiutare lei e tutti gli altri a entrare dentro questo mistero. Sì, pensa Gesù, mentre in Galilea liscia il leprotto accoccolato al suo fianco e a Gerusalemme guarda la corsa di Pietro e Giovanni. D’ora in poi, dovrò guidarli nell’esperienza spirituale. 

Appena si concentra su Pietro, Gesù si commuove. L’ultima volta che lo aveva visto, nella vita terrena, era stato dopo il canto del gallo. Aveva provato a trasmettergli tutto l’amore e la comprensione che poteva, ma si ricordava solo il pianto pentito del suo amico. Per Gesù era stata un’ulteriore sofferenza il timore che Pietro si sarebbe portato dietro il fardello del tradimento per sempre. Purtroppo gli esseri umani si rendono conto delle conseguenze del peccato solo dopo, e spesso non basta nemmeno il perdono per consolarli.  

Povero Pietro! Irruento come al solito, ma poi non riesce a mantenere lo slancio per tutta la durata del percorso, come quando aveva camminato sulle acque prima di affondare o si era addormentato nei momenti importanti, o aveva promesso e non aveva mantenuto. 

Ma d’ora in poi, dopo la resurrezione, Pietro sarà un’altra persona. Avrà sempre bisogno dei suoi fratelli e delle sue sorelle, dello slancio e dell’amore, ma sarà lui a dare loro coraggio e le tenebre non prevarranno su di lui e sulla comunità che dovrà custodire. Gesù ha già in mente cosa gli chiederà, fra poco: «Pasci le mie pecorelle: fallo per amore mio». 

Poi Gesù scruta Giovanni, cuore giovane, occhi trasparenti, capaci di vedere oltre l’evidenza: gli bastano due teli posati là, in modo anomalo, che lui già intuisce il Mistero. Inoltre avrebbe potuto rinfacciare a Pietro che lui non aveva resistito nel momento della prova, e allargare la ferita di quel fallimento, invece, dopo avere appoggiato il capo sul petto di Gesù – la notte della cena – forse ne aveva assorbito le vibrazioni ed i sentimenti di misericordia. 

Lo ispirerò – decide Gesù – perché introduca tutti gli uomini al Vangelo e quando sarà pronto gli suggerirò le parole più semplici e decisive: «Il Verbo si fece carne» e «È il Signore!». 

Gesù sente qualcosa strofinargli le gambe. Guarda in basso e vede che il leprotto è ancora lì, accanto a lui.  

«Non temere, piccolo amico» gli dice a voce alta, mentre lo accarezza un po’ sulla schiena. «Il Vangelo è stato piantato ed è già un grande albero, ma è soltanto l’aurora. Presto il giorno sarà pieno, e ovunque si spanderanno i suoi frutti.» 

Don Davide




Omelia Veglia di Pasqua

Gesù è chino sulla dura pietra, le sue mani ferite e guarite accarezzano la ruvidezza della materia, nel ricordo di ciò che è stato. Una volta era appartenuto a quel mondo, così concreto, ma ancora non sa di averlo attraversato per l’eterno. Stropiccia gli occhi, mentre è disorientato e cerca di capire: Cosa è successo? Dove mi trovo? 

Si era addormentato, ma era stato un sonno completamente diverso da tutti i precedenti. 

Gesù considera i contorni liquidi della stanza di roccia, che non gli impediscono però di spingere lo sguardo oltre l’oscurità di quel luogo e di vedere fuori. Ammira la campagna silenziosa e placida sotto le stelle e più in alto, sopra le stelle, vede gli angeli che stanno danzando. 

[Musica: Walzer degli angeli] 

Cosa festeggiano? Perché sono così lieti e sereni? 

 È in quel momento che la sua coscienza si ridesta completamente; adesso ricorda tutto: la tavola e la croce, l’amore e la paura, il dolore e il perdono. La discesa in un luogo oscuro e le anime di tutte le generazioni che lo prendevano per mano; la luce abbacinante e il sentiero tra il tempo e l’eternità su cui si era incamminato di nuovo per amore degli uomini. 

 Ora guarda il sepolcro dall’esterno. 

Gesù conosce il dolore con cui i suoi amici avevano sigillato la pietra, sente le grinze della loro disperazione ancora nell’aria. Erano così feriti dalla sua assenza che non poteva sopportarlo. 

Per questo vuole stare ancora un poco TRA loro.  

 Per questo ora vuole stare ancora un poco TRA noi. 

Un poco TRA noi e sempre CON noi. 

 Lui che non ha più limite negli spazi, attraversa anche i tempi. 

È qui presente: dentro la nostra chiesa, nella nostra assemblea. 

Pellegrino e migrante, fa ardere i nostri cuori senza che ce ne accorgiamo, ci abbraccia per consolarci e ci indica la via della pace: «Perdonate, praticate la giustizia, ricucite con gentilezza!» dice.  

Più di ogni altra cosa, conferma la nostra fede: non perché mostrandosi scioglie ogni dubbio – che il suo mostrarsi è sempre un’esperienza spirituale! – ma perché avere fiducia è costitutivo di un mondo migliore. 

La fede non è una cosa da bigotti fuori moda o ridicoli creduloni. La fede è una visione ampia per cuori giovani e vivi. È la sensibilità che dà alla materia del vivere la bellezza dell’eternità. 

 Ecco che Gesù si affaccia sul canale, proprio lì dove stasera è divampato il suo fuoco. Ripensa ai volti di tutti i malati che ha assistito e curato qui, in questo piccolo santuario, ai cuori guariti per l’intercessione di San Valentino. 

Adesso si sposta in via San Rocco e percorre via San Felice. Si ricorda di quando faceva compagnia ai primi fratelli di San Francesco che stavano costruendo la chiesa. Era così orgoglioso che la dedicassero a Santa Maria della Carita! 

Al contrario, aveva provato un gran dispiacere quando era stata trasformata in caserma, più per le armi, che per il suo uso profano, perché quando invece era stata utilizzata come ospedale… non gli dispiaceva affatto. Quando la chiesa veniva bombardata durante la guerra lui era lì, come adesso è a Gaza, a Kijev, fra i profughi del Darfur e nei villaggi del Kiwu fra Congo e Ruanda. 

Risorto in ogni tempo e in ogni luogo, in questo preciso momento fa l’umarell: ammira il restauro interno della chiesa della Carità e controlla se il tetto è stato fatto bene.  

Dalla cima del campanile guarda nel cielo più da vicino. 

La musica è cessata e gli angeli hanno terminato di danzare. 

Che sia finita la festa, oppure appena incominciata non fa differenza: ci sono ancora i giovani da amare, i sentimenti da intenerire, gli affetti da rinforzare; c’è ancora la speranza da rincuorare, la pace da soccorrere, e una chiesa-casa da edificare. Nessuna tentazione da quelle altezze, come una volta dal campanile del tempio, di fare magie: c’è il mondo da guarire. 

[Pausa] 

È giunta l’ora di rimboccarsi le maniche. 

Bologna, 19 aprile 2025 




Omelia Venerdì Santo

«Crocifiggilo!». 

Per la prima volta, la parola della croce viene pronunciata contro Gesù. 

Per la prima volta Gesù la sente con i suoi orecchi. 

L’essere tradito; l’assurdità di Pilato che per due volte dichiara la sua innocenza, eppure emette la sentenza di morte; l’odio immotivato che lo circonda; la violenza gratuita dei soldati; lo scherno con cui ridono della sua sofferenza: Dunque è questo che si prova, quando la croce ti arriva addosso?! pensa Gesù. 

Il dialogo si fa intimo con il Padre suo, mentre tutto il mondo viene inghiottito nel nulla. 

Dunque è questo, Padre, che provano le vittime, i perseguitati, i sofferenti, gli oppressi? 

Come osa questo male deturpare così il mondo che abbiamo creato?! 

I soldati lo costringono a prendere il patibolo sulle spalle. Il peso è eccessivo, ma più insopportabili sono il bruciore della fustigazione, il dolore dei lividi, le punture delle spine che premono sul suo capo. E poi i chiodi.   

Una tortura da fare impazzire. 

Come può un essere umano piantare chiodi nel corpo di un altro essere umano? O lame, o pallottole o schegge di bomba… Quale degrado deve accadere? Quale rovina è accaduta? 

Gesù porta quel peso volontariamente a nome di tutte le donne torturate e di tutti gli uomini torturati della storia. 

Dio non può sopportare che questo orrore accada, ma – purtroppo – solo un manipolo di esseri umani hanno il coraggio, la sensibilità e la grazia di volgere lo stesso sguardo del Padre su quell’abominio: sono quattro donne e Giovanni. Gesù li vede dall’alto. Non lo sanno, ma il loro volto è trasfigurato, come quello di Gesù dopo che era giunto sul Tabor.  

Allora Gesù dà la sua risposta a questo enigma e a questo dramma enorme: indica una madre e un discepolo. 

Nella sofferenza più piccola e nel dolore più grande, Gesù affida una madre a un discepolo e viceversa. C’è una madre, la Chiesa, che deve accogliere e consolare, e un discepolo, noi, che dobbiamo semplicemente amare. 

 Mai, mai, mai nella Chiesa ci potrà essere qualcosa che infligge un dolore simile a una croce. Mai. Se la madre e il discepolo facessero questo, la loro esistenza sarebbe vanificata: devono essere una chiesa di fratelli e sorelle. Devono essere una madre per tutti e fratelli e sorelle per tutti. 

 Gesù spalanca gli occhi brucianti un’ultima volta. È solo l’inizio della Primavera, ma al suo sguardo i campi già biondeggiano per la mietitura. Ha un desiderio fortissimo che esista una comunità così e dei fratelli e delle sorelle così. È un desiderio intenso come la sete nell’arsura del deserto. 

«Tutto il mio spirito lo do per questo: – dice Gesù – perché non ci sia mai, mai più, una persona che soffra così per mano di un altro essere umano. Non ci sia mai, mai più, qualcuno che soffre e che non sia consolato. Non ci sia mai, mai più, altra croce che l’albero della vita, al centro del giardino del mondo.» 

Bologna, 18 aprile 2025 




Omelia Giovedì Santo

La luce tremula delle candele si riflette negli occhi fissi di Gesù; il suo sguardo è rapito dalla consistenza delle cose che lo circondano: il legno della tavola, le fibre ruvide che la rivestono, l’odore di agnello arrostito, le erbe, il profumo vellutato del pane, il vino rosso rubino. 

Ha amato questo mondo abitato dai volti dei suoi amici e delle sue amiche. Sa che deve lasciarli, per un po’, e che l’interruzione di questa storia d’amore risulterà oltre modo faticosa, per loro e per se stesso. 

Prova per ciascuno di loro un amore inesprimibile, lo stesso di un genitore o di un educatore quando seguono da lontano qualcuno che farà la propria strada. 

Come faranno? 

Cosa li sosterrà? 

Come fare capire a loro quanto li ama e che non li lascerà mai soli? 

 I padri avevano mangiato la manna nel deserto: ogni giorno la quantità necessaria per quel giorno e anche lui aveva insegnato a pregare così: «Dacci ogni giorno il nostro pane necessario». Adesso è il momento di esaudire definitivamente, per conto di Dio, quella preghiera. Gesù tocca il pane, così materico, fragile, pronto a spezzarsi fra le sue mani: macinato, lavorato, impastato. È il segno ovvio ed evidente della sua presenza: «Questo sono io» dice. 

E così Gesù dà il pane, che è poi se stesso. Dà la forza per camminare, che è poi il modo di incontrarlo. 

Dopo prende il calice e prega sul vino. Sembra sangue, versato e raccolto: «Questo sono io» afferma ancora. 

 Ma loro sono sgomenti. Gesù si accorge subito che non l’hanno capito, anzi sono confusi. Messi alla prova, dubitano persino di loro stessi: «Stai parlando di me, Maestro?» domandano. Li aveva educati a rientrare nella stanza del loro cuore e a stare lì in quell’intimità al cospetto del Padre, e ora quella domanda “Sarò forse io a tradirti?” col dito rivolto verso se stessi angoscerà Gesù fino alla fine: «Giuda, Pietro o chiunque tu sia: come fai a non conoscere nemmeno il tuo cuore?!». 

Non avere paura di ciò che hai nel tuo cuore, anche se fosse qualcosa di orribile. Se lo nascondi e fingi che non ci sia, ti avvelenerà. Invece guardaci dentro, dai un nome a quello che senti, riconoscilo davanti al Signore. Fallo insieme a qualcuno che ti vuole bene. È l’unico modo per non permettere alle cose cattive di farti del male e a quelle buone di vivere. 

Tutta la storia in cui hanno creduto, tutta le promesse di Dio a cui Gesù ha dato significato sono iniziate con Dio che disse ad Abramo: «Vai verso il tuo cuore» e quel cammino non è ancora concluso, anzi è appena iniziato.  

 Ed ecco che Gesù intuisce e comprende l’ultima cosa che deve fare, non per loro, non per il mondo, ma per se stesso, e quindi per tutti: andare verso il suo cuore. 

La mamma gli aveva raccontato che era venuto da Dio e che era stato posato su un giaciglio di paglia. Per tutta la sua vita aveva plasmato la sua umanità a partire da quell’origine. Adesso può ancora decidere che tipo di uomo vuole essere. 

 Li osserva tutti con affetto enorme e tenerissimo: Pietro, Giovanni, Giuda e le donne, e decide di lavare loro i piedi. Non solo ha assunto vesti umane, lui che era rivestito della gloria di Dio, ma tra tutte le vesti umane, sceglie il grembiule. Quello sì che gli piace! Ottimo per esprimere i due significati che Gesù vuole per sé: il servizio e l’accoglienza, lavare i piedi dopo una giornata di cammino e di lavoro, quando si rientra a casa. 

Eppure, non si è mai visto un Maestro che lava i piedi al discepolo.  

Non si è mai visto un amico che lava i piedi a chi vuole tradirlo. 

Non si è mai visto un sovrano che lava i piedi alle donne. 

Nonostante ciò, Gesù si inginocchia di fronte a ciascuno, prende i loro piedi tra il suo grembiule e li lava: «Sei accolto, sei accolta. Sei a casa. Ora puoi riposarti» sussurra. 

 Il rito è finito: nella sala nessun sussurro, solo silenzio e stupore. 

«Voglio che questo sia per tutti voi, voglio che ve lo ricordiate, voglio che lo facciate in memoria di me» dice Gesù. «Di tutte le cose che ho fatto, spezzare il pane e lavare i piedi sono le due più vere. Fatele anche voi e ritroverete il vostro cuore.»  

Bologna, 17 aprile 2025 




Omelia del giorno di Natale

Gesù è nato come uomo perché in parole umane e nella sua carne umana, ha voluto dirci alcune parole importanti, che noi potessimo ben capire e che io sento come le parole di questo Natale. 

Sono parole divine, che apparirebbero troppo grandi o difficili per gli uomini, ma che il Verbo di Dio ci comunica nel linguaggio semplice di un bambino, in modo che anche noi possiamo meravigliarci – come quando un fanciullo dice cose molto profonde – e farle nostre. 

Sono parole preziose, perché attraverso di esse Dio sostiene il mondo, impedisce che imploda e, grazie a tutte le persone che scelgono di farle proprie, le cose vanno piano piano e liberamente secondo il pensiero benevolo del Padre. 

 La prima parola è pace. Sono belli i piedi del messaggero di pace. La nascita di Gesù, cioè, schiera il mondo dalla parte dei costruttori di pace. Nel caso della profezia di Isaia, in modo particolare, questa pace è frutto della sconfitta dell’oppressore e del riscatto del popolo. In questo senso, Natale è anche una festa politica e militante: Dio non sta dalla parte di chi fa la guerra e di chi legittima l’oppressore. Noi esseri umani consideriamo mille sfumature, ma in ciascuna di esse Dio è molto preciso: predilige sempre la via giusta della pace. 

Non ci sono però solo questa scelta di campo e le grandi azioni, ma anche tutte quelle opere e atteggiamenti che educano alla pace. Quando i genitori giocano affettuosamente con i figli, lì si sta costruendo la pace. Quando noi adulti ci guardiamo bene da usare parole aggressive e atteggiamenti violenti, o da proporre discriminazioni e ingiustizie, stiamo difendendo la pace. Quando un cristiano prega per il bene, anche dei propri nemici, e chiede la grazia del perdono e la forza di perdonare, lì la pace ottiene una grande vittoria. Ci sarebbero molti altri esempi da fare, l’importante e che capiamo che la nascita di Gesù è l’editto della pace. Lo vedremo manifestamente nei giorni della sua passione: possiamo non essere in conflitto e fare cessare la violenza. 

 La seconda parola è consolazione. La presenza di Gesù, il suo modo di essere e di fare, i suoi incontri e il suo esempio sono di grande consolazione per chi ha dei turbamenti, delle domande, o delle fatiche. In modo particolare, nella liturgia del Natale, si ripete come un ritornello che c’è un popolo che sperimenta la consolazione. Questo messaggio mi fa sentire parte di una storia fatta di tanti incontri con quelle persone che – talvolta con grande semplicità – provano di vivere bene o cercano soltanto un po’ di consolazione. Mi pare che sia la trama dell’opera di Dio, che con grande delicatezza vuole rendersi presente sul serio nella vita di tutti. Dobbiamo credere che il Vangelo di Gesù porta nel mondo la grazia della consolazione, con tutta la responsabilità che abbiamo di comprenderlo bene e di viverlo con coerenza. 

 La terza parola è accoglienza. Sì è vero c’è una storia di non riconoscimento, ma la storia di accoglienza è più grande! Ci sono tanti cuori che si aprono, tante vite che si mettono al servizio, miliardi di gesti di cura disseminati, spesso anche sotto i nostri occhi. Tutti coloro che l’hanno accolto, vengono trasformati, sono persone generate da Dio, che attraversano il mondo con una forza straordinaria che non viene da noi, ma che è dono del Signore. 

Di questa accoglienza siamo protagonisti anche noi, e questo ci incoraggia a continuare a stare nella luce. 

Nella notte è risuonato un annuncio angelico ai pastori. Siccome potrebbe darsi che queste parole siano troppo belle per essere vere, allora i pastori sono invitati ad andare a Betlemme per vedere un segno. Racconta il vangelo che i pastori andarono e videro Maria e Giuseppe, e il bambino deposto in una mangiatoia. Tanto è bastato per essere confermati. Sarà anche la stessa esperienza che faranno i Magi. Che prova hanno avuto esattamente? Il vangelo non lo dice. Dunque, proviamo a sostare anche noi davanti a questo mistero, a contemplarlo un po’, a guardarlo da tutte le prospettive. Potrà succedere che comprenderemo che queste parole – pace, consolazione e accoglienza – sono vere. 

Don Davide




Omelia della notte di Natale

Accende una grande speranza, in quest’epoca della terza guerra mondiale a pezzi – come l’ha chiamata papa Francesco – sentire che le insegne militari vengono distrutte nel fuoco.  

Questa affermazione fa parte di quelle visioni di Isaia che le nostre più grandi utopie non riescono nemmeno ad avvicinare, come quella in cui si dice che la produzione di armi verrà riconvertita per fare strumenti e opere di bene. 

È il sogno della pace. 

Ma la pace natalizia è più che un sogno: è l’opera di Dio che si realizza. 

Potremmo pensare: “Eh, ma i potenti mica ascoltano la voce di Dio!”, il che è vero. Ma neanche Cesare Augusto si curava tanto delle profezie, eppure mentre ordina il censimento – che era un atto di supremazia totale, uno degli editti con cui gli imperatori si mostravano padroni del mondo – Dio, il vero padrone, usa questo espediente per dimostrare vera la sua parola e per realizzare i suoi progetti.  

Il misterioso riferimento a Madian – una vicenda dell’Antico Testamento raccontata nel Libro dei Giudici – indica che la pace è completamente opera di Dio, ma che il contributo degli uomini è quello di distruggere le proprie idolatrie. Una volta che ci affidiamo a Dio senza falsità, allora lui opera tutto. E non conta se siamo piccoli o grandi protagonisti della storia: con Dio siamo tutti efficaci, ed è l’unica cosa che conta. A dispetto dei potenti, la storia di Dio è fatta con noi. 

L’opera di Dio realizza un grande cambiamento: dalla paura a una luce gentile. Questo cambiamento coinvolge tutto: si erge sul mondo come il sole all’alba e inizia o riparte oggi, con il tuo incontro personale con Gesù. 

Lui è Figlio di Dio eterno e sceglie di avere tempo per ciascuna e ciascuno di noi. 

Questo cambiamento inizia mentre ascoltiamo il Vangelo della Natività, nella sosta dello sguardo, della mente e del cuore davanti al presepe. 

 Nelle fasce e nella mangiatoia contemplo la meraviglia legata al dono di sé, quando un essere umano cresce scegliendo e diventando capace di fare della propria vita un dono. 

Giuseppe ha già fatto della propria vita un dono: ha salvato Maria e il bambino, a scapito di se stesso e della sua reputazione, e cancellando con un solo gesto di accoglienza e responsabilità tutte le sovrastrutture del patriarcato. 

Maria sa che questo bimbo è un dono, che dovrà lasciarlo libero anche quando questo comporterà per lei l’angoscia della perdita.  

Gesù stesso sceglierà di fare della sua vita un dono: cibo e fasce, pane spezzato e sangue versato, e un telo per attraversare la morte. 

Anch’io sento il fascino di fare della mia vita un dono, perché non vada sprecata. Intuisco che questo è il senso dell’esistenza. Chiedo aiuto al Signore, perché mi aiuti a rendere questo proposito più concreto e vero. 

C’è poi un’altra cosa che ci coinvolge tutti: questa scelta di Dio per la piccolezza, la semplicità e la povertà. 

Il racconto della nascita è estremamente semplice, ordinario e feriale. Gesù viene collocato nel posto degli animali. L’annuncio viene dato ai pastori, non certo le persone più in vista, autorevoli o religiosamente significative. A completare il tutto c’è il controaltare quasi burlone di Dio, tra la “grandeur” del censimento da una parte e la moltitudine dell’esercito celeste dall’altra.          Come appare piccolo l’imperatore, in questo confronto! 

Solo che noi ammiriamo questa scena con animo incantato, ma poi è difficile trovare le vie per scegliere una sobrietà dignitosa e uno stile di vita che privilegi la condivisione e il soccorso, piuttosto che l’accumulo o il giudizio. Inoltre: quali sono i pastori a cui rivolgersi? A me sembra: tutti coloro che sanno esprimere gesti di una cura reale, concreta e compromessa. 

Sento in me, che pure sono cristiano da sempre, una radicata resistenza ad assumere i criteri del Natale di Gesù. 

Dò più facilmente per scontato che siano veri i principi che ho assimilato dal mondo. 

E anche quando vorrei avvicinarmi a Gesù e ai suoi criteri, sperimento la difficoltà di discernere che cosa significano concretamente per me, in modo da poterli vivere davvero e conformarmi al Vangelo senza ipocrisia, in maniera rispondente a ciò che Dio si auspica da me, oggi.  

 Oggi il cuore di qualcuno verrà toccato. 

 Perciò, in questa notte di grazia, che ci ispira i desideri più audaci, oggi oso chiedere a Gesù questo dono. Che davanti all’umile maestà del presepe ammutoliscano le mie obiezioni e io sappia distruggere i miei idoli, e si realizzi il meraviglioso scambio che è al centro del mistero del Natale: come il Figlio di Dio ha voluto assumere la nostra natura, così ci doni di assumere la sua, di vivere secondo la sua ispirazione e di trasformarmi in un’immagine fedele di lui.  

Nella garanzia di questo rapporto con Gesù, oltre alla realizzazione dell’opera di Dio, alla pace che confonde i potenti, alla salvezza dalle nostre idolatrie, sperimentiamo anche una gioia vera. Quella gioia genuina che sperimenta chi raccoglie il frutto di un impegno tanto desiderato. 

 Quella gioia che prova chi sente che il Signore gli ha toccato il cuore. 

 Don Davide




Messa 25 aprile

INTRODUZIONE ALLA MESSA 

Celebriamo questa messa per ringraziare del dono del Vangelo, per la fine della guerra e la Liberazione del nostro paese e per la pace. 

Lo facciamo in pieno spirito di partecipazione alla Festa del nostro Paese, e anche alla festa molto sentita che si svolge qui nel nostro quartiere. 

Lo facciamo, soprattutto, in comunione con la Chiesa di Bologna e con la Chiesa italiana attraverso il Cardinale Arcivescovo Matteo Zuppi, che in questo giorno è presso la diocesi di Alba a celebrare nella messa il ricordo di padre Giuseppe Girotti, domenicano, inserito tra i martiri del nostro tempo nell’elenco della Comunità di Sant’Egidio. 

Il 25 aprile 2020 il nostro vescovo ha dichiarato nel suo discorso: 

“Il 25 aprile è una ricorrenza che ha corso il rischio di essere vissuta come una festa di parte, a volte retorica; al contrario, non dobbiamo dimenticare che è la festa di tutti e celebra i valori fondanti del nostro Paese. Dobbiamo essere grati, infatti, a quella generazione che ha vissuto la guerra e combattuto per la Liberazione, perché ci ha regalato la Costituzione e 75 anni di pace. (…) 

Lo spirito della Costituzione è un regalo sofferto e dolorosissimo, ma che ci consegna una visione dello Stato e della politica in grado di unire persone e pensieri anche molto diversi tra loro. Questa è un’eredità preziosissima che è per tutti, questo comune sentire, capace di unire idealità diverse per il bene del nostro Paese e di superare le parti è ciò che ci unisce e rappresenta un’enorme ricchezza perché in grado di dire e dare ancora moltissimo. 

Gli appuntamenti della città degli uomini sono quelli che uniscono tutti. (…) Ricorrenze come la fine della guerra e la Liberazione dell’Italia e dell’Europa dal nazifascismo sono davvero importanti, perché tutti vi si possono riconoscere. (…) 

Credo che il mondo cattolico debba fare uno sforzo perché, dal Vangelo e dalla sua pratica, scaturisca una cultura che spieghi la realtà in cui viviamo e sappia accrescere una conoscenza e una comprensione più profonde e umane del reale. L’odio e il razzismo, che altro non sono che forme di paganesimo emergono quando il cattolicesimo è più debole.”. 

In questo contesto, ricordiamo anche l’Azione Cattolica nazionale che nella giornata di oggi è stata a Roma a incontrare il papa, e soprattutto gli aderenti della nostra parrocchia, un bel gruppo numeroso di giovani che sono andati, e che nei prossimi giorni faranno qualche giorno di ritiro a Spello. 

Preghiamo insieme a loro e anche per loro, perché come abbiamo ascoltato dalle parole del Cardinale, l’impegno cristiano e cattolico plasmi una cultura davvero buona ed evangelica. 

Con queste considerazioni iniziali, chiediamo perdono per tutte le volte che non abbiamo assunto o rispettato la nostra responsabilità di cristiani nel mondo. 

 

OMELIA

C’è un forte invito alla vigilanza in queste letture, come se non si potesse celebrare la festa di un evangelista senza essere attenti, sobri. Non c’è vangelo dove non si resiste, saldi nella fede, al leone ruggente che vuole divorare le vite. Non c’è possibilità di annunciare il vangelo della vita e del bene se non si sorveglia sulla possibilità che il male prenda piede e dilaghi e divori tutto.

Come sappiamo bene, a Bologna c’è un luogo simbolo del martirio di preti, dei religiosi e delle religiose e delle comunità che erano con loro, a Marzabotto – Montesole. Da molti decenni, ormai, quel luogo è stato riconquistato alla pace, alla preghiera e alla riconciliazione, in una parola al Vangelo, per opera dei monaci e delle monache di don Giuseppe Dossetti e per volontà della Chiesa di Bologna.

La festa liturgica di un evangelista, la festa civile della Liberazione e l’esempio della nostra storia locale ci insegnano che, perché non si ripetano più simili orrori, bisogna vigilare da lontano, perché il leone ruggente, il nemico, il Diavolo, sempre va in giro cercando chi divorare, ed è un attimo che si ceda sul discernimento evangelico.

Penso alla fatica della vigilanza, quando sorgevano il messianismo nazista e le promesse fasciste. La difficoltà di fare discernimento, la fatica di capire dove stava il giusto e lo sbagliato, i gangli del potere, il sacrificio di prendere posizione.

Oggi ricordiamo tante persone divorate dalla furia di quel leone, ma possiamo ricordare ad esempio i giovani della Rosa Bianca, che avevano la lucidità di chiamare Hitler “il Diavolo” e “Satana” nei loro volantini, quando tutti lo acclamavano come condottiero, o alla cosiddetta Chiesa Confessante, che rifiutò gli accomodamenti col potere e nel suo memorabile manifesto dichiarò che di Messia e Salvatore c’era solo Gesù Cristo, il Crocifisso Risorto.

Pensando alla vigilanza, oggi che l’Azione Cattolica italiana è stata in udienza da Papa Francesco, voglio ricordare Tina Anselmi: convinta iscritta all’Azione Cattolica, antifascista per scelta, membra della Resistenza in seguito ad essere stata costretta ad assistere a un rastrellamento, staffetta partigiana, impegnata attivamente perché dopo la Liberazione non ci fossero regolamenti di conti, fiera credente, prima donna Ministra della Repubblica. Nel suo secondo incarico come Ministra, quando era Ministra della Sanità, fu approvata la Legge Istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale. La vigilanza su questo tesoro nazionale che tutto il mondo ci invidia è un modo per evitare che il leone ruggente si insinui, ad esempio nella discriminazione tra la salute dei poveri e quella dei ricchi.

Dunque, si festeggia la Liberazione per vigilare affinché gli orrori delle dittature del passato non si ripetano. E i cristiani sanno che non possono annunciare il Vangelo se non impegnandosi molto perché anche gli orrori delle molte dittature di oggi cessino immediatamente.

Agiamo sapendo che Dio resiste ai superbi (1Pt 5,6), come recita la prima lettura, facendo eco alle parole di Maria nel Magnificat: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1,51-52).

Oggi, in Italia, ricordiamo il rovesciamento del potere nazista e fascista, e la vittoria di chi ha creduto nella possibilità di superare quella situazione: la guerra, l’usurpazione e l’orrore. Sembrava una lotta troppo umile, fatta di sacrifici militari, di nascondigli e staffette in bicicletta ma alla fine ha avuto la meglio.

Purtroppo sappiamo che non è stato tutto condotto nel bene. Ci sono stati altri crimini, vendette, regolamenti di conti. C’è stato chi si è approfittato dei vuoti di potere e della mancanza di controllo per dare sfogo a una violenza altrettanto crudele e ingiusta. Per questo bisogna vigilare sempre, ed evitare che si ripetano le condizioni per simili disastri strutturali, che poi sono faticosissimi da ricucire nel bene, nell’ordine e nella giustizia.

La Repubblica che ne è uscita e la nostra Costituzione repubblicana sono antifasciste e fondate sull’antifascismo.

Dossetti, che ho ricordato prima, ammoniva che “fascismo è ogni forma di potere che usurpa, discrimina e priva della libertà”. Esiste un fascismo di destra e lo abbiamo tristemente conosciuto. Ma esistono anche un fascismo di sinistra, un fascismo delle idee, un fascismo ecclesiastico, religioso e valoriale. E ancora, un fascismo delle parole, un fascismo degli atteggiamenti e un fascismo nello stile della convivenza.

Purtroppo ci sono ancora tantissimi di questi fascismi qui e in giro per il mondo e tutti questi fascismi generano violenza e rovina.

Per tutti questi fratelli sparsi nel mondo, Gesù ci invita ad annunciare il Vangelo. “Proclamare il vangelo ad ogni creatura” (Mc 16,15) non significa principalmente fare catechesi o proselitismo. Significa offrire soprattutto con l’esempio un messaggio e uno stile che è un’incudine contro tutte le logiche mondane: la privazione della libertà, il potere, la ricchezza, la violenza, la discriminazione, l’egoismo, la mancanza di rispetto e la negazione della convivenza. “Proclamare il vangelo” significa agire attivamente perché trionfi la pace e perché tutte le passioni e le croci del mondo, cioè le torture e le morti procurate, siano definitivamente sconfitte.

Gesù parla di segni chiari, che distinguono chi agisce nel suo nome dai falsi profeti: scacciare i demone del potere e i suoi inganni, che potrebbero sedurre tutti, anche ciascuno di noi, perché non ne siamo immuni; parlare una lingua non violenta (pensate quanto fascismo c’è nelle nostre parole); anticipare i morsi del Serpente con la vigilanza, come si diceva prima e, infine, permette ai cristiani e alla Chiesa, quando sono stati contaminati da qualcuno di questi veleni, di avere l’antidoto nella conversione.

Più di ogni altra cosa, quindi, rimane vero che noi annunziamo Cristo crocifisso, vera sapienza di Dio. Quando guardiamo al Crocifisso, capiamo che – se lo amiamo – possiamo solo metterci accanto a tutti i crocifissi della storia, che sono suoi fratelli e sorelle, per annunciare a loro la resurrezione e a tutti (gli altri e noi stessi) la possibilità di conversione e di redenzione.

 

PREGHIERE DEI FEDELI

Lettore: Preghiamo insieme dicendo: ASCOLTACI, SIGNORE GESÙ. 

  1. Per la Chiesa, perché sia testimone autentica della resurrezione di Gesù, soprattutto operando concretamente per il riscatto delle vite oppresse e proponendo la conversione e la riconciliazione dei cuori. Preghiamo.
  2. Perché noi siamo artefici di pace, con gesti coraggiosi e costruttivi, nelle scelte e nelle parole, nell’impegno sociale, civile e politico e nella solidarietà. Preghiamo. 
  3. Perché apprezziamo il dono della libertà, sappiamo custodirlo, condividerlo e consegnarlo alle nuove generazioni, senza tradirlo con le superficialità e le ideologie. Preghiamo. 
  4. Per tutti coloro che portiamo nella preghiera, per la Diocesi di Venezia che celebra il suo patrono, per chi si è affidato alla nostra preghiera, per chi soffre e chi vogliamo ricordare con affetto: perché tutti possano sentire il conforto dello Spirito e la speranza che viene dal Vangelo. Preghiamo. 

Don Davide: Ricordiamo ora alcuni sacerdoti, a nome di tutti, martiri della violenza nazifascista, con una breve nota biografica: 

Lettore: 

Don Giovanni Minzoni 

Coraggioso, dialogante, diede vita a progetti per i poveri, anziani, giovani e favorì il cooperativismo. Invece di trasformare i bambini della parrocchia in balilla scelse di farne gruppo scout, quando questi insieme a tutte le associazioni venivano chiuse dalle leggi fasciste. Per questi e altri motivi venne in odio ai fascisti e fu ucciso a bastonate il 23 agosto 1923 dagli squadristi agli ordini della milizia di Italo Balbo. 

Don Giuseppe Bernardi e don Mario Ghibaudo 

Furono tra le vittime della prima strage nazifascista in Italia, a Boves. Si adoperarono per la salvezza del paese. Negoziarono con successo la restituzione di due soldati tedeschi catturati da partigiani, ma ciò non servì a salvare il paese che venne incendiato. Anche loro vennero entrambi trucidati e bruciati. Morirono il 19 settembre 1943. 

 Don Giuseppe Beotti 

Aiutò ebrei, partigiani, soldati e feriti a mettersi in salvo e pagò col sangue la decisione di non abbandonare i suoi parrocchiani ai rastrellamenti nazifascisti. Morì il 20 luglio 1944 fucilato facendosi il segno della croce e stringendo il breviario in mano. 

 Padre Giuseppe Girotti 

Padre Giuseppe Girotti venne arrestato da un repubblichino che fingendosi un partigiano gli chiese aiuto. Da tempo aveva iniziato a nascondere e medicare i partigiani e ad aiutare gli ebrei a fuggire. Caduto nella trappola, venne poi consegnato ai nazisti inviato a Dachau. Consumato dal freddo, sporcizia e tifo, fu portato in infermeria e ucciso da un’iniezione di benzina il primo aprile 1945. 

 Padre Placido Cortese 

Padre Placido Cortese fu torturato per giorni interi. Nonostante le atroci torture non rivelò mai i nomi di ex soldati, partigiani, ebrei che aveva aiutato. Morì il 15 novembre 1944 per l’esasperazione dei suoi aguzzini che decisero infine di ucciderlo sparandogli. 

 Don Giuseppe Borea 

Partigiano della Divisione “Val d’Arda” fu catturato dai fascisti e condannato a morte. Davanti al plotone di esecuzione rifiutò sedia e benda e gridò “Offro la mia vita per la pace e la grandezza della Patria”, poi, toltosi il mantello, gridò: “Viva Gesù, Viva Maria, Viva l’Italia.” Colpito da otto pallottole, don Borea fu finito con un colpo alla nuca. 

Tra i tanti, ricordiamo ancora 

  • Don Francesco Delnevo 
  • Don Natale Monticello 
  • Don Pasquino Borghi 
  • Don Giuseppe Morosini 
  • Don Mario Pappagallo 
  • Don Giuseppe Rossi 
  • Don Ernesto Camurati.  

Sono quasi 400 i sacerdoti diocesani e religiosi torturati e uccisi di cui ricordiamo oggi il sacrificio e il martirio. 

Ricordiamo anche i presbiteri che, scampati alla fucilazione, hanno potuto raccontare la loro esperienza partigiana nella Resistenza, testimoniando i valori che campeggiano nella Costituzione repubblicana: 

  • Don Primo Mazzolari 
  • Don Angelo Cocconelli 
  • Don Giulio Malaguti 

Per tutti loro preghiamo. Ascoltaci, Signore Gesù! 

Don Davide




Omelia Veglia di Pasqua

In questi giorni, la liturgia del Triduo ci ha fatto meditare sul dono della comunità e sulla grazia della verità. 

C’è un terzo dono che ci porta la celebrazione della Veglia Pasquale: il dono della vita. 

Tutti noi siamo qui a celebrare la Pasqua, perché osiamo sperare nella resurrezione. 

Da questo punto di vista siamo più audaci delle donne, che vanno al sepolcro con la sola speranza che qualcuno ne apra l’ingresso, per ungere il cadavere di Gesù. 

Loro non riescono nemmeno a immaginare che Gesù sia risorto, noi invece siamo qui per essere confermati in questa fiducia. 

Non si tratta di crearci una nostra consolazione dai mali del mondo e dalla paura della morte.  

Non vogliamo illuderci e non siamo illusi. 

La resurrezione non è una cosa che ci siamo inventati noi. 

C’è un segnale indicatore molto forte: una pietra rotolata sulla sua guida. 

Ci sono delle pietre che rotolano dal sepolcro.  

Io l’ho visto quest’anno, preparando i 21 catecumeni adulti che hanno chiesto il Battesimo, con le loro testimonianze. Lo sperimento tutte le volte che vado ad accompagnare il weekend di Retrouvaille, quando confesso, quando vedo la grazia sconfiggere il peccato. Lo sento quando l’amore si spande nel mondo come un profumo intenso o quando la gentilezza e la gratuità rischiarano l’ombra di tante difficoltà. 

Ma questo non basta. Rotolare via la pietra è solo il primo passo. 

Poi bisogna vivere. Ritornare sui passi di Gesù, perché ci istruisca di nuovo nel vangelo. Sì, perché il Vangelo noi non lo impariamo in un raro momento di slancio spirituale, ma lo apprendiamo nella vita quotidiana, nella vita di tutti i giorni. 

In realtà, siamo immersi nel Vangelo e nell’amore di Dio, che ne è come il condensato concreto, anche se spesso siamo distratti e non lo vediamo, oppure lo diamo per scontato. 

Ieri abbiamo ascoltato alla fine del racconto della Passione questa affermazione: “Chi ha visto ne dà testimonianza” (Gv 19,35). Permettetemi perciò di applicare un metodo della spiritualità ebraica ai testi che abbiamo ascoltato, e di raccogliere in un piccolo midrash – uno scenario interpretativo – la testimonianza di tre “testimoni oculari” della vita: l’angelo dell’accampamento, la pietra del sepolcro, il giovane. 

L’angelo 

Io ho ricevuto il comando per la strategia di battaglia dal generale degli eserciti celesti. Mi sono mosso per bloccare l’esercito degli Egiziani. Non pensate alla guerra con la vostra sensibilità, io ho compiuto un’azione per separare gli oppressi dagli oppressori, per ostacolare chi fa il male e favorire le vittime. In questo io sono testimone della vita: che il Dio delle schiere schiera la sua forza perché ci sia un argine a tutti gli eserciti della morte. Purtroppo non è una cosa da prendere alla leggera. È una vera battaglia e io la combatto perché gli eserciti delle guerre sprofondino nel caos e risulti salva la vita dei popoli.  

La pietra 

Il mondo che conoscevo è andato sottosopra, quando ho sentito qualcosa che mi spingeva. Non era la solita forza di un uomo o di una leva. Questa volta era lieve, come se io fossi una piuma. Non ho potuto vedere quel che accadeva, ma so che di solito la luce entra attraverso la porta quando è aperta, invece in quel momento uscì. Fu un’eclissi al contrario. Sentii aria fresca che mi accarezzava, come se non avessi più dovuto accogliere la morte. In questo io sono testimone della vita: che ci sono forze, spesso lievi, come la fiducia o una carezza, che muovono macigni bloccati e che nessuna presenza mortifera è autorizzata ad avvelenare il mondo. 

Il giovane 

Non so come io sia arrivato qui, ma so perché ora mi ritrovo qui. Fuori dal tempo e dallo spazio, ero seduto con il capo di Gesù sulle gambe. L’ho accarezzato, come una madre col suo bambino, fino a che ha aperto gli occhi e ha ricominciato a respirare. Il suo sguardo e il soffio della sua vita hanno rinvigorito il mio corpo e reso i miei lineamenti distesi e morbidi. In questo io sono testimone della vita: prima di uscire lui mi ha ringraziato. “Vado a ricominciare tutto” ha detto, “perché tutto possa ricominciare, in tutte le vite. Per questo tu sarai sempre giovane, perché è l’età in cui si inizia”. 

Rendo, allora, anch’io la mia semplice testimonianza al Vangelo e, con esso, alla Vita. 

L’incontro con il Vangelo e il dono della vita mi fanno provare un intenso sentimento di gratitudine e un’emozione fiduciosa di affidamento e di responsabilità. 

Per me, se la vita fosse una sinfonia, sarebbe qualcosa di armonioso, risolto e disteso, con degli intermezzi in maggiore e delle strofe dissonanti, che trasmettono energia e sorpresa. Se fosse musica contemporanea, sarebbe un misto di tutti i generi, dal pop al rock peso, con le barre rap, degli stacchi acustici e indi, e delle improvvisazioni di jazz. 

Se fosse un paesaggio, sarebbe forse un panorama di montagna, con i suoi contrasti tra il verde dei boschi e le rocce maestose, e il cielo che ammanta di pace una valle; oppure il sorgere del sole all’alba, sul mare. 

Nelle persone, per me la vita si esprime nel sorriso dei ragazzi e delle ragazze, nell’affetto di un bimbo, nella premura di una mamma, nella tenerezza di un papà, nella complicità di due sposi e nell’affabilità degli anziani. 

Alla vita penso quando vedo l’albero in fiore di fronte alla mia finestra, in mezzo a tanto cemento, quando una giovane mi racconta che va a fare volontariato, quando scopro che i legami creati sono variopinti e ricchi, e si rigenerano nel tempo come gli alberi a primavera. 

La vita mi insegna il vangelo quando le persone fanno dei sacrifici per amore, dove ci sono le pazienze, la resilienza, la tenacia di non disperarsi e di affidarsi alla provvidenza. 

Il vangelo mi insegna la vita dove c’è impegno per la giustizia, costruzione della pace, cura delle ferite, perdono, superamento tenace di tutte le discriminazioni. 

(Pausa) 

Io ho proposto un piccolo esempio, a servizio della liturgia. Ma tutti dobbiamo chiederci: come rendo testimonianza al Vangelo della Resurrezione? Credo che la cosa più importante sia non cercare lontano. Forse, un giorno, il Signore ci condurrà lontano, ma per adesso si tratta di prendere consapevolezza che siamo già qui, ora, immersi nella Vita.   

 Don Davide




Omelia Venerdì Santo

Nella prima scena di questo racconto, si fronteggiano Gesù e Giuda. Sono amici, anche se Giuda non è rimasto nel cenacolo fino ad ascoltare le parole di Gesù: “Non vi chiamo più servi, ma amici”. Gesù lo aveva voluto personalmente tra quegli amici che erano destinati per primi a conoscere l’amore di Dio per il mondo, gli aveva lavato i piedi e gli aveva offerto il suo affetto, perché si allontanasse dal suo proposito e si affidasse all’amore. 

Ma, nel momento in cui aveva accolto quel boccone e aveva deciso di andarsene, Giuda era sprofondato nella notte, in balia di Satana. 

Il loro incontro al Getsemani è impressionante. È un posto che Giuda conosce, perché era un luogo di preghiera condiviso. Com’è possibile che si sia tramutato in uno spazio di lacerazione così profonda? 

Gesù è lì con i discepoli. Giuda arriva con il suo seguito. Non è un assalto, ma uno schieramento di due fronti opposti: Gesù davanti ai suoi, Giuda con i soldati e le guardie. 

Dallo scambio che segue, pare che Giuda non riconosca Gesù: Gesù è lì davanti ai suoi occhi, con tutta la loro storia condivisa e chiede: “Chi cercate?” e Giuda parla di lui in terza persona: “Gesù il Nazareno”. 

Come è stato lo scambio di sguardi tra Giuda e Gesù? 

La passione degli uomini e delle donne inizia quando uno non riconosce più l’altro, con il quale ha condiviso una storia insieme e una speranza di bene per il futuro. 

Le croci del mondo cominciano ad essere piantate quando in una coppia che ha deciso un progetto di vita insieme non ci si riconosce più, si diventa avversari e nemici; quando due popoli che parlano una lingua simile come i russi e gli ucraini, o che vivono da decenni nella stessa terra come gli ebrei e i palestinesi, cominciano vedere nell’altro nient’altro che un nemico; quando un essere umano non riconosce più un essere umano, con la stessa dignità e lo stesso bisogno di essere rispettato e amato; quando fra amici si litiga e non ci si riconcilia più, dimenticando tutto ciò che di bene c’è stato. 

Si tratta di non riconoscere la verità sulla nostra vita, sugli incontri che abbiamo fatto e le relazioni che abbiamo costruito. 

Che cos’è la verità? Chiede Pilato a Gesù, ma poi non si ferma ad ascoltare la risposta.  

Che cos’è la verità? È una domanda che sta letteralmente al centro di questo racconto e avrebbe potuto segnare una svolta. Pilato sa che Gesù è senza colpa. Per tre volte lo dice di fronte agli accusatori e per altrettante volte cerca di liberare Gesù, ma alla fine volta lo sguardo dall’altra parte.  

Questo accecamento di fronte alla verità delle cose stordisce tutti quelli che hanno a che fare con Gesù e non si lasciano illuminare dalla luce che potrebbe riportali a se stessi:  

  • Pietro, che nega platealmente di conoscerlo; 
  • i suoi accusatori, che possono voler uccidere ingiustamente un uomo con il consenso dell’Impero, ma non si vogliono contaminare calpestando il cortile del governatore; 
  • i capi dei sacerdoti – la classe dirigente, il governo del popolo – che proclamano di avere come unico re l’Imperatore di Roma. Questa affermazione è un tale infarto teologico, che tutte le Scritture di Israele potrebbero bruciare al sentirla. 

Tutte le croci e la passione del mondo sono simboleggiate nella passione e croce di Gesù, proprio in questo stare di fronte alla realtà, riconoscere la verità… e fare finta di niente. È una obliterazione totale della coscienza e del senso della propria esistenza. 

Di fronte a questo scenario Gesù svela a sua madre e al discepolo la verità della loro esistenza, così che lo stesso discepolo possa finalmente dare testimonianza della verità. 

Qual è, dunque, la nostra verità? È generare ed essere generati. È essere madre e figli e riconoscere la Chiesa, madre e discepola, come lo spazio di comunione dove possiamo rispondere alla nostra vocazione.  

Credo che sia importantissimo sentire questo dovere di generare, ma allo stesso tempo di lasciarsi generare; di proporre un esempio e di lasciarsi educare; di insegnare e di apprendere; di guidare e farsi condurre; di trasmettere vita e accettare che la vita si riceve sempre in dono dagli altri. 

È così che ogni discepolo rende una testimonianza vera dell’amore di Gesù e della rivelazione di Dio. In tutta quella confusione e allontanamento dalla verità di se stessi, il cuore aperto del Crocifisso ci riporta alla possibilità di affermare che questa è la verità, non un’altra: l’amore incondizionato di Dio riversato senza misura su ogni uomo e su ogni donna. 

Fra poco faremo il rito dell’adorazione e, per chi vuole, del bacio della croce. Al termine della processione e del canto vorrei poi lasciare uno momento di silenzio per stare davanti alla croce e chiedere al Signore di aiutarci a fare verità in stessi. 

Che Gesù possa illuminare i nostri sentimenti, rischiarare i pensieri, aiutarci a riconoscere chi siamo, cosa abbiamo costruito, quali sono i nostri desideri profondi. 

Che la sua croce ci aiuti a riconoscere le nostre paure e ad affrontarle, e ad apprezzare il senso della nostra vita e la nostra vocazione. 

Non basteranno questi pochi minuti, ma potrebbero essere un inizio verso un contatto sempre più vero con noi stessi.  

C’è un’ultima verità, da scoprire. Gesù viene deposto in un giardino, in una tomba in cui nessuno era stato ancora deposto. Una tomba nuova, che non aveva ancora conosciuto la morte.  

Il giardino richiama il dono della Creazione. Gesù viene deposto in un giardino, in una tomba vergine che rispedirà la morte al mittente, perché sia chiaro a tutti che, in verità, non c’è proprio più posto per la morte in questo giardino. 

Don Davide




Omelia Giovedì Santo

La cena pasquale degli ebrei aveva assunto un valore rituale importantissimo. Era celebrata come la fonte di vita per tutta la comunità di Israele. L’inizio da cui derivava l’esperienza di appartenere al Signore e la libertà di essere popolo, che potrebbero essere due aspetti significativi anche per noi, tradotti nel modo seguente: che cosa significa essere cristiani? Che cosa significa essere chiesa?  

Nella cena pasquale l’aspetto rituale è fortissimo: l’agnello non deve avanzare fino al mattino e se uno mangiasse il lievito dovrebbe essere escluso dalla comunità, perché in quella notte il passaggio del Signore è avvenuto prima del mattino e il popolo di Israele parti dall’Egitto in gran fretta, prima che il pane fosse lievitato. 

Tutto deve essere racchiuso in quella notte. 

Come abbiamo sentito dalla II lettura, anche per i cristiani è rimasta questa impronta rituale fortissima: Gesù ha detto le parole di quella che sarebbe diventata la Cena del Signore – l’Eucaristia – nella cena pasquale. 

La comunità di Giovanni e, con essa, il redattore del IV vangelo – riflettendo molti decenni dopo su cosa distingua la vita cristiana dal mondo – ricordano che in un contesto rituale molto importante, quello della cena pasquale, Gesù ha compiuto un’azione totalmente irrituale: un servizio che doveva essere compiuto prima di prendere cibo, appena entrati in casa, perché era la soglia di passaggio tra l’impurità e la purità.  

Quindi nel solenne rito della Pasqua assistiamo a questo impressionante atto di Gesù, che sintetizza l’insegnamento del Maestro e Signore: lavare i piedi.  

Lavare i piedi: gesto ospitale per eccellenza (che vuol dire: ti accolgo e sei il benvenuto nella mia casa) e gesto di servizio nel ruolo del servo, anche se sei il padrone di casa. 

Questo fanno i cristiani come segno distintivo della loro fede e opera sorgiva del loro essere chiesa e comunità. 

Pietro, invece, esprime perfettamente la logica del mondo: “Io sono un servo fedele al suo capo”. Ma è esattamente l’opposto che conta: il capo vuole insegnare a servire, non se ne fa nulla di qualcuno che dica: “Io darò la mia vita per te”. È lui che ha dato la vita per noi una volta per tutti, e noi dobbiamo darla per i fratelli e le sorelle. 

Molto diversamente dai capi e dai potenti del mondo, Gesù non ha bisogno di sottoposti, ma di amore-posti. Gesù non vuole schiavi, ma persone libere e fraterne. 

Mentre si consuma la terza guerra mondiale a pezzi, sperando che i pezzi non si congiungano, ma anzi diminuiscano, e che i focolai si spengano, sento la grande responsabilità di essere una comunità cristiana autentica ed originale nel vivere la fede, il servizio fraterno e l’amicizia reciproca. 

Di fronte ai poveri, all’individualismo, alla solitudine e all’indifferenza, sento il bisogno di essere una comunità cristiana che fa spazio nella propria casa, insegna lo stile di lavarsi i piedi e di servirsi, invece di sopraffarsi. 

Qualche giorno fa, è stato celebrato qui in questa chiesa il funerale di Pilar, una ragazza di 22 anni, non della nostra parrocchia, morta di anoressia. Al cospetto delle sofferenze dei giovani (e delle loro famiglie e amici), e pensando alla vitalità esplosiva che potrebbero esprimere e alla loro capacità di fare nuovo il mondo, sento il dovere di stare vicini, di essere una comunità cristiana affettuosa, un cenacolo dove si dicono e si vivono le cose più vere e dove si può aprire il cuore all’amore e a un’incoraggiante promessa di vita.  

 Fra poco ripeteremo il gesto della lavanda dei piedi. Dobbiamo ricordarci che io lavo i piedi a te, mentre a me li ha già lavati Gesù. Coloro che si lasciano lavare i piedi da Gesù la smettono di pensare a quello che possono fare per lui, accettano il grande dono di imparare l’amore, e che sia lui il modello di cui abbiamo bisogno. 

“Lo capirai dopo” dice Gesù a Pietro. Questi sono i giorni di ricevere l’esempio da Gesù e di dare amore alla comunità. Nell’Eucaristia, noi celebriamo continuamente questa sorgente zampillante che permette la vita nostra, della comunità cristiana e anche del mondo intero, se accettiamo questo insegnamento di deporre le vesti e di lavare i piedi nel ruolo del servo. 

 Che cos’è dunque l’eucaristia? È la scuola dove impariamo l’amore. 

Che cosa significa celebrare? Significa allenarsi a servire. 

Come si vive da cristiani? Accogliendo l’altro nella casa che edifichiamo insieme, la chiesa, e scoprendo la bellezza della nostra vita che serve. 

Don Davide