Omelia per i bimbi del 24-01-2021

TESTIMONIANZA DI ZEBEDEO

Quando Gesù chiamò i miei figli Giacomo e Giovanni, capii che era giunto un momento decisivo anche della mia vita.

Conoscevo quel Maestro particolare; era da qualche giorno che insegnava lungo le coste del Lago e lo faceva in modo diverso da tutti gli altri: era più autorevole e più convincente, e le cose che diceva si capivano bene, come se facessero parte della nostra vita. E poi nelle sue parole c’era una dolcezza, come se parlasse con affetto a persone a cui voleva bene, e quando lo ascoltavi provavi un senso di urgenza e di pace allo stesso tempo.

Avevo voluto molto bene ai miei figli e avevo insegnato loro tutto quello che sapevo, soprattutto il mestiere di pescatore. Ormai, erano molto più bravi di me.

Ma sapevo che quel lavoro gli stava stretto. Erano sempre stati irrequieti, con un’energia che sembrava che dovessero spaccare il mondo e certamente quei piccoli villaggi sulle sponde del Lago non erano abbastanza per loro.

Pensate che una volta si erano conquistati il soprannome di Figli del Tuono.

Il giorno che Gesù li chiamò, li avevo visti particolarmente spenti. Stavano aggiustando le reti, ma si vedeva che erano tristi, annoiati e con poca motivazione.

Così fui contento che fosse proprio Gesù a chiamarli. La sua voce risuonò come un tuono: “Ehi, voi due, venite dietro di me!” Notai che c’erano già Andrea e Simone al seguito: sembravano due pulcini spaventati dietro a Gesù, eppure erano due omoni, con le mani indurite dal tanto lavoro.

Quando Gesù li chiamò, sentii che si realizzava anche la mia vocazione di padre, come la vocazione di ogni genitore, di ogni mamma e di ogni papà.

Sì, perché quando sei genitore ai tuoi figli insegni tutto, dai loro il meglio di te… ma poi arriva il momento in cui devono seguire la loro strada, ed è giusto che lo facciano, che loro partano e che tu rimanga lì sulla tua barca, da solo.

È difficile, ma è giusto.

La vocazione dei genitori si compie proprio quando sanno lasciare spazio ai figli, perché seguano la loro vocazione.

Giacomo e Giovanni, all’udire quella voce di tuono, si risvegliarono. I loro lineamenti si distesero e si accesero, come se fossero di fuoco. Si voltarono verso di me, facendomi un sorriso, io con la testa feci cenno di sì e loro si incamminarono verso Gesù, lasciando tutto lì sulla barca.

E io sono contento che abbiano risposto con l’entusiasmo che li caratterizzava. E sono contento che lo abbiano fatto subito. Perché un padre è felice quando i figli sono felici.

Sono i miei figli e io li amo.

 

INTERVISTA AI DISCEPOLI

Giacomo e Giovanni, raccontateci come è stato l’inizio.

Quando Gesù comparve per la prima volta e cominciò a predicare, non ci facemmo neanche caso. Non era certo il primo e non sarebbe stato l’ultimo.

I personaggi come lui iniziavano a predicare alla mattina presto, quando noi pescatori avevamo quasi finito di lavorare, dopo una notte passata a pescare. Eravamo stanchi e non avevamo certo voglia di stare lì ad ascoltare!

E poi cosa successe?

Prima che ci chiamasse, eravamo passati accanto a Gesù un paio di volte, mentre tornavamo dal lavoro. Ricordo che la prima volta che incrociai il suo sguardo, non riuscii a sostenerlo.

Così, cominciammo a fare attenzione a quello che diceva. Quando finivamo di pescare, trovavamo sempre la scusa di intrattenerci sulla barca, per ascoltare qualche insegnamento di Gesù, senza farci notare.

Ma credo che lui si fosse accorto che eravamo interessati.

Cosa avete provato?

Cavolo, noi eravamo giovani e vivevamo in un mondo legato alle tradizioni! Sembrava che non si potesse fare niente di nuovo, non era ammesso nulla ente che non fosse stato già fatto o già vissuto dai tuoi genitori, dai tuoi nonni e dai tuoi bisnonni.

Invece noi eravamo curiosi. Volevamo vedere Gerusalemme… e Atene… e magari anche Roma! Anzi, volevamo sconfiggere l’Imperatore! Sì, pensavamo di poterlo fare!

E ci siete riusciti?

Beh, quando Gesù ci chiamò pensammo che fosse la nostra grande occasione.

Ha funzionato?

In realtà, dopo abbiamo scoperto che non avevamo capito niente.

Ci disse che saremmo stati “pescatori di uomini” e noi ci lasciammo prendere dall’entusiasmo… ma, a pensarci bene, non avevamo idea di cosa volesse dire!

L’avete imparato?

Sì. Abbiamo imparato che la cosa più grande che si può fare è migliorare se stessi, allenandosi ad amare, a voler bene e a servire.

E che essere pescatori di uomini, significa che se tu ti lasci amare, dopo gli uomini si avvicinano a Dio quasi da soli.

Grazie del vostro tempo, alla prossima intervista!
Grazie a voi, arrivederci a tutti!

 

LETTERA DI GESÙ

Care bimbe, cari bimbi,

rispondo volentieri per raccontarvi cosa mi ha spinto, quel giorno a chiamare i primi discepoli… i primi di una lunga lista in cui, oggi, ci siete anche voi.

Io abitavo a Nazareth, sui monti, ed ero stato a Gerusalemme e a Betlemme… ma il Lago era il mio posto preferito. Così, quando volevo annunciare l’amore di Dio… decisi di partire da lì.

Mi sembrava il luogo adatto per sentirsi amati da Dio, come quando anche voi siete nel vostro luogo preferito. Qual è il vostro luogo preferito?

Lì incontrai tanti uomini e tante donne indaffarati. Erano giovani e meno giovani… e studiandoli, capii subito una cosa.

Tutti, ma proprio tutti, avevano nel cuore un desiderio: quello di essere amati e di amare, insieme a quello di fare qualcosa di buono.

Sono sicuro che anche voi ce l’avete! È quel sentimento che ci fa sentire la gioia, quando accade qualcosa di bello.

Allora cominciai semplicemente a dire a tutti che era vero.

E loro mi domandavano: “Che cosa è vero?!”

E io: “Che siete amati! Che Dio vi ama!”

E aggiunsi che tutti potevano farlo.

E loro mi domandavano: “Che cosa possiamo fare?!”

E io: “Potete amare anche voi! E fare tante cose buone!” E li incoraggiavo.

E vedevo che era come se si risvegliassero: avevano più energia ed erano più gioiosi.

Avete presente, bimbi, quando incontri qualcuno che capisci che può essere tuo amico? Ecco, quando vidi i primi discepoli, io provai quella sensazione. Capii che saremmo stati amici per sempre e che io non li avrei lasciati mai più.

Fu come un’ispirazione e li invitai a seguirmi e a stare con me. Loro vennero subito, non indugiarono neppure un secondo, e così facendo, mi hanno insegnato loro una cosa che io non avevo ancora imparato.

Che il momento buono per fare il bene è adesso, subito!

Iniziate dal vivere bene la giornata di oggi: fate un complimento per il pranzo buono che mangerete, mettete un po’ più di impegno del solito a fare i compiti di oggi, quando giocate inventatevi qualcosa di speciale… e andando a dormire, stasera, date un abbraccio più forte ai vostri genitori.

E anche voi scoprirete, che l’amore di Dio è vicino, vicinissimo.

Con affetto,
il vostro Gesù




Il respiro dello Spirito – Omelia di Don Davide del 31 maggio 2020

Il supplizio della croce, all’epoca dei Romani, uccideva per soffocamento, proprio come farebbe il Coronavirus, colpendo i nostri polmoni, se non fosse combattuto.

Quando ha esalato l’ultimo respiro, Gesù ha effuso il suo spirito, per fare anche di quel momento di fatica a respirare un dono. Quanto volte diciamo: “Sono così impegnato che non riesco nemmeno a respirare…”? Forse, dietro agli affanni, c’è un atto d’amore che li riscatta.

Voglio immaginare quando Gesù è tornato a respirare nel sepolcro, voglio provare a visualizzare quel primo respiro, quando i suoi polmoni si sono riempiti d’aria e il suo petto si è gonfiato e il suo corpo, come percorso da una scossa, si è trasfigurato.

Tu, Spirito Santo di Pentecoste, sei entrato dentro di lui. Tu sei il respiro, dice la parola ebraica.

In uno slancio di audacia, vorrei andare a un altro momento ancora, all’origine del cosmo e della storia, quando le particelle erano nel caos e materia e antimateria si sfidavano per il dominio e il respiro di Dio faceva le capriole come il nostro fiato d’inverno, sopra quel nulla che poteva rimanere nell’abisso.

Soffio dello Spirito

Poi c’è stato il primo respiro della Creazione. E piano piano hanno cominciato a respirare lo spazio e le stelle, il sole e i pianeti, il cielo e la terra, il mare, i fiumi, le montagne, i prati, i fiori, gli animali, l’uomo e la donna. Se ci guardiamo bene, se ascoltiamo, tutto respira.

Mi sembra che in questa Pentecoste ci sia qualcosa che ci supera immensamente. Ci siamo noi, con le sorprendenti difficoltà di questi mesi e le nostre preoccupazioni, ma poi c’è il desiderio smodato di Dio che il mondo sia investito da un respiro spirituale e che riprenda fiato, e che questa boccata d’aria pura ravvivi la nostra intelligenza, ci renda operosi nella carità e ci doni una profonda empatia con ogni essere vivente.

Tutto il contrario di quello che è accaduto nell’uccisione di George Floyd, a Minneapolis.

Quell’uomo è morto perché gli è stato premuto un ginocchio sul collo, schiacciato a terra, per 8 minuti e 53 secondi. Non è l’unica vittima innocente, ma è diventato un simbolo. Quelle immagini hanno spaventato i bimbi, indignato i ragazzi e i giovani, scatenato proteste. Quelle immagini sono la negazione di tutto ciò che è la Pentecoste. Lo Spirito fa rinsavire, ti riempie di commozione per il dolore altrui, solleva non schiaccia e, soprattutto, infrange la durezza di cuore. Non puoi fissare la sofferenza di una creatura per tanto tempo e non sentirti spezzare il cuore.

Tu, Spirito Santo di Pentecoste, sei lo Spirito che fa respirare. Sei lo Spirito della vita.

Sento che siamo testimoni di qualcosa di misterioso che accade in questa Pentecoste, e che dobbiamo imparare qualcosa.

Caro Spirito Santo, bisogna pregarti sempre, perché tu sei il vero protagonista della preghiera, ma ogni tanto ce ne dimentichiamo. Oggi, però, vorrei dirti una preghiera speciale insieme a questa comunità radunata, e ho iniziato in modo se vuoi un po’ fanciullesco, scrivendo come a un amico, come un diario:

Caro Spirito Santo…
vorrei che tu ci insegnassi a respirare: che ogni uomo e ogni donna respirino.
Io so che noi non siamo capaci di parlare ai giovani, di coinvolgerli, di accendere il loro entusiasmo e di aiutarli ad uscire all’aria aperta piuttosto che stare davanti a uno schermo… ma mi piacerebbe che potessero respirare, ben al di là delle nostre asfissie ecclesiali e delle nostre afasie.
Ti prego affinché, come chi ha raggiunto la vetta in montagna, ciascuno di noi possa respirare gli orizzonti, riconoscere il percorso fatto e nuove destinazioni, rigenerarsi, desiderare e progettare nuove vie.
Se non oso chiedere troppo, vorrei che in questo giorno di grazia, come dono della grande effusione dello Spirito sulla Chiesa, i malati riprendano a respirare e guariscano. E chi li ama gioisca.
Vorrei che anche la Terra possa tornare a respirare dall’inquinamento che le abbiamo provocato; che possano semplicemente vivere i popoli indigeni dell’Amazzonia, oppressi troppo a lungo nel disinteresse di tutti, e che l’Amazzonia stessa ricominci a respirare, invece che soffocare tra le fiamme, provocate da uomini dal respiro corto.
Infine, Amato Spirito del Signore – radunati di nuovo nelle nostre chiese come cenacoli, spaventati, sgangherati, ma pieni di speranza – come se fosse la notte di Pasqua, come se fosse il primo giorno della Creazione, fai rivivere la tua Chiesa.

Amen.




Una dei Magi – Omelia Epifania 2019

I Magi

Il mio nome è Machedà, sono una dei Magi e questa è la mia testimonianza.

Non stupitevi che sia una donna.

Il profeta Isaia lo aveva indicato: “Tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.” (Is 60,6). Dal mio paese, Saba, venne la grande regina che visitò il re Salomone e io porto il suo stesso nome. Tutti conoscete Cleopatra, la regina egiziana. Tra i discepoli del Maestro ci furono molte donne, Maria di Magdala è la più conosciuta… ma c’era anche Giovanna, la moglie dell’amministratore di Erode (Antipa): in quella corte ottenebrata dal male, pare che solo una donna riuscì a trovare la via della luce.

Saba corrisponde alla zona del Corno d’Africa: le regioni dell’Etiopia, dell’Eritrea, della Somalia, ma anche dello Yemen e dell’Arabia Saudita. È un grande regno, dove neppure i Romani sono arrivati e che ancora oggi è governato da una donna: Candace.

Conosco bene il racconto che ha fatto Matteo del nostro viaggio, e non c’è nulla che contrasti con il fatto che qualcuno dei Magi fosse una donna. Non eravamo nemmeno in tre, ma “alcuni”. Non ricordo nemmeno io quanti. Si dice che i Magi vennero da Oriente, e le mie regioni, infatti, sebbene molto più a sud, rispetto a Israele risultano a est.

Incontrai gli altri quasi alla fine del viaggio. Erano stupiti anche loro che una donna si unisse alla carovana, ma non fecero obiezioni. Erano uomini immensamente saggi, illuminati nel senso più vero della parola. Che ci sia qualsiasi forma di discriminazione fra l’uomo e la donna, o mancanza di rispetto, o diseguaglianza nei ruoli, è una cosa di cui – dopo averli conosciuti e sapendo che dovrebbero ispirare generazioni e culture – non mi riesco assolutamente a spiegare.

Sembrava tutto magico nei passi che muovevamo.

Arrivati a Gerusalemme, chiedemmo dell’erede al trono. Tutti ci ammonivano, con un’ombra di paura negli occhi, di non parlare di eredi al trono, che il re non lo avrebbe tollerato e ci sconsigliavano vivamente di andare da lui. Poi fummo convocati e ricevuti.

Ricordo nitidamente il primo incontro. Era un uomo di cui tutti avevano timore, che si circondava solo di persone servili. Aveva l’animo oscuro e le mani brutte. I suoi occhi erano di serpente e la sua lingua velenosa: parlava con riverenza solo dei Romani, e solo a proposito del potere. Cercò di ingannarci e noi facemmo finta di credergli, perché avevamo avuto l’informazione che cercavamo.

Usciti da quella fortezza ci sentimmo rinascere. Il cielo grondava di stelle, ciascuno di noi era ispirato da una diversa, ma tutte si addensavano in direzione di Betlemme. Era meraviglioso. Non ho mai più visto uno spettacolo così incantevole. Provai una grandissima gioia, perché il cielo diceva che anche se c’erano persone meschine e orribili come il re Erode, il mondo rimaneva carico di promesse di bene. Io, Gaspare, Baldassarre e Melchiorre e tutti gli altri, nel frattempo, eravamo diventati amici. Venivamo da mondi diversi, guardavamo il cielo e ci sentivamo fratelli e sorelle. Questo bastava.

La luce, nel frattempo, si faceva accecante. Ci condusse a una casa e dentro trovammo un bambino. Gli altri rimasero momentaneamente interdetti: eravamo abituati alle regge e lì pareva che non ci fosse alcunché di regale. Poi io notai la sua mamma e capii subito che tutto lo splendore che cercavamo era nei gesti con cui quella giovane donna si prendeva cura di lui. Oh, non era perfetta, tutt’altro! Era impacciata, inesperta e trepidante, ma era… rapita dall’amore per lui. Se penso a quando ho imparato ad amare, penso a quando li ho visti per la prima volta.

Le rivolsi un saluto e lei ricambiò, come se ci stesse aspettando. Non aveva alcuna paura. Sembrava che il suo cuore esaminasse ogni cosa e avesse percepito che eravamo lì pieni di buone intenzioni. Il padre del bimbo ci fece accomodare, in realtà ci inginocchiammo. Sembrava una scena eclatante, ma non fu così. Ci venne totalmente spontaneo. Avevamo portato dei doni: capimmo che l’oro era adatto a quel bimbo, perché non lo avrebbe mai tenuto per sé, lo avrebbe usato bene o non lo avrebbe usato affatto. Non come Erode, o come quelli che discriminano le donne! L’incenso che offrivamo agli dei ci sembrò particolarmente adatto, perché tutto attorno aleggiava qualcosa di molto più che regale, qualcosa di divino, che non ci aspettavamo. Io, timidamente, offrii anche la mirra, la più pregiata tra i profumi d’oriente.

Ricordo ciò che accadde, come se fosse ieri. Gesù stava dormendo; quando sua madre aprì la mirra, l’odore intenso del profumo lo svegliò. Aprì gli occhi, ispirò profondamente e… sorrise. In quel risveglio, abbiamo intuito una profezia della resurrezione: fu la scintilla della nostra fede. Come ha scritto Giovanni: la vita si era fatta visibile e noi la vedemmo (1Gv 1,2).

Tornando a casa decidemmo di stare alla larga da Erode e, quasi subito, ci separammo.

Avrei voluto avere i miei amici vicini quando i messaggeri portarono la notizia che Erode aveva fatto uccidere tutti i bimbi di Betlemme. Mi sembrò di soffocare e mi chiesi perché l’esistenza dovesse avere così tanti contrasti: un re orribile e un bambino adorabile; la luce e le tenebre; la vita e la morte.

Poi un giorno, uno dei miei servi egiziani, mi parlò di una famiglia di ebrei, che vivevano nascosti in Egitto. Mossi la carovana per andare a visitarli e quando verificai che erano loro mi sentii di nuovo inondare di gioia, come quando ci guidavano gli astri. Per quattro anni feci loro visita regolarmente, diventai amica di Maria, sua madre. Lei si scherniva: una regina alla mia umile corte!? Ma la regina era lei, e io la serva.

Quando ripartirono per Israele, cominciai a desiderare sempre di più di depositare il potere e imparare a servire. Candace è mia figlia. Dopo che fu abbastanza cresciuta, lasciai a lei il trono. Anche lei è diventata cristiana, più che per la mia testimonianza, grazie a un suo servo, che fu evangelizzato da Filippo, l’apostolo (At 8,26-40). A parte noi, Magi, fu il primo a portare la fede al di fuori di Israele.

Ora sono vecchia, vecchissima. So che Tommaso è andato nelle terre dei miei vecchi amici, e che Maria è a Efeso, con Giovanni. Giovanni mi ha mandato alcune pergamene con il suo scritto. Ho letto che Tommaso volle vedere Gesù risorto. Io non l’ho mai più visto, né da adulto, né da risorto. Ma so che è vivo e io morirò da sua discepola. E, finalmente, lo rivedrò.

Don Davide




Un figlio e un bambino – Omelia Natale 2018

Il dono di uscire da noi stessi

“Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio.” (Is 9,5).

Dio si rende presente in mezzo a noi nei panni di un bambino, in modo che si compia il miracolo di spossessarci di noi stessi, perché quando nasce un figlio, o ti viene dato un bambino, è così: il tuo tempo non è più riservato, ti dedichi completamente e diventi responsabile di lui.

Ho visto mio fratello quando è nato il mio primo nipote – immaginatevi un uomo grande e grosso, fintamente burbero e che mai avrei pensato che si potesse calare in questo ruolo – tenere in braccio suo figlio come un papà navigato. Si dice che quando nasce un figlio si impara subito a fare la mamma e il papà; magari c’è qualche impaccio all’inizio, però sei subito attenta e ci tieni ad accudirlo. Spesso le giovani mamme e i giovani papà accettano i consigli, ma sono anche gelosi del loro modo di prendersi cura dei bimbi.

Sottolineo: è una cosa che in parte si impara, ma che soprattutto è frutto quasi immediato di questo evento dirompente che sconvolge la vita per sempre, da un momento all’altro. Prima si era autonomi e si faceva quel che si voleva. Dopo c’è un altro e ci sarà per sempre.

Allo stesso modo Dio vuole realizzare in noi la vita adulta, l’uscita dal nostro egoismo, l’arte di non preoccuparci più di noi stessi e quella sorta di gelosia per la cura di un altro.

Una mia amica qualche giorno fa mi scriveva che la vita riserva sempre dei momenti stupendi, ma la leggerezza, quella è riservata all’età giovanile. Anche se sembra una riflessione un po’ amara, in fondo è vera: perché quando diventi responsabile di una persona non puoi più essere tanto leggero. Ci sono una gioia e un lusso legati a una perdita: hai sempre quel pensiero fisso, sei completamente portato fuori da te stesso.

Dio ci fa questo regalo: aprire il cuore e vincere la preoccupazione costante di salvaguardarci e proteggerci.

E se sei responsabile di qualcuno, vuole dire che sei prezioso, vuol dire che hai un ruolo ben preciso nella storia del mondo, vuole dire che senza di te quella creatura sarà un pochino più sola, e quindi è quanto mai importante che tu ci sia, che te ne prenda cura.

(Sento già l’obiezione: quindi chi non ha nessuno, chi non ha figli o ruoli, o è solo vuol dire che non vale? Vuol dire che non conta nulla? Ovviamente non è così, ma vi chiedo di pazientare ancora un attimo. Per ora voglio insistere su un altro aspetto.)

Il dono di Dio non si realizza solo quando nasce un figlio, ma ogni volta che qualcuno ti viene dato, perché tu possa essere fratello e sorella, padre e madre, qualunque sia il rapporto di età.

Ricordo le prime volte che, da giovane educatore, portavamo i bimbi a campi estivi. La sera gli preparavamo la camomilla e gli leggevamo i libri della buona notte. Fino al giorno prima a fare gli spacconi fra amici e a considerare dei poveretti quelli che perdevano il sabato pomeriggio dietro a dei cinni o una settimana d’estate a fare i campi, e il giorno dopo sei lì, seduto sulle scale di una casa vecchia e fredda, a raccontare le storie.

Una volta sgridai due ragazze del primo anno del liceo perché le avevo trovate ancora sveglie a tarda notte, con la torcia accesa sotto le lenzuola. Avevano dovuto scegliere se venire alla due giorni o studiare latino: avevano deciso di venire al ritiro, e stavano traducendo una versione di latino con la torcia, sotto le coperte per non farsi beccare. Alla fine mi sono messo a fare la versione con loro.

Dopo otto giorni di un campo itinerante, l’ultima sera, all’una di notte una ragazza mi confida di essere anoressica. Tu vuoi solo andare a letto, hai gli occhi che ti si chiudono, ma capisci che in quel momento devi essere lì, ascoltarla tutto il tempo che serve.

Nei nomi che vengono dati a questo “bambino” riconosciamo che il suo potere è di rendere chiaro il discernimento, di strapparci fuori da noi stessi, di insegnarci una maternità e una paternità sempre più dilatate, che vanno in entrambe le direzioni… dal più vecchio al più giovane, ma anche, notatelo bene, dal più giovane al più vecchio. Sì, anche voi giovani siete padri e madri, fratelli e sorelle per chi ha più anni di voi!

L’ultimo nome è “Principe della pace”. Quando sei strappato fuori da te stesso si compie il grande miracolo: è questa la via per la pace del cuore. Quel frastuono di calzature di soldato che cessa improvvisamente e quei mantelli intrisi di sangue che vengono bruciati nel fuoco, sono il segno di una guerra che finisce soprattutto dentro noi stessi.

Due volontarie della Caritas mi hanno raccontato di un imprenditore che, candidamente, si dichiarava razzista. Aveva una posizione di lavoro aperta e loro sono andate a parlargli per un ragazzo africano. Non si sa bene come abbiano fatto a convincerlo e ora… guai a chi glielo tocca! Gli ha dato la promozione e pure l’aumento!

Anche Maria e Giuseppe – soprattutto loro! – hanno vissuto concretamente questo segno: un figlio dato, un bambino nato. Le luce che improvvisamente spezza le tenebre. Una gioia moltiplicata.

Adesso mi chiedo che cosa significhi questo evento anche per chi non sente di potere dire: “Ho avuto una gioia moltiplicata…”

Ho davanti il volto dei tanti amici e amiche che soffrono perché non hanno l’amore; le donne che desidererebbero essere madri e non lo sono perché non possono o perché è passato il tempo, e che non sopportano le feste in cui si parla di pannolini e pappine; ho in mente uomini afflitti perché non hanno le risorse per corrispondere ai bisogni della famiglia; penso agli stranieri rifiutati e ai poveri non aiutati; infine le persone tristi, che non hanno motivo di gioia, e quelli che vengono scartati, non appartengono ad alcuno e non hanno nessuno per cui sentirsi utili.

Deve essere Natale per tutti.

Ho davanti il volto di ciascuna di queste persone e non ho risposte.

Vedo però che in questa semplice famiglia di Betlemme non c’è alcuna manifestazione di superiorità, o rivendicazione, o pretesa di essere un modello. Tutte queste cose gliele abbiamo aggiunte noi, dopo. Vedo più che altro la potenza di accogliere la vita così come si manifesta. Sono andati via da casa, hanno fatto un viaggio non corto, mentre erano in quel luogo Maria dovette partorire. E poi la descrizione di un gesto semplice, immediato, quello che era possibile: hanno avvolto in fasce Gesù e lo hanno messo in un lettino di fortuna.

In questa scena, non c’è nessuna pretesa di dire: “Fate come noi!” e allo stesso tempo nessuna rivendicazione del tipo: “Mannaggia, che momento per partorire!”. C’è solo una potentissima consuetudine ad accogliere la vita come si manifesta. Senza ombra di paragone, né pretesa, né giudizio o condanna per chiunque altro.

È proprio questo stesso segno che viene indicato ai pastori. “Troverete un bimbo così” (Lc 2,12): in esso si esprime l’incredibile benevolenza di Gesù e basta.

Che cosa significa sperimentare la benevolenza?

Ho pensato a una notte di Natale di tantissimi anni fa, non so dire di preciso se a San Vigilio di Marebbe o a San Cassiano in Val Badia, ma ricordo perfettamente il momento. Eravamo a messa e il coro cantò Stille Nacht in una maniera incredibile. Avevano i corni e quei vocioni da alpini cresciuti con la grappa nel biberon. C’era un’atmosfera unica: le luci soffuse, i corni, la musica, il freddo. Aveva appena nevicato. Io ero ancora un bambino e non capivo niente, ma c’era la mia famiglia, ed era tutto così bello che mi sentii rassicurato.

Non a tutti, purtroppo, capita di sentirsi così profondamente rassicurati. Molti combattono tutta la vita contro una fiducia di fondo che è loro mancata, perché ne sono stati privati.

Ma Dio, con la nascita di Gesù bambino, vuole che ciascuno di noi si senta così intimamente rassicurato. Questa è la benevolenza di Dio.

Forse, allora, il primo passo per tutti è affidarsi a questa benevolenza che ci ristora, poi ci aiuta a fare altri passi. Insieme, ci vogliono fratelli e sorelle, amiche e amici, padri e madri che non facciano mancare la propria presenza. E spero che, come per Maria e Giuseppe, dopo alcuni rifiuti si potrà aprire una porta dove trovare pace.

Don Davide




Omelia 16 settembre 2018 di Padre Maurizio

Vorrei con voi, oggi, e con le amiche e gli amici che sono venuti a rallegrare la nostra liturgia con il dono del canto, spendere due parole e dare voce a quella gioia che ci muove dentro. E che ci fa percepire, con una evidenza indiscutibile, il legame tra musica e liturgia, tra canto e sacramento.
Ciò che percepiamo, con questo misterioso legame, è qualcosa che ha a che fare con l’energia creatrice, quell’energia dello spirito che crea mondo. Il motore del mondo. Non è solo un abbellimento, il coro che canta in chiesa. Quando celebriamo il sacramento senza cantare, sentiamo che ci manca qualcosa, ma è come se non disponessimo delle parole adeguate per dire questa mancanza. E allora diciamo: <<Certo, col coro è più bello…>>. Ma non è solo più bello, è, soprattutto, più vivo. Ecco, vorrei trovare con voi le parole per dire questo, per dire questa vita del canto nel sacramento, questa vita del sacramento nel canto.
Il nostro punto di partenza è la nostra cultura, centrata sull’efficienza, sul calcolo quantitativo; una cultura totalmente anaffettiva perché ci consegna a una solitudine molto vicina alla solitudine dei numeri primi… Anzi, siamo più soli dei numeri primi, perché poi nella musica i numeri si esaltano tutti in questa loro parentela privilegiata con le note e con il ritmo. I numeri si esaltano quando sono assunti dallo spirito della musica. Noi ci esaltiamo un po’ meno, perché abbiamo affinato il linguaggio di una ragione priva, però, delle parole degli affetti. Ecco, il primo punto è questo: la musica, il canto, nella sua gratuità, è il luogo di una vitale mediazione tra le parole della ragione e le parole degli affetti e dei legami, che sono la sostanza del nostro vivere. Una mediazione non di quantità, ma di qualità: il coro non aggiunge nulla al sacramento, ma lo fa risuonare e vibrare all’interno dei nostri corpi, che sono corpi vibranti, sempre, anche sotto anestesia.
Poi noi cristiani occidentali, ogni volta che cantiamo in chiesa, portiamo qui quasi duemila anni di storia e di civiltà. Perché dalla grande tradizione monastica cristiana – che ha molti secoli di storia e di memoria – perché da lì, dall’esigenza di cantare Dio, è nata la grande musica occidentale. Non si è trattato solo di cercare le risonanze più pure ed eleganti dello Spirito creatore: il genio cristiano ha stabilito un legame indissolubile tra civiltà musicale e vita secondo lo Spirito. Quindi, ogni volta che portiamo la musica dentro la liturgia, portiamo con noi quindici secoli di storia. Non solo: portiamo nel sacramento un’intera civiltà musicale, senza la quale la nostra stessa civiltà va in depressione. Perché il canto e la musica liturgica occidentale sono un albero vivo, le cui radici penetrano profondamente nella tradizione classica e nella tradizione biblica. Da una parte la sensibilità tutta greca e latina per la parola poetica, ritmata e cantata, quale espressione viva dell’umano. Dall’altra la forza del sentire biblico, che nella preghiera fatta canto (pensiamo alla meravigliosa ricchezza del Libro dei Salmi) celebra la quotidiana attesa, il quotidiano incontro con Dio.
Se c’è qualcosa in grado di dirci che il mondo, le cose, i corpi, hanno un’anima, questo è la musica. Perché la musica fa suonare il legno, il metallo, la pelle del tamburo. Ci innalza verso l’incanto dell’essere-al-mondo, alleggerendo ogni ingombro di massa inerte; ma allo stesso tempo restituisce alla materia un’anima di vita. L’universo intero, stelle comprese, vibra. La voce del canto porta, nello spazio limitato di una stanza o di una chiesa, la vibrazione dell’universo. E il sacramento dice alla musica: <<Sorella, non ti spaventare per questa immensa responsabilità, perché tu stai dando respiro a una parola che ti precede, una parola buona, carica di promessa, una parola che vuole bene, la parola del Verbo che si è fatta carne, per ciascuno di noi, per la nostra felicità e per la nostra salvezza. Non avere paura, canta!>>. E la musica, il canto, accoglie l’invito. Il canto entra nel sacramento, e sente che lì è casa sua. Lì, nel sacramento, il canto incontra e trova se stesso come voce che può dar voce e corpo all’Indicibile che lo precede, incontra e trova se stesso come voce dell’inesprimibile che è dentro ciascuno di noi.
Non avere paura, canta! Perché senza il prodigio del canto il mondo non solo è più triste, ma si decompone.

p. Maurizio




Omelia 6° domenica di Pasqua

“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi.” (Gv 15,12)

Esistiamo, perché un atto d’amore ci ha preceduti.

Veniamo generati da un atto d’amore.

Fino dal primo istante della nostra esistenza terrena, è lo sguardo d’amore e di tenerezza che si posa su di noi che ci mantiene integri e ci fa crescere.

Dopo, tutto facciamo nel bene e tante volte anche nel male, col desiderio di ricevere amore. Cerchiamo di compiacere i nostri genitori, di essere simpatici coi nostri amici, di lusingare chi stimiamo per stare nella dimensione rassicurante del loro amore. Oppure, viceversa, siamo ribelli e cerchiamo il nostro spazio, facciamo magari i bulletti e siamo fastidiosi, facciamo finta di disinteressarci dei nostri insegnanti, dei nostri maestri e dei nostri educatori perché speriamo che qualcuno riesca a convincerci che siamo amati così come siamo, che la grande ribellione può finire, che abbiamo trovato casa.

Poi ci si innamora per la prima volta, da ragazzi, e tocchiamo il cielo con un dito. Ogni cosa ci parla, ci parlano i fiori, gli uccellini, una bella canzone, il sole nella nostra città. Ci sentiamo avvolti e coinvolti in una comunione quasi cosmica, universale. Per quel breve e fugace attimo in cui il primo amore si manifesta, così immediato, genuino ancora non corrotto e non sovrastrutturato, con la persona amata siamo le persone migliori del mondo: ogni conflitto sembra risolto, ogni equilibrio ricostituito. Se idealmente potessimo dilatare quel momento per ogni persona, estenderlo, condensarlo in una pozione o formula magica, forse non ci sarebbero più le guerre.

Poi subentra il primo disincanto, a cui ne seguiranno mille altri, che possono o sorprendere la nostra percezione buona dell’esperienza dell’amore, disilluderci – come si dice – oppure confermare le nostre paure, le nostre fatiche, la percezione di non essere noi i fortunati destinatari dell’amore del mondo, e quindi, in ultimo, subentra la rabbia, il rancore.

Cominciamo a scoprire che l’amore è un lavoro faticoso, di ogni giorno, che può partire solo da noi stessi. Se abbiamo la fortuna di incontrare qualcuno che ci guida in questa consapevolezza, nella vita, siamo salvi.

Quando otteniamo un traguardo sperato – una vittoria sportiva, la maturità, la laurea, una professione che ci soddisfa – ci sembra di potere porre finalmente una parola di riscatto definitiva. Ci sembra di poter dire: “Finalmente le cose stanno così: posso essere amato”, ma poi ci dobbiamo subito mettere a lavorare di nuovo a tessere con l’ago e con il filo la nostra capacità di amare e la gratitudine totalmente libera da pretese di essere amati.

Quando incontriamo l’amore della vita e decidiamo di portarlo all’altare, oppure di consacrarlo, intuiamo sì qualcosa di definitivo. Io ti voglio amare e mi sento amato o amata nel modo giusto così, nel modo che mi fa bene e che ti fa bene. C’è una scintilla di verità profonda in quella scelta. A questa verità bisognerebbe cercare di stare ancorati e di essere fedeli.

Ma anche in questo caso, il lavoro dell’amore è solo all’inizio.

Sentiremo che ci alterniamo fra il desiderio di essere amati e il bisogno di amare, e che quando riusciamo a fare vincere il bisogno di amare, sul desiderio di esserlo, viene svelato un segreto nascosto, tocchiamo un mistero e scopriamo tesoro. Quando veniamo all’esistenza, l’amore ci precede e ci segue e ci circonda, ma in realtà non abbiamo tanto bisogno di essere amati, quanto di amare. Essere amati è una pedagogia per amare. Essere amati è l’inizio, amare è la meta.

Quando staremo per chiudere gli occhi, non ci rimarrà più niente a rassicurarci, se non questo conforto: “Ho amato”, oppure questo dramma: “Non ho amato”.

Se le cose stanno così, perché allora facciamo così tanto – talvolta in maniera scomposta – per essere amati e così poco per amare?

Il comando di Gesù va a intercettare questo punto onnicomprensivo dell’esistenza umana. Non è un comando oppressivo, sconveniente e privativo. La parola decisiva è ridotta all’essenziale, l’unica cosa necessaria: amate, amatevi! È un comando per la vita.

Lo Spirito Santo spinge la Chiesa ad assumersi nessun altro compito che tenere viva la memoria di questa via. Anche superando barriere o convenzioni che ci autoimponiamo.

Beata Vergine della Salute, Maria, nell’attimo in cui ti sei sentita amata e hai deciso di amare, non solo hai avuto la vita, ma l’hai generata. Sei stata costituita come donna completa: ragazza, giovane, adulta, donna, madre, anziana. Dona a ciascuno di noi, quasi come una fata delle favole, il tocco dell’amore che ci indica il tuo figlio, Gesù.

Don Davide