Cerco proprio te: facciamo trovare

Il cosiddetto mese missionario di ottobre nasce dall’intuizione di Papa Pio XI, che nel 1926 istituì la Giornata Missionaria Mondiale per risvegliare la consapevolezza evangelizzatrice di tutti i battezzati. L’intento, ieri come oggi, è sostenere spiritualmente e materialmente l’opera di annuncio del Vangelo nel mondo intero.

In sintonia la missione della Chiesa, la nostra comunità vivrà la Missione popolare Cerco proprio te.

Saranno giorni di preghiera, ascolto di testimonianze e condivisione, pensati per rinnovare le nostre abitudini quotidiane e migliorare sempre più la nostra relazione personale con Gesù.

Dal 1926 la comprensione della missione di ogni cristiano si è evoluta profondamente.

Il Concilio Vaticano II (Ad Gentes) ha ribadito che la Chiesa è missionaria per sua stessa natura, in quanto trae origine dalla missione del Figlio e dello Spirito Santo secondo il disegno del Padre.

Ciascuno in forza del Battesimo è missionario, nessuno escluso.

Paolo VI (Evangelii Nuntiandi) ha posto la testimonianza di vita al cuore della missione, sottolineando che l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, valorizzando la promozione umana.
Giovanni Paolo II (Redemptoris Missio) ha individuato i nuovi “areopaghi” della modernità quali nuovi luoghi prioritari in cui la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo con metodi e linguaggi rinnovati. Una grande sfida sempre più attuale.
Benedetto XVI ha messo in luce il “cortile dei gentili” e il “continente digitale” come nuovi spazi d’incontro e di dialogo con chi non crede.
Papa Francesco (Evangelii Gaudium) ha poi promosso la visione di una “Chiesa tutta in uscita” per raggiungere le periferie esistenziali e geografiche della storia con la gioia, la vicinanza e la misericordia del Vangelo.

Da questa brevissima rassegna scopriamo che tutti i documenti ribadiscono che il fondamento di questo slancio non risiede in un generico attivismo, ma affonda le radici direttamente nell’amore di Dio: Dio che è perfetta comunione, relazione d’amore e continuo dono di sé.

Attraverso il Battesimo riceviamo una immensa responsabilità co-creativa e concreta, chiamati a plasmare la storia secondo il Vangelo.

La terra di missione non coincide più solo con geografie lontane, ma si gioca nel tessuto quotidiano e nelle relazioni della nostra parrocchia a partire dal proprio personale incontro con il Risorto.
La missione contemporanea è essenzialmente costruzione di legami.

Una parrocchia evangelizza davvero quando smette di essere un circolo chiuso

e si trasforma in una rete di relazioni autentiche, capace di accoglienza e di uscita verso le solitudini del quartiere grazie al contributo di tutti.
Non si tratta di “fare cose”, ma di evangelizzare per attrazione, attraverso la cura reale che abbiamo gli uni per gli altri, dai più piccoli ai più grandi, come uno dei modi di fare comunità.

La prossima settimana di Missione popolare Cerco proprio te è laboratorio spirituale e pastorale in cui riscoprire la bellezza dei legami autentici.

È un’occasione imperdibile per tutti e tutte nella nostra comunità. LASCIAMOCI TROVARE E METTIAMOCI IN GIOCO CON CORAGGIO. Ravvivare oggi lo slancio missionario significa provare a rendere le nostre relazioni più vere, libere e accoglienti così da diventare un segno visibile dell’amore di Dio nel nostro quartiere, lasciando trasparire il volto di una Chiesa viva, che cerca sinceramente di accompagnare ogni persona che lo desidera, con gioia e speranza.

Francesco Paolo Monaco




Le Prime Comunioni il mondo

“A chi è come loro appartiene il Regno di Dio” (Mt 10,14)

I pellegrini nella basilica di S. Pietro a Roma aumentano sempre di più e con essi i costi di manutenzione: le luci sempre accese, la pulizia, le macchine per il trasporto delle sedie, l’illuminazione della piazza, i mega schermi…

Un gruppo di cardinali attorno a un tavolo dell’unità di crisi in Cappella Sistina studiano i bilanci preoccupati. Il cardinale decano, oppresso dal peso della responsabilità, si rivolge al papa: “Santo Padre, la situazione è critica, non abbiamo abbastanza energia: i pannelli solari sulla Sala Nervi e l’eolico di Castel Gandolfo non bastano più.”.

“Tranquilli – risponde il papa guardandoli con un sorriso paterno – Io sono americano, so che negli Stati Uniti ci sono dei giacimenti immensi di petrolio tenuti come riserva: ci prenderemo l’Alaska!”. I cardinali tirano un sospiro di sollievo, grati di avere una guida sicura, illuminata e incoraggiante.

Così, mentre nella famosa Sala delle Mappe dei Musei Vaticani, il generale delle Guardie Svizzere studia un piano per invadere l’Alaska senza che la marina militare americana nemmeno se ne accorga, il portavoce vaticano rilascia la conferenza stampa: “L’Alaska deve diventare del Vaticano. Ne abbiamo diritto, perché ne abbiamo bisogno. Se l’America non vuole che l’attacchiamo con la forza, possiamo barattarla con una medaglietta del Vaticano e un magnete dell’obelisco di Piazza S. Pietro da mettere sul frigo!”.

Anche i fedeli rimangono edificati che, nella confusione del mondo, rimanga almeno un punto di riferimento. E tutta la Chiesa è unita al papa.

Forte di questo successo geo-spirituale-politico, il papa stesso si affaccia determinato al balcone dell’Angelus, per un discorso indimenticabile:

“Cari fratelli e sorelle, è giunta l’ora di risolvere per sempre la minaccia nucleare. Purtroppo, c’è un Presidente, il più potente del mondo, che detiene anche il più grande arsenale nucleare del pianeta, che ha dimostrato di non essere più affidabile, né stabile, e di costituire una minaccia per le nazioni; perciò, senza sottrarci alla nostra responsabilità… attaccheremo Washington, fino a rovesciarne la (presunta) leadership! Abbiamo 200 alabarde delle Guardie Svizzere, qualche vecchio archibugio nelle cantine, 1000 sparacoriandoli, 5000 gavettoni, 10000 bolle di sapone e anche qualche vecchio volume inutile della Biblioteca Vaticana da tirare al bisogno: l’attacco sarà veloce ed efficace.”.

Dall’altra parte dell’Atlantico il leader degli Stati Uniti perde le staffe.

“Come osa questo cittadino americano minacciare così il suo paese?”.

“Presidente, quel cittadino è il papa…” dice timidamente un consigliere.

“Beh il papa dovrebbe occuparsi di questioni morali e non di politica!”.

“Mi scusi, Presidente, ma la minaccia di una guerra nucleare in effetti è una questione morale!”.

“E va bene! – sbotta il vice presidente in aiuto del suo capo – Ma quando il papa parla di teologia dovrebbe stare attento a quello che dice!”.

“Comprendo, sig. Vice Presidente” ribatte ancora il consigliere. “Ma sa, il papa è un agostiniano…”.

“E che vuol dire?”

“Che è un discepolo di Sant’Agostino e lo ha studiato…”.

“E chi è Sant’Agostino?”

Il consigliere sospira: “Lasci perdere. Lasciate perdere tutti e due.” E se ne esce dalla stanza ovale.

Il consenso del papa è planetario. In un estremo slancio filantropico, decide allora di risolvere l’ultima annosa questione che rimane, qualcosa di cui tutti da sempre sentono il bisogno.

Durante il concistoro annuncia: “E poiché l’Italia e l’Europa non lo sanno fare, il Vaticano costruirà finalmente il ponte sullo stretto di Messina… e già che ci siamo, anche sulle colonne d’Ercole, così imparano ad usare questi nomi pagani!”.

“Santo Padre, ma come faremo?!” esclama un cardinale sgomento.

“Abbiamo già costruito il camminamento dal Vaticano a Castel Sant’Angelo… non sarà difficile fare altri due ponterelli…”.

I cardinali capiscono che il loro leader è veramente illuminato da Dio… compare anche un’immagine con Gesù che abbraccia teneramente il papa e lo conforta per le incomprensioni che deve sopportare.

Il capo della Fabbriceria Vaticana, però, chiede un colloquio personale. “Santo Padre, lo stretto di Messina presenta alcune criticità: le correnti, l’instabilità geologica… è come un campo minato! E quello di Gibilterra, beh… non c’entriamo solo noi, l’Italia o l’Europa… dall’altra parte c’è l’Africa!”.

“Tranquillo figliolo… faranno tutti quello che diciamo noi…”.

Tutta la Fabbriceria viene spostata sui due mega cantieri e i lavori iniziano. Nel frattempo, la basilica Vaticana comincia a deteriorarsi, ma il papa non ci bada più. Sa che ha un compito più alto… una missione.

Quando però un’anziana signora si inciampa su un sanpietrino dissestato e chiede i danni al Vaticano e, in concomitanza, le difficoltà dei cantieri sullo stretto sembrano insormontabili, il papa, sempre gravato del peso della responsabilità dichiara: “Siccome i nostri alleati non ci hanno aiutato e non avete capito quanto buono, bravo bello e simpatico sono io, allora con lo stretto vedetevela voi. Ritiriamo i cantieri. Arrangiatevi!”.

Le campane del Vaticano suonano a festa per il ritorno degli operai… no aspé, non sono le campane… è la sveglia! Spengo la sveglia, mi alzo e mi stropiccio gli occhi. È stato solo un sogno per fortuna, ma sembrava così verosimile. Verosimile… al contrario.

Vabbè dai, oggi ci sono le prime Comunioni, devo darmi da fare.

Meglio pensare ai bimbi e alle bimbe: a chi è come loro appartiene il Regno di Dio.

Don Davide




Sempre con gratitudine

Un verso di una poesia che mi folgorò fin dal primo momento recita così:

“Nei fiumi a nord del futuro getterò le mie reti” (Paul Celan).

Per noi dell’emisfero boreale, l’espressione “a nord del futuro” indica qualcosa che sta più in alto del futuro, oltre. Gettare le reti lassù, o fin là, indica un’iniezione di speranza non calcolabile, una visione piena di coraggio e fiducia.

È la stessa che mi infonde il profeta Isaia, quando spinge il suo sguardo “alla fine dei giorni” (Is 2,2) e vede il trionfo della pace e della giustizia, realizzato dalla parola del Signore, che da quel futuro di bene ci viene incontro per guidarci passo passo a realizzarlo.

Inizia l’Avvento, e mi sembra che tutto ci sproni con un’energia inedita a un nuovo slancio.

“È tempo di svegliarci dal sonno” (Rm 13,11). “Venite camminiamo nella luce del Signore!” (Is 2,5). Mi sembra che il Signore suoni la carica.

Mi sento in profonda sintonia con queste esortazioni.

Sono undici anni che sono con voi e non mi sono stancato, anzi ho voglia di guardare avanti, di osare con voi pensieri profetici e tanto tanto scambio di bene, di amicizia e di affetto.

“È ormai tempo di svegliarsi dal sonno” è anche l’incipit della Regola di S. Benedetto, che intuì la sua vocazione come una chiamata ad essere protagonista di un passaggio epocale, dalla fine decadente dell’Impero Romano al nuovo modello del monastero, che aprirà la nuova epoca suscitando generazioni di santi.

Ho ascoltato questo testo per la prima volta almeno trent’anni fa; nonostante tutto questo tempo, suona ancora come se fosse la prima volta, con la stessa potenza, come quando ascolti la tua canzone preferita e non ti stanchi di apprezzarne la bellezza.

Ognuno di noi sa di avere fatto della strada nella vita:

ogni vita a qualunque punto ci troviamo, dai ragazzi ai più attempati, non siamo gli stessi di prima. Il Signore ci ha condotto così un po’ più vicino a lui, alla salvezza, alla sapienza, ad avere un cuore modellato e più morbido. Un nuovo giorno è vicino. Possiamo indossare le armi della luce: i progetti, l’entusiasmo, la voglia di vivere, di incontrare e di amare.

È ciò che mi ripropongo ancora di fare, ricordando il passato e pensando al futuro.

Così mi trovo a guardare indietro e avanti, sempre con gratitudine.

Don Davide




“Graziosamente”

Lettera aperta

Ci sono alcune parole che rendono migliore la vita.

“Grazie” e il campo semantico ad essa associato è una di queste, uno di quei termini che fanno accadere un miracolo: con qualcosa di pronunciato e sentito nel cuore, l’esistenza propria e degli altri prende luce.

Grazie: della stessa radice di grazia, gratitudine, grato, gratis, grazioso, gradito…

Tutte queste sfumature riflettono i sentimenti che voglio esprimere nei confronti di ciascuno e ciascuna di voi, che avete contribuito alla riapertura della chiesa, avete reso possibile questa impresa e avete partecipato alla festa.

Tutti gli eventi di Shekinà sono stati suggestivi e maestosi, ma in modo particolare la celebrazione con il vescovo ci ha stupiti per la partecipazione debordante, il desiderio di sentire la chiesa come nostra e la volontà di rallegrarci insieme.

Vorrei che sentiste personalmente da parte mia quell’abbraccio che testimonia il nuovo confessionale, o il senso di pace e tenerezza che si prova quando si sosta con calma davanti al Trittico In memoria di me.

E per sperimentare che cosa significa la gratitudine, vi invito a fermarvi appena dentro alla porta di ingresso, quando è illuminato il soffitto della chiesa, per contemplare la volta centrale: la figura della Madonna con gli angeli trasmette tutto l’indicibile che solo con l’arte si può, intimamente, fare intuire.

Don Davide




Shekinà

È un vero peccato che nei mesi che hanno portato al completamento dei lavori e mentre ci avviamo alla conclusione di Shekinà, il governo di Israele abbia deciso di deturpare la memoria della ricchissima tradizione spirituale del popolo ebraico, con scelte geopolitiche folli, violente, illegali e deliberate, che creano immani sofferenze a persone inermi e innocenti.
Lo affermo perché Shekinà – come ormai sappiamo – è un termine di quella ricchissima tradizione spirituale nella sua veste migliore, che esprime tutto il contrario di quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza, ossia indica il fare spazio di Dio all’altro, al diverso da lui, infinitamente meno potente di lui, perché Dio vuole stare insieme alla Creazione, al mondo, nella via della piccolezza e della comunione.

Shekinà assume così anche un senso di reazione all’impotenza,

e si unisce a tutte quelle grandi e piccole iniziative che ci spingono a non rassegnarci all’orrore e ad alzarci in piedi e fare qualcosa, qualsiasi piccola ma potentissima cosa per costruire la pace.

Il piccolo grande gesto di una chiesa che riapre,

per essere un luogo di amicizia, di incontro e di pace, dopo gli anni della nostalgia e della chiusura, laddove i potenti invece dividono e distruggono, è un atto profetico in questo orizzonte.
Ce lo siamo ripetuti tante volte, in questi giorni: non solo la gioia di una comunità cristiana per il proprio spazio celebrativo; ma

una festa di tutti, per un simbolo molto più potente di noi – la chiesa restaurata –

che unisce bellezza, arte, spiritualità, meraviglia, fede, passione, creatività, carità, accoglienza, amicizia, testimonianza e sollecitudine per i giovani.

Esprimo la più autentica gratitudine

al grandissimo numero di persone, professionisti/e, tecnici/he e volontari/e che hanno contribuito alla riuscita di questa impresa e ai momenti di festa di questi giorni, o che semplicemente li hanno accompagnati e sostenuti con simpatia e partecipazione, magari con costanza nel tempo, con una parola di incoraggiamento o con una preghiera.

So che lo sforzo è stato tanto. Spero che la ricompensa più grande sia la vostra stessa soddisfazione e la condivisione con le persone che amate e la vostra comunità.

Don Davide




Un respiro tra le case

Shekinà – Insieme per la riapertura

Con grande piacere e con una certa trepidazione, con questa edizione speciale della newsletter, vi proponiamo il programma definitivo di Shekinà – Insieme per la riapertura di S. Maria della Carità, un percorso di eventi studiato per valorizzare tutto il territorio impreziosito dalla chiesa e i soggetti che animano il nostro quartiere, e per coinvolgere nella partecipazione e nel protagonismo un ampio numero di persone, tutte e tutti coloro cioè che desiderano incontrarsi in amicizia in questa dimensione aperta, ispirata alla benevolenza di Dio che fa spazio al mondo.

Questi appuntamenti servono per scoprire che la chiesa non è un luogo a sé,

ma respira tra le case e le strade degli uomini e dialoga con la creatività,

il ricamo, la musica e il canto, l’arte, lo spettacolo, lo sport, il ballo, mentre ispira tutte queste cose e con esse si arricchisce reciprocamente.

A nome del comitato organizzatore, vi invito a partecipare, a lasciarvi coinvolgere, a cogliere le occasioni, a chiamare gli amici, i giovani e i ragazzi, perché la festa della riapertura della chiesa di S. Maria della Carità – questo tesoro del nostro quartiere – sia davvero una festa di famiglia e di tutti.

Don Davide 




Una decade e un traguardo

Comunicazione del Consiglio pastorale per gli Affari economici

 

Evviva, si inaugura!

Il restauro della chiesa di S. Maria della Carità è stato possibile anche grazie alla vostra generosità: abbiamo raggiunto un importante traguardo, ma siamo ancora in cammino e la partecipazione di ciascuna e ciascuno di noi è più che mai fondamentale.

Ripercorriamo brevemente le tappe che ci hanno portato fino a questa festosa riapertura.

Il terremoto del 2012 ha causato danni alle strutture della chiesa della Carità e agli adiacenti locali parrocchiali, che sono stati riparati anche con importanti aiuti di finanze pubbliche ma che hanno comportato un impegno finanziario rilevante per la parrocchia. Il terremoto, inoltre, colpì una chiesa parrocchiale che già da alcuni anni non veniva interessata da manutenzioni su strutture e impianti elettrici, idraulici, di riscaldamento. Impianti datati e non più a norma, per lo più usati dai fanciulli del catechismo e dai nostri ragazzi, che hanno richiesto una gamma estesa e rilevante di interventi di adeguamento e risanamento.

Si decise quindi, dieci anni fa, di sostituire tutti gli impianti obsoleti e danneggiati, ricorrendo anche a finanziamenti bancari – ora estinti – senza ridurre per questo le spese caritative per la Comunità (assistenza ai bisognosi e funzionamento della parrocchia, estate ragazzi, iniziative per i giovani, ecc…).

Una sintesi delle principali voci di questi costi, a cui è stato necessario fare fronte contemporaneamente alle spese ordinarie legate alla vita della comunità parrocchiale, è riportata di seguito:

  • MANUTENZIONE O RIFACIMENTO DI IMPIANTI (elettrici e idrotermosanitari): circa 391.000 €
  • OPERE EDILI: circa 526.000 €
  • ONERI AMMINISTRATIVI E GESTIONALI; CONSULENZE TECNICHE, ALTRI COSTI: circa 72.000 €

Questi costi sono stati pagati dalla parrocchia nel corso del decennio attraverso un primo mutuo, che è stato estinto anche grazie al lascito dei risparmi personali che don Valeriano aveva umilmente e prudentemente messo da parte per provvedere alla sua salute, senza gravare sulla parrocchia.

Ora, dopo le riparazioni e gli interventi precedentemente menzionati, si è deciso di intervenire anche su alcuni ambiti residui, deteriorati dal tempo e dall’uso e non più ben funzionanti (impianto elettrico e audio della chiesa e arredi liturgici) beneficiando della cantierizzazione ancora in corso e dell’ultimo periodo di chiusura della chiesa.

Questi ultimi interventi sono stati programmati prevedendo un’assunzione di oneri integralmente a carico della parrocchia. Ad oggi, il bilancio finale di questa pluriennale attività di ripristino della normalità di funzionamento della parrocchia, si chiude con un impegno bancario per i prossimi quindici anni, necessario per rimborsare un finanziamento di circa 150.000 euro. Come abbiamo sempre fatto in questi anni, non vogliamo che il pagamento di questo nuovo mutuo limiti le attività pastorali e caritative, per cui chiediamo ancora lo sforzo e l’aiuto di tutte e tutti.

Come per il passato, riteniamo di riuscirci con il contributo e la partecipazione di tutta la parrocchia, secondo le disponibilità di ciascuna e ciascuno, per aiutarci a custodire e rendere sempre più accogliente la nostra casa, segno vivo della nostra comunità.

Il Consiglio parrocchiale per gli Affari economi




Lettera aperta ai giovani e alle giovani

Care amiche, cari amici,

scrivo a voi, ragazzi e ragazze, giovani e giovanƏ adultƏ che siete “passatƏ di qua” – dalla parrocchia, intendo – in qualche momento della vostra vita.

Fra poco ci sarà un’occasione molto importante per tutte e tutti,

la riapertura della chiesa di S. Maria della Carità, dopo più di due anni di restauro.

So bene che per molte e molti di voi “Chiesa” fa rima con “vecchiume” e che la Chiesa, alcune volte, vi appare o vi è apparsa impresentabile. Già il fatto che io vi scriva, invece che fare un reel su Instagram o su TikTok è prova di questa distanza, come se voi aveste cinque minuti di tempo per leggere, invece che 20 secondi per un videino… (ma pensateci bene… sarei ridicolo!). Nonostante ciò,

voglio che vi sentiate invitati e attesi come per una festa importante di famiglia,

che riguarda voi e la vostra casa.

Abbiamo fatto di tutto, infatti, per cercare di stemperare quel vecchiume che non sopportate,

e di far percepire che c’è una comunità viva che non guarda all’età e in cui il vecchio lascia spazio al nuovo. Abbiamo cercato di rendere i simboli vitali e i tesori del passato qualcosa che abbiano valore e significato per il futuro.

Insieme a voi,

vogliamo che la chiesa non sia un luogo di antiquariato,

ma un propulsore di buone relazioni e di pace.

I parroci ne sono custodi per un po’ di tempo, ma poi vanno in un altro luogo.

Invece la chiesa sarà sempre la vostra chiesa.

Anche quando andrete a studiare dall’altra parte del mondo, oppure sarete professionistƏ affermatƏ fuori dall’Italia; anche se costruirete la vostra vita in un’altra città… qui ci sarà sempre la chiesa della vostra famiglia, magari dei vostri nonni, quella in cui avete fatto i sacramenti accanto al cortile dell’estate ragazzi e, forse, qualcunƏ vorrà tornarci per sposarsi o dovrà tornarci per dire ciao a una persona cara. Oppure sarà stata proprio la chiesa della vostra università, quella che vi lascerà sempre la nostalgia per i mitici anni del vostro “orizzonte fuorisede”.

Non pensate alla chiesa come allo spazio sacro dove un prete noioso propone dal pulpito regole morali impraticabili. Vivetela come un luogo-rifugio, un luogo-amico, dove si può stare tranquilli a pensare alla persona amata, al primo o all’ultimo bacio dato, dove lasciare le preoccupazioni per il prossimo esame e magari – perché no?! – chiedere l’aiuto “da casa” al buon Dio, oppure dove leggere il proprio libro preferito nella penombra che lo rende ancora più suggestivo, o ascoltare la canzone che ti fa sognare nelle cuffiette (e no, non è una profanazione!), o infine cercare di capire che cavolo fare della proprio vita e delle proprie scelte quando le cose sono più incasinate del solito.

Tu puoi passare davanti alla chiesa migliaia di volte senza accorgertene, senza neppure degnarla di uno sguardo, ma lei è lì, senza problemi, senza risentimenti, e appena vuoi varcare la soglia, la trovi accogliente, uno spazio aperto per tuttƏ.

Lì dentro c’è un amico. Sei accolto, sei accolta. La tua esistenza è benedetta. Puoi essere artefice e costruttore di pace.

Don Davide




Fermenti

Qui nel quartiere S. Felice ci sono ancora, manifesti, i tratti della settimana più vacanziera dell’anno, forse perché il segnale dell’Assunta, ravvicinato alla domenica, offriva un invito implicito a “scatenare le ferie”, fatto sta che quella sensazione di quasi deserto, di non trovare un bar aperto o di trovare invece parcheggio e pure facilmente è particolarmente forte in questi giorni.

Tuttavia, è già scattato il conto alla rovescia per la riapertura della chiesa di S. Maria della Carità, stavolta speriamo senza intoppi o sorprese.

In questi due anni è stato fatto molto, tantissimo: il consolidamento di tutte le volte e di tutte le strutture del coperto e il tetto. Sotto, il restauro di tutte le volte, le pareti della navata centrale, del presbiterio e della controfacciata, la ristrutturazione di tutte le parti danneggiate dal terremoto. Inoltre il rifacimento completo dell’impianto elettrico, delle luci e dell’amplificazione audio. Infine (nei prossimi giorni) l’arredo liturgico, la collocazione del trittico In memoria di me di Ettore Frani (2017) su un supporto definitivo, e l’installazione del nuovo confessionale artistico, con opere inedite dello stesso Frani all’interno, che per ora non sveliamo.

Qualcosa da fare rimane. Nella cappellina della B.V. della Salute proseguono i lavori e a ottobre vedremo ricomparire piccoli mobili ponteggi (decisamente più snelli e che non impediranno l’utilizzo regolare della chiesa) nelle quattro nicchie.

Nelle messe festive di questo mese cercheremo di prepararci,

ossia di cogliere dalle letture come il Signore ci guida a prepararci spiritualmente a questo bell’appuntamento della riapertura della nostra chiesa più grande, quale significato abbia per una comunità cristiana riaprire una chiesa dopo un restauro così impegnativo e a quale missione ci chiami.

Allo stesso tempo, abbiamo voluto che fosse un’occasione per coinvolgere tutti,

per farli sentire orgogliosi della chiesa principale del quartiere e “a casa” tra le sue mura, o alla sua ombra. Così abbiamo organizzato tanti appuntamenti sotto il nome di Shekinà, questa parola che fa parte della migliore tradizione spirituale ebraica e che indica lo spazio (anche fisico) che Dio crea, per accogliere le persone e invitarle alla comunione con sé.

Uno spazio disponibile, quindi, creato apposta perché altri vi possano entrare e sentire il richiamo di un’amicizia, che apre alla bellezza e al mondo spirituale.

Ora siamo in fermento con tutte le piccole e grandi cose che rimangono per predisporre al meglio gli eventi di festa e l’appuntamento del 14 settembre.

Spero che tutti abbiano voglia di partecipare,

di invitare gli amici e le amiche, di andare a stanare chi è passato di qua, chi negli ultimi anni ha alzato gli occhi in chiesa per vedere solo le reti di protezione e ha sospirato, chi ricorda qualche momento speciale passato in questa comunità.

Spero che il 14 settembre, e i giorni prima, siano una festa sentita e l’occasione di ritrovarsi, per una volta, davvero tutti e sentirsi parte di questa comunità.

Don Davide




Shekinà

L’invito per la riapertura della chiesa

Con questa ultima newsletter prima dell’estate, abbiamo il piacere di invitarvi a Shekinà, la serie di appuntamenti ed eventi che accompagneranno l’inaugurazione della Chiesa di S. Maria della Carità, a settembre.

Shekinà è un termine della tradizione spirituale ebraica, che esprime la benevolenza di Dio che fa spazio all’uomo, e mentre crea questo spazio, lo abita per invitare l’uomo alla comunione con sé.

Shekinà, dunque, indica uno spazio sacro, ma non separato, un luogo dove si trova Dio, ma condiviso e abitabile.

Per questo motivo è stato usato anche per esprimere la dimora stessa di Dio. Anche se non si trova nella Bibbia ebraica, il concetto di shekinà traduce, ad esempio, il momento in cui Dio con la sua gloria, attraverso il segno della nube, occupa la Tenda del Convegno, nel libro dell’Esodo (Es 40,34-38). Ma la shekinà è espressa anche nel Vangelo di Giovanni, quando si dice: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), oppure ancora quando Gesù dice: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

L’ultima grande visione della shekinà si trova nel libro dell’Apocalisse, laddove si dice: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini!” (Ap 21,3), e questo abitare di Dio in mezzo ai concittadini della città santa viene indicato come l’esito della storia.

Con questo titolo abbiamo voluto esprimere che

la riapertura della nostra chiesa vuole essere un’occasione di festa condivisa.

Shekinà quindi non riguarda solo la bellezza del nostro spazio celebrativo rinnovato, ma un desiderio di amicizia e comunione, alle quali ci spinge proprio il fatto di avere un centro spirituale. Per questo ci sono varie iniziative che sono mirate ad allargare il coinvolgimento anche del quartiere, delle associazioni e dei soggetti del territorio.

Speriamo che l’impegno possa essere apprezzato e che ci sia tanta partecipazione, per sentire che la chiesa di mattoni è davvero un tesoro per tutti, come la Chiesa di persone vuole essere un luogo di amicizia e un invito all’incontro con Dio per tutti.

Don Davide