Il Padrone dei cappellini

Una storia di Estate Ragazzi

Nelle lande desolate e remote, quando ancora la neve ammantava di bianco le colline, furono forgiati i cappellini.

Decine di cappellini, centinaia di cappellini, migliaia di cappellini colorati. E furono inviati ai piccoli degli uomini, per quando il sole sarebbe tornato alto nel cielo.

In tutte le contee e le contrade, i figli degli uomini erano allegri, perché i cappellini riflettevano il verde della natura, il giallo della luce, il rosso del fuoco e il blu dell’acqua.

Ma tutti furono ingannati perché fu creato il Nero Cappello:

un cappello per dominarli e al Padrone incatenarli.

Fu così che mentre i cuccioli indossavano il loro cappellino colorato, invece che essere spensierati e giocare allegramente, il Nero Cappello metteva in loro l’assillo per la vittoria e il potere logorava i regni, che si consumavano nella competizione e nella battaglia.

Quando arrivò la carestia delle merende la situazione cominciò a degenerare.

Il Regno Felice fu l’ultimo ad essere oppresso dal Padrone dei cappellini, protetto com’era dalle Due Torri di Samac e di Grada. Ma quando la Torre di Samac cominciò a danneggiarsi per l’usura del tempo, allora il Padrone dei cappellini, fiutando il momento, prima mandò i suoi eserciti a distruggere le strade del Regno, poi sferrò l’ultimo attacco, costringendo tutti i bambini sotto il suo oscuro potere.

Ma una banda di eroi coraggiosi decise di opporre resistenza

e si radunarono in Consiglio in Gran Segreteria, ospitati dalla padrona di casa CrisCris, che lì aveva piantato le sue radici: l’elfa Anna, della tribù dei Dantoni, l’elfa Alexia, della tribù più Antica, e l’elfa Federica, signora delle Renne, insieme a una creatura temibile, ma coraggiosa e benevola, metà Leone e metà Lupo. Infine, l’hobbit Daniele, allegro buontempone, ignaro della missione.

Crearono dunque un esercito, votato al bene e alla giustizia, rivestito del manto verde degli Elfi, signori degli elementi della natura, per sconfiggere il potere del Nero Cappello.

Molte prove dovettero affrontare:

il sole incandescente e la sete atroce, le comunicazioni rese impossibili dal Nemico, la pioggia pungente che li spaventava a morte, l’ipnosi dei cellulari, l’ostilità degli abitanti delle valli, le rivalità e le battaglie crescenti.

L’esercito verde addomesticò le aquile e cavalcò i delfini, imparò a camminare sugli alberi e giunse allo scontro finale nelle Paludi di AquaJoss, dove non c’erano né squadre né cappellini e gli abitanti del Regno Felice ritrovarono la consapevolezza che era più bello giocare insieme che litigare.

Il Nero Cappello fu allora gettato nella Piscina delle Onde e affondò e il potere del suo Padrone fu distrutto.

Ora i cappellini risplendono

dei loro colori raggianti, finalmente liberi di portare il nome del loro cavaliere, di proteggere dal Sole e di dare nuovi colori al Regno Felice. Anche le vestigia della Torre di Samac cominciano ad essere ripristinate e presto saranno ristabilite.

Adesso, pieni di gratitudine, tutti ricordano le imprese della Compagnia del Cappello, ma attenzione… un nuovo pericolo si addensa all’orizzonte, minacciando fratture nel Regno, ostilità, guerre e battaglie: c’è ancora il buffet.

Don Davide




Le chiavi della fede

Uno spunto dalla festa del Corpus Domini

«Vi ho trasmesso, innanzitutto, ciò che anch’io ho ricevuto.» (1Cor 11,23)

La fede cristiana è questione di ricezione e trasmissione. Lo è “innanzitutto”: prima di ogni altra cosa ci dobbiamo porre il problema di questa comunicazione.

Proprio questa “tradizione” (dal latino “traditio”: consegna, trasmissione) è in crisi. È in crisi la Tradizione della Chiesa, di cui non si riesce a capire più il valore per l’oggi. È in crisi anche la capacità di consegnare la vita di fede da una generazione all’altra.

Guardando al giovane mondo vivace e colorato di Estate Ragazzi, ci rendiamo conto di quanto il problema sia serio. Di fronte all’esperienza giovanile, alcuni aspetti della religione, con i suoi riti, le sue regole e i suoi contenuti tendono ad apparire come i dinosauri di Jurassic Park:

qualcosa di estinto con ambizioni redivive, fuori tempo,

che è bene che stia chiuso in un recinto, perché pericoloso per la vita (e per la felicità?) del mondo “vero”.

Si chiede alla Fede una capacità di trasmissione e comunicazione che non è ancora stato elaborata e adattata, e la distanza è enorme. Me ne rendo conto personalmente quando i giovani mi dicono che è essenziale la comunicazione sui social, mentre per me sono praticamente il male (me ne guardo bene dal dirlo, perché non vorrei essere rinchiuso in un recinto con un Tyrannosaurus Rex, non sarebbe un’esperienza piacevole…).

Ci sono tentativi di essere comunicativi in modi nuovi ed efficaci, ma per lo più, sono “cringissimi” (imbarazzanti) e suscitano nei ragazzi quel misto di compassione e di pietà che a me fa veramente desiderare di estinguermi come i dinosauri.

Sono “cringe” quando non provengono dal loro mondo.

Per ricevere e trasmettere la Fede è essenziale che tutti, nell’impegno delle comunità cristiane, siano soggetti e protagonisti, non oggetti e destinatari.

Un bellissimo salmo dice: «Una generazione narra all’altra le tue opere, Signore» (Sal 144/145,4). Questo è sempre stato vero nella spiritualità ebraica e cristiana. Oggi rimane vero solo per la necessità di stare insieme anche tra generazioni diverse, impegnandosi a volersi bene e stimarsi, soprattutto da parte degli adulti, spogliandosi di quella sorta di invidia o di presunzione che ci può cogliere quando guardiamo al mondo giovanile.

Per quando riguarda la comunicazione della Fede, però, è più necessario fare spazio, dare tanta fiducia, valorizzare la loro creatività e le loro capacità e consegnare le chiavi della fede saldamente nelle loro mani, anche se a qualcuno facesse paura.

Don Davide




Seguaci

Penso al mistero della Santissima Trinità come una realtà colorata, pluriforme, dinamica, piena di amore, di amicizia e di vita; una rivelazione di Dio che insegna la cura reciproca, la bellezza dei rapporti e il servizio per un bene più grande:

niente di meno che la vita del mondo.

Questa realtà così viva si manifesta nella Chiesa, quando essa – la Chiesa – è realtà di comunione, nelle varie attività che la caratterizzano.

In questi giorni, la gioia turbinosa e festante dei bimbi, insieme ai ragazzi, alla presenza dei grandi che li accompagnano e custodiscono e alla complicità dei genitori è un buono specchio di questo modo misterioso in cui Dio si rende presente in mezzo a noi.

In questa domenica, vengono istituiti gli Accoliti nella nostra diocesi. Una buona traduzione ecclesiastica di “accolito” è “seguace”, che è un po’ diverso da discepolo. Il discepolo è alla sequela del maestro per imparare. Il seguace ha già fatto un passo in più: è coinvolto emotivamente, è appassionato di colui che segue, lo ammira e lo ama.

Il termine deriva nel mondo ecclesiastico dalla prassi liturgica: gli accoliti sarebbero quelli che seguono il vescovo, o comunque il celebrante, nelle azioni liturgiche.

Ma preferisco pensare che siano seguaci di Gesù, l’unica guida, l’unico pastore.

Noi ci stringiamo intorno a Paolo Nipoti e a sua moglie Antonella, per questo Ministero dell’Accolitato che hanno accolto in famiglia, e che suggella lo stile e la presenza nella comunità che hanno sempre avuto.

Siamo contenti di avere un esempio, perché le letture di questa domenica ci parlano della sapienza: così capiamo meglio che è sapiente essere seguaci non di una setta di fanatici, ma di questo Dio, che si manifesta nella comunione della Chiesa e nel mondo colorato, giovane, vivace e pieno di vita dell’Estate Ragazzi.

Don Davide




Affidati al Signore

Ritroviamo negli Atti degli Apostoli lo stile che stiamo vivendo in questi giorni.

Paolo e Barnaba affidano la custodia delle chiese che attraversano a dei ministri, allo scopo di confermare i fratelli nella fede.

In questi giorni che il parroco è assente, c’è un gruppo di persone, ministri e ministre, ordinati e non, che si fanno carico di confermare la comunità mettendosi al servizio nella guida della preghiera, l’ascolto insieme della parola di Dio e momenti di celebrazione comunitaria.

Secondo il racconto degli Atti, questo processo e questa comunione sono proprio quelli che permettono a chi ancora non crede di riconoscere qualcosa di significativo e ad aprire una porta di accesso alla fede anche per loro.

In questo principio di comunione vediamo il segno dell’amore di Gesù,

che in molti modi si prende cura di noi e ci fa sentire la sua presenza.

È rassicurante sapere che, nella luce della resurrezione di Gesù, ci sono molti fratelli e sorelle disposti a prendersi cura della comunità, a condividere la pratica della fede e a dare una buona testimonianza della vita fraterna in Cristo.

Don Davide




Intenzioni dei giovani al pellegrinaggio

1. Grazie Signore per la vita che hai donato a noi giovani. Riempi i nostri cuori con la voglia di conoscere Te, con speranza, amore, amicizia, gioia e pace, e accompagnaci nel nostro cammino. Grazie Signore per i nostri genitori e per gli adulti che ci hanno accompagnato e ci accompagnano. Signore ti chiediamo di guidarli, di stargli sempre vicino, di riempire la loro vita di gioia e felicità.

2. Per tutti gli ammalati e i sofferenti, i nostri cari che portiamo nel cuore, affinché riescano a cogliere il seme di speranza che Dio ha seminato dentro ognuno; e per il Papa, affinché, in questo momento difficile, si senta accompagnato per mano da tutta la comunità cristiana.

3. Ti preghiamo Padre che la ricostruzione della nostra chiesa di Santa Maria della Carità sia segno di speranza e motivo di slancio per rigettare le fondamenta della nostra comunità parrocchiale, costruendo legami saldi all’interno dei gruppi e delle associazioni ma soprattutto tra di essi, sfruttando anche occasioni come quella del pellegrinaggio di oggi.

4. Signore, ti preghiamo per noi pellegrini qui da Te riuniti, affinché questo giorno sappia renderci portatori di speranza attraverso il tuo perdono.

 




Gratuità e gratitudine

Fin da quando ho avuto chiarezza di averlo incontrato la prima volta, ho atteso il ritorno del Signore: non un evento cosmico o pirotecnico, ma il suo farsi di nuovo così vivo e presente nella mia vita.

Mi sono chiesto più volte dove e quando l’ho incontrato veramente:

se in un’esperienza specifica, o in un itinerario. Facendo memoria vedo molte situazioni in cui posso dire: “lì c’era il Signore”, ma so che in quel momento non me ne rendevo conto, se non in casi rari; è stato quando ci ho ripensato che ho potuto riconoscere la sua presenza. Ugualmente ci sono state esperienze prolungate nel tempo, nelle quali solo dopo ho apprezzato con chiarezza quanto il Signore mi abbia guidato e seguito.

Ad ogni “presenza”, quindi, è cresciuta la nostalgia per il suo “ritorno”, cioè per un nuovo incontro con lui, che spero mi colga più consapevole e attento.

Oggi, quindi, in questo anniversario dei miei dieci anni qui nella nostra comunità, che coincide sempre con la prima domenica di Avvento, esprimo questo desiderio che Gesù “torni” per ciascuno e ciascuna di voi, ossia che ci possa essere un incontro sempre nuovo e sempre più vivo con lui. So che il mio ministero come parroco è al servizio di questo compito: che si possa fare come singoli e come comunità esperienza del Signore risorto, come Maria Maddalena, come Paolo, come tante e tanti testimoni che ce l’hanno trasmesso.

Gesù è il motivo della nostra fede.

È lui la ragione bella del nostro credere, la sorgente positiva della nostra esistenza, la direzione libera del nostro vivere.

In questi anni io riconosco che il Signore è “tornato” tante volte, anzi, non se n’è mai andato. Per me questi dieci anni sono stati davvero un dono suo e adesso, se penso alle persone che ho incontrato, credo che in ciascuna mi sia venuto incontro lui.

Ma ho una preoccupazione.

Sono ben consapevole quanto è preziosa la vostra presenza nella comunità, la vostra preghiera, la testimonianza della vostra vita. Vorrei trasmettervi che mi accorgo delle cose, e anche se qualche volta sono magari poco attento, più frettoloso e distratto, questo non è sintomo di trascuratezza, ma solo della normale fatica del vivere, che ovviamente sperimento anch’io.

Mi preme che sia chiara la mia riconoscenza nei confronti di ciascuno e ciascuna di voi:

so che non fate quello che fate per me o per qualsiasi parroco, ma per il Signore e per la Chiesa, come è giusto che sia. Quindi non voglio sminuire la vostra gratuità. Ci tengo però a dire esplicitamente che la presenza in mezzo a voi mi ha edificato, spero educato e migliorato, sicuramente tante volte consolato. Voglio che sentiate che il mio grazie c’è, è sincero e vorrebbe colmare il divario, non per “sdebitarmi”, ma per essere sicuro che conosciate il mio affetto.

Per metà del tempo che sono stato qui, la Chiesa in comunione con papa Francesco ci ha chiesto di riscoprire la “sinodalità”, il camminare insieme. Il giorno del mio ingresso in parrocchia, nell’omelia – spaventato per il compito che mi attendeva e per una chiesa (di mattoni) che sembrava troppo grande e bella per il sottoscritto – usai proprio questa parola: “insieme”, con l’auspicio che insieme ci saremmo aiutati in tutti i passaggi da fare. Per il grande dono della liturgia, che ha il potere di trasformare le parole in vita, quell’augurio che facevo soprattutto a me stesso si è realizzato e conserva intatto, dopo dieci anni, tutto il suo valore. Per me è molto bello saperlo, perché mi fa sentire ancora l’entusiasmo degli inizi.

Don Davide




Scrivo a voi

Dopo la “Letterina pastorale” di domenica scorsa, scrivo a voi, catechiste, educatrici e educatori dei gruppi, coordinatrici e coordinatori del gruppo giovani.

Oggi la comunità vi affida il “Mandato”: non ne avreste bisogno, perché lo avete già in virtù del vostro Battesimo. Avete risposto a una chiamata personale non di don Davide, non della parrocchia, ma di Gesù stesso che gradisce avervi in questo servizio.

Tuttavia, celebrando questo “Mandato”, la comunità esprime in realtà un gesto di gratitudine: riconosce il vostro impegno, rende grazie per il vostro servizio, prega affinché possiate farlo con letizia e semplicità di cuore, e si impegna a starvi accanto perché possiate farlo con dignità e bene.

Il “Mandato” quindi, non serve tanto a voi, quanto piuttosto a noi

– a tutta la comunità – per valorizzare quello che fate.

Spesso, in questo ultimo periodo, mi sono fermato a considerare la preziosità del vostro gesto collettivo, o – come direbbero preferibilmente Chiara e Ilaria – “di squadra”. L’essenza di questo gesto è la testimonianza di Gesù risorto, la trasmissione della fede.

In ogni pensiero, azione e sorriso rivolti ai bimbi; in ogni ascolto dei ragazzi e dei giovani,

in ogni battuta con loro, in ogni complicità, siamo portati a quell’istante in cui Maria Maddalena si è sentita chiamata per nome e ha capito che chi le stava parlando al cuore non era uno straniero, ma Gesù, Gesù risorto, ed è andata a dirlo ai discepoli, che a loro volta l’hanno detto agli amici, che l’hanno detto al popolo.

Così la fede, in mille modi misteriosi, è arrivata fino a noi.

Questa trasmissione ci educa a una gratuità e a una larghezza di cuore stupenda. Spesso non sappiamo neanche noi quale traccia lasciamo nella vita delle persone, ma non conta: sappiamo che questo tesoro è conservato in cielo.

Perciò mi permetto di affidare a ciascuna e ciascuno di voi due consigli, ispirati alle parole di Paolo ai Colossesi (3,23-24): “Qualunque cosa facciate, fatela di cuore, come per il Signore e non per gli uomini. Servite a Cristo Signore”.

Fatela di cuore: cioè, metteteci la vostra autenticità e la vostra sensibilità, non ripetete formule o metodi, ma abbiate slancio e passione, entusiasmo e creatività. E se sentite che non riuscite più a farlo “di cuore”, parliamone: può darsi che ci sia qualche problema da risolvere o qualche cosa da correggere insieme, oppure che siete semplicemente stanche/i e basta un po’ di riposo.

Poi fatela per il Signore, non per gli uomini: pensate di mettere il meglio di voi stessi per lui. Con le persone, anche con le migliori intenzioni, ci può essere qualche malinteso, qualche incomprensione e qualche fatica. Gesù non delude, è garbato, ci incoraggia, sa l’impegno che ci mettete ed è pronto a darvi sempre la carica.

Servire a lui, a Gesù, è lo zelo che non ci fa stancare, è l’amore che non ci rende servili, è l’energia che ci ricarica, è la cosa più importante e soddisfacente di quello che facciamo.

A questo punto, non avreste nemmeno bisogno del nostro grazie, perché siete concentrati su Gesù… ma noi ve lo diciamo lo stesso:

Grazie per quello che fate, soprattutto perché mettete le vostre energie per la trasmissione della fede tra le nuove generazioni.

Don Davide




Nascita

Maria della Carità, Maria della Grada…

La nostra comunità ha necessariamente a che fare con Maria, e in una maniera tenera e sorprendente. Come si dice in gergo tecnico, infatti, la “titolare” della chiesa della Carità è l’Immacolata, ossia S. Maria della Carità si celebra l’8 dicembre. Invece la “titolare” della chiesa della Grada è la Natività di Maria, ossia la Beata Vergine della Grada si celebra l’8 settembre.

Dal concepimento di Maria alla sua nascita, questo periodo speciale per le coppie che diventano genitori e unico per ogni mamma abbraccia la nostra comunità, nel simbolo delle sue chiese.

Penso a quando in una famiglia si comunica l’attesa di un figlio:

all’inizio si dice alle persone più vicine, quelle davvero intime. Poi si divulga la notizia e una comunità allargata viene coinvolta in questo tempo sospeso, pieno di trepidazione, che addolcisce tutti.

In questa domenica, quindi, celebriamo la Nascita di Maria e la festa della chiesina della Grada.

Quando nasce una bimba, tutto viene adattato ai ritmi di questa nuova vita.

Cresce infinitamente il senso della responsabilità, la dedizione, il sacrificio. Quando ci si vuole bene, la cerchia famigliare aiuta, si rende presente, non manca occasione di offrire la propria presenza con la piccola. Allo stesso modo,

la nascita di Maria ci invita ad adattare i nostri ritmi alla compagnia di questa sorellina,

che è anche una ragazza, una donna, un’amica e una madre per tutti noi. Adattare i ritmi alla sua presenza in mezzo a noi, pregarla, sentire la responsabilità che ci chiede, la dedizione alla carità che scaturisce dal rapporto con lei, lo spirito di sacrificio in favore della comunità. Oppure, semplicemente, stare un po’ con lei, come si fa quando c’è una piccolina che cattura l’attenzione e si gode beati della sua presenza.

Anche per questo, abbiamo la possibilità di pregare un po’ di più davanti a lei.

In questo anno pastorale, a partire dalla fine di settembre, sposteremo la messa del lunedì alla sera, alle 19, preceduta come anche il giovedì, dal rosario e dai vespri. Per il martedì e il mercoledì stiamo pensando ad alcuni momenti, per tenere aperta la chiesa. Il primo venerdì del mese c’è l’adorazione.

Invito tutti, ma proprio tutti e tutte, a organizzarsi per cogliere ogni tanto l’occasione di pregare in uno di questi momenti.

Per ciascuno il più adatto, ognuno secondo le sue disponibilità di tempo. Anche ai giovani dico: educatevi a pregare, date spazio a questa dimensione dello spirito!

Quest’estate ho passato qualche giorno in compagnia di una famiglia dove c’era una bimba piccola. Le ragazze più giovani, appena sveglie, andavano a cercarla e ogni momento era buono per coccolarla e giocare un po’ con lei.

“Una sorella piccola noi abbiamo” (Ct 8,8):

festeggiamo il compleanno di Maria sentendo la forza di attrazione che esercita su di noi, la sua dolcezza che ci modella, ci plasma e ci trasforma rendendo più lieve l’impegno e più gioioso il tempo passato insieme.

Don Davide




Esterno ed interno

L’inizio di un lungo viaggio

La ripresa dopo le vacanze estive è un vero inizio. Non si tratta dell’anno solare, né di quello liturgico, eppure da settembre all’estate successiva è il periodo in cui si fanno i progetti e si pensano le attività pastorali. Così ci troviamo, in maniera più forte che in qualunque altra situazione, di fronte a un tempo che ci interpella e a nuove sfide.

Questo arco avrà un momento di importanza straordinaria l’8 giugno 2025, data in cui abbiamo chiesto la disponibilità al Cardinale Arcivescovo Matteo Zuppi per venire a inaugurare la Chiesa di S. Maria della Carità, restaurata. Abbiamo fissato la data, perché l’agenda del vescovo, come potete immaginare, va bloccata con larghissimo anticipo e speriamo di potere mantenere la scadenza. Se dovesse accadere qualche rallentamento nei lavori, allora la sposteremo realisticamente a dopo l’estate. In ogni caso, quello sarà l’appuntamento focale di tutto il nostro anno pastorale, del nostro cammino, delle nostre disposizioni spirituali.

Le letture di questa domenica sono perfette per entrare in questo percorso.

Il restauro della Chiesa di S. Maria della Carità, con lavori così importanti, deve essere il simbolo di una comunità spirituale, non di mattoni, che accoglie la grazia di essere rinnovata dallo Spirito del Signore.

Volesse il cielo che si possa dire della nostra parrocchia che osserva e mette in pratica il Vangelo, come testimonianza della saggezza e dell’intelligenza cristiana! (Cf. I lett. Dt 4,6)

Mi auguro proprio che, guardandoci indietro fra un anno, potremo dire che siamo stati generati dalla sua parola di verità, che avremo accolto con docilità (cf. II lett. Gc 1,18.21).

Desideriamo essere di quelli che mettono in pratica il Vangelo,

non soltanto ascoltatori, in modo da non illudere noi stessi (cf. II lett. Gc 1,21-22).

La preghiera per accogliere e realizzare il Vangelo e lasciarci trasformare da esso è in fondo una supplica perché ci sia corrispondenza tra la bellezza esteriore e quella interiore; perché ci sia una purezza religiosa alleata con l’autenticità della vita; perché il lavorio spirituale si manifesti in una vita concreta di carità e di grazia.

Gesù ci ammonisce di non purificare solo l’esterno e che saremmo ingenui, facendo solo così.

Guai a noi, quindi, se facessimo tornare allo splendore la nostra chiesa, senza sentire un imperativo coerente a rinnovare noi stessi, la nostra comunità, la nostra parrocchia! (cf. Vg.)

Supplichiamo che il chiarore che illuminerà la nostra chiesa, con il nuovo impianto, possa corrispondere allo Spirito che avrà illuminato il nostro intimo, e che così possiamo essere degni, con gratitudine e responsabilità, di ogni buon regalo e di ogni dono perfetto che il Padre ci vuole dare, lui che è il creatore della luce. (II lett. Gc 1,17).

Don Davide




Un prato sbruciacchiato dal sole

A guardarlo dall’alto, sembrava un prato in mezzo alla terra color ocra dell’Africa. Su quel verde acido, sbruciacchiato dal sole, c’era una corona di fiori di calendula, di quell’arancione vivo che pareva persino innaturale.

La calendula, si sa, è una pianta che fa bene… a tante cose.

Lenisce, soprattutto, le bruciature, ma è ottima per qualunque esigenza di medicazione, quando si ha bisogno di sollievo.

In un tardo pomeriggio di fine giugno questi fiori di calendula, forse anche loro investiti dal vento che aveva accompagnato i naviganti tra mille avventure, si aprirono, mostrando al cielo le cose che di solito nascondono.

“Sono felice come un bambino che scarta i regali a Natale” disse la prima.

“Io sono felice come quando mangio una pizza” gli fece eco il secondo.

“Io invece sono tranquillo come dopo una verifica”

“E io nostalgica come quando finisce l’estate”

“Ah no – disse uno, più sportivo degli altri – io sono felice come un goal al 98’!”

“Io sono felice come quando non ho avuto il debito a scuola” gli fece eco una che quell’anno era stata un po’ meno diligente alla scuola dei fiori.

C’era, però anche chi era triste, non perché la vita di quei fiori fosse brutta o andata male, ma perché quella giornata di sole era finita.

E poi c’erano i fiori stanchi: tutto quell’aprirsi alla luce e chiudersi alla sera col buio, per tutti quei giorni, avevano intorpidito le giunture dei loro petali. Una di loro disse: “Sono stanca come se non dormissi da due settimane…” Ma un fiore, viene da chiedersi, non si riposa mai?!

In modo particolare c’era qualcuno che si lamentava di avere combattuto con un moscerino pestifero per tre settimane, e chi era stanco per tutti i giochi fatti con gli altri fiori.

Tra tutti, una disse semplicemente: “Io sono esausta” e si poggiò su una foglia per dormire.

Nonostante fosse l’inizio dell’estate, alcuni si sentivano ancora fra i banchi di scuola e forse erano troppo privi di energie o timidi per parlare a lungo, e riuscirono soltanto a dare dei voti: “Io sono felice 9”, “Io ho sonno 8”, “Io sono felice 9”.

“9 è troppo, io sono felice, ma 8”.

“Io sono soddisfatta 8” dissero in due all’unisono, facendosi un sorrisino per la complicità.

“Io son proprio serena… voto 9”.

“Eh, addirittura dissero gli altri!”.

“Io sono nostalgica…” disse una poggiandosi un petalo sulla guancia.

“Io sono stressato” replicò un altro.

“Io sono felice e triste al contempo”.

La nostalgica e lo stressato, felici e tristi al contempo.

Sembrava una buona sintesi della loro avventura, ma saltarono su altri a dire:

“I’m as happy as when I get a good grade in English!”. Si alzò un boato per lo slego in lingua che aveva fatto la loro compagna.

“Io sono felice come un gatto che mangia i cioccolatini” disse una, leccandosi una foglia.

Si arrivò, quindi, a raccontare della propria soddisfazione:

“Io sono soddisfatto come quando dico agli altri fiori petulanti di stare zitti, e loro finalmente lo tacciono!”.

“E io sono soddisfatta come dopo un lungo pellegrinaggio” disse una particolarmente spirituale. “Io come al termine di una gita” si attaccò subito un’altra, parlando della sua di soddisfazione.

“Io infatti sono felice di essere arrivata fin qui” le fece eco un’amica.

“Già, anch’io – disse l’ultimo rimasto – È come avere raggiunto un rifugio di montagna… e ora ci godiamo anche la discesa!”.

Beh, forse non era un prato in mezzo alla brulla terra africana, ma un vecchio cortile tra i tetti rossi di Bologna. Si crede che i fiori di calendula non crescano tra il cemento e le strade. Ma se guardi bene, con gli occhi non della fantasia o dell’immaginazione, ma con quelli della dedizione, allora li troverai.

Di solito non si mettono in mostra, non si fanno notare, non si aprono. Ma ci sono e nascondono segreti.

E noi li ringraziamo, perché colorano di bello la nostra città.

Don Davide

 

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