Dentro e fuori

“Io sono la porta delle pecore – dice Gesù – se uno entra attraverso di me sarà salvato, entrerà ed uscirà e troverà pascolo” (10,9).

In questa simbologia, sappiamo che “dentro” riguarda l’ovile, il recinto delle pecore, mentre “fuori” è lo spazio aperto, i pascoli, però Gesù non esplicita meglio che cosa sia “dentro” o “fuori”.

Possiamo immaginare che “dentro” è uno spazio custodito e protetto, mentre “fuori” è uno spazio più aperto, dove si trova nutrimento, ma anche potenzialmente pericoloso.

Gesù afferma che chi si muove attraverso di lui, lo farà in sicurezza e troverà alimento, cioè vita, infatti poco dopo dichiarerà solennemente: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

Solo attraverso Gesù, dunque, ci possiamo muovere liberamente tra dentro e fuori,

tra dimensione religiosa e vita quotidiana, tra preghiera e lavoro, tra l’intimità famigliare e la socialità del vivere, tra fede e attivismo e tra Chiesa e Mondo.

Questa prospettiva, di muoversi disinvoltamente sempre mettendo al centro Gesù, mi permette di chiarire – spero in maniera costruttiva – alcuni dubbi che mi sono stati fatti presenti sulla messa che facciamo in occasione del 25 aprile, Festa civile della Liberazione e festa liturgica di S. Marco evangelista, in memoria delle vittime cattoliche del nazifascismo.

Per prima cosa è espressione del desiderio e della preoccupazione della nostra comunità di non rimanere estranei a una festa nazionale decisiva per il nostro passato, presente e futuro, e a una festa civile così sentita nel nostro territorio, provando a portare lo specifico della testimonianza cristiana, attraverso il suo tesoro più grande che è la messa.

In secondo luogo, ricordando in questo giorno le vittime del nazifascismo non si vuole dimenticare che ci sono altre vittime e anche non solo del nazifascismo. Ma qui non si tratta di fare un derby tra chi è più cattivo nell’orrore.

Il fatto, invece, è che la Chiesa è sempre anche storica e, mentre celebra il sacrificio redentore di Cristo, lo incarna in una storia concreta.

In questo giorno, quindi, ricordiamo quegli eventi che hanno portato alla liberazione dell’Italia dal dominio e dall’oppressione nazifascista, perciò ci ricolleghiamo a quella situazione storica. In altre circostanze, altrettanto rilevanti per la nostra storia e il nostro vivere comune, se ci fosse la lodevole iniziativa di qualcuno, si potrà fare memoria di altri eventi.

Noi sappiamo bene che

nella celebrazione dell’eucaristia si ricordano sempre, nella preghiera eucaristica, tutti i defunti e le defunte,

perché lì in quel momento della messa si esprime al massimo la “comunione dei santi”. Tuttavia, ogni messa ha un’intenzione specifica che si può chiedere, e in questa occasione sono i nostri fratelli e sorelle credenti che sono stati uccisi. Perché solo i credenti, o addirittura i cattolici? E tutti gli altri contano meno?! No! Assolutamente no.

Ribadisco, nella messa si ricordano sempre tutti i defunti e le defunte.

Nella preghiera eucaristica c’è una sezione, dopo la consacrazione, in cui si può pregare per l’intenzione particolare di quella messa, poi si prega ogni volta per i morti nella fede e infine per tutti i morti. Questa distinzione non è una discriminazione, ma una forma di valorizzazione della fede e di rispetto della libertà e dell’identità dei defunti che si ricordano. Ci sono alcuni che sono morti credendo alla resurrezione di Gesù – che per noi è un dono inestimabile e bisogna pure testimoniarlo! – mentre ci sono altri che non credevano e li si affida alle braccia del Padre così come erano, senza pretendere che credessero.

Il punto più importante di tutti, però, è che in questo giorno in cui ricordiamo liturgicamente la testimonianza degli evangelisti, e quindi mettiamo al centro la vita e la resurrezione di Gesù, sappiamo che

è sempre attraverso Gesù che dobbiamo passare,

per custodire la memoria nel migliore dei modi, per essere sinceri nel fare verità, per ricordarci che nessun uomo può alzare mai la mano contro un altro uomo e che la prospettiva di un mondo migliore, un mondo di pace, dove le violenze che hanno insanguinato la storia, sarà raggiungibile passo passo come liberi discepoli di Gesù e del dono ineguagliabile del Vangelo.

Don Davide




Fiducia

Maria Maddalena, Pietro e Giovanni hanno visto il sepolcro vuoto.

Maria Maddalena ha visto il Signore.

Ora sta ai discepoli avere questa conferma della sua resurrezione. Il racconto è estremamente sobrio: “I discepoli gioirono a vedere il Signore” (Gv 20,20).
Infine, recupera l’appuntamento con il Signore risorto anche Tommaso. Questo dà lo spunto all’evangelista per dire due cose importantissime, ma spesso trascurate, o meglio offuscate dal fatto che tutti questi protagonisti, alla fin fine, “hanno visto il Signore”.

Ma Gesù non avrebbe potuto dirlo in maniera più chiara:

sono beati coloro che credono senza vedere.

Non c’è ambiguità, non c’è possibilità di fraintendere le parole del Maestro. Non possiamo dire: “Vabbè, ma Gesù lo diceva così per dire! In realtà, gli apostoli sono stati più fortunati di noi!”.

Invece no!

Il dono più grande non è vedere, ma credere.

E non solo credere dogmaticamente a Gesù, ma aprirsi alla fiducia verso la vita.

Il Vangelo – dice l’evangelista con somma consapevolezza – è stato testimoniato per questo: “Queste cose sono state scritte perché voi crediate” (Gv 20,31).

Così, in questa Domenica in Albis, voglio invocare su tutta la mia comunità un’effusione di fiducia.

Desidero che per ciascuno e ciascuna di voi si sciolgano le angustie, possiate sentire un’infusione di coraggio, avere chiarezza nei vostri obiettivi, praticità nel portarli a termine.

Siamo tutti e tutte sotto le ali di un Padre amorevole e misericordioso, di una Misericordia divina e onnipotente.

Il Risorto annuncia tre volte la pace: abbiate fiducia! Annoderà il cannone dei carri armati, spegnerà le batterie dei droni, dai caccia si sganceranno fiorellini e i missili si schianteranno fra di loro. Lui agisce attraverso chi lo riconosce Signore e Dio. Anche attraverso di noi, compirà la pace.

Questa fiducia vi porti una dilatazione del cuore, piena consapevolezza delle vostre capacità, apertura al futuro, premura di volere bene.

Tutti gli esegeti esperti confermano che in origine la fine del testo di oggi era la conclusione del Vangelo di Giovanni: “…[queste cose] sono state scritte perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, è perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.” (Gv 20,31).

Dunque l’evangelista stesso ha voluto infondere a noi, suoi lettori e lettrici, la massima fiducia possibile: perché avendo fiducia, abbiate la vita.

Prendiamolo sul serio.

Don Davide




Meditazione della Celebrazione del Venerdì Santo

Tardi ti ho amato,
bellezza così antica e così nuova,
tardi ti ho amato.

Ti ho amato in ritardo, ad esempio, quando ho estratto la spada come lingua tagliente per ferire gli altri, rifiutando di riporla nel fodero; oppure avrei potuto lasciarla lì, insieme alla tua mano, e così avrei potuto costruire relazioni libere da giudizi fendenti e affrontare con te, meglio, le mie difficoltà con gli altri.

Ti ho amato tardi, anche, quando non ho saputo vedere la nobile bellezza del tuo volto ieratico mentre affermavi di aver sempre parlato in pubblico con chiarezza e lucida ispirazione, senza compromessi, e me la son presa, magari anche giustamente, solo per lo schiaffo vile di una guardia che intendeva punire quella che considerava la tua impertinenza per un suo puro servilismo verso il potere costituito. Sembra quasi che io preferisca all’annuncio dell’avvento del tuo Regno, il risentimento verso la sola messa in discussione dei cosiddetti valori non negoziabili. Il vangelo non è una dottrina, ma un incontro.

Tardi ti ho amato quando, per ben tre volte e in tante innumerevoli occasioni, ho fatto finta di non conoscerti nella mia vita di ogni giorno, nel tuo farti storia vicina e quotidiana. Questo è successo e succede ancora, finché il canto di un gallo, un evento ‘squillante’ della vita, non mi risveglia: quei suoni aprono il mio cuore; mi permettono di osservare gli abissi delle mie paure sì ma, come un’alba, riesco a scorgere il mio cambiamento possibile.

Che dire ancora della tua bellezza, così antica e così nuova, di fronte ai poteri civili e religiosi? Erano così spaventati dalla tua presenza sulle strade della vita vera, che cercavano, in ogni modo, di cancellare la tua coerenza. Volevano caricarti anche i fallimenti delle loro leggi e delle loro regole sterili e, sulle tue spalle, hai preso anche per loro la croce. Anche quei capi, li hai accolti fino in fondo, fino al silenzio più intimo e sincero: hai continuato a dire chi eri, chi sei, l’amore che doni e che la verità dell’uomo e del mondo sei tu. Tra quelle spalle caricate, il tuo cuore si sarebbe squarciato anche per loro.

Tardi ti ho amato quando ho gridato tra la folla anch’io, con egoismo: «meglio il delinquente del profeta»; oppure: «prima noi! poi gli altri»; «crocifiggili quelli, tanto che me ne frega!» … o anche quando ho sussurrato dentro di me, con più egoistica cautela e lamentela: «vengo prima io, poi l’altro». Ho messo in mostra fuori e dentro di me l’individualismo più gretto e povero, forse condizionato da un fare abitudinario o da un pensiero di massa omologato… e tu eri lì, presentato a tutti come la brutta fine dell’umano, condannato, vittima delle divisioni della terra.

Eccolo l’uomo. ‘Ecce Homo’. In te si riflette un’umanità privata della sua dignità, sputata, schiaffeggiata, incoronata con le spine che feriscono più di tutte: l’indifferenza, l’ignavia più subdola, il prendersi gioco dell’altro inutilmente, il farsi giustizia da sé, la sete di potere e di ricchezza, la cattiveria spietata, l’umanità fatta merce… Tu eri in croce, proprio in mezzo a questa umanità crocifissa. Tu sei in croce.

Tardi ti ho amato anche quando, dalla croce, tu hai visto in tua madre anche tutte le madri che oggi perdono i figli nel Mediterraneo e nei deserti delle tratte umane, o in Ucraina come in Palestina, in Iran; o come a Cuba, ad Haiti, in Sud Sudan, in tutte le guerre e le tragedie del mondo. Ho letto in ritardo il labiale silenzioso di tua madre e di tutte le madri davanti al loro figlio in croce, che diceva: «Dov’è ora la tua bellezza, figlio mio? Eppure, ti amo ancora di più ora che sembri perso». E tu, Gesù, con cuore grande, hai affidato tua madre al discepolo che amavi di più. Hai affidato tutte le madri ai discepoli che ami di più — me, ognuno di noi — affinché potessimo accogliere e proteggere oggi tutte queste mamme, almeno un pochino. Ecco tuo Figlio. Ecco i tuoi figli.

Tardi ti ho amato quando hai consegnato di te ogni cosa fino in fondo, tutto te stesso, per infinito ed eterno amore. Hai donato l’Amore stesso come Spirito, come soffio divino, come intimo respiro affinché continuasse a vivere in me e in ciascuno di noi, perché ne sentissi la mancanza come l’aria, svelando di più la tua bellezza così tanto antica, quanto più sempre nuova.

Il corpo deposto, sepolto in una tomba nuova, da lì a poco non ci sarà più, rifiorirà, per sempre, dall’albero della croce come nuovo albero della vita dell’Eden; il tuo profumo si espanderà nel mondo come giardino da rinnovare.

Eppure, ancora, tardo ad amarti, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato.
Tu eri dentro di me, ed io fuori, nelle apparenze. E là, fuori e lontano, ti cercavo, e forse ti cerco ancora.

Ma aiutami ad amarti ora, a farmi amare da te, a cercarti dove sei davvero, ora.
Il tuo amore non è mai in ritardo: trovami tu e che io possa farmi trovare.
AMEN.

Francesco Paolo Monaco




Invincibile Resurrezione

Il terremoto ci fa paura: associamo ad esso calamità naturali, morti e disastri sociali. Anche in tempi recenti ci ricorda spiacevoli e tragici momenti della storia d’Italia e del mondo.

Invece nei racconti della morte e resurrezione di Gesù il terremoto è una figura simbolica positiva. Dobbiamo dunque liberarci un attimo dall’immagine che ordinariamente colleghiamo al cataclisma, per cogliere la luce sempre inedita di questo mattino di Pasqua.

“Polvere sei e in polvere ritornerai” recita l’adagio penitenziale dell’inizio della Quaresima. Nessuna esistenza mai è sfuggita alla morsa della terra. Tutti gli esseri viventi sono morti, ad un certo punto, e sono ritornati alla terra.

Nel momento della morte di Gesù – secondo il racconto di Matteo – c’è un terremoto violentissimo,

la croce fa da scalpello e incudine sulla crosta terrestre,

la spacca in modo che gli esseri viventi che prima erano prigionieri della morte siano liberati e restituiti alla vita. La terra non è più una tenaglia, ma un estuario.

Il mattino di Pasqua di nuovo c’è un gran terremoto. Questa volta è provocato dallo smottamento di una creatura celeste che varca le dimensioni dello spazio del tempo per scendere sulla terra. Gesù è già risorto.

L’angelo con un cricco rotola la pietra e vi si siede sopra,

per sbeffeggiare questo ridicolo tentativo degli uomini e della morte di mettere l’ultima parola sulle cose.

C’è chi ha paura di questo fenomeno: le guardie – altro goffo esperimento di bloccare la potenza di Dio – rimangono tramortite «come morte»; invece alle donne intimorite anch’esse l’angelo dice esplicitamente: «voi non abbiate paura! So che cercate Gesù».

Ecco svelato il significato simbolico del terremoto biblico, e perché in questo caso non dobbiamo averne paura.

La resurrezione di Gesù, come il terremoto è potenza, sprigiona un’energia a cui nessuno può resistere, è imprevedibile.

Mentre i potenti rivendicano la loro forza e il mondo sembra chiuso in un eterno ritorno di guerra, sopraffazione, ingiustizia, morte e distruzione,

la resurrezione arriva come un terremoto e spacca tutto,

cambia la configurazione del mondo laddove gli uomini non sono stati disponibili a farlo, genera un nuovo assetto, non ha riguardo dei controllori del potere.

Chi cerca Gesù può non avere paura.

Ogni discepola, ogni discepolo al seguito del Maestro ha seguito il Signore della vita. Saprà riconoscerne le tracce, accogliere i cambiamenti, saltare sulle rovine di un mondo vecchio, per raggiungere quello nuovo. Avrà il coraggio di mettersi un grembiule come antidoto ai tradimenti, di dire che la spada va sempre tenuta nel fodero, di cercare la verità ma con umiltà e di riconoscere lo spazio dei giovani e delle donne.

Quando incontrerà una croce, saprà considerarla come vittoria.

Testimonierà che, nonostante tutto, si può vivere senza paura.

Don Davide




La compassione

Tutti gli anni la Chiesa, ripercorrendo per due volte integralmente la passione di Gesù nella Domenica delle Palme e nel Venerdì Santo, esprime il bisogno di essere presente e solidale con tutte le passioni del mondo. Al centro della rivelazione e della fede cristiana, infatti, non c’è un messaggio che preveda solo la Pasqua – un momento di gioia senza affrontare la soglia della contraddizione, dell’assurdo e del dolore – ma c’è un itinerario di accettazione della passione e morte, fino all’esito della resurrezione.

Dio non ha voluto essere estraneo al dolore ingiusto e inspiegabile del mondo.

Tale dolore non corrisponde alla sua volontà di bene; nonostante ciò, Dio in Gesù non se n’è tirato fuori perché nessun essere umano si sentisse solo in una situazione di sofferenza e perché nessuno potesse pensare che la presenza del male rende impossibile credere in Dio. Succede anzi che proprio davanti alla croce e al modo di morire di Gesù, il centurione romano fa la professione più alta della fede del Nuovo Testamento: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».

Così, riascoltando ancora una volta questo racconto tragico e commovente, ci è data la grazia di non diventare insensibili.

Per un momento, anche se breve, insieme a una comunità di amici e amiche, riusciamo a non essere indifferenti rispetto a tutto ciò che richiede compassione, anche le cose che non sono sotto i nostri occhi, anche le cose di cui non siamo informati.

Ci sono tante sofferenze che ci sfuggono, tante lacrime di bimbi, madri, giovani e ragazze.

Troppi dolori e atrocità vorrebbero impedirci di vedere il volto di Dio;

se fossimo consapevoli di tutto, forse non riusciremmo nemmeno a portarne il peso. Ma Gesù lo ha fatto, prima nell’ultima cena, poi nel Getsemani, infine sulla croce.

Nell’ascolto pregato della Passione di Gesù, anche noi come dei novelli Cirenei, abbiamo la grazia di non essere indifferenti alle croci del mondo.

È una grazia, perché in tanti momenti sentiamo che è impossibile non lasciarsi toccare da tutto questo e allo stesso tempo sappiamo che non ci riusciamo fino in fondo. Invece oggi e nel Triduo Pasquale, siamo davvero fratelli e sorelle di tutti coloro che soffrono, abbracciamo coloro che piangono, possiamo essere ospitali per chi non ha casa o un posto sicuro in cui rifugiarsi.

Quello che ci offre la liturgia di questi giorni è un dono, una opportunità e uno stile a cui io – personalmente – non rinuncerei mai.

Colpisce che mentre Gesù entrava a Gerusalemme, le folle lo riconoscevano come «il profeta Gesù», poi neanche una settimana dopo gli voltano le spalle.

Se imparassimo ad ascoltare i profeti!

Quelli che ci parlano di pace, quando tutti vogliono la guerra; quelli che indicano la via del servizio, quando altri scelgono il potere; quelli che amano, anche quando sono odiati…

Voglio invocare sulla mia comunità, in questa settimana di dono, lo spirito della profezia,

perché ospitando tutto ciò che ha bisogno di essere consolato e riscattato, possiamo essere insieme a Gesù portatori di vita.

Don Davide




Vieni fuori

Quante volte abbiamo desiderato che queste parole: “Vieni fuori!” (Gv 11,41) potessero diventare vere e concrete per noi!

Ci sono molti luoghi, fisici e spirituali, che assomigliano tantissimo a dei sepolcri.

Vorremmo venire fuori dalle nostre paure, dalle nostre timidezze, dalle nostre inconcludenze.

Qualche volta vorremmo venire fuori da un peccato, o da una relazione tossica, o da una circostanza ambigua in cui ci siamo cacciati senza nemmeno rendercene conto.

Oppure “venire fuori” è il sogno di avere salva la vita da una situazione insostenibile, un’ingiustizia, le conseguenze di un errore, un dolore fisico o morale che ci schiaccia.

“Venire fuori” può essere anche un richiamo alla luce, un emergere, può rappresentare il nostro desiderio di miglioramento, di essere noi stessi, di realizzare i progetti di bene e le speranze che abbiamo a lungo coltivato.

Oggi tra le bende di Lazzaro ci mettiamo noi stessi, abilitati ad ascoltare la voce di Gesù che ci invita e ci comanda: “Tu, vieni fuori!”.

La parola dei profeti si può realizzare per noi: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe. […] Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete” (Ez 37,12.13).

Persino l’umanità è chiamata a venire fuori dalla fossa che si sta scavando da sola, con la smania di potere, l’ingiustizia sistemica e la guerra.

“Vieni fuori” è il grido di rivendicazione del Dio della vita che prende posizione in favore dell’umano.

Vieni fuori da quei luoghi di morte! Sciogliti da quelle vestigia mortifere che ti impediscono di vivere e camminare!

La cosa è tanto più impressionante perché questi sepolcri sono descritti nel racconto evangelico come terribilmente tenaci: “Il cadavere è già di quattro giorni e già manda cattivo odore” (Gv 11,39), dice Marta, esprimendo la persistenza delle condizioni mortali che ci attanagliano.

La risposta di Gesù è mozzafiato: “Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio” (Gv 11,40). Quel “non ti ho detto” è pazzesco! Vuoi credere all’arroganza della morte, oppure al potere della Parola di Dio che dà la vita? La senti la forza di questo paradosso?

Puoi uscire non da una condizione di un inciampo, ma da un sepolcro di morte. Se credi.

Se credi nella guida di Dio, farai esperienze inaspettate e imprevedibili. “Vedrai cose più grandi di queste!” (Gv 1,50).

“Vieni fuori” è ciò che Dio ha detto ad Abramo, per iniziare a farlo camminare.

“Vieni fuori” è ciò che Dio ha detto al suo popolo, per liberarlo dall’Egitto.

“Vieni fuori” è ciò che il Padre ha detto al suo Figlio, per farlo entrare nel mondo.

Ora lo dice a noi. Ascoltiamo come se fosse la prima volta questo racconto, con queste due parole che hanno il potere, da sole, di trasformare il significato della nostra vita.

Don Davide




Vederci, adesso

Sono molte le professioni di fede che accompagnano la liturgia di queste domeniche di quaresima, ma una delle più belle e originali l’ascoltiamo dalle parole del cieco dalla nascita, protagonista del vangelo di oggi.

“Una cosa io so: prima ero cieco e ora ci vedo.”(Gv 9,25)

Nel dialogo serrato con i farisei e i capi del popolo che lo interrogano l’uomo dice chiaramente che questa nuova condizione è stata resa possibile da Gesù.

“Prima ero cieco, e ora ci vedo” potrebbe essere la testimonianza di ogni cristiano che ha scoperto la fede in maniera autentica.

Non si tratta solo di una visione intellettuale, come ad esempio la verità della fede e del vangelo. Certamente anche questo, ma un tale “vedere” ciò che non si vedeva prima è lo stesso di Paolo sulla via di Damasco, accecato per qualche giorno dalla luce divina, per poi guardare al mondo in un altro modo.

Anche Giobbe esclama: “Prima ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono!” (Gb 42,5)

“Ora ci vedo” significa quindi riconoscere quanto è stata efficace l’esperienza spirituale e come cambia le cose per noi.

Paolo, ad esempio, vede chiaramente che cosa significa la grazia di Gesù che ci ama sempre, che ci rende giusti coprendo i nostri peccati e che ci fa sentire in pace con Dio.

Giobbe vede il mistero di Dio che attraversa ogni sofferenza e adombra il mistero pasquale: intuisce nel suo cuore la verità della resurrezione.

Con il Vangelo anche noi contempliamo la realtà in modo nuovo: vediamo il potere smascherato per quello che è e l’ambiguità della ricchezza se non usata per la condivisione. Vediamo il bisogno delle persone di essere soccorse, la solitudine e la sofferenza nascosta, e così scopriamo le sorgenti della compassione.

Vediamo l’opportunità di coltivare i sentimenti buoni, di custodire le relazioni importanti, l’amore che ci siamo promessi, i sacrifici positivi che bisogna fare in ordine a questo.

Vediamo quanto è prezioso interpretare il nostro lavoro come un servizio e come è importante che nella nostra vita ci sia anche un piccolo spazio per il servizio gratuito e per la generosità.

Vediamo, infine, la promessa di vita sui volti dei bambini, che non possiamo tradire, e quanto sia necessario che il presente – non solo il futuro – sia dei giovani, e che nessun anziano sia abbandonato e solo.

Ci sono tante altre cose che ci accorgiamo di vedere con una luce speciale e una grazia intima. Se volete fare un piccolo esercizio spirituale, ciascuno/a può completare un piccolo elenco delle cose che corrispondono a questa professione di fede: “Prima ero cieco e ora ci vedo”.

Intanto noi ringraziamo il Signore per questo dono che ha creato in noi occhi, mente e cuore rinnovati dalla fede, mentre ravviviamo un’esperienza che già adombra, anzi pre-illumina la Pasqua ormai vicina.

Don Davide




La sete di pace

I cristiani si trovano ad affrontare questo paradosso: mentre la quaresima ci impegna con umiltà al lavoro su noi stessi, “chiusi nel segreto della propria stanza” (cf. Mt 6,6), non possiamo scrivere della terza domenica di Quaresima senza concentrarci sul tema della guerra e della pace.

Mentre infatti viene annunciata la pace possibile con Dio, per opera di Gesù, e ci viene donata la sorgente della vita nella sua parola di perdono e di verità, nel mondo si allarga la guerra e i leader politici mentono, con pochissime eccezioni.

C’è un dono di acqua viva che viene largamente rifiutato (cf. Gv 4,10.14).

Nel mondo ci sono tantissime siccità che prostrano i popoli. Ma c’è anche una grande sete di verità, di libertà, di leadership autentica, di parole non contraffatte.

Il mondo ha sete di pace. E pace non c’è.

Chi dice di volere una pace evangelica non è un impostore se da lui zampilla un’acqua viva di pace, non un’acqua velenosa di guerra.

Invece, se non fosse tragica e disperante, potrebbe sembrare l’inizio di una barzelletta: ci sono un bullo americano, un killer israeliano, un despota iraniano e un sicario russo. La cosa terribile è che questi quattro signori, che dovrebbero essere chiusi insieme a qualche loro compare in un manicomio riaperto solo per loro, invece comandano il mondo. Muovono le armi. Decidono chi deve andare a fare la guerra. Uccidono indiscriminatamente e senza sensi di colpa. E non importa se il despota non c’è più. La dinastia è tale e quale.

Dai dati forniti sui quotidiani questa settimana, un missile costa 2-3 milioni di euro, un sistema anti-missile 6-7, poi ci sono i carri, l’intelligence, gli aerei supersonici, i droni, le navi… ma mi ha impressionato il dato sulle portaerei: una nave di quel tipo già costa più di quanto si possa immaginare, attorno ad essa si muovono sottomarini, satelliti, caccia di base (oltre che quelli sulla nave), elicotteri, porti, basi militari. Una portaerei è una guerra concentrata, con il budget intero di un piccolo stato. Ci credo che don Tonino Bello si rifiutò di andare a benedirla!

Ora mettete insieme tutti questi soldi per tutti gli armamenti del mondo e chiedetevi: che cosa sarebbe successo se li avessimo messi per curare le malattie, fare le scuole, gli ospedali, le infrastrutture, pagare i medici e gli insegnanti come i generali, dare cibo a tutti, risanare le povertà, combattere la criminalità, intervenire sul cambiamento climatico? Forse avremmo il mondo tutto curato e bello come un paesino di montagna, e pieno di infrastrutture come la più moderna delle città.

Gli elementi che accomunano questi capi sono la bestemmia, la menzogna e l’autoreferenzialità.

Chiamano Dio dalla loro parte, mentre offendono il suo Santo Nome. Mentono per conservare il loro potere e per inseguirne uno sempre più grande. Inoltre, si fanno chiamare leader, ma la leadership è tutta un’altra cosa. E sarebbe tutta un’altra Storia. Tra le tante domande di questi giorni, mi chiedo: ma come puoi farti chiamare “Guida suprema” e ordinare l’uccisione dei ragazzi?

In questa domenica ascoltiamo le parole di Gesù alla donna Samaritana: “Credimi donna, è venuto il momento – ed è questo – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità, perché il Padre cerca tali adoratori.” (Gv 4,21-22).

Mi vengono ancora due considerazioni ascoltando questo testo in questo scenario di guerra.

Adorare Dio significa stare davanti a lui.

Chi sta davanti a Dio lo potrà fare solo in spirito di verità. Nemmeno gli esseri umani possono essere ingannati su questo, figuriamoci di Dio. Gli uomini, però, possono essere soggiogati, Dio invece no. Dio rifiuterà simili falsi adoratori. A lui la vendetta, per questo scenario catastrofico.

Gesù parla del “Padre” non di un Dio generico.

Solo coloro che seguono lo spirito della verità e che si mettono di fronte a Dio con questa autenticità, solo loro genereranno una vera fraternità e sorellanza universale. Solo loro permetteranno ai popoli di chiamarsi fratelli e alle nazioni sorelle.

Il Dio che è nel cielo cerca disperatamente tali adoratori.

Don Davide




Ascoltatelo

Nell’anno della Parola, accogliamo il racconto della trasfigurazione concentrandoci su un passaggio particolare.

L’esperienza che i discepoli stanno vivendo è bellissima: Gesù li ha presi con sé, sono in un momento di raccoglimento con lui e lui, come regalo inaspettato, rivela loro la bellezza divina.

Pietro allora “prende la parola”. Fa proprio come facciamo noi quando ci sentiamo in dovere di dire qualche cosa.

A quel punto, il racconto specifica che “mentre ancora stava parlando” una voce lo interrompe, gli va letteralmente “sopra” e dice che non bisogna parlare, ma ascoltare: “Ascoltatelo!”

Ascoltare Gesù, permette di riconoscere la bellezza divina e porta dentro all’esperienza dell’amore di Dio.

Quando pensiamo di prendere la parola, o di doverlo fare per forza, dobbiamo fermarci un momento e chiederci: possiamo ascoltare un po’ di più? Cosa c’è ancora da sentire e da capire?

Inoltre, possiamo fare due piccoli esercizi spirituali e rispondere a queste due domande:

  1. dove vedo la bellezza divina?
  2. Che cosa mi racconta dell’amore di Dio per me?

Non sono domande teoriche o astratte.

A partire da qui, saremo capaci di fare alcuni esercizi di trasfigurazione particolarmente attuali:

  1. Il modo in cui ascoltiamo e pronunciamo le parole. Anche papa Leone all’inizio della Quaresima ha suggerito di farci attenzione.
  2. La comprensione della giustizia, ossia approfondire il referendum a cui siamo chiamati, per esprimere un voto documentato e consapevole.
  3. L’interpretazione delle dinamiche internazionali, per essere costruttori di pace.
  4. Il nostro impegno nel lavoro, per farne un servizio per il prossimo.

Raccolti in una speciale intimità con Gesù, sul monte, ci troviamo così in mezzo alle folle, nelle città.

L’amore di Dio illumina la nostra vita nel mondo.

Don Davide




Le tentazioni di Gesù e noi

Le tentazioni sono un racconto maestoso, pieno di attualità, introspezione e di spunti per la nostra vita.

Gesù digiuna a lungo: quaranta giorni e notti, alla fine ha fame per forza. Su quel punto è debole, particolarmente vulnerabile.

È solo allora che il tentatore si insinua, come nel giardino di Eden, quando può dare voce alle fatiche e alle paure dell’uomo. Altrimenti, con Gesù non avrebbe scampo.

La prima tentazione suona così: “Visto che sei il Figlio di Dio, fai così… hai fame!”.

Ma non ci sono scorciatoie: sono figlio e vivo della parola del padre, del suo amore di madre.

Non ho bisogno di altro, per vivere.

Quali sono le scorciatoie che vorremmo prendere noi?

La seconda tentazione suona: “Visto che ti affidi tanto a lui, allora, buttati giù. Sei tu che lo dici che puoi avere fiducia! Vediamo se dopo la penserai ancora così…”. Ma Gesù ribatte: non c’è bisogno di mettere alla prova il rapporto con Dio.

La fiducia è data e basta.

Anche in un modo paradossale, noi possiamo affermare: “Anche se non ci esaudisse, noi non smetteremmo di avere fiducia in lui (cf. Dn 3,18).

Mi capita di mettere alla prova la fiducia in Dio, di chiedere un riscontro?

La terza tentazione, infine, suona in questo modo: “È vero, ok. Lui è tuo padre, hai fiducia in Dio e non hai bisogno di metterlo alla prova. Ma io ti posso dare di più: tutto il potere sugli uomini.”

Non è il potere sugli uomini che interessa a Gesù. A lui interessa amare Dio.

Cosa interessa a me? Qual è il tesoro prezioso a cui voglio attaccare il mio cuore?

Possiamo confrontarci con queste domande, per rinnovarci spiritualmente ancora una volta, ancora più veramente.

Don Davide