L’efficacia della fede

Questa domenica ci porta a riflettere sull’efficacia della testimonianza cristiana. 

È un’efficacia che non si misura con i criteri del mondo, con i click su YouTube o i like sui social. Nondimeno è un’efficacia reale, che ambisce a persuadere, a dare sapore e luce. 

Il profeta Isaia è sempre attualissimo, proprio per questo la sua interpretazione chiede di decifrare il contemporaneo. Qual è l’atteggiamento religioso più coerente con il mistero di Dio? Io oggi tradurrei: rifiutare la logica del potere, cercare l’autenticità della propria fede, rivendicare che i cristiani non hanno nemici, soccorrere la solitudine, educare i sentimenti e la vita emotiva. 

Non è tutto, ma è tanto. Uno potrebbe chiedersi: e dov’è l’evangelizzazione, la catechesi, la morale? Non è che queste cose siano escluse… ma il profeta indica gli atteggiamenti attraverso cui una vera esperienza di Dio si manifesta. 

D’altra parte, l’apostolo Paolo ci ricorda come lo stile dell’evangelizzazione non sia quello del mondo. Non si fa solo con i migliori contenuti social o con le più raffinate tecniche di coinvolgimento. 

L’evangelizzazione si fa mostrando concretamente l’amore del Dio crocifisso e l’opera dello Spirito che agisce nelle vite di tutti, senza dimenticare nessuno. 

C’è luce che deve splendere e sale che deve dare sapore. 

La sapienza cristiana ha i mezzi per raccontare che si può vivere in maniera luminosa e non opaca, e che la vita può essere buona e saporita, non insipida. 

Sta a noi tirare fuori questo tesoro. 

Penso realmente che dovremmo individuare i punti deboli della nostra epoca, le ferite, forse anche gli errori, ma senza giudicarli, piuttosto invece cercando di mostrare come le cose potrebbero essere più belle e migliori. Come si possono rafforzare i punti deboli? Come ci possiamo prendere cura delle ferite, come novelli buoni samaritani? Come ci si può risollevare dagli errori, e non commetterne più? Qual è la “bella notizia” che si potrebbe raccontare? 

Lì forse torneremmo a vedere all’opera, non senza sorpresa, la potenza di Dio. 

Don Davide




La vita e i profeti

In questi giorni si celebra in Italia la Giornata per la Vita, istituita inizialmente attorno ai temi della bioetica. L’iniziativa si sta ampliando nella consapevolezza che solo una cultura complessiva della vita può porre le condizioni per prevenire l’aborto, per escludere la necessità dell’eutanasia, per soccorrere il sofferente, il povero e l’indifeso e non lasciare solo nessuno.

La prima lettura e il vangelo mi fanno pensare per contrasto alla drammatica situazione internazionale di questi giorni. Il profeta cerca invano la giustizia e l’umiltà.

Risuona un monito severissimo nei confronti di chi le tradisce sistematicamente e dei potenti, in modo particolare.

A chi commette iniquità e usa la menzogna come arma di confusione di massa, Dio ricorda che ci sarà un giorno dell’ira del Signore (Sof 2,3).

Non siamo abituati a confrontarci con questa parola, ma c’è: fa parte della storia della salvezza, bilancia il Mistero dell’Iniquità in atto (2Ts 2,7).

Il peccato non è quando mangi carne il venerdì di Quaresima o sbagli un inchino nella celebrazione solenne, ma quando deturpi l’umanità di cui Gesù si è fatto fratello.

Vuoi la Groenlandia o il Donbass, Hong Kong o Taipei, Gaza o la Cisgiordania; costruisci le armi nucleari mentre affami la gente; usi i migranti come ricatto; costringi le bambine a sposarsi; uccidi gli studenti che protestano; violi i più fondamentali diritti umani; giustifichi chi uccide a sangue freddo; sfrutti i poveri e le risorse del pianeta; non ridistribuisci la ricchezza: per un mistero della storia che non so spiegare, qui lo fai senza poterlo fare, ma non ci sarà riparo nel giorno dell’ira del Signore.

Rimarranno solo gli umili e i poveri, potranno pascolare senza che alcuno li molesti (Sof 3,13).

Quando nel salmo di oggi (Sal 145/146) leggiamo che il Signore fedele rende giustizia, sfama i poveri, libera gli oppressi, ama i giusti, protegge i forestieri e sconvolge le vie dei malvagi, queste non sono parole edificanti, sono parole vere. È quanto afferma la mitissima e umile Maria nel Magnificat (Lc 1,46-55).

Che la vendetta appartenga a Dio è un dato della nostra fede.

Le Beatitudini sono un manifesto profetico di questa “vendetta”. Il Signore può chiamare queste persone “beati”, perché cambierà radicalmente la loro condizione.

Quando ascoltiamo queste parole, però, nessun cristiano dovrebbe dire: “Io sono giusto, l’altro è il cattivo. Io vedo bene, l’altro sbaglia. Io sono nella schiera delle pecore, l’altro dei lupi”.

Ascoltare i profeti e le Beatitudini deve instillare in noi una santa e radicale inquietudine:

deve smascherare il nostro bisogno di conversione, prima di quello degli altri. Deve aiutarmi a chiedere: dove devo cambiare, per essere giusto? Quali inerzie devo scrollarmi di dosso per operare la pace? Cosa devo purificare in me? Chi devo consolare? Chi devo perdonare? Come mi avvicino alla verità?

Oggi è anche la giornata diocesana del seminario, che vuol dire – inevitabilmente – pensare alla vocazione dei preti. “Considerate la vostra chiamata, fratelli e sorelle” (1Cor 1,26) dice l’apostolo.

L’indefinitezza è il tratto che caratterizza il ministero del prete oggi. Non c’è più una fisionomia specifica del ruolo del ministero ordinato: ogni giorno può essere necessario fare il prete social o l’asceta, il mistico o quello che ripara la caldaia, l’adulto che va al centro anziani o il ragazzino che fa i balletti con i bimbi, preoccuparsi di fare quadrare i conti e dire la messa della solennità, gestire l’autorità e poi inginocchiarti per l’adorazione eucaristica. Il tutto senza dimenticare la preghiera e lo studio e senza trascurare di aggiornarsi, altrimenti i giovani ti considerano “boomer” o “cringe” se sono meno indulgenti.

Tutto sommato, il criterio di Dio è sempre quello di lavorare con una pasta non perfettamente adeguata (cf. I lett.), per confondere i criteri del mondo (1Cor 1,27). Io su questo “non adeguato” mi sento “adeguato”.

Trovo consolante però che l’unica cosa che conta sia l’essere “in Cristo”:

che non significa doversi impegnare particolarmente dal lato nostro, ma riconoscere quello che ha fatto Gesù: “grazie a lui noi siamo in lui” (1Cor 1,30). È lui che ci pone in questo bellissimo e solido fondamento che è l’essere fratelli e sorelle nella fede e, insieme, nella Chiesa. Questa è la cornice, tutto quello che ne segue è sviluppo e commento.

Don Davide




La luce della Parola

La luce che rischiara le tenebre è sempre a nostra disposizione, perché noi abbiamo tra le mani la Parola di Dio.

Non è un fatto da dare per scontato, perché per un lungo tempo della vita della chiesa la Sacra Scrittura non era così facilmente accessibile ai fedeli. Dal Concilio Vaticano II in poi, invece, la possibilità che la guida della Parola di Dio accompagni la vita spirituale dei cristiani e una notevole sapienza acquisita in questa dimensione sono stati i cambiamenti più significativi che hanno rinnovato l’esperienza ecclesiale.

La Parola di Dio scritta e letta personalmente o nell’assemblea, ma sempre nella comunione ecclesiale, colma la distanza tra noi e Gesù e ci permette di ascoltare la sua voce e quella del Padre, che sono come un accordo intonato e perfettamente armonico.

La luce della Parola è in grado di rischiarare una geopolitica che sembra sguazzare nelle tenebre, se solo qualcuno ascoltasse il messaggio di liberazione e l’opzione in favore degli oppressi che ne deriva. Si capirebbe che la voce di Dio risuona come salvezza per chi cerca la giustizia, non per chi sceglie sfacciatamente di avere più potere, più privilegi e più opportunità a scapito degli altri.

La luce della Parola ci aiuta a penetrare il mistero della croce di Cristo, mistero incomprensibile a chi lo guarda da fuori, dicendo solo “scendi dalla croce”, ma che si apre a chi cerca di sintonizzarsi realmente con il cuore aperto, ferito e squarciato di Gesù.

La luce della Parola rischiara l’intimo del nostro spirito e della nostra anima, dà chiarezza alle domande profonde che ci abitano, ci fa avere speranza, ci fa desiderare di amare un po’ meglio e ci insegna a farlo.

Infine, ed è la cosa più bella di tutti, la luce della Parola è in realtà un suono dolce e soave: è il suono della voce stessa di Gesù che ci interpella personalmente, che invita proprio noi a costruire un’impresa spirituale con lui, che vuole farci splendere come siamo chiamati a fare.

L’invito di Gesù “vieni!” è la sintesi di tutto il rapporto con la sua parola.

In questa Domenica “della Parola”, perciò, possiamo pregare così:

Fammi sentire la tua voce, Signore Gesù:
la tua parola rivolta a me, la tua chiamata personale
che dà fiducia alla mia vita e la mette in moto.
Con l’animo meravigliato ti risponderò:
“Proprio io Signore?” e tu,
amorevole, mi confermerai: “Vieni.”

Don Davide




Il servizio e la luce

Mentre il mondo pare in balia di una manica di prepotenti, che costringono persino a immaginare come opportuno il riarmo per difendersi, o che obbligano a proteggersi con la forza, a causa dell’abuso smisurato e totalitario del potere, noi – discepoli di Gesù – ci rimettiamo umilmente al seguito del maestro che sa indicare cieli nuovi e terra nuova.

C’è davvero bisogno di lasciarsi condurre da colui che dice: “Ecco io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5), perché quelle che vediamo sono soltanto vecchie.

Il profeta Isaia propone l’immagine del servizio.

Già questa, infatti, è un’indicazione altamente profetica: chi vuole davvero mettersi al servizio? Sento anche in me una radicata resistenza a servire, semplicemente. Compaiono immediatamente nel mio cuore le rivendicazioni, il bisogno di soddisfazioni, la stanchezza. Inoltre noto che “servizio” è una terminologia abusata: ogni autorità parla di sé come “servizio”, mascherando con questa parola l’intenzione di comandare e l’ambizione di non avere limiti al proprio potere.

Ma Dio, che è sempre oltre le nostre prospettive, per mezzo del profeta afferma che è ancora troppo poco indicare il servizio come via per la salvezza.

Bisogna che il servizio diventi effettivamente luce:

che splenda la bellezza del servizio e la chiarezza che è l’unica vera possibilità di invertire il corso autodistruttivo degli eventi fatti dagli uomini.

Che il servizio diventi luce, dunque!

La prospettiva più luminosa dell’esistenza, l’unico modo di concepire la fraternità e la sorellanza, la via per vivere la comunità, la strada maestra e felice per vivere le relazioni d’amore, il custode dell’amicizia.

Per realizzare questo, Giovanni Battista – profeta talmente visionario da essere estraneo in questo mondo – parla dell’immersione nello Spirito Santo, che avviene seguendo la vita di Gesù. Per capire il servizio e fare sì che diventi luce, bisogna fare un bagno nello Spirito Santo: lo Spirito deve avvolgerci sopra e sotto e di lato, deve lavarci e impregnarci, rigenerarci e tonificarci.

Lo Spirito Santo non agisce in maniera astratta e misteriosa:

è la manifestazione e il frutto dell’incontro con il Signore risorto, quindi è tanto più vero ed efficace in noi, quanto più noi viviamo la compagnia di Gesù, lasciamo che le sue parole plasmino i nostri pensieri, ci conformiamo a lui nell’amore e nell’abnegazione.

Ricominciamo il tema ordinario della liturgia, che ci guida proprio in questo cammino: passo dopo passo a seguire Gesù, imparare di nuovo tutto da lui, per essere immersi e rinnovati nello Spirito Santo e fare innamorare tutti della possibilità di mettere la propria vita in un vero e luminoso servizio.

Don Davide




Figlio

Noi esseri umani quando iniziamo a parlare diciamo “mamma” e “papà”: Dio invece dice “Figlio”.

La prima parola che Dio ha pronunciato è stata “Figlio” e in lui, nel suo Figlio, anche noi siamo stati tutti compresi.

La voce di Dio è stata un’esplosione di luce e di amore: il vero e proprio Big-bang dell’esperienza spirituale.

Come l’universo, quel manto di amore che ci avvolge si dilata, si estende e continua a coprirci tutti.

Nel vagito di Gesù bambino riascoltiamo quel suono originario e siamo riportati lì, in quell’istante remoto ma vicinissimo, in cui Dio ci ha pensati per la prima volta, voluti e desiderati.

Per un istante, sentiamo che il tempo si può fermare: siamo rassicurati dall’amore di Dio.

Certi che la luce divina vince il buio del mondo, da questa mangiatoia ripartiamo in forze e sereni per i nostri impegni e il nostro cammino.

Don Davide




Senza rumore di fondo

Il rumore di fondo

Spesso si afferma che il Natale sia un periodo di raccoglimento e di stupore, ma la realtà contemporanea sembra allontanarsi da questa idea. L’atmosfera magica che dovrebbe caratterizzare questo tempo viene infatti alterata da almeno tre elementi: la frenesia delle feste mondane, il suono stridente delle parole provenienti dal potere e la dimenticanza del vero protagonista della festa, in favore di decorazioni neutre e sticker di Babbo Natale.

Questo rumore di fondo si contrappone al raccoglimento della celebrazione cristiana.

La liturgia

La liturgia reagisce a tale disturbo proponendo la figura di Giuseppe, ricca di significato e di delicatezza, come esempio e modello per vivere il Natale in modo autentico. Di questa figura emerge un dettaglio particolarmente significativo, già condiviso durante il ritiro di Avvento.

Il racconto evangelico rassicura il lettore: Giuseppe viene confermato dall’angelo, in sogno, sulla decisione giusta da prendere. Sebbene il testo non specifichi quanto a lungo Giuseppe abbia vissuto il suo dilemma, si presume che abbia trovato serenità dopo la rivelazione. Tuttavia, rimane aperta la domanda su quale fosse il rumore di fondo che circondava la gravidanza di Maria e la nascita di Gesù: malignità, risolini, prese in giro?

La delicatezza divina

Nonostante queste supposizioni, il vangelo di Matteo offre una lettura alternativa, caratterizzata da una finezza rara: Dio avvolge Maria e Giuseppe con una delicatezza particolare in un momento di difficoltà. Maria, infatti, si accorge di essere incinta prima che la gravidanza sia visibile; secondo Luca, è Elisabetta a rivelarle la notizia, pochi giorni dopo l’annuncio dell’angelo. Giuseppe viene a conoscenza della gravidanza, ne è turbato e necessita dell’intervento rassicurante dell’angelo. Il racconto suggerisce che Giuseppe voleva sciogliere il vincolo in segreto, segno che la situazione non era ancora nota pubblicamente.

Un dialogo intimo

Il testo lascia intuire l’esistenza di un dialogo intimo tra Maria e Giuseppe, senza descriverlo direttamente: Giuseppe scopre la gravidanza da Maria stessa. Successivamente, ispirato dal sogno, Giuseppe accoglie Maria nella sua casa. Questo passaggio poteva avvenire rapidamente, considerando che i due erano già sposati e impegnati.

L’azione di Giuseppe non protegge solo dalla condanna, ma anche dalle possibili malignità:

quel figlio sarebbe stato un dono di Dio, segno di fertilità e benedizione. Così, Maria avrebbe dato subito un figlio maschio a Giuseppe (fattore rilevante per la cultura del tempo). Si può cogliere, in tutto ciò, una cura nascosta e preziosa.

Un testo molto significativo immagina Giuseppe rivolgersi a Maria con queste parole: “Non so quale sia il posto dove devi andare, non so che strada dovrai fare e perché, ma so che io sono stato scelto per farla con te, per proteggerti e darti una casa.” (Silvia Vecchini, Myriam, p. 256)

Il simbolo di un Natale autentico

La cura di Giuseppe, che con gesti concreti protegge Maria e la loro famiglia dalle meschinità, dalle malelingue, dalla grettezza e dal rumore di fondo che non ha nulla a che vedere con la voce di Dio, diventa così il simbolo di un Natale vero. Che questo esempio ci ispiri a rifugiarci in un amore e in un silenzio che ci permettano di fare spazio al dono di Dio.

Don Davide




La sapienza del Vangelo

“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,3).

A metà dell’Avvento il Vangelo ci fa fare un bilancio: stiamo attendendo la persona giusta? Lo stiamo facendo nel modo giusto?

Per capirlo, il nostro sguardo deve riconoscere ciò che accade sotto i nostri occhi. Come già domenica scorsa – meravigliati da un mondo che non assomigliava affatto al nostro – anche oggi Gesù indica cose che sembrano molto differenti da quelle che più facilmente attirano la nostra attenzione.

Il mondo è pieno di segnali indicatori del Vangelo,

quelli che ci tengono sulla strada buona per raggiungere l’appuntamento con lui.

Gesù comanda: “Andate a riferirlo” (Mt 11,4). Per meglio rendersene conto, dunque, dobbiamo anche testimoniarlo.

In questa semplice settimana di vita ecclesiale, io ho visto volontari fare il loro servizio con una dedizione professionale, persone sensibili scegliere i regali di Natale in favore di iniziative o associazioni benefiche, una chiesa diocesana festeggiare con affetto il decimo anniversario del proprio vescovo, giovani riunirsi in preghiera per preparare spiritualmente la festa, una coppia amorevole celebrare felice il sessantesimo anniversario di Matrimonio, offerte tanto generose quanto discrete alla parrocchia e tanti altri gesti di bene, piccoli e grandi.

Questi segni sono come un profeta e un messaggero: ci indicano dove guardare.

Scrutando con attenzione, lì saremo condotti a intuire la sapienza del Vangelo.

Don Davide




Tutto aggiustato

Nei giorni dell’Avvento guardiamo un mondo ribaltato, strano, spettinato.

Guarda, c’è un branco di agnelli intorno a un gregge di lupi! E che tenero quel leone che rumina scuotendo la sua criniera maestosa! Ho sempre sognato accarezzare un orso, così pacioccone dietro all’apparenza feroce! E che carini quei bimbi che giocano con i serpenti come se fossero scoubidou.

Mi stropiccio gli occhi, perché non sono abituato. Oppure c’è troppa luce, e io mi sono appena svegliato?

Il potente prende decisione eque per gli umili della terra: non manda i ragazzi del suo paese a fare la guerra, non abusa di un territorio non suo. I finanzieri studiano sistemi favorevoli ai poveri, e i politici non pensano a essere rieletti, ma si preoccupano di scelte impopolari a favore delle fasce più deboli.

Ma davvero è tutto vero?

Chi inganna e chi saccheggia smetterà. La fede non sarà più sminuita o presa in giro, anzi in molti desiderano conoscere Dio e coltivare autenticamente una vita interiore.

Cosa più sorprendente di tutte?!

Che la radice sarà un vessillo.

Ciò che è profondo sboccerà e si leverà in alto.

Quello che si vede sarà frutto di ciò che è profondamente coltivato, ci sarà coerenza e unità fra dentro e fuori, vera autenticità. Le azioni sgorgheranno da buone intenzioni.

Il seme promesso del vangelo porterà il suo lieto frutto.

Mi piace questo mondo sotto-sopra, ma non disordinato. In realtà è sopra-sotto: il Cielo è sulla terra e quindi tutto più aggiustato.

Don Davide




La Chiesa madre

Nella festa della dedicazione della Basilica Lateranense, celebriamo il legame con la Chiesa.

Ricordiamo quando abbiamo sperimentato la Chiesa come madre, e la gioia di appartenere alla Chiesa. In genere ciò non accade quando pensiamo alla Chiesa come istituzione o al Vaticano… ma quando gustiamo la comunità concreta a cui apparteniamo, fatta di legami, di incontri e di momenti memorabili, oppure quando pensiamo ai piccoli e grandi santi della porta accanto, ai preti di strada e della carità, ai missionari che portano l’amicizia della fede nei posti più difficili del mondo.

Ci sono molti motivi per essere orgogliosi di questa Chiesa,

quando celebriamo il nostro legame in Cristo, ben al di là di questioni mondane e istituzionali.

Poi questa festa pone una sfida per ciascuno di noi: quella di essere noi stessi artefici di una chiesa madre e non matrigna, costruttori di una comunità affettuosa, accogliente e attenta, capace di includere, ascoltare e dare speranza, come fa una mamma quando i figli hanno bisogno.

Quando pensiamo al bene che abbiamo vissuto nella Chiesa, e alla parte di bene che possiamo fare noi,

allora sentiamo il desiderio di essere uomini e donne veramente ecclesiali,

protagonisti insieme agli altri della costruzione di un edificio spirituale, pietre vive e vivificanti in questo faticoso cammino nel mondo.

Don Davide




Alleniamoci a dire grazie

“Alzati e va, la tua fede ti ha salvato.” (Lc 17,19)

Giunge a ciascuno di noi, da parte di Gesù, l’invito a rialzarsi e a mettere in moto una vita rinnovata.

Nel vangelo si parla di una vita bloccata dalla lebbra, simbolo di molteplici situazioni di blocco. Il lebbroso, al tempo, era escluso dalla comunità, dal culto, subiva anche uno stigma morale. Gesù cancella tutte queste cose dall’ambito religioso, ma rimane il portato simbolico delle sue parole: siamo chiamati a una presenza più attiva in comunità, a celebrare la liturgia con rinnovata presenza e partecipazione e anche a celebrare il perdono, magari dopo tanto tempo che siamo stati lontani dalla confessione.

C’è, però, un particolare sottile nel racconto evangelico, che rende il tutto ancora più ricco e più prezioso. Gesù pronuncia queste parole dopo che il lebbroso è tornato da lui per ringraziare.

Quell’ex lebbroso è l’unico che si è preoccupato di esprimere gratitudine e l’ha sentito come un bisogno.

Gli altri sono rimasti più preoccupati di loro stessi e di un certo formalismo religioso.

Dunque, è possibile “risorgere”, “rimetterci in cammino” e “rinnovare la nostra vita” solo dopo che abbiamo fatto spazio alla gratitudine: si tratta di esercitare la nostra capacità di riconoscere i doni di cui siamo oggetto, il bene che ci avvolge, la gentilezza delle persone, le parole che ci rivelano l’amore di Dio.

È un regalo, e allo stesso tempo una virtù da allenare.

Alleniamoci a dire grazie, ma anche a riconoscere il valore della nostra vita e le grazie, le benedizioni e le fortune di cui siamo oggetto. Allora ascolteremo meglio anche le parole di Gesù, e saremo certamente più pronti a seguire il nostro cammino.

Don Davide