Pace efficace

Quanto mai attuale la prima lettura del profeta Abacuc di questa domenica, sbigottito per la violenza dilagante, oppresso dall’iniquità a cui bisogna assistere e dall’oppressione di una manica di potenti del mondo, sciagurati che destabilizzano sistematicamente l’ordine della giustizia e della pace, il rispetto delle persone e la dignità della vita.

La Parola di Dio, però, attesta un termine.

Questo è il messaggio consolante, che allo stesso tempo indica una precisa vocazione e responsabilità di ciascuno di noi, quando leggiamo questa parola e tentiamo di accoglierla con cuore sincero. È una guida per costruire la pace, la proposta di un modo alternativo di comprendere i rapporti tra le persone, la vita sociale e civile, le relazioni internazionali e la convivenza tra i popoli.

Il profeta dice “è una visione che attesta un limite”:

c’è dunque un limite posto alle brutture a cui dobbiamo assistere,

la violenza, la guerra scatenata su popoli e persone inermi, il riarmo che impoverisce scuole e ospedali, la tracotanza intrisa di falsità di chi detiene il potere.

Questo limite è posto da chi accoglie il vangelo della pace, costringe prima di tutto se stesso a convertirsi, rifiuta categoricamente la logica della violenza e del potere, intraprende azioni, uno stile e una vita intera di edificazione e non di distruzione.

Abbiamo la responsabilità di essere noi stessi questo limite,

ciascuno nella sua missione di vita.

Il limite, inoltre, è posto da Dio stesso.

Un Dio non imparziale e non inerte.

In questo caso c’è una condanna precisa: “Soccombe colui che non ha l’animo retto” (Ab 2,4). Non bisogna porsi nella posizione del giudice degli altri, ma la parola di Dio delinea anche un confine oggettivo che dobbiamo tentare di indicare, col rischio di sbilanciarsi, di fare approssimazioni, di lasciare fuori qualcosa, persino di sbagliarci. Ma dobbiamo dire che chi scatena una guerra, chi ha la responsabilità di farla iniziare per primo, se non si pente e non si converte radicalmente, soccomberà: il Signore spiegherà la potenza del suo braccio (Lc 1,51). Chi lancia missili su abitati civili o droni su persone inermi, soccomberà di fronte al giudizio di Dio: il Signore li disperderà, saranno anime perdute (Lc 1,51). Chi viola il servizio dei volontari, laici, religiosi, medici, operatori umanitari, soccomberà: il Signore innalzerà gli umili (Lc 1,52). Chi schiavizza e affama le popolazioni – bambini, donne, uomini e anziani – chi priva un altro essere umano dell’acqua potabile – l’acqua, primogenita della Creazione di Dio! – chi sottrae ai bisognosi le minime cure fondamentali a cui ogni creatura ha diritto, soccomberà, senza appello: il Signore ricolmerà di beni gli affamati e rimanderà i ricchi per l’eternità a mani vuote (Lc 1,53). I potenti, che mentono impunemente e spocchiosamente ai popoli a cui devono rendere conto, soccomberanno: il Signore rovescerà i potenti dai troni (Lc 1,52).

Il Signore Gesù ci esorta ad essere al nostro posto, quando è il momento necessario.

Ci sono molti modi per servire il Vangelo e costruire la Pace, che corrispondono alla vocazione vissuta con spirito di servizio di ciascuno di noi, vigilando sul fatto che il nostro agire sia purificato dalla radicalità delle parole di Gesù, soprattutto che non vi siano violenza, privazione della dignità, del diritto e della libertà delle altre persone, e esercizio autoritario del potere.

È davvero un bene che cerchiamo di valorizzare ogni gesto, azione e stile legittimo di pace, accettando che la pace è espressione di un arcobaleno di sfumature e di possibilità, laddove esse siano purificate da un autentico discernimento e da un vero sforzo per il bene comune. Non permettiamo alle forze del Diavolo – il Divisore per eccellenza, colui che è menzognero fin dal principio – di sfruttare la difficoltà e la delicatezza del momento per dividerci e strappare i tanti fiori diversi e i tanti fili d’erba che stanno crescendo a trasformare il deserto.

È davvero il momento di riascoltare insieme le parole di don Tonino Bello, uno dei più grandi e radicali profeti dei nostri giorni:

In piedi, costruttori di pace!.

Don Davide




Disarmata e disarmante

Sono stati giorni emozionanti, questi, caratterizzati prima dal saluto a papa Francesco, e poi dall’emozionante trepidazione del conclave, con i suoi riti solenni e simboli suggestivi.  

Il discernimento dei cardinali (accompagnati dall’intensa preghiera della chiesa) ci ha donato un nuovo pastore: Leone XIV. Sarà buffo nella liturgia sentire dire: “Leone, il pastore del gregge”, ma proprio questa espressione mi rimanda a quel passaggio del profeta Isaia che descrive il tempo messianico, tempo di speranza e di pace: “Il lupo riposerà insieme all’agnello, il leone pascolerà col capretto…” (Is 9). Non che il nuovo papa sia il messia, ci mancherebbe, ma il suo compito è quello di testimoniare Gesù risorto, messia e Signore, come ha detto molto bene nel suo primo saluto, e di impegnarsi per quella pace che proprio il messia ha rivendicato come suo dono principale.  

La salvezza, leggiamo nella prima lettura, deve arrivare fino ai confini della terra. 

Ci sono ponti che ci collegano, nessuno è autonomo rispetto agli altri,

siamo tutti interdipendenti, e questa salvezza passa prima di tutto per un’azione di pace e di dialogo, una pace – come ha detto papa Leone (mi piace pensare all’unanimità con tutti i cardinali) – “disarmata e disarmante”. 

Le pecore del Buon Pastore ascoltano la sua voce perché lo riconoscono. Speriamo che il Leone-pastore del gregge, sia un grande ascoltatore della voce dell’Unico Pastore Grande delle pecore, per condurre anche tutti noi a riconoscerlo. 

Nessuno deve essere strappato dalla sua mano.  

Don Davide




I bimbi e il Papa

I bimbi della Prima Comunione ci aiutano a capire il valore dell’Eucaristia, e il vangelo ci regala uno spunto prezioso per meditare sull’elezione del nuovo papa.

Nel vangelo di questa domenica, Gesù risorto celebra una messa sotto mentite spoglie.

Lui è presente, sul lago c’è un piccolo peschereccio, che però è fallimentare nel suo lavoro. Risuona la parola di Gesù, allora la pesca diventa abbondante e i discepoli riconoscono la sua presenza.

È la prima delle due parti principali della messa: la liturgia della Parola. In questi pochi versetti c’è già praticamente tutto il significato dell’ascolto della Parola del Signore nell’assemblea.

A quel punto Gesù è già pronto, con un po’ di pane e del pesce. Si parla del pesce, non del vino, perché altrimenti sarebbe troppo facile l’identificazione! Invece, chi ascolta, deve pensare… Gesù non avrebbe bisogno del nostro aiuto e di quello che possiamo portare noi, però lo chiede lo stesso. Compie i gesti della cena e si vive un momento speciale di amicizia, comunione, intesa. Nessuno, a quel punto, ha bisogno di domandare alcunché a Gesù: perché tutti percepiscono la sua presenza.

È la seconda delle due parti principali della messa: la liturgia eucaristica.

I bimbi ci fanno capire il valore dell’Eucaristia, guardandola alla sua essenza:

la parola che ci fa riconoscere il Risorto e la partecipazione alla cena di Gesù, che ci dona un senso di straordinaria intimità e appagamento.

Subito dopo, poiché la liturgia è sempre attualissima, il vangelo ci spiega cosa significa eleggere un papa.

Gesù fa un micro-conclave, solo lui e Pietro, per “eleggerlo” alla guida del suo gregge. Cosa conta?!

Esattamente questo: non tanto essere migliori degli altri – Pietro non lo era affatto! – ma essere più perdonati degli altri, e perciò amare più degli altri, come disse Gesù stesso alla peccatrice perdonata. Il successore di Pietro è colui che guida la comunità della Chiesa a perdonarsi e con tutta la compassione del mondo, prendersi cura gli uni degli altri.

Don Davide




Il perdono

Cogliamo l’occasione della Domenica in albis, dedicata alla Misericordia divina, per concludere l’itinerario sull’esame di coscienza e il Sacramento della Riconciliazione. L’ultima tappa, infatti è l’assoluzione, il dono della misericordia attraverso la formula sacramentale e l’imposizione delle mani del sacerdote, che in quel momento agisce come strumento di Gesù.

La prima cosa di cui bisogna essere persuasi è che il perdono è vero, reale e completo.

Se abbiamo fatto una confessione autentica, riconoscendo i peccati che conosciamo, tutti (anche quelli che non ricordiamo o di cui non siamo consapevoli) sono perdonati.

Non bisogna più indugiare sulle cose passate e, se dopo il sacramento qualcosa di quello che abbiamo confessato tornasse a tormentarci, per scacciare questi pensieri dobbiamo ripeterci:

Il Signore mi ha perdonato/a, sono figlio/a di Dio.

Un peccato detto con umiltà e sincerità una volta, non ha più bisogno di essere confessato, a meno che non lo ripetiamo. Ci sono però persone che a tutte le confessioni chiedono ancora perdono per un peccato che hanno già detto, che magari le ha assillate nel passato, o di cui si vergognano intimamente, come se avessero paura che non è stato perdonato fino in fondo… ma non è vero! Bisogna avere fiducia nella bontà di Dio! La sua misericordia è grande e grande la sua potenza, più forte di qualsiasi peccato.

Bisogna avere sempre in mente l’immagine insuperabile di Santa Teresa di Lisieux: tutti i nostri peccati, quando sono confessati, sono come una piccola goccia d’acqua gettati nel grande braciere ardente dell’amore di Dio.

Per una buona Confessione è necessario credere fermamente nella misericordia di Dio.

Quando riceviamo l’assoluzione, si ripete quello che esprime Gesù nel Vangelo di Luca: “Io vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore” (Lc 10,18). Il peccato è perdonato, il passato è passato, noi siamo creature nuove.

Dobbiamo vivere fermamente questa verità, credendo che è l’amore di Dio che ci spinge (2Cor 5,14), l’amore che sperimentiamo nel suo perdono.

Perciò, anche se può essere difficile,

è fondamentale per il cammino spirituale vivere frequentemente il Sacramento della Riconciliazione.

Dobbiamo prepararci adeguatamente, per diventare più sensibili, e poi celebrare con fiducia il perdono di Dio che ci rinnova e ci fa sentire più intensamente il suo amore.

Don Davide




Crocifisso e Risorto

Di fronte agli orrori che sono successi nel mondo e in Italia in questi ultimi giorni – in prossimità della Domenica delle Palme e nella Settimana Santa – avverto come un senso di pudore e quasi di imbarazzo a celebrare la Pasqua. Avevo pensato di elencare tutti gli eventi terrificanti di cui ci si può facilmente informare, ma poi la lista era troppo lunga, crudele e triste. Però li ricordo, perché vorrei avere la forza e il coraggio di non trascurare nessuna vittima, nessuna sofferenza.

In questi giorni, ho letto sullo stato Whatsapp di una mia amica questa frase che condivido: “Solo un simbolo di lutto può esprimere il dolore per ciò che succede nel mondo, in particolare la violenza perpetrata contro gli indifesi e i bambini.”

Come cristiani abbiamo attraversato quel lutto, nella grande pagina del Venerdì e del Sabato Santo: giorni di silenzio e di profondo sgomento.

Il nostro credere guarda rispettosamente al dolore e lo attraversa. Non lo svilisce e non lo banalizza mai.

Credo che sia una delle cose più forti e persuasive della nostra fede, il fatto che nella sua verità si misura con la sofferenza del mondo, perché se non fosse così – se non raccogliesse ogni pianto, ogni ingiustizia e ogni bisogno di consolazione – non mi sembrerebbe autentica e degna.

Quindi, in realtà, la Pasqua non è una gioia irrispettosa rispetto a tutto quello che accade di brutto, ma qualcosa che l’assume, lo fa proprio.

La proclamazione della resurrezione di Gesù propone un duplice messaggio: il riscatto di Dio e la responsabilità che ne deriva.

Da una parte c’è infatti l’azione di Dio, che interviene non cancellando la croce procedente, non facendo finta che non ci sia stata, ma riscattandola, schierandosi dalla parte della persona crocifissa e prendendo posizione in suo favore, innalzandola, rendendola autorevole e riconoscendole tutta la sua dignità, violata dagli altri.

Dall’altra c’è la responsabilità che ne deriva: se le cose stanno così, i discepoli di Gesù, devono prendere sul serio questo fatto, che la resurrezione di Gesù è iniziata ed è vera, ma non è ancora compiuta; molti cuori si devono ancora convertire, anche i nostri, troppe croci devono essere tolte, tantissime sofferenze consolate.

Gesù è il sole divino. La resurrezione è la vita che propaga da lui. Noi siamo i suoi raggi che devono portare questa energia ad ogni persona e in ogni parte del mondo.

Don Davide




Nella Passione di Gesù

Nella passione di Gesù riscopriamo la nostra vita, una storia in cui specchiarci per trovare un riscontro e un significato.

Tutti possono confrontarsi con questo racconto, identificandosi con i sentimenti di Gesù, con quelli dei discepoli, con i personaggi che fanno la parte dei “nemici” o con le persone che seguono da spettatori più o meno coinvolti la vicenda che porta alla sua crocifissione.

Passione, come sappiamo bene è un termine che ha due significati.

Quella di Gesù è una storia di amore e di sofferenza. Così Gesù vuole stare vicino a tutti coloro che amano con passione, che hanno una passione e che soffrono una passione, ma la offrono con fiducia.

Tutti cerchiamo in queste cose un significato per noi.

Nei giorni santi, Dio ci fa la grazia della comunione, di fare della nostra vita un dono e di compiere i passaggi necessari.

Lo spunto di questi giorni così importanti della Settimana Santa è che l’illuminazione per la nostra vita non ci verrà solo dal ragionamento, ma dal cercare Gesù per sentirlo vicino, dal desiderare noi essere vicini a lui, e lasciare che lo sguardo nostro verso di lui e il suo sguardo pieno di amore verso di noi ci aiuti a comprendere meglio noi stessi, la Chiesa nella quale cresciamo e la storia che stiamo vivendo.

Don Davide




Due femminicidi e uno evitato tanto tempo fa

Ci sono momenti, in cui bisogna lasciarsi interpellare dalle cose che accadono, e non andare avanti per la propria strada. Bisogna sospendere tutto, cambiare i propri programmi, mettersi in discussione.

Avevo pensato di concludere questo percorso di istruzione sul Sacramento della Riconciliazione parlando dell’assoluzione e del perdono, ma lo farò qualcuna delle prossime domeniche.

Oggi voglio ricordare Ilaria Sula e Sara Campanella,

vittime dell’ennesimo femminicidio ad opera di uomini maschi. Voglio ringraziare le migliaia di donne, ragazze, giovani e adulte, che in questi giorni hanno riempito le piazze per ricordare, per manifestare e per protestare, insieme ai maschi che hanno scelto di farlo con loro.

La sera in cui si è avuta la notizia anche dell’uccisione di Ilaria Sula, ero con il gruppo giovani. Ci sono tantissime ragazze della stessa età delle due vittime: mi sono chiesto cosa proverei se accadesse a una di loro e mi è stato subito chiaro che quel medesimo dolore lancinante mi deve raggiungere, colpire e scandalizzare per ogni vittima di femminicidio e mi deve spingere a fare anch’io la mia parte di maschio, di uomo adulto, di prete, di guida di una comunità, di rappresentante della Chiesa.

Ci sono due macro-coincidenze che mi spingono ad allargare la riflessione.

Questi ennesimi femminicidi sono accaduti mentre si parla di armi, armi, armi… La Nato propone di portare la spesa militare al 3% del PIL… che per l’Italia significano circa 66 miliardi di euro, che corrispondono alla metà di quello che si spende per la sanità pubblica in crisi, la stessa cifra di quanto si spende per temi sociali e famiglia e di più di quanto si spende per l’istruzione.

La violenza è sistemica.

C’è quella del patriarcato (sì, noi uomini maschi ce ne dobbiamo fare una ragione: il patriarcato c’è, c’è ancora purtroppo, è ancora pervasivo) e c’è quella che permea fin dalle prime idee (distorte) la capacità di concepire la società. Bisogna sradicare entrambe, e insieme, altrimenti l’una continuerà ad allungare i suoi tentacoli sull’altra.

Inoltre, questa riflessione la propongo nel giorno in cui il Vangelo ci presenta una scena eloquente su questo orrore del femminicidio, una scena che toglie ogni dubbio su come si schieri il Vangelo, su come si posizioni Gesù e su quale sia il criterio interpretativo di una religione che vuole richiamarsi al suo nome.

Gesù insegna nel luogo più santo di tutti, il Tempio. Mentre lui insegna, degli uomini maschi assetati di sangue, invece che imparare, lo sfidano. Già qui c’è una chiara dichiarazione di intenti del racconto:

capite bene cosa c’è da imparare.

«Gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio»: uomini maschi in posizione di dominio sul corpo di una donna. La “conducono” come se fosse un oggetto. Mi immagino la scena: l’avranno trascinata, convinti di avere ragione, e la “pongono nel mezzo” esposta al ludibrio, certi di essere nel giusto. Forse l’evangelista ci vuol dire anche che con questa donna nel mezzo, tutti i maschi circostanti potevano più facilmente puntarle il dito contro: «Questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio». E l’uomo, il maschio, dov’è? Per lui lo stigma non è previsto?

E non è adulterio questa violenza che loro esercitano su di lei? Non è adulterio la violenza di ogni maschio, contro ogni donna?

Si crea così una scena che dovrebbe ispirarci in maniera assoluta a dire “mai più”.

C’è una donna esposta nel mezzo, un cerchio di maschi che l’accusano, le puntano il dito contro e vogliono morte in nome di Dio (qui oltre all’adulterio c’è la bestemmia).

Il gesto di Gesù, unitamente alla frase che pronuncia, significa: guardate alla violenza che è dentro di voi. Il problema è il vostro adulterio, la vostra violenza e il vostro peccato: voi, gruppo di uomini maschi, in posizione di potere attorno e sopra il corpo di una donna e la sua persona. Questa è la posizione fondamentale per affrontare il problema dei femminicidi di oggi:

educare i maschi, contro la cultura patriarcale.

In più Gesù, puntando il dito per terra, afferma che nemmeno lui ha l’autorità, né mai si vorrebbe prendere il potere di giudicare quella donna e il suo corpo. Bisogna capire bene e con attenzione il dialogo fra lui e la donna: Gesù, infatti, non dice una frase del tipo: “Io ti perdono, va e non peccare più…”, ma prima di tutto chiede: «Nessuno ti ha condannata?». Che vuole dire: decidi tu della tua vita. Solo dopo, quando lei entra nel dialogo, Gesù le conferma che nemmeno lui vuole e può stare in quella posizione, e le indica una via possibile di vita (così va intesa l’esortazione di Gesù).

Mi unisco alle istanze di tutte e tutti coloro che – donne e uomini – vogliono che non ci sia più violenza di un maschio su una donna e di un essere umano su un altro essere umano. E, ascoltando il Vangelo, capisco che per questo impegno possiamo seguire Gesù, ma che siamo solo ai primi timidi e incerti passi rispetto alla grandezza della sua giustizia e della rivoluzione che lui dovrebbe avere portato.

Don Davide




La penitenza e la richiesta di perdono

Al termine della Confessione, il sacerdote esorta il fedele a confidare nell’amore di Dio e può dare qualche indicazione per il cammino spirituale. Infatti, il Sacramento della Riconciliazione vissuto in questo modo è sempre anche un modo per coltivare e fare crescere la propria vita cristiana.

Ricordatevi – ma ricordatelo soprattutto ai confessori! – che questo momento non deve essere una sgridata o, peggio, un giudizio, ma – secondo la bellissima espressione della tradizione della Chiesa – un tribunale di misericordia.

Quando il confessore affida la “penitenza”, quindi, non è per dare una «punizione», ma per orientare a vivere e ad esprimere la riconciliazione che si celebra con il sacramento.

La penitenza è il termine tecnico dell’impegno personale di guarire un po’ la parte di mondo che abbiamo ferito con il nostro peccato, sospinti dall’entusiasmo per il perdono.

La penitenza è una parte del Sacramento della Riconciliazione, anche se si compie quando è finito e non durante.

Il confessore è tenuto a dare la penitenza, perché il sacramento è una cosa seria e richiede proprio di vivere il rinnovamento che celebra, perciò se il confessore ci affida una penitenza impegnativa, non vuole dire che noi siamo stati particolarmente cattivi, ma che siamo particolarmente incoraggiati dall’amore di Dio.

Dopo la penitenza, il sacerdote chiede l’atto di dolore. Anche la parola “Atto di dolore” è un termine tecnico, che indica la preghiera di pentimento, che siamo esortati a fare per concludere la nostra confessione.

Siamo certamente “addolorati” dai nostri peccati, ma non dobbiamo confondere l’espressione “atto di dolore” come una cosa che ci distragga dalla certezza e dalla consolazione dell’amore di Dio. Siamo pentiti, questo sì. Perciò, noi in parrocchia preferiamo usare l’espressione “preghiera di pentimento”, sapendo cosa si intende.

La preghiera di pentimento deve essere sincera e dobbiamo sentirla nostra e personale.

Può essere breve o lunga, tradizionale o innovativa, l’importante è che esprime la nostra richiesta di perdono e la confidenza nella misericordia di Dio, che si afferma sempre come assoluta.

Il rito prevede otto bellissime formule oltre a quella tradizionale del Concilio di Trento, ma possono essere usate anche altre preghiera: qualche versetto di un salmo, la preghiera di San Francesco davanti al Crocifisso di San Damiano, una preghiera di un santo. L’importante è che la sentiamo nostra, possibilmente che la impariamo a memoria, e che esprima la nostra serenità nel sapere che Dio ci ama e ci perdona.

Sinceramente, non so come mai dopo la riforma del Concilio Vaticano II abbiamo continuato a insegnare solo l’Atto di Dolore, che presenta almeno due espressioni difficili e ambivalenti. Ma il rito stesso, come dicevo, prevede tante altre belle formule, che riportiamo qui sotto (solo sul web), in modo che chi lo desidera possa essere aiutato a sceglierne una e a impararla per questo impegno di celebrare bene il Sacramento della Riconciliazione.

Don Davide

Scarica le Preghiere di pentimento (solo per il web)




Riconoscere e confessare i peccati

Il passaggio del ringraziamento ci ha permesso di essere consapevoli dell’amore di Dio e di vedere dove si concentra e si manifesta in modo particolare.

A partire da queste cose, proprio le cose che abbiamo individuato nel ringraziamento, ora possiamo con verità indagare il nostro peccato.

Lo possiamo fare, innanzitutto, perché siamo liberati dalla paura e dalla preoccupazione

di salvare la faccia dinanzi a Dio: siamo nella luce del suo amore, siamo avvolti dalla sua benevolenza, non abbiamo perciò nulla da temere.

Lo possiamo fare, poi, perché il peccato non è uno sbaglio o un errore generico, ma è sempre qualcosa che ci allontana dall’amore di Dio che abbiamo già percepito, già conosciuto, già sperimentato.

Perciò – sempre a partire da ciascuna delle cose per cui abbiamo ringraziato – ci possiamo chiedere:
1) Ho custodito questo amore che mi ha circondato? Oppure sono stato superficiale e irresponsabile di fronte a questo dono?
2) L’ho valorizzato, oppure l’ho trascurato e l’ho dato per scontato?
3) Ne sono stato consapevole, oppure sono stato distratto e ho dedicato la mia attenzione a cose di minor conto?

Poi posso chiedermi:

Riconosco in questi segni dell’amore di Dio, una chiamata di Gesù a seguirlo, una vera e propria vocazione da corrispondere? Potrebbe riguardare il mio ruolo di genitore o di figlio/figlia, il mio ruolo coniugale, la mia dimensione professionale, la mia presenza e il mio servizio nella comunità e nella società.

Quando non ho custodito l’amore, non l’ho valorizzato, non ne sono stato consapevole; quando non ho corrisposto alla mia chiamata che emergeva da questa manifestazione di Gesù vivo e presente, lì il peccato si manifesta, e posso chiedere perdono.

Un’altra dimensione in cui posso indagare – dopo il ringraziamento – sono le cose che mi hanno fatto soffrire, piccole o grandi. Possono avere una mia responsabilità iniziale (ho fatto un’azione sbagliata che poi ha causato conseguenze che mi hanno fatto soffrire, ad esempio: non ho studiato e il professore mi ha sgridato) oppure possono essere una cosa neutra dal punto di vista morale (per esempio: ho male ai denti).
Di per sé, la cosa che mi ha procurato una sofferenza può non essere un peccato: ad esempio, non ho studiato perché ho dovuto soccorrere la nonna malata, ma il professore non ha voluto sentire ragioni. Nel caso del male ai denti, ovviamente non ho nessuna responsabilità, a meno che abbia trascurato l’igiene!

Ma nel modo in cui agisco nella sofferenza e reagisco alla sofferenza, lì il peccato si può annidare,

perché va a toccare in modo più sottile i punti del ringraziamento e della vocazione. Ad esempio: mi sento il più sfortunato di tutti perché il professore mi ha sgridato, mi abbatto e tratto male i miei amici che mi vogliono aiutare. Oppure: siccome ho male ai denti mi sento in diritto di essere scorbutico e sgarbato, o esagero convincendomi che nessuno soffre come me.

Ho fatto esempi molto semplici e banali per essere chiaro, ma spesso, attorno alle nostre sofferenze, fisiche, psicologiche, spirituali e morali, il Nemico trova molte opportunità per trarci in inganno e allontanarci dall’amore di Gesù.

Ci sarebbe molto altro da dire, sul processo di discernimento e l’esame di coscienza per smascherare i nostri peccati, ma già questo processo in due fasi (la risposta alla manifestazione di Dio e le nostre reazioni alla sofferenza) ci portano a fare una Confessione significativa e che sia un buon esercizio per il cammino spirituale della nostra vita.

La cosa importante, dopo avere riconosciuto i nostri peccati, è dirli con semplicità nella Confessione,

cercando di essere chiari, di andare al punto, eventualmente di cogliere anche cosa ci ha spinto ad agire così, ma senza volerci giustificare e senza giri di parole.

È molto più bello sentire il perdono di Dio, che si manifesta nell’amore di Gesù e scoprire che la sua misericordia ci precede, che lui sa già quello che ci riguarda, che non ha bisogno di giri di parole, perché vuole solo farci sentire che siamo accolti, restituiti alla nostra dignità, rimessi in cammino e amati.

Don Davide




Ringraziare, per preparare il perdono

Che cosa dobbiamo farne del tempo?

Questa domanda non è solo una tecnica per la confessione o un quesito ad alto contenuto esistenziale, è soprattutto la via della sapienza.

Del tempo che consideriamo, noi dobbiamo fare memoria e ringraziare.

Memoria: perché la vita non ci passi sopra senza che ce ne rendiamo conto.

Ringraziare: per abituarci a riconoscere consapevolmente i tanti motivi che rendono vivibile, bella e buona la nostra esistenza.

Dunque, per preparare bene la Confessione, facendo un’adeguata revisione di vita e un esame di coscienza profondo,

il secondo passo è ringraziare.

Nell’arco di tempo che ho individuato, identifico, focalizzo e ringrazio per tutte le cose particolarmente belle che ho vissuto e che riconosco: quelle piccole, come quelle grandi.

Posso provare a pensare a queste e molte altre domande:

  • Di cosa ho gioito particolarmente?
  • C’è stato qualche momento in cui ho sentito l’amore di Dio in modo vivo?
  • Ci sono stati traguardi attesi, cose che si sono risolte, difficoltà superate?
  • E sono consapevole delle piccole cose che accompagnano sempre la mia giornata? L’affetto, qualche amicizia speciale, la possibilità di avere sostentamento, qualche gesto gentile che mi è stato fatto…

Per ora mi fermo su questo esercizio contemplativo e grato, non mi preoccupo dei passi successivi.

Dopo posso concludere con una semplice preghiera come questa (oppure con le mie parole).

Signore Gesù,
grazie perché getti sulla mia vita
la luce del tuo amore.
Riconosco i tuoi doni e ne gioisco.
Aiutami a comprendere che attraverso di essi
mi chiami alla santità e all’amore.
Amen.

La domenica della trasfigurazione ci aiuta a posare questo sguardo sulla bellezza.

Ci aiutano, anche le occasioni di questa quaresima: gli incontri che facciamo con la comunità, e l’appuntamento con il pellegrinaggio giubilare.
Questi appuntamenti sono una grande opportunità per imparare a trasfigurare con il ringraziamento le cose che abbiamo vissuto e le emozioni e i sentimenti che abbiamo sperimentato: piccole e grandi luci, che anticipano la resurrezione, quindi il perdono, e lo preparano.

Don Davide