La confessione

INTRODUZIONE

In preparazione al Mercoledì delle Ceneri, ho scritto che l’inizio della Quaresima è l’occasione per rinnovare l’accoglienza del Vangelo e la scelta pratica del bene che ne consegue: Vivere e condividere l’amore di Dio, che sperimentiamo in molti modi.

Anche il significato del Giubileo va in questa direzione: un tempo speciale di ripartenza e di riassestamento di tutto ciò che aveva lasciato tracce o conseguenze negative.

Il Sacramento della Riconciliazione è la grazia che ci è offerta per fare nostre e personalizzare queste due grandi opportunità: il tempo della Quaresima e la celebrazione del Giubileo.

La Confessione è un sacramento difficile,

perché abbiamo iniziato a farlo da piccoli, senza farlo evolvere, e ora ci sta come un vestito stretto, come un abitino da marinaretto di quando eravamo bambini, solo che ora siamo adulti. Ci sembra, poi, di non fare nulla di particolare: non uccidiamo e non rubiamo (per fortuna!), e per il resto… proviamo ad essere dei buoni cittadini! Infine, questa cosa di andare a dire le nostre cose a un prete, che è un uomo come noi… proprio non ci va giù! Giù le mani dalla mia coscienza!

Tuttavia, il Mercoledì delle Ceneri è risuonato potente questo invito: “Vi supplichiamo, in nome di Cristo, lasciatevi riconciliare con Dio!” (2Cor 5,20).

Vi propongo allora in queste domeniche, una piccola rubrica sulla Confessione.

Una proposta per giovani e adulti per rileggere la pratica della Confessione, e sentirla come una cosa preziosa per la nostra vita da cristiani liberi, adulti e consapevoli. Sarà una guida passo passo, a episodi come una serie tv.

TEMPO

Iniziamo dal tempo.

“Da quanto tempo non ti confessi?” era la domanda fatidica del Confessore. E a questo punto iniziavano i sudori, nei nostri pensieri si affollavano auto-accuse, scuse e sensi di colpa: “non mi ricordo nemmeno…” oppure “non lo so proprio”, “guardi, l’ultima volta è stata quando ho fatto la Cresima!”. E poi: “Ma adesso mi chiede tutti i peccati degli ultimi 25 anni?!”.

Ok, stop. Riformattiamo.

Il tempo è lo spazio dilatato in cui il Signore si fa presente nella nostra vita e noi lo possiamo riconoscere.

Il tempo è importante perché è il luogo della visita di Dio, non perché è la scatola dei peccati.

Per prima cosa, quindi, vi propongo di individuare un tempo rispetto a cui volete fare una revisione spirituale di vita e collocare poi (alla fine di tutto) la vostra Confessione. Può essere un tempo cronologico (es. tre settimane o un mese…) oppure un tempo di vita (es. dall’ultimo Natale; dall’ultima volta che ho fatto una bella vacanza con la mia famiglia…).

Il criterio di individuazione è che sia un tempo significativo per la mia condizione attuale (es. se sono malato da tempo, potrebbe essere l’inizio della malattia… se la mia famiglia ha vissuto dei momenti felici, potrebbe essere da quando è iniziato questo tempo lieto… oppure potrebbe essere dall’ultimo traguardo di studio o lavorativo).

Questo sarà il tempo della grazia.

E non vi preoccupate, se non è proprio tutto il tempo dall’ultima Confessione: vedrete che alla fine, il sacramento sarà celebrato bene e completo.

Bene. Hai individuato questo tempo/periodo? Tienilo caro, focalizzalo, richiamalo un po’ alla mente. Per ora ci fermiamo qui e riprendiamo la prossima domenica, non prima, però, di avere concluso con una piccola preghiera, che potrebbe essere questa o con le parole che preferisci:

Mostrami, Signore Gesù, il tempo della mia vita
in cui mi sei stato/a accanto.
Dammi la sapienza di riconoscere la tua presenza
e svelami la grazia con cui mi hai accompagnato.
Amen.

Don Davide




Mercoledì delle Ceneri

Come sapete bene, non riesco a immaginare la vita cristiana senza partecipare con convinzione al Mercoledì delle Ceneri e alle celebrazioni del Triduo Pasquale.

Perché è così importante l’inizio della Quaresima?

E perché la Chiesa enfatizza con tanta solennità il cammino quaresimale?

Il Mercoledì delle Ceneri ci dà la consapevolezza della situazione in cui siamo immersi: nel mondo non mancano le situazioni di barbarie, e noi stessi ci confrontiamo quotidianamente con la scelta del bene.

In questa condizione povera, ben sottolineata dalla formula più radicale del rito delle Ceneri: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai», il primo giorno del tempo penitenziale ci offre anche la meravigliosa prospettiva di un nuovo inizio, di una trasformazione possibile, del Vangelo che irrompe e dell’opportunità di tornare sempre sui passi di Gesù. Risuona così la seconda opzione della formula del rito: «Convertiti e credi al Vangelo».

L’inizio del Vangelo: che meraviglia!

In molti modi, la sapienza spirituale dell’anno liturgico, ci propone l’occasione di ricominciare con Gesù: quando all’inizio risuona il grido: “Consolate, consolate il mio popolo” (Is 40,1) o quando ascoltiamo: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1) o “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino” (Mc 1,14).

Mercoledì delle Ceneri, ben oltre la sua austera dimensione penitenziale, è la celebrazione dell’inizio del Vangelo, il proposito del figlio che ritorna al Padre, la salvezza che entra nella casa di Zaccheo, il pubblicano Matteo che viene chiamato dal banco delle imposte: “Proprio io?!”.

Sì, proprio tu!.

È il sipario della grazia di Dio che si apre sulla nostra vita, il desiderio del bene che si risveglia, il fuoco della carità che si accende, la forza del perdono che si rende possibile, l’amore che penetra il nostro cuore e lo rende tenero e caldo, la parte migliore di noi che prende il sopravvento e diventa protagonista.

Non rinuncerei per niente al mondo di celebrare il Mercoledì delle Ceneri e i misteri centrali della vita cristiana. La grazia più bella che ci ha fatto la Chiesa, poi, è che né il Mercoledì delle Ceneri, né i primi giorni del Triduo sono festa di precetto.

Non si celebrano perché “si deve”.

Si celebrano perché lo desideriamo.

Perché sono l’immagine di una Chiesa più bella e libera dai precetti, fatta da un popolo di Dio che sceglie il suo cammino di grazia, ne coglie l’opportunità, lo vive volentieri e con consapevolezza, e si lascia ispirare, infine, da questi appuntamenti.

Don Davide




Parole di luce

Le parole di Gesù ci elevano. Sono la bellezza che prima non c’era, una bibita fresca nell’arsura del deserto. Se attorno lo scenario è brutto, meschino e violento, tu non temere – esorta Gesù – continua a guardare la luce del Sole e lascia scorrere attraverso di te l’amore:

l’amore che tutto irradia e conquista.

Applicati metodicamente a mettere in pratica quello che ricordi delle parole del Vangelo, il modo in cui le capisci, quello che ti richiamano e ti ispirano.

Anche se tutto intorno a te rema contro, ad un certo punto invertirai la corrente.

Ti chiederai come sia potuto accadere e capirai di avere attinto alla potenza stessa di Dio.

È lui il re, e inesorabilmente allarga la sua legge in tutto il regno.

Queste parole di Gesù sono l’unica guida possibile per il credente nel mondo contemporaneo.

L’unica firma che può testimoniare la differenza cristiana.

Può sembrare forse un piccolo seme, ma il suo frutto è tantissimo. Quando viene versato nel grembiule, la sua misura è scossa, pigiata, colma e traboccante.

Misurare, infatti, significa usare un criterio, un campione di riferimento. Se il tuo criterio fosse la grettezza, tutto ricondurresti a quello. Ma se il tuo campione di riferimento è l’amore, il servizio, la gentilezza e la pace, tutto sarà modellato sul dono del bene.

Don Davide




In ascolto delle beatitudini

Il vangelo di questa domenica ci propone le Beatitudini di Gesù nella redazione dell’evangelista Luca. A differenza di quelle più famose di Matteo, Luca esprime una visione più concreta e perfino sociale. A fronte dell’enunciazione “Beati”, infatti, Gesù dice anche “Guai”.

È sempre difficile identificare a chi sono rivolte queste parole: “Beati” e “Guai”, perché ci viene facile dire: “Beati noi” e “Guai agli altri”, ma non è così. Dovremmo sentirci profondamente richiamati alla conversione, sapendo che le parole di Gesù mettono in discussione prima di tutto noi stessi, chiunque le ascolti, e poi aprono possibilità nuove di conversione, appunto, e di maggiore fedeltà all’amore di Dio.

Ascoltare il Vangelo deve mettere in crisi il nostro torpore.

Ci sono parole che non possono essere pronunciate impunemente, alcune di queste sono: “deportazioni di massa”. Tale espressione ci riporta a un mondo che speravamo volentieri di esserci lasciato alle spalle. Un cristiano che sente Gesù pronunciare “Beati” e “Guai” non può non sentire rivolto a sé il monito: “Guai a voi, ricchi… Guai a voi, che ora siete sazi… Guai a voi che ora ridete…”

Non è un caso che ascoltiamo queste parole nel giorno del nostro santo patrono, un martire, che ha dato la vita per difendere la fede e il Vangelo.

Propongo, allora, di ascoltare insieme attentamente le parole che papa Francesco ha scritto nella sua Lettera ai vescovi americani del 11/02/2025, pubblicata sull’Osservatore Romano e sul sito ufficiale della Santa Sede: www.vatican.va

Il papa cita la dottrina tradizionalissima sui migranti e la dignità umana, promulgata da Pio XII già nel 1952:

«La Famiglia di Nazaret in esilio, Gesù, Maria e Giuseppe, emigranti in Egitto e ivi rifugiati per sottrarsi alle ire di un re empio, sono il modello, l’esempio e la consolazione degli emigranti e dei pellegrini di ogni tempo e di ogni Paese, di tutti i profughi di ogni condizione che, spinti dalla persecuzione o dal bisogno, sono costretti a lasciare la loro patria, l’amata famiglia e i cari amici e recarsi in terra straniera». (n. 2)

Si fa riferimento agli emigranti e pellegrini di ogni tempo e di ogni Paese e a tutti i profughi di ogni condizione.

Poi papa Francesco continua di suo pugno:

«Sto seguendo da vicino la grande crisi che si sta verificando negli Stati Uniti con l’avvio di un programma di deportazioni di massa. La coscienza rettamente formata non può non compiere un giudizio critico ed esprimere il suo dissenso verso qualsiasi misura che tacitamente o esplicitamente identifica lo status illegale di alcuni migranti con la criminalità. Al tempo stesso, bisogna riconoscere il diritto di una nazione a difendersi e a mantenere le comunità al sicuro da coloro che hanno commesso crimini violenti o gravi durante la permanenza nel Paese o prima del loro arrivo. Detto ciò, l’atto di deportare persone che in molti casi hanno abbandonato la propria terra per ragioni di povertà estrema, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, lede la dignità di molti uomini e donne, e di intere famiglie, e li pone in uno stato di particolare vulnerabilità e incapacità di difendersi.» (n. 4)

Qui la frase centrale è quella che dice che lo status illegale di un migrante non può essere immediatamente identificato con la criminalità.

Certamente, chi ascolta la parola del Vangelo: “Beati voi poveri” e “Guai a voi ricchi”, non può sentirsi solidale con l’aristocrazia dei più ricchi del pianeta, quando la loro smodata ricchezza viene usata esplicitamente per gestire il potere e operare una discriminazione selettiva degli indifesi.

Oggi l’Azione Cattolica parrocchiale celebra la festa dell’adesione, seguendo il tema nazionale della “Custodia della memoria”, ricordando l’eccidio di Monte Sole e anche la luminosa testimonianza di don Medardo Barbieri, che era stato anche vice-parroco a S. Maria della Carità, poi prelevato dalle truppe tedesche nella sua parrocchia di Qualto il 28 settembre 1944 e di cui non si è saputo mai più nulla.

Nei decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale ci sono state tante polemiche, in cui si accusava la Chiesa di non avere levato abbastanza la voce contro i regimi totalitari e la persecuzione degli ebrei.

Fra vent’anni nessuno potrà dire che il papa non ha levato la voce quando si torna ad usare senza vergogna l’espressione “deportazioni di massa”, e contro l’uccisione indiscriminata e violenta di decine di migliaia di bambini e bambine a Gaza, e contro l’invasione folle di una guerra in Ucraina che nasconde interessi planetari di tutti coloro che non collaborano alla pace.

Ma qui, in gioco, non c’è solo il papa, bensì ciascuno di noi.

Ogni cristiano che vuole ingaggiare uomini vivi lasciandosi ispirare dalla parola di Gesù (come abbiamo ascoltato nel vangelo di domenica scorsa), deve chiedersi: che mondo vede, Gesù, quando pronuncia le beatitudini? Che umanità posso costruire con lui?

E prontamente darsi da fare per plasmare questa visione.

Don Davide




Qualcosa di bello

“Un uomo dalle labbra impure io sono” dice Isaia, e Pietro gli fa eco: “Allontanati da me che sono peccatore!”.

Quante volte anch’io mi sono sentito dire: “padre, preghi per me perché io sono un peccatore”. Alcune volte è una scusa per non mettersi in discussione e rimanere nella propria distanza da Dio, per non convertirsi. Altre volte è l’espressione di un sentimento sincero di inadeguatezza, che è quello che prende tutti noi, quando pensiamo di essere chiamati alle cose che riguardano Dio e il trascendente. Però la Parola di Dio di questa domenica ci dice che questa non può essere una motivazione valida:

ciascuno deve dare il suo contributo con coraggio e il Signore purificherà le nostre labbra,

e sempre lui farà in modo che la nostra pesca di uomini sia abbondante e miracolosa. Si tratta solo di farlo con umiltà, senza la presunzione di avere qualcosa da insegnare o di moralizzare gli altri, ma annunciando il Vangelo di Gesù e la sua grazia, come dice Paolo l’Apostolo: “Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana”.

Entriamo nella settimana di San Valentino, il nostro Santo Patrono e protettore, perciò sentiamo questa ricorrenza come un’occasione speciale per incoraggiarci a vicenda, perché

tutti abbiamo dei tesori che il Signore vuole valorizzare.

È anche il modo concreto di edificare la casa del Signore che è la Chiesa e la nostra comunità.

In questa settimana accompagniamo anche Alexia, Anna e Federica (in ordine alfabetico, per non fare preferenze) che, incoraggiate e guidate da alcuni giovani del gruppo Orizzonte Fuorisede, hanno scelto di partecipare a un campo nazionale di formazione per gli studenti delle superiori promosso dal Movimento Studenti dell’Azione Cattolica. È una grande soddisfazione vedere che il Vangelo di oggi si concretizza proprio nell’esempio di tre ragazze che non si tirano indietro, ma dicono al Signore: “Se tu vuoi, fai con noi qualcosa di bello”.

Questa potrebbe essere la preghiera di ciascuno e ciascuna di noi:

Signore, se tu vuoi, fai con me qualcosa di bello.

Don Davide




Amo la Parola di Dio

Oggi è la Domenica della Parola, domenica in cui Papa Francesco chiede alla Chiesa di considerare il tesoro inestimabile della Parola di Dio.

L’inizio del Vangelo di Luca ci parla di “coloro che furono dall’inizio testimoni oculari e ministri della Parola”. Sulla testimonianza degli apostoli, tutti siamo chiamati ad essere testimoni della resurrezione e a servizio dell’evangelizzazione.

Oggi vengono istituiti ventisei lettori e lettrici nella nostra diocesi, tra cui Ilaria Riccardi e Caterina Tizzano della nostra parrocchia.

Non possiamo che essere contenti, per tutti questi richiami al tesoro della Parola di Dio nella vita della Chiesa. Perciò offro la mia testimonianza, sperando che altri vi si possano riconoscere, sul significato della Parola di Dio nella mia vita.

Amo la Parola di Dio, perché attraverso di essa il Signore mi viene incontro e posso chiacchierare con lui, come con un amico.

Amo la Parola di Dio, perché mi racconta di come Dio si è coinvolto con noi, ed è come un bimbo che ascolta ipnotizzato le storie dei nonni.

Amo la Parola di Dio, perché è una parola rivolta a me, è un libro pensato per me; certo, insieme agli altri, ma ha sempre qualcosa di personale da dirmi.

Amo la Parola di Dio, perché è stato il dono più grande alla mia vita, quando ero ragazzo e avevo bisogno di crescere, di maturare e di strutturarmi.

Amo la Parola di Dio, perché mi racconta storie sorprendenti, parla dei piccoli che diventano grandi, del riscatto dei deboli contro i potenti, e di eroi quotidiani che vorrei imitare.

Amo la Parola di Dio, perché è come la tana del Bianconiglio, un passaggio verso il regno del Padre: un luogo dove le logiche mondane sono invertite, l’amore è la legge, il perdono il criterio, i poveri sono i destinatari della buona notizia.

Amo la Parola di Dio, perché mi sento amato da Gesù, che mi parla in essa.

Amo la Parola di Dio, perché mi insegna ad amare gli altri, e a condividere la gioia di amare e di essere amati.

Amo la Parola di Dio, perché quando ho bisogno illumina il mio cammino, chiarisce il mio discernimento, mi aiuta a correggermi e a essere più vicino alla verità e alla giustizia.

Amo la Parola di Dio, perché è un racconto magnifico e penso sempre che lo Spirito che ispira gli autori è il miglio romanziere della storia.

Amo la Parola di Dio scritta, la mia Bibbia tutta sottolineata e appuntata. Ho sempre pensato che era bello che la mia Bibbia fosse usurata, segno di un corpo a corpo, un’amicizia di lunga data che mi ha accompagnato nelle avventure più belle.

Don Davide




Trovare casa

L’inizio del nostro cammino dopo le feste di Natale è caratterizzato dalla simbologia delle nozze. Il testo del profeta Isaia è una grande immagine nuziale: “sarai amata come una sposa, sarai amato come uno sposo”. L’episodio delle nozze di Cana, indica nel simbolo che Gesù realizza questo grande amore di Dio per l’umanità, per ogni uomo e ogni donna, come l’amore delle nozze.

Poter dire: questa è la mia vita, questa è la mia scelta, questa è la mia felicità.

Questa è l’ambizione e il desiderio profondo di ogni persona: giungere a un momento risolto e definitivo.

Dopo avere celebrato la presenza di Dio nel mondo e nella storia di ciascuno e ciascuna di noi, la liturgia, così, ci suggerisce che nell’incontro con Gesù, nel coltivare la fede in lui e nel mettere in pratica il Vangelo così come lo conosciamo e riusciamo a capirlo, c’è una solida premessa per la realizzazione dei nostri bisogni più veri, perché Dio stesso ci ha creati per realizzare pienezza e vita.

L’amore di Dio è stabile, fedele e non ci tradisce.

Se entriamo in questa esperienza, sentiremo che il nostro cammino diventa più chiaro e sicuro, anche nelle difficoltà e incertezze.

È come trovare casa e sapere che lì puoi iniziare a costruire una nuova fase della tua vita:

dopo quella della ricerca e della realizzazione, quella del servizio e del dono di sé. Con il Vangelo inizia questa avventura per tutti.

E anche – in modo speciale in questo anno – per la nostra comunità, che seguendo il Maestro, attende la fine dei lavori di restauro della chiesa, come una giovane famiglia che attende che il suo appartamento sia pronto per “mettere su casa”.

Don Davide




Acqua, fuoco e Spirito

Nella grande tradizione cristiana, l’interpretazione teologica del battesimo di Gesù si concentra sulla santificazione delle acque per il Battesimo di salvezza. Gesù ricevendo un bagno di purificazione, prepara il Battesimo, che unisce all’acqua lo Spirito Santo e accende il fuoco dell’amore di Dio.

Siano benedette, dunque, tutte le acque sante,

dove passa lo Spirito di Dio e il suo amore purifica e dona la vita.

Siano benedette, prima di tutto, le acque della vita, quelle del grembo delle donne, mentre creano una custodia per la vita nascente e quando la consegnano al mondo.

Siano benedette le acque della creazione, quelle dei fiumi e dei mari, che dobbiamo rispettare e custodire dalla rovina e dell’inquinamento, e con cui bisogna imparare a entrare in sintonia, perché non accadano disastri, e l’acqua di vita non si trasformi in acqua di morte.

Sia benedetta l’acqua che beviamo: come scrisse insuperabilmente San Francesco, essa è umile e preziosa e casta.

Sia benedetta l’acqua che ci lava, che permette al nostro corpo di rimanere in salute e di splendere di bellezza, come vuole il Signore che ce lo ha donato.

Sia benedetta l’acqua delle lacrime: di gioia, per le sorprese dell’esistenza; di emozione, per chi ha il coraggio di essere sensibile; di fatica e di dolore, perché ci uniscono alla croce di Gesù.

Sia benedetta l’acqua dei sacramenti, sgorgata dal costato di Gesù:

l’acqua che genera la Chiesa, che immerge nell’amore di Dio Padre, che purifica e protegge da ogni seduzione del peccato.

L’acqua dello Spirito spegne gli incendi che devastano il mondo,

e accende il fuoco sacro dell’amore di Dio.

In questa domenica che conclude il tempo di Natale e ci introduce nel cammino ordinario della Chiesa, chiediamo la grazia di questa immersione nelle acque sante, per spegnere, al seguito di Gesù, i troppi incendi che infiammano e distruggono il mondo, e accendere l’amore di Dio in ogni esistenza.

Don Davide




Il Dio piccolino

Nasce Gesù e comincia ad attrarre.

Fin dai popoli più lontani e dagli angoli più remoti della terra qualche persona sceglie di muoversi verso di lui. C’è una stella che li guida.

È una stella molto particolare: brilla luminosissima e mite, come se volesse fare luce agli altri corpi celesti.

È una stella al servizio e del servizio.

Queste persone sagge, capaci di penetrare l’addensarsi delle galassie, comunicano al re che loro vogliono seguire questo non-potere. Sono talmente genuini che non si rendono nemmeno conto che lo stanno sfidando. Invece che lusingarlo nelle sue smanie, sono interessati a un altro modo di esistere.

Nessuno, mai più potrà riaggiustare la fascinazione di quel potere violento e meschino.

Molti ancora vi si sottometteranno, vendendo se stessi e gli altri, e lacerando il mondo, ma la scelta di tutti i Magi di tutti i tempi incrina quella forza, e la frattura non potrà mai più essere ricucita. È lì che l’immenso potere di Erode ha iniziato a frantumarsi, per questo motivo non poteva tollerarlo.

Ora quella stella, la stella dell’umiltà e del servizio, guida queste persone meravigliose. Non solo li ispira, come aveva fatto all’inizio, ma li accompagna, motiva le loro scelte, decide le loro svolte.

Hanno abbandonato i loro studi, le loro biblioteche e i loro palazzi.

Ad ogni passo si fanno più piccoli, più pronti… e giungono a Betlemme come Magi bambini.

Ricordo perfettamente quando mio nipote più grande vide i suoi fratellini gemelli appena nati ed esclamò: “Cha carini!”. È la stessa meraviglia dei Magi bambini nel momento in cui ammirano questo sovrano umile, questo Dio piccolino, e sanno che quella stella non li avrebbe lasciati mai più.

La storia dei Magi è la storia di tutte le persone attratte da Gesù, un Dio capovolto, che non fa paura, non giudica, suscita tenerezza, inverte il potere e la grandezza, aiuta a scegliere l’amicizia e la pace.

Don Davide




Giubileo, famiglia e pace

Oggi in diocesi c’è la solenne apertura del Giubileo: appuntamento alle 15.30 nella basilica di S. Petronio, processione verso la cattedrale di S. Pietro e messa solenne.

La Chiesa testimonia la speranza più grande che ci offre Gesù:

annunciando ancora il perdono e la possibilità di riconciliarsi davvero, essa propone il cammino verso un mondo in pace, dove sia possibile una vera comunione.

La festa della Santa Famiglia di Nazaret si inserisce come augurio nel contesto del Giubileo. Ossia l’augurio che le famiglie possano essere un esempio di comunione e che, come indicano gli effetti del Giubileo nel capitolo 25 del libro del Levitico,

per ogni famiglia ci possa essere almeno un tempo di “tregua” dalle mille corse,

in cui godere semplicemente dell’affetto e della presenza reciproca.

Del resto anche papa Francesco, facendo eco al Giubileo nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, scrive che “la vera pace potrà nascere solo da un cuore disarmato dall’ansia e dalla paura della guerra” (Messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale della Pace, 01/01/2025).

Non possiamo in alcun modo trascurare l’urgenza della pace,

quest’anno forse più che negli anni recenti, ma il Giubileo ci ricorda che la grande Pace sgorga anche dalla capacità di vivere di più “in pace” anche nei ritmi ordinari della vita.

Questo è il proposito di questo anno, che potremmo riassumere ancora con le bellissime parole di Paolo ai Filippesi: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù” (Fil 4,5-6).

Don Davide