Dio nelle nostre case

Venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14).

La sua casa nelle nostre case, oppure, la sua persona in casa nostra.

Viene nella nostra casa, scompagina i ritmi, ci chiede di essere attenti a lui, ci rende sensibili all’ospitalità. È un ospite che rende la nostra casa diversamente abitata e rompe la routine che ci eravamo dati.

Allo stesso tempo è uno di famiglia,

ci si sente a proprio agio con lui, si può stare in pigiama e in ciabatte senza sentirsi in imbarazzo.

E quando riparte, perché è sempre in movimento, perché ci costringe a non dare la sua presenza come scontata, allora sentiamo la sua assenza, abbiamo nostalgia dei giorni trascorsi con lui e desideriamo la prossima occasione per essere ancora insieme.

Tutto questo vale per ciascuno e ciascuna di noi, per le nostre famiglie e per il popolo di Dio che è la Chiesa.

“E noi abbiamo visto la sua gloria” (Gv 1,15).

Alcune volte, però, i nostri sensi sono intorpiditi, e manco ci rendiamo conto che abbiamo l’ospite più importante di tutti.

Come alleniamo i sensi, in modo da accorgerci di lui, “in mezzo a noi”?

Come tutte le mamme, Maria, in quei primi momenti dopo il parto, si perde a guardare quel bimbo che per nove mesi ha potuto solo sentire. Metto i miei occhi nei suoi. L’angelo aveva detto: “Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo”, eppure questo fanciullo non sembra in nulla diverso da tutti i frugoletti che vengono alla luce.

Lo sguardo ora si posa sulla mangiatoia. Staccionata e paglia: qualcosa che assomiglia a un giaciglio. La percezione di Maria è cambiata. Aveva incontrato un arcangelo, ma era ancora poco. Ora è capace di vedere come il creato più semplice e umile può diventare una culla per Dio.

Forse è l’immaginazione che ci serve per vedere Dio in casa nostra.

Don Davide




Rinnovati dall’amore di Dio

Perché tutti gli anni celebriamo il Natale?

Perché sentiamo che abbiamo bisogno di essere rinnovati dall’amore. La nostra capacità di amare infatti è debole, anche se vogliamo farla crescere è insidiata in tanti modi, si arrugginisce col tempo e così abbiamo sempre bisogno di essere aiutati a recuperare lo smalto e l’ispirazione.

Il Signore, che è vicino, ci incoraggia a non angustiarci per nulla. Mentre lo scrivo, mi rendo conto quanto sia difficile. Ma proprio per questo più necessario: non angustiarsi e affidarsi al Signore.

Affidarsi è un’arte fatta di gesti pragmatici, che esprimono l’impegno a fare tutto quello che possiamo fare noi, con la fiducia che poi tutto ci verrà in dono dal Signore.

Il suo modo di rinnovarci con il suo amore è molto concreto.

Dalle parole di Giovanni Battista impariamo che è sufficiente esaminare chi siamo e cosa facciamo e valutare quale miglioramento è alla nostra portata.

Sei un esattore? Non estorcere di più. Sei un militare? Puoi decidere di non maltrattare e non abusare dell’assenza del diritto. Hai una cosa che gli altri non hanno? Condividila. Questi sono gli esempi di Giovanni Battista: è facile attualizzarli per noi. Propongo a tutti di fare l’esercizio di applicare questo esempio a se stessi.

Così ci prepariamo e ci affidiamo al Signore, perché completi per noi l’opera che lui stesso ha iniziato.

Don Davide




Da sempre, dentro al presepe

L’Immacolata Concezione ci porta al momento in cui Maria è stata concepita dall’amore dei suoi genitori, e al momento molto prima – nascosto nell’eternità – in cui è stata concepita dall’amore del Padre, come creatura libera e capace di fare spazio al Figlio di Dio.

È bellissima questa festa, che ci fa guardare indietro rispetto alla vita di questa donna. Dalla Maria ragazza nel giorno dell’Annunciazione e poi donna al fianco di Gesù suo figlio, siamo portati a ritroso fino al giorno in cui ha incominciato ad esistere, e poi ancora più in là nel pensiero benevolo di Dio.

Ci consola sapere di questo Dio che ci guarda come una mamma quando la figlia inizia a gattonare, e poi quando muove i primi passi. Questo Dio che segue il nostro percorso molto prima che noi possiamo immaginare, e con una vigilanza che ci precede di gran lunga.

Quando ho iniziato ad esistere io nel pensiero di Dio?

Quando i miei genitori hanno deciso di sposarsi, o prima, quando si sono innamorati?

Oppure quando sono nati i miei nonni?

O ancora prima, in qualche evento che non conosco che già presagiva la mia esistenza?

O sono da sempre nello sguardo del Padre, accanto a suo Figlio, Gesù, mio fratello?

Oggi ci fermiamo di fronte a questa meraviglia. La mia vita, l’esistenza di ciascuno e ciascuna di noi, voluta da Dio lungo un sentiero che si perde alle radici segrete delle montagne, o all’inizio della volta del cielo. 

Il secondo passo dell’Avvento è questo: un tornante che ci fa preparare al momento in cui in Gesù bambino si è manifestata la grazia di Dio e la sua benevolenza. Forse, in sintesi, è proprio vero:

siamo tutti, da sempre, dentro a quella scena della natività.

Don Davide

 




La regola della santità

Oggi che i re del mondo danno spettacolo indegno di sé, invocando il diritto di uccidere, la guerra globale e l’uso delle armi nucleari, chiunque accoglie la verità sa che c’è un altro re, che è re di un potere più vero e che non tramonta mai.

Il potere di ogni re è effimero. Anche nella espressione più alta della propria potenza, oggi si autodistruggerebbe.

Il potere di Gesù, invece, non tramonta mai.

Lui è il re supremo dell’esistenza nell’amore. Chiunque voglia vivere nel suo regno, vive liberamente di questa possibilità. I re del mondo svuotano di potere i loro sudditi. Il re dell’amore trasferisce loro il suo stesso potere.

Questa è la legge del suo regno: la santità si addice alla tua casa.

Noi, quindi, abbiamo potere di fare queste scelte, di vivere secondo questo editto: abitare questo regno, con la libertà di sentirci a casa nostra, senza paura, e soprattutto desiderosi di vivere secondo la legge della santità nell’amore.

Don Davide




La preghiera del povero sale fino a Dio (Sir 21,5)

Nell’VIII Giornata mondiale dei Poveri, riportiamo uno stralcio del messaggio di Papa Franceso, che oltre a farci guardare alle dimensioni della povertà nel mondo, contiene anche un sentito ringraziamento per le persone nelle nostre comunità che ci aiutano a tenere viva l’attenzione e attivo il servizio ai poveri, in modo particolare i membri della S. Vincenzo parrocchiale e i collaboratori della Caritas, insieme a tutte le persone che nascostamente servono i poveri senza mai farsi notare. Questo è il grazie di tutti. 

Cari fratelli e sorelle!  

  1. La speranza cristiana abbraccia anche la certezza che la nostra preghiera giunge fino al cospetto di Dio; ma non qualsiasi preghiera: la preghiera del povero! Riflettiamo su questa Parola e “leggiamola” sui volti e nelle storie dei poveri che incontriamo nelle nostre giornate, perché la preghiera diventi via di comunione con loro e di condivisione della loro sofferenza. […]
  1. […] Quante volte viviamo come se fossimo noi i padroni della vita o come se dovessimo conquistarla! La mentalità mondana chiede di diventare qualcuno, di farsi un nome a dispetto di tutto e di tutti, infrangendo regole sociali pur di giungere a conquistare ricchezza. Che triste illusione! La felicità non si acquista calpestando il diritto e la dignità degli altri.

La violenza provocata dalle guerre mostra con evidenza quanta arroganza muove chi si ritiene potente davanti agli uomini, mentre è miserabile agli occhi di Dio. Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti! Eppure, non possiamo indietreggiare. I discepoli del Signore sanno che ognuno di questi “piccoli” porta impresso il volto del Figlio di Dio, e ad ognuno deve giungere la nostra solidarietà e il segno della carità cristiana. «Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 187). […]  

  1. Ai poveri che abitano le nostre città e fanno parte delle nostre comunità dico: non perdete questa certezza! Dio è attento a ognuno di voi e vi è vicino. Non vi dimentica né potrebbe mai farlo. […]
  1. La Giornata Mondiale dei Poveri […] è un’occasione propizia per realizzare iniziative che aiutano concretamente i poveri, e anche per riconoscere e dare sostegno ai tanti volontari che si dedicano con passione ai più bisognosi. Dobbiamo ringraziare il Signore per le persone che si mettono a disposizione per ascoltare e sostenere i più poveri. Sono sacerdoti, persone consacrate, laici e laiche che, con la loro testimonianza, danno voce alla risposta di Dio alla preghiera di quanti si rivolgono a Lui. Il silenzio, dunque, si spezza ogni volta che un fratello nel bisogno viene accolto e abbracciato. I poveri hanno ancora molto da insegnare, perché in una cultura che ha messo al primo posto la ricchezza e spesso sacrifica la dignità delle persone sull’altare dei beni materiali, loro remano contro corrente evidenziando che l’essenziale per la vita è ben altro. […]
  1. In cammino verso l’Anno Santo, esorto ognuno a farsi pellegrino di speranza, ponendo segni tangibili per un futuro migliore. Non dimentichiamo di custodire «i piccoli particolari dell’amore» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 145): fermarsi, avvicinarsi, dare un po’ di attenzione, un sorriso, una carezza, una parola di conforto… Questi gesti non si improvvisano; richiedono, piuttosto, una fedeltà quotidiana, spesso nascosta e silenziosa, ma resa forte dalla preghiera. In questo tempo, in cui il canto di speranza sembra cedere il posto al frastuono delle armi, al grido di tanti innocenti feriti e al silenzio delle innumerevoli vittime delle guerre, rivolgiamo a Dio la nostra invocazione di pace. Siamo poveri di pace e tendiamo le mani per accoglierla come dono prezioso e nello stesso tempo ci impegniamo a ricucirla nel quotidiano.

Papa Francesco 

Roma, San Giovanni in Laterano, 13 giugno 2024 

Memoria di Sant’Antonio da Padova, patrono dei poveri 




La vedova e Dio

Si avvicina la fine dell’anno liturgico e, dopo il lungo itinerario di un anno alla sequela del Maestro, il Vangelo di Marco ricapitola il senso di quanto detto dalle prime parole di Gesù stesso: “Il regno di Dio è vicino” (Mc 1,14).

Gesù è venuto per dirci questo: Dio è vicino; il suo amore per noi è vicino.

E quindi noi possiamo allungare la mano per chiedergli aiuto e incontrare la sua, possiamo dilatare il cuore e sentire il suo amore, possiamo rivolgergli un pensiero e trovarlo lì accanto a noi.

Nelle letture di oggi, ci sono due donne che testimoniano questa vicinanza di Dio: la prima con sorpresa, la seconda con assoluta consapevolezza.

Non c’è troppa distanza tra la vedova di Sarepta, che non apparteneva nemmeno al popolo di Israele, e Elia, il più grande di tutti i profeti. Non c’è troppa distanza tra la povera vedova del Vangelo e Dio, nel suo Tempio.

Immaginatevi le scene: due povere donne, socialmente escluse, una al cospetto dell’uomo del momento, in grado di chiamare la siccità e sfidare il re; l’altra nella maestà del Tempio, accanto a ricchi e sapienti.

Gesù posa lo sguardo proprio su quest’ultima, e ne fa “un episodio” del Vangelo.

Dio è nelle cose più piccole. Nessuno è così povero da non potere fare l’offerta più grande di tutte davanti a Dio, ossia la propria autenticità. Bastiamo noi stessi, noi con la nostra vita. Che in realtà non è poco, anzi richiede un sacrificio grande e la disponibilità a un’offerta che vale più di tutti i soldi del mondo, perché è la nostra vita.

Ma è la nostra vita, appunto, che conta davanti a Dio: il gesto di una mano tesa, il nostro cuore proteso a lui, il nostro pensiero rivolto a Dio.

Nella corsa per il regno nessuno è avvantaggiato se non chi sa dilatare di più il cuore.

Sono giorni, questi della fine dell’anno liturgico, che nella ricapitolazione di tutte le cose e nel discernimento sapiente che ci chiede di avere, ci spingono a valorizzare tutte quelle azioni, scelte, gesti che ci fanno sentire Dio un po’ più vicino.

Don Davide




Speranza

Al centro dell’esistenza cristiana

La festa dei Santi e il ricordo dei defunti ci portano a fissare lo sguardo su ciò che è più essenziale e distintivo della vita di discepoli di Gesù: la speranza cristiana.

La speranza non è ottimismo o autoconvincimento. La speranza cristiana è un rapporto con la realtà, fondato sulla consapevolezza che il tempo presente è sempre caratterizzato da difficoltà e affanni, che possiamo affrontare mantenendo la serenità sapendo che c’è un traguardo di pace.

Speriamo per abitare il mondo con una luce.

Nella speranza il nemico più radicale di tutti è la morte. La morte ci fa paura per due motivi: per la sofferenza che spesso la precede, per l’idea che finisca tutto.

Non ci sono risposte persuasive a queste paure, se non la maturazione interiore che può avvenire in ciascuno di noi.

La prima di queste paure si affronta con la compagnia, la vicinanza, la possibilità di non essere soli. Dobbiamo quindi, a nostra volta, fare il possibile perché nessuno soffra da solo e che tutti possano affrontare il passaggio con qualcuno che tenga loro la mano.

La seconda di queste paure si affronta fondandosi sulla speranza. Prima di noi c’è stata vita, segnata da affetti che riconosciamo come i nostri avi, dopo di noi ci sarà vita, segnata da quegli affetti con cui abbiamo costruito relazioni famigliari e di amicizia.

La vita ci precede e ci supera.

Ogni tanto penso alla mia bisnonna e al mio nonno paterno, che non ho conosciuto, ma che sento come persone di famiglia, non estranei. In altre occasioni immagino come guarderebbero le cose che accadono, quelle che faccio, le persone più care che ho dovuto già salutare e mi rassereno, certo che sono rincuorati dal vedere che la vita di coloro che hanno amato va avanti.

Infine, c’è un altro particolare. Santi e beati insieme con le persone care defunte vivono l’incontro con Gesù, nella sua forma più vera e definitiva.

Ho scommesso tutta la mia vita su questo incontro,

che vivo quotidianamente nello Spirito del Risorto, ma che attendo in tutta la sua pienezza. Non posso che rallegrarmi nel saperli in questa felice compagnia.

Don Davide




Tra le consolazioni

“Io li riporterò tra le consolazioni…” (Ger 31 – I lett.)

Il principio della Pasqua – il riscatto, la consolazione – attraversa profeticamente tutta la Bibbia, anche l’Antico Testamento, e si realizza compiutamente nel Nuovo con la resurrezione di Gesù.

Come non sentire vere queste parole della prima lettura, di fronte alle esperienze dolorose che il nostro quartiere, la nostra città, le parrocchie della diocesi e tutta la regione hanno attraversato con le recenti alluvioni?

C’è stata un’esperienza di pianto, ci sarà un’esperienza di consolazione.

A patto che decidiamo di vedere, che vogliamo fermamente essere liberati da quella cecità del cuore e della mente, per cui non vediamo i rischi, non sentiamo il pericolo che corrono le persone e non abbiamo l’intelligenza di un rapporto corretto con l’ambiente.

Ancora la prima lettura, ci ricorda che ci sono “fiumi ricchi di acqua” e che sono una cosa buona: i fiumi e l’acqua da sempre sono decisivi per la vita delle persone e dell’ecosistema. È la nostra cecità a trasformarli in strumenti di devastazione e morte.

Con la tecnologia, gli strumenti, le competenze ingegneristiche e soprattutto la ricchezza che abbiamo in Italia, dobbiamo abbandonare ogni scusa, aprire gli occhi, vedere la nostra responsabilità e agire sul nostro dovere.

Questo è anche uno dei modi di rispondere alla chiamata alla santità, oggi. Solo se saremo testimoni di una promessa di vita che si costruisce a partire da qui – dalla vita che ci è donata e dal mondo che ci è affidato – potremo essere testimoni luminosi di una vita che ci sovrasta per abbondanza e pienezza, e che ci attende.

Aprire gli occhi per vedere l’invisibile.

Quando accolgo le mie responsabilità e provo di vivere la mia vocazione all’amore e al servizio, anche delle urgenze, allora la cortina che divide il passaggio fra il di qua e la luce che si irradia dall’altrove si fa più trasparente e possiamo intravedere qualcosa.

Ci saranno consolazioni.

Io so che riabbraccerò la mia mamma e tornerò a parlare di cose liete con mio papà. So che racconterò alle tante persone della parrocchia quello che è accaduto qui, dopo che loro se ne sono andate.

È la Pasqua di Gesù, che è sempre all’opera per chiamarci all’amore, per farci diventare santi e per metterci al servizio, anche quando è concreto e urgente come in questi giorni.

Don Davide




L’amore che riempie il mondo

La parrocchia, la zona pastorale, la missione nel mondo: questa domenica fa dilatare il nostro cammino comunitario. Non c’è, infatti, solo la vita della parrocchia; siamo anche convocati all’assemblea della zona; e poi – in occasione della Giornata Mondiale Missionaria – siamo invitati a pregare per tutte le persone che in ogni parte del mondo portano l’annuncio del vangelo, testimoniano la fede e la speranza e condividono la carità nel nome di Gesù.

Quando osserviamo il globo intero con occhi umani, forse, siamo portati a concentrarci su ciò che non va bene. Ciò che fa notizia, infatti, sono le guerre, le tensioni internazionali, la crisi climatica, le scaramucce politiche, le dinamiche del capitalismo e la finanza.

La fede ci fa guardare con occhi diversi.

Dice il salmo: “dell’amore del Signore è piena la terra”. Ed è proprio vero!

Basta guardare qualcuno dei video preparati per la Giornata Missionaria Mondiale Fondazione Missio – YouTube che ci mostrano la presenza e l’opera dei missionari ai crocicchi del mondo. In ogni angolo, anche il più sperduto della terra, c’è l’amore del Signore, che non fa notizia né rumore, come una foresta che cresce, rispetto a un albero che cade.

È la Chiesa che mi piace, di cui sono orgoglioso.

È la Chiesa che tutti possiamo incarnare, anche ai nostri crocicchi, tra via S. Felice e via della Grada, tra via Riva Reno e Via Calori: “basta” scegliere di offrire la propria vita come servitore, e non come potente.

È una scelta di campo: su questa decisione, le parole di Gesù non lasciano ambiguità: “Tra voi non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore”, e se per caso ci venisse il dubbio che Gesù, in fondo, volesse esagerare, lui rincara la dose: “E chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”.

Ok, Gesù, sei stato chiaro.

Sembra difficile da fare paura… ma in realtà, a pensarci bene, è il modo di cambiare il nostro sguardo, di accorgersi della parte luminosa del mondo e di sentire su di noi – come dice il salmo – l’amore di Dio che ci fa da scudo.

Don Davide




Due tesori diversi

Più dei racconti della chiamata dei primi discepoli, più delle grandi conversioni, il Vangelo di oggi ci fa ammirare la chiamata di Gesù a ciascuno di noi: “Vieni, e seguimi”.
Fermiamoci un attimo: blocchiamo pensieri, distrazioni e preoccupazioni.
Concentriamoci su questo:

conosco Gesù, lo sento come un buon amico

– forse, una guida – lo tengo presente nella mia vita.

Pensa a Gesù e alla tua famiglia. Pensa a Gesù e alle tue figlie, ai tuoi figli. Pensa al tuo amore. Pensa al tuo lavoro, la tua responsabilità, le tue passioni.
Tu dai credito alla persona di Gesù e a quanto hai potuto conoscere di lui.
È buono: che cosa significa la bontà, per te?

Il Vangelo dell’uomo ricco, che se ne va via triste perché aveva molti beni, ci sembra difficilissimo. Ci pare che sia inevitabile per tutti finire così. Possiamo forse consolarci dicendo: “Beh, certo, io non posso essere il protagonista di queste grandi storie del Vangelo. Ci è riuscito Sant’Antonio, il Grande. Ci è riuscito San Francesco, il Serafico. Ma io?!”

E invece questa parola stupenda di Gesù: “Vieni e seguimi!” è vicinissima. È possibile.

La differenza fra l’impossibile e il possibile, tra una favola troppo esigente e una sorpresa che mi coinvolge, non è il “tesoro”, ma è “nel cielo”.
“Avrai un tesoro in cielo” dice Gesù: “Vieni e seguimi, e avrai un tesoro in cielo”.

Suvvia! Il tesoro che sta nel cielo non possono esser certo le ricchezze materiali! Quelle servono per custodire la propria famiglia e le persone che amiamo, per non essere schiacciati dalle preoccupazioni, per condividere e per lasciare qualcosa di buono in questo mondo. “Servono”, appunto: sono al servizio di qualcosa di molto più importante. Mai e poi mai potranno essere il nostro tesoro!

Se pensi invece a tutto l’impegno che hai messo per le persone che ami, al desiderio di vivere bene le tue responsabilità e gli incarichi, al rispetto della vita che hai cercato di perseguire e insegnare, alla sofferenza insopportabile che hai sperato di alleviare almeno un po’ ai poveri e ai sofferenti, e a ogni sforzo, anche piccolissimo, per essere custode e artefice della pace… allora capisci perfettamente che questo è il tuo vero tesoro, come in terra, così in cielo.

Tutto ciò accade mentre segui Gesù e sempre di più perché lo segui.

Perché dovresti andartene triste, lasciare tutto, quando invece potresti sentire la gioia sapendo che lui è con te?

Segui Gesù, e quel tesoro che hai sulla terra diventerà sempre più relazionale e affettivo, e sarà anche il tuo tesoro nel cielo.

Don Davide