Fortezza

Forti come la roccia, teneri come un abbraccio

Tutta la forza del cristiano dipende dalla sua unione con Gesù. Possiamo e dobbiamo cercarlo nei sacramenti, vivere l’intimità con lui nella preghiera con la Parola e nell’Adorazione, e seguirlo e imitarlo in ogni nostra azione quotidiana. Si tratta di stare attaccati a Gesù, come i tralci alla vite, in modo da godere di quella linfa vitale che irrobustisce e dà vigore.

Senza di lui non possiamo fare nulla, non perché lui sia geloso o ce lo impedisca, ma semplicemente perché non avremmo forza. Senza di lui, i tralci diventano secchi e servono solo per essere gettati nel fuoco.

In questa unione si rende presente e si manifesta lo Spirito Santo, che “rivela nei deboli la sua potenza e dona agli inermi la forza del martirio” (Prefazio dei martiri).

Dall’insegnamento di Gesù sulla vite e i tralci, cogliamo anche una sfumatura importante tra la forza e la fortezza. Sicuramente la fortezza ha a che fare con la forza, ma è qualcosa di più. Possiamo giocare con le parole, per capirlo meglio. Una persona può essere forte, senza avere la fortezza. Pensiamo, ad esempio, a quel tipo di edificio che chiamiamo fortezza. Qual è la differenza tra un presidio militare e una fortezza? Il primo può godere di molti armamenti e di vari strumenti offensivi e difensivi, ma non essere sufficientemente robusto da resistere a un assalto strutturale. La fortezza, invece, è concepita con un impianto incredibilmente solido e robusto.

Ugualmente il dono della Fortezza. Esso non ci rende forti di una forza che potremmo usare prepotentemente o violentemente, ma solidi, robusti, capaci di resistere nelle avversità e di portare frutto.

La fortezza è quel dono che rende la nostra casa fondata sulla roccia e il nostro terreno buono.

Il dono della fortezza ci rende duri come la pietra o teneri come l’affetto, gentili o fermi, determinati o condiscendenti.

Ad esempio, come leggiamo nella seconda lettura, il dono della fortezza è quello che ci rasserena in Gesù, senza farci essere troppo indulgenti con noi stessi. Insieme al dono del Consiglio, di cui abbiamo parlato domenica scorsa, ci rende interpreti sensibili e adatti alle situazioni.

La Fortezza è anche il dono che ci aiuta a custodire la purezza: non solo rispetto alla volgarità del mondo, ma anche negli intenti, perché siano trasparenti, nei pensieri, perché non abbiano secondi fini, nelle relazioni, perché siano autentiche e sincere.

Questo tipo di purezza toglie dal nostro spirito le scorie dei materiali poco resistenti, come i vizi, la pigrizia, le cattive intenzioni,

e ci rende forti come una fortezza, appunto, e capaci di portare molto frutto.

Così, possiamo chiedere al Signore il dono di essere una “fortezza” dello Spirito, alcune volte, tenerissima.

Don Davide




Consiglio

Quando veniamo interpellati sul fare il bene

È bello riflettere sui doni dello Spirito Santo nei giorni in cui i nostri ragazzi del catechismo ricevono i sacramenti: la Prima Comunione sabato scorso, la Cresima questo sabato. Ci sentiamo vicini a questi amici, fratelli e sorelle più piccoli, tutti figli della nostra comunità e della Chiesa, che speriamo possano vivere sempre sotto la guida dello Spirito.

Le letture di oggi ci spingono a meditare sul dono del Consiglio.

Una parola per tradurre il Consiglio potrebbe essere Discernimento, proprio come quando si chiede a una persona saggia: “Mi dai un consiglio?”, ossia: “Mi aiuti a scegliere meglio in questa situazione, tra queste possibilità?”.

Dall’esempio di Gesù impariamo intanto qual è il criterio del discernimento: dare la vita. Ossia: offrire la mia vita e portare vita. Sembra difficile, può addirittura spaventare.

Dare la vita non significa annullarsi, non realizzarsi o soffrire.

Pensiamo ad esempio ai ragazzi: si può parlare loro di “dare la vita” come se si trattasse di rinunciare a se stessi o non divertirsi? Tutt’altro.

Conosciamo benissimo le parole di Gesù: “Se uno non rinnega se stesso…” (Mc 8,35) ma qual è il vero significato?

Ascoltiamo Gesù: “Il buon pastore dà la vita per le sue pecore. Il mercenario no” (Gv 10,11). Cogliamo, innanzitutto, la differenza tra appartenersi (il buon pastore) e non appartenere (il mercenario).

Il punto cruciale, infatti, è essere liberi: “Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10,18). Proprio come quando si fa un dono: se sei innamorato/a davvero, e vuoi fare un bel regalo alla persona che ami, non ti costa farlo, non ti senti spinto da fuori, non badi al prezzo e mentre lo prepari sei pieno/a di energia e di slancio e non pensi al tempo che stai perdendo, perché in realtà stai guadagnando la vita e stai vivendo l’amore.

Il Consiglio ci aiuta a fare della nostra vita un dono, consapevole, libero, mai costretto. Un dono d’amore.

Dagli apostoli impariamo che ci sono due livelli di questo discernimento:

  1. Il primo, riguarda la capacità di riconoscere il bene e non puntare il dito quando questo accade. Pietro, infatti, pieno di Spirito Santo, indica il punto: “Visto che oggi veniamo messi a giudizio sul beneficio recato a un uomo infermo…” (At 4,8). Potremmo prendere a prestito le parole stesse di Gesù: “È lecito in giorno di sabato fare il bene o il male, salvare una vita o toglierla?” (Mc 3,4). Ossia: quando è lecito fare il bene? Dovremmo poter rispondere: sempre.
  2. Il secondo, è riconoscere chi è all’opera e chi testimoniamo: “E cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato…” (At 4,9-10).

Questo è il punto più alto del Consiglio: poter dire “in nessun altro c’è salvezza” (At 4,12),

non perché lo abbiamo sentito dire o imparato da altri, ma perché lo abbiamo sperimentato noi, perché siamo diventati amici di Gesù, siamo stati conquistati dal suo amore e abbiamo scoperto che non significa mettere le sorti della vita in mano altrui, ma vivere in modo da essere felice amando.

Don Davide




Intelletto

Nell’elenco indicato dal profeta Isaia, che è divenuto l’ordine tradizionale con cui si ricordano i sette doni dello Spirito Santo, il secondo è l’intelligenza o intelletto (cf. Is 11,).

L’evangelista Luca, l’autore sia del Vangelo che degli Atti degli Apostoli, per due volte tratta dell’intelletto nella liturgia odierna.

A proposito della condanna di Gesù, l’apostolo Pietro dice ai capi del suo popolo: “Io so che voi avete agito per ignoranza”; invece il racconto evangelico afferma che il Risorto “aprì ai suoi discepoli la mente per comprendere le scritture” (la traduzione precedente diceva: “aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture”.

Nel linguaggio comune si parla di diversi tipi di intelligenza:

ad esempio l’intelligenza emotiva, o un’intelligenza matematica. Per capire il significato dell’intelletto, dobbiamo pensarlo come l’aiuto dello Spirito Santo per comprendere Gesù e il suo mistero.

Si tratta di mettere insieme tutti gli indizi su di lui, come dei Sherlock Holmes della fede, attraverso tutti i nostri sensi, compresi quelli spirituali ed emotivi, per giungere a dire: “Gesù è vivo, il Signore è veramente risorto!”.

Di conseguenza,

il dono dell’intelletto ci fa vivere sempre nella luce della resurrezione:

plasma il nostro percepire a partire dalle tracce della vita di Dio nel mondo, e ci aiuta a vivere non nelle tenebre del sepolcro, ma nella gratitudine per l’esistenza.

Don Davide




Sapienza

Il primo dei sette doni dello Spirito Santo

Sette domeniche ci accompagnano dalla Pasqua alla Pentecoste. Ho scritto sul sito internet della parrocchia che, nella vita spirituale, questo è il tempo più importante dell’anno, anche se nella formazione cristiana siamo stati abituati a impegnarci particolarmente nella Quaresima. Invece è in questo periodo che la fede cristiana viene illuminata nella sua verità: “Nessun vantaggio per noi essere nati, se Cristo non ci avesse redenti” è scritto nell’Annuncio Pasquale, il grande inno che apre la Veglia Pasquale.

Nell’itinerario di questo periodo approfondiamo la verità della resurrezione, che dà senso al dono della vita di Gesù e nostra, e che sigilla la bontà del Vangelo. Dalla resurrezione di Gesù deriva poi il dono dello Spirito, che anima la vita della Chiesa e la rende testimone efficace del Risorto.

Per questo motivo ho scelto di dedicare le prossime sette domeniche a un percorso di catechesi pasquale, in preparazione alla Pentecoste, attraverso i sette doni dello Spirito Santo. Le domeniche del tempo di Pasqua non sono scandite dall’ordine dei suddetti doni, ma scopriremo che ci sono molti contatti e molte luci che possono derivare da questi collegamenti, che ci aiuteranno a fare un vero percorso spirituale e anche a cogliere, con inedita ricchezza, qualche particolare del Vangelo e degli appuntamenti che vivremo in queste settimane (ad es. i sacramenti del catechismo, la visita della B.V. di S. Luca).

Iniziamo, dunque dal dono della Sapienza che è il primo dei doni dello Spirito, e va a braccetto con l’ultimo: il Timor di Dio.

“Principio della sapienza è il timore del Signore” recita la massima sapienziale più importante di tutta la Bibbia. Il primo e l’ultimo, l’ultimo e il primo dei Sette (guarda caso, il numero perfetto!): la Domenica in Albis – giorno splendente della Pasqua dei neofiti – e la Domenica di Pentecoste – giorno splendente della neofita Chiesa – che annuncia il Cristo senza alcuna paura (il Timore, lo scopriremo, è molto diverso dalla paura!).

Viene in mente l’immagine del serpente che si mangia la coda, antico simbolo dell’Eterno Ritorno, ma qui c’è una differenza sostanziale: Sapienza e Timor di Dio, Pasqua e Pentecoste, non si richiamano in un cerchio chiuso in se stesso, ma piuttosto in un movimento a spirale, dove il cerchio è sempre aperto, sempre un po’ più grande e spinge sempre in alto come un vortice di bene, verso nuovi orizzonti e a un’esplorazione infinita.

Così il dono della Sapienza, a braccetto con il Timor di Dio, ci aiuta a comprendere, nella luce della Pasqua, il nuovo ordine di Dio,

dove la resurrezione sblocca ogni cosa fissa e perduta portando vita, dove il ladro pentito viene accolto nel Regno dei Cieli, la morte è sconfitta dall’amore, la violenza è riscattata dal perdono, i disperati vengono persuasi della speranza, gli sfiduciati della fiducia, ai poveri è annunciata la buona novella e il nostro intimo si apre alla vita spirituale.

La Sapienza viene donata a noi quando abbiamo rispetto dell’opera di Dio e ci accostiamo ad essa con umiltà e fiducia: “Ecco l’opera di Dio: una meraviglia ai nostri occhi!”, esclama un salmo (117,23).

Non basta vedere fisicamente, si tratta di guardare con gli occhi del cuore e dell’amore. Esattamente come è accaduto ai discepoli, che vedevano Gesù risorto e non lo riconoscevano, poi quando cominciavano a guardare con gli occhi del cuore, tutto diventava chiaro.

La Sapienza, dunque, è il dono dello Spirito Santo che ci fa vedere con uno sguardo penetrante la vita risorta nella vita vecchia del mondo.

È il dono che ci rassicura che l’ordine nuovo è quello della resurrezione, e anche se ci sembra che non ci siano pace, amore e armonia, in realtà esse ci sono, sono state seminate nel cuore di chi crede nella resurrezione, e sono destinate a crescere, e – come in un vortice di bene – ad avvolgere tutto.

Don Davide




L’equazione della vita

Che cosa può fare di decisivo una comunità cristiana nel mondo di oggi?

Vincere le paure.

Le paure caratterizzano gli scenari geopolitici, la percezione del futuro e l’interpretazione della vita personale, e culminano nella grande illusione di rimuovere la morte, per paura.

Il grande testimone di Gesù risorto, nel Vangelo di Pasqua, esorta a non avere paura.

Le donne, apprendiste discepole ancora sul margine della resurrezione, sono invitate a non avere paura.

Al centro l’annuncio: Gesù il crocifisso, è risorto (Mc 16,6).

Questo contrasto tra la crocifissione e la vita, tra il pungiglione della morte e il suo più grande antidoto, è la ragione sufficiente per non avere paura.

Ma qual è il cammino per non essere più schiacciati dalle paure?

Il punto di partenza è esprimere una cura concreta per Gesù, non in senso molto spirituale, ma pensando al suo corpo, a una relazione vera con lui: volevano andare a ungerlo (Mc 16,1).

In maniera sorprendente, quando diamo seguito a questo proposito, la strada si spiana sotto i nostri passi: la pietra era già stata rotolata via. Non c’è ostacolo che ci possa bloccare, benché molto grande (Mc 16,3).

Qui, però, accade qualcosa di strano: Gesù non si palesa.

La resurrezione è annunciata da un testimone orale, e noi stessi siamo invitati a diventarne testimoni.

Non è tanto una questione di vedere fisicamente Gesù, quanto il fatto di seguire le sue tracce e scoprire che si fa esperienza della resurrezione per la testimonianza autorevole e piena di fiducia di qualcuno, che poi facciamo nostra.

Tuttavia, il timore non passa.

La versione liturgica del vangelo non lo riporta, ma il racconto finisce con la nota enigmatica delle donne che “non dissero niente a nessuno perché avevano paura” (Mc 16,8).

Sembra, dunque, che non sia vinta quella maledetta, atavica paura e risulta straziante che il racconto del mattino della resurrezione concluda così. Invece è un bellissimo finale aperto. La testimonianza della resurrezione è giunta fino a noi. Quelle donne, a un certo punto, sono state trasformate e hanno annunciato Gesù.

Dalle parole di un giovane, dunque, inizia il processo di erosione della paura, che è anche un occupare spazio della fiducia.

Lì, piano piano, sorge la fede, così che vale l’equazione: V = +F -p (Vita uguale: più Fede, meno paura).

Possiamo allora fare un fagotto delle nostre paure, e buttarcele alle spalle.

Sentiremo così dilatarsi, simultaneamente, la verità della resurrezione.

Voglio invitare, pertanto, la mia comunità parrocchiale a non avere paura. Preoccupiamoci di essere buoni testimoni di Gesù, con le parole e l’esempio, lui farà germogliare la fede, come, dove e quando vuole.

Invito i giovani a non avere paura. Cercate in modo sincero Gesù, gli ostacoli saranno rimossi lungo il cammino, nel mondo ci saranno cose nuove e potrete cercare una vita piena e realizzata nel vostro cammino.

Dico a me stesso e a tutti gli adulti di non avere paura. Il mondo si rinnova sempre. Il dono dello Spirito lo rinnova. A noi essere tramiti dello Spirito del Risorto, senza pensare alle cose vecchie, che sono passate, mentre ne nascono di nuove.

Infine, vorrei invitare la chiesa e il mondo a non avere paura.

La chiesa a non avere paura di aprirsi: non si tratta di adattarsi allo spirito del mondo e del tempo, ma di scoprire che il vangelo può dire cose originali e ancora inedite, che ci danno una migliore comprensione della realtà.

Il mondo a non avere paura di rovesciare le pietre tombali. Se solo avessimo il coraggio di farlo, scopriremmo un’altra prospettiva. Capiremmo che l’unico nemico è la morte e che per il resto possiamo vivere da fratelli e in pace.

Don Davide




Tre ore di buio

Tre ore di buio su tutta la terra, nella parte più luminosa del giorno, subito dopo l’inizio della primavera, quando la luce, di solito, è più carica di promesse.

In queste tre ore di buio Gesù è esanime.

Le sue ultime forze si consumano dopo lo sforzo di ogni respiro. È una prova durissima, in cui il dolore lo spinge a sperimentare persino il dubbio dell’abbandono di Dio. Ma quel grido, Gesù lo sapeva bene, è anche un atto di affidamento: il salmo inizia con quelle parole e finisce con la fiducia nella vita donata da Dio.

In queste tre ore di buio c’è la nostra vita,

quando accogliamo Gesù con entusiasmo di fronte a illusioni di regale potere, e poi andiamo in stato confusionale quando prospetta l’amore nel tradimento, il perdono per la comunione, la pace nella violenza, la verità di fronte alla menzogna, il rifiuto dei troni per diventare il re dei consumati.

In queste tre ore di buio c’è anche la storia del mondo,

quando si perseguono consapevolmente pensieri e azioni malvagi, quando la religione si esprime con accusa e condanna, quando l’autorità diventa ipocrita, quando ci si scaglia contro i poveri e i sofferenti, quando i soldati abusano della forza, quando – infine – non si riesce nemmeno a vedere la sofferenza di un uomo, una persona.

In tenebre spaventose e sospette, si irradia invece un atto d’amore di consegna e di abbandono a Dio, talmente lucente da indurre la prima fede proprio in un soldato, uno lontano, uno di quelli che prima si erano divertiti a perseguitare Gesù, a giocare con le sue vesti e a schernirlo.

Non c’è oscurità, dunque, che possa opporsi a questa luce dimessa, silenziosa, gentile e vera,

che Gesù ha acceso nella parte più nascosta del buio, dove le tenebre di solito inghiottono il chiarore, invece questa volta vengono soffocate.

Entriamo nella Grande Settimana, la Settimana Santa, muovendo i passi dentro queste ombre, nostre e del mondo, per imparare da Gesù, che lava i piedi perché la comunità non sia distrutta dalla prova, e che si offre perché davanti alla croce lasciamo che il suo mistero inafferrabile tocchi qualcosa del nostro cuore, quello di cui abbiamo bisogno, quello che il Signore sa.

In questo percorso, non impaurito, ma fiducioso e sereno, una piccola luce ci guida:

la luce di una candelina con un paravento.

Ci spingeremo fino a metà della notte, per prenderla in mano e scoprire che tutto si riaccenderà.

È per me, insieme con quelli che considero nemici e lontani, per i miei fratelli e sorelle, per la mia comunità, la mia chiesa e il mio mondo, che Gesù ha posto una piccola luce nel buio.

La Luce della Vita sta per illuminare tutto.

Don Davide




San Valentino

Santo dei malati o degli innamorati?

Nel giorno di S. Valentino, nella chiesa dedicata al nostro patrono, preghiamo per gli uni e per gli altri.

Sembra che questo accostamento stoni: non è carino pensare alle tenerezze degli amanti, di fronte alla sofferenza e al dolore; viceversa, pare di voler fare i guastafeste a proporre la preghiera per le persone malate, quando si festeggia la letizia dell’amore.

C’è un versetto nel Cantico dei Cantici, che sembra mettere insieme i due aspetti: “Io sono malata d’amore” dice la donna innamorata (Ct 2,5c).

Nella letteratura l’amore è stato rappresentato come una malattia,

una trappola o qualcosa di insidioso, mai invece la malattia è stata raccontata come qualcosa da amare, se non nella vita di alcuni santi.

Io penso invece che sia opportuno che li teniamo insieme.

Ci aiuta ad apprezzare la grazia dell’amore, soprattutto la freschezza di quello giovanile o lo splendore di quello longevo, senza essere sdolcinati e senza dimenticarci di chi non è così fortunato.

Ci aiuta ad uscire dal vortice della malattia e a educarci a riconoscere le cose belle del mondo, ad essere grati anche per la vita di altri, sfuggendo alla morsa dell’egoismo, ma soprattutto ad imparare ad amare nella malattia.

Amare chi e che cosa, in questo caso?

Amare Gesù, amare la vita, amare le persone che sono importanti per noi, quelle che ci sono vicine e ci assistono, e anche quelle che ci hanno fatto del male, perché nella malattia si relativizzano gli assoluti e si capisce che ci sono cose più importanti nella vita che quella di portare rancore.

Allora in questo ricordo che abbraccia tutti e tutte le sensazioni, dalla felicità e l’entusiasmo fino alla sofferenza e la preoccupazione, vogliamo festeggiare il nostro patrono come comunità unità, comunità che si ricorda gli uni degli altri, che attiva una vicinanza reciproca e la capacità di rallegrarsi con chi gioisce e soffrire con chi è addolorato, proprio come chiede l’inizio della Gaudium et Spes, il documento più importante della Chiesa sul rapporto col mondo contemporaneo.

Da San Valentino impariamo dunque a vivere la fede, l’amore e la speranza con i piedi ben saldi in tutte le esperienze degli uomini e delle donne di oggi, dall’amore al dolore, andata e ritorno.

Don Davide




Dagli scritti del beato don Giuseppe Puglisi (1991) 

(Testo di meditazione proposto dal Seminario Arcivescovile di Bologna per il mese di febbraio 2024) 

Siamo testimoni della speranza. Il testimone per eccellenza è Gesù, il testimone fedele e verace (cf. Ap 1,5). Attraverso la sua morte e resurrezione Gesù testimonia la realtà dell’amore infinito di Dio che «ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio» (Gv 3,16), e dell’amore infinito del Figlio, il quale ha un amore così grande da dare la vita per i propri amici (cf. Gv 15,13). Questo amore di Dio infinito, eterno, da sempre rivolto verso l’uomo, è presente nella storia dell’umanità intera e di ogni uomo. Il discepolo è testimone, soprattutto testimone della resurrezione di Cristo, risorto e presente, Cristo che ormai non muore più ed è all’interno della comunità cristiana, e attraverso la comunità cristiana, è presente nella storia dell’umanità. 

La testimonianza cristiana è una testimonianza che va incontro a difficoltà, una testimonianza che diventa martirio. Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo che dà valore alla testimonianza. 

La testimonianza fa penetrare nell’intima natura di Gesù Cristo, nel segreto del suo essere, nella realtà misteriosa della sua persona. Il testimone sa che il suo annunzio risponde alle attese più intime e vere dell’umanità intera e dell’uomo singolo. L’uomo sperimenta che vivere è sperare, il presente è mediazione tra il già e il non ancora, tra il passato e il futuro e chiaramente ognuno di noi costruisce il proprio futuro sulla base del proprio passato. La speranza è la risultante dell’amicizia nel senso più rigoroso del termine; solo gli amici sperano, solo dove c’è l’amicizia c’è speranza.

Il testimone della speranza è colui che testimonia questa amicizia di Dio; colui che testimonia proprio un’amicizia fedele e a tutta prova di Dio stesso. 

Certo, testimone della speranza è uno che esercita, potremmo dire, la vigilanza; la speranza è vigilante. Gesù parla veramente di attenzione alla presenza di lui, alla sua venuta; ma Gesù è venuto, è presente; testimonianza della speranza è proprio una testimonianza vigilante, attenta alla presenza di Gesù. Il testimone è testimone di questa attenzione alla presenza del Signore, attenzione a Cristo che è presente anche dentro di sé. Il testimone è testimone di una presenza del Cristo presente dentro, anzi dovrebbe diventare trasparenza di questa presenza; e testimonia la presenza di Cristo attraverso questa sua vita vissuta proprio con questo desiderio costante di vivere in una comunione sempre più perfetta con lui, sempre più profonda con lui, in una fame e sete di lui. 

A chi, nel profondo, conserva rabbia nei confronti della società che vede ostile, il testimone deve infondere speranza mostrando, insieme all’annunzio della presenza del Signore che ama, fiducia e donando fiducia. 

A chi è pieno di paure, di ansie e quindi non vuole muoversi, perché ha avuto esperienze negative, il testimone della speranza cerca di infondere certezza, risolutezza creativa, coraggiosa, indicando modi concreti e validi di servizio, facendo comprendere che la vita vale se donata. 

A chi è sfiduciato, impaziente, perché ciò che desidera tarda a realizzarsi, deve infondere senso di abbandono in lui, in Cristo. 

A chi è disorientato, il testimone della speranza indica non cos’è la speranza, ma chi è la speranza: la speranza è Cristo; e lo indica attraverso una propria vita orientata verso Cristo. 

Testimone della speranza è colui che, attraverso la propria vita, cerca di lasciar trasparire la presenza di Colui che è la sua speranza,

la speranza in assoluto in un amore che cerca l’unione definitiva con l’amato e intanto gli manifesta questo amore nel servizio a lui, visto presente nella Parola e nel Sacramento, nella comunità e in ogni singolo uomo, specialmente nel più povero, finché si compia per tutti il suo Regno e lui sia tutto in tutti; manifesta insomma quel desiderio ardente di un amore che ha fame della presenza del Signore. 

 

A cura dei seminaristi.

 




Irrompe il Vangelo

A Ninive era dilagato il male, tanto da ricevere una sentenza che non è una condanna, ma una profezia: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta” (I lettura). Se Ninive avesse continuato così, l’esito della sua convivenza come città sarebbe stata l’autodistruzione.

Purtroppo questa descrizione è più attuale di quanto pensiamo:

quante sono le città degli uomini o in generale le realtà umane così tanto devastate da prospettare un esito di autodistruzione? Per questo motivo, innanzitutto, dobbiamo prendere seriamente il nostro convivere civile e sociale e impegnarci per il bene, la rettitudine e l’amicizia.

Ci incoraggia la testimonianza di San Paolo: “Passa la scena di questo mondo” (II lettura). Non è, infatti, un invito alla rassegnazione. L’apostolo ha sperimentato che c’è qualcosa di nuovo e potentissimo all’opera nel tempo che ci è dato, tale da convincere il re di una città a vestirsi di sacco e cenere, e da mettere nel cuore di poveri pescatori il desiderio di cambiarlo, questo mondo.

Irrompe il Vangelo.

Stupisce che nel periodo di Natale abbiamo celebrato i misteri tra i più alti della fede, ma la liturgia ci dice che il Vangelo irrompe nelle parole di un uomo adulto, consapevole di sé, nella ferialità delle giornate di pescatori e di ciascuno di noi.

Irrompe il Vangelo, quando i ragazzi vanno a scuola.

Irrompe il Vangelo nel traffico cittadino, mentre si raggiunge il lavoro.

Irrompe il Vangelo nel tempo di una casa, di una parrocchia, di un’associazione di volontariato o sportiva.

Irrompe il Vangelo nelle ferie dei nostri giorni e nell’ordinarietà della nostra vita.

Voglio proporre chiasmo dell’annuncio di Gesù: “Il tempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino” e trasformarla così:

“Il tempo è vicino e il Regno di Dio è compiuto”.

Ogni attimo è l’istante per scegliere ancora il Vangelo, come se fosse la prima volta.

Ogni attimo e il momento per riconoscere l’amore di Dio che ci trasforma.

Don Davide




Abitare e ospitare

“Maestro dove abiti?” (Gv 1,38)

Riprendiamo l’anno pastorale con il tempo ordinario e tutto il cammino che faremo frequentando il vangelo di Gesù secondo Marco è un tentativo continuo di trovare dimora presso di lui, cioè di abitare stabilmente con lui. Come succede a chi abita insieme, si tratta di salutarlo al mattino, di ritrovarlo quando torniamo a casa, di sapere che abbiamo un punto di riferimento durante la giornata, di “avvisarlo” quando facciamo qualcosa e di contattarlo quando succedono cose belle.

Significa cercare questo rapporto con Gesù che ci dà una casa.

L’inizio di questo tempo liturgico è caratterizzato dall’impegno di stabilire un legame al quale possiamo sempre ritornare e nel quale trovare rifugio e riposo (cf. Mt 11,25-30).

È un’esperienza emozionante, perché sappiamo di poter riprendere a muovere i nostri passi con lui:

se siamo neofiti c’è tutta la scoperta del dell’incontro con Gesù, se siamo cristiani da tanto tempo possiamo sentire la gioia di sentirci nuovamente messi in gioco, di conoscerlo più profondamente, di sperimentare con più sorpresa la sua grazia e la sua provvidenza. E poi si tratta anche di fare sentire questa vicinanza di Gesù a tutti coloro che ancora non la conoscono e non l’hanno sperimentata.

Questa esperienza spirituale ci spinga a ricambiare l’ospitalità

e, come accadde ai discepoli di Emmaus, a fare spazio a Gesù nella nostra casa: nella nostra casa interiore, cioè il nostro spirito, e nella nostra casa esteriore, cioè nelle nostre vite.

Così possiamo rendere tutta la parrocchia una casa in cui Gesù è nostro gradito ospite,

sia per i nostri fratelli e sorelle che sono invitati nello stesso amorevole clima domestico, sia riconoscendo Gesù in loro stessi come presenza del Maestro che chiama ciascuno di noi.

Don Davide