Omelia Veglia di Pasqua

Gesù è chino sulla dura pietra, le sue mani ferite e guarite accarezzano la ruvidezza della materia, nel ricordo di ciò che è stato. Una volta era appartenuto a quel mondo, così concreto, ma ancora non sa di averlo attraversato per l’eterno. Stropiccia gli occhi, mentre è disorientato e cerca di capire: Cosa è successo? Dove mi trovo? 

Si era addormentato, ma era stato un sonno completamente diverso da tutti i precedenti. 

Gesù considera i contorni liquidi della stanza di roccia, che non gli impediscono però di spingere lo sguardo oltre l’oscurità di quel luogo e di vedere fuori. Ammira la campagna silenziosa e placida sotto le stelle e più in alto, sopra le stelle, vede gli angeli che stanno danzando. 

[Musica: Walzer degli angeli] 

Cosa festeggiano? Perché sono così lieti e sereni? 

 È in quel momento che la sua coscienza si ridesta completamente; adesso ricorda tutto: la tavola e la croce, l’amore e la paura, il dolore e il perdono. La discesa in un luogo oscuro e le anime di tutte le generazioni che lo prendevano per mano; la luce abbacinante e il sentiero tra il tempo e l’eternità su cui si era incamminato di nuovo per amore degli uomini. 

 Ora guarda il sepolcro dall’esterno. 

Gesù conosce il dolore con cui i suoi amici avevano sigillato la pietra, sente le grinze della loro disperazione ancora nell’aria. Erano così feriti dalla sua assenza che non poteva sopportarlo. 

Per questo vuole stare ancora un poco TRA loro.  

 Per questo ora vuole stare ancora un poco TRA noi. 

Un poco TRA noi e sempre CON noi. 

 Lui che non ha più limite negli spazi, attraversa anche i tempi. 

È qui presente: dentro la nostra chiesa, nella nostra assemblea. 

Pellegrino e migrante, fa ardere i nostri cuori senza che ce ne accorgiamo, ci abbraccia per consolarci e ci indica la via della pace: «Perdonate, praticate la giustizia, ricucite con gentilezza!» dice.  

Più di ogni altra cosa, conferma la nostra fede: non perché mostrandosi scioglie ogni dubbio – che il suo mostrarsi è sempre un’esperienza spirituale! – ma perché avere fiducia è costitutivo di un mondo migliore. 

La fede non è una cosa da bigotti fuori moda o ridicoli creduloni. La fede è una visione ampia per cuori giovani e vivi. È la sensibilità che dà alla materia del vivere la bellezza dell’eternità. 

 Ecco che Gesù si affaccia sul canale, proprio lì dove stasera è divampato il suo fuoco. Ripensa ai volti di tutti i malati che ha assistito e curato qui, in questo piccolo santuario, ai cuori guariti per l’intercessione di San Valentino. 

Adesso si sposta in via San Rocco e percorre via San Felice. Si ricorda di quando faceva compagnia ai primi fratelli di San Francesco che stavano costruendo la chiesa. Era così orgoglioso che la dedicassero a Santa Maria della Carita! 

Al contrario, aveva provato un gran dispiacere quando era stata trasformata in caserma, più per le armi, che per il suo uso profano, perché quando invece era stata utilizzata come ospedale… non gli dispiaceva affatto. Quando la chiesa veniva bombardata durante la guerra lui era lì, come adesso è a Gaza, a Kijev, fra i profughi del Darfur e nei villaggi del Kiwu fra Congo e Ruanda. 

Risorto in ogni tempo e in ogni luogo, in questo preciso momento fa l’umarell: ammira il restauro interno della chiesa della Carità e controlla se il tetto è stato fatto bene.  

Dalla cima del campanile guarda nel cielo più da vicino. 

La musica è cessata e gli angeli hanno terminato di danzare. 

Che sia finita la festa, oppure appena incominciata non fa differenza: ci sono ancora i giovani da amare, i sentimenti da intenerire, gli affetti da rinforzare; c’è ancora la speranza da rincuorare, la pace da soccorrere, e una chiesa-casa da edificare. Nessuna tentazione da quelle altezze, come una volta dal campanile del tempio, di fare magie: c’è il mondo da guarire. 

[Pausa] 

È giunta l’ora di rimboccarsi le maniche. 

Bologna, 19 aprile 2025