In ascolto delle beatitudini

Il vangelo di questa domenica ci propone le Beatitudini di Gesù nella redazione dell’evangelista Luca. A differenza di quelle più famose di Matteo, Luca esprime una visione più concreta e perfino sociale. A fronte dell’enunciazione “Beati”, infatti, Gesù dice anche “Guai”.

È sempre difficile identificare a chi sono rivolte queste parole: “Beati” e “Guai”, perché ci viene facile dire: “Beati noi” e “Guai agli altri”, ma non è così. Dovremmo sentirci profondamente richiamati alla conversione, sapendo che le parole di Gesù mettono in discussione prima di tutto noi stessi, chiunque le ascolti, e poi aprono possibilità nuove di conversione, appunto, e di maggiore fedeltà all’amore di Dio.

Ascoltare il Vangelo deve mettere in crisi il nostro torpore.

Ci sono parole che non possono essere pronunciate impunemente, alcune di queste sono: “deportazioni di massa”. Tale espressione ci riporta a un mondo che speravamo volentieri di esserci lasciato alle spalle. Un cristiano che sente Gesù pronunciare “Beati” e “Guai” non può non sentire rivolto a sé il monito: “Guai a voi, ricchi… Guai a voi, che ora siete sazi… Guai a voi che ora ridete…”

Non è un caso che ascoltiamo queste parole nel giorno del nostro santo patrono, un martire, che ha dato la vita per difendere la fede e il Vangelo.

Propongo, allora, di ascoltare insieme attentamente le parole che papa Francesco ha scritto nella sua Lettera ai vescovi americani del 11/02/2025, pubblicata sull’Osservatore Romano e sul sito ufficiale della Santa Sede: www.vatican.va

Il papa cita la dottrina tradizionalissima sui migranti e la dignità umana, promulgata da Pio XII già nel 1952:

«La Famiglia di Nazaret in esilio, Gesù, Maria e Giuseppe, emigranti in Egitto e ivi rifugiati per sottrarsi alle ire di un re empio, sono il modello, l’esempio e la consolazione degli emigranti e dei pellegrini di ogni tempo e di ogni Paese, di tutti i profughi di ogni condizione che, spinti dalla persecuzione o dal bisogno, sono costretti a lasciare la loro patria, l’amata famiglia e i cari amici e recarsi in terra straniera». (n. 2)

Si fa riferimento agli emigranti e pellegrini di ogni tempo e di ogni Paese e a tutti i profughi di ogni condizione.

Poi papa Francesco continua di suo pugno:

«Sto seguendo da vicino la grande crisi che si sta verificando negli Stati Uniti con l’avvio di un programma di deportazioni di massa. La coscienza rettamente formata non può non compiere un giudizio critico ed esprimere il suo dissenso verso qualsiasi misura che tacitamente o esplicitamente identifica lo status illegale di alcuni migranti con la criminalità. Al tempo stesso, bisogna riconoscere il diritto di una nazione a difendersi e a mantenere le comunità al sicuro da coloro che hanno commesso crimini violenti o gravi durante la permanenza nel Paese o prima del loro arrivo. Detto ciò, l’atto di deportare persone che in molti casi hanno abbandonato la propria terra per ragioni di povertà estrema, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, lede la dignità di molti uomini e donne, e di intere famiglie, e li pone in uno stato di particolare vulnerabilità e incapacità di difendersi.» (n. 4)

Qui la frase centrale è quella che dice che lo status illegale di un migrante non può essere immediatamente identificato con la criminalità.

Certamente, chi ascolta la parola del Vangelo: “Beati voi poveri” e “Guai a voi ricchi”, non può sentirsi solidale con l’aristocrazia dei più ricchi del pianeta, quando la loro smodata ricchezza viene usata esplicitamente per gestire il potere e operare una discriminazione selettiva degli indifesi.

Oggi l’Azione Cattolica parrocchiale celebra la festa dell’adesione, seguendo il tema nazionale della “Custodia della memoria”, ricordando l’eccidio di Monte Sole e anche la luminosa testimonianza di don Medardo Barbieri, che era stato anche vice-parroco a S. Maria della Carità, poi prelevato dalle truppe tedesche nella sua parrocchia di Qualto il 28 settembre 1944 e di cui non si è saputo mai più nulla.

Nei decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale ci sono state tante polemiche, in cui si accusava la Chiesa di non avere levato abbastanza la voce contro i regimi totalitari e la persecuzione degli ebrei.

Fra vent’anni nessuno potrà dire che il papa non ha levato la voce quando si torna ad usare senza vergogna l’espressione “deportazioni di massa”, e contro l’uccisione indiscriminata e violenta di decine di migliaia di bambini e bambine a Gaza, e contro l’invasione folle di una guerra in Ucraina che nasconde interessi planetari di tutti coloro che non collaborano alla pace.

Ma qui, in gioco, non c’è solo il papa, bensì ciascuno di noi.

Ogni cristiano che vuole ingaggiare uomini vivi lasciandosi ispirare dalla parola di Gesù (come abbiamo ascoltato nel vangelo di domenica scorsa), deve chiedersi: che mondo vede, Gesù, quando pronuncia le beatitudini? Che umanità posso costruire con lui?

E prontamente darsi da fare per plasmare questa visione.

Don Davide