La vita e i profeti

In questi giorni si celebra in Italia la Giornata per la Vita, istituita inizialmente attorno ai temi della bioetica. L’iniziativa si sta ampliando nella consapevolezza che solo una cultura complessiva della vita può porre le condizioni per prevenire l’aborto, per escludere la necessità dell’eutanasia, per soccorrere il sofferente, il povero e l’indifeso e non lasciare solo nessuno.

La prima lettura e il vangelo mi fanno pensare per contrasto alla drammatica situazione internazionale di questi giorni. Il profeta cerca invano la giustizia e l’umiltà.

Risuona un monito severissimo nei confronti di chi le tradisce sistematicamente e dei potenti, in modo particolare.

A chi commette iniquità e usa la menzogna come arma di confusione di massa, Dio ricorda che ci sarà un giorno dell’ira del Signore (Sof 2,3).

Non siamo abituati a confrontarci con questa parola, ma c’è: fa parte della storia della salvezza, bilancia il Mistero dell’Iniquità in atto (2Ts 2,7).

Il peccato non è quando mangi carne il venerdì di Quaresima o sbagli un inchino nella celebrazione solenne, ma quando deturpi l’umanità di cui Gesù si è fatto fratello.

Vuoi la Groenlandia o il Donbass, Hong Kong o Taipei, Gaza o la Cisgiordania; costruisci le armi nucleari mentre affami la gente; usi i migranti come ricatto; costringi le bambine a sposarsi; uccidi gli studenti che protestano; violi i più fondamentali diritti umani; giustifichi chi uccide a sangue freddo; sfrutti i poveri e le risorse del pianeta; non ridistribuisci la ricchezza: per un mistero della storia che non so spiegare, qui lo fai senza poterlo fare, ma non ci sarà riparo nel giorno dell’ira del Signore.

Rimarranno solo gli umili e i poveri, potranno pascolare senza che alcuno li molesti (Sof 3,13).

Quando nel salmo di oggi (Sal 145/146) leggiamo che il Signore fedele rende giustizia, sfama i poveri, libera gli oppressi, ama i giusti, protegge i forestieri e sconvolge le vie dei malvagi, queste non sono parole edificanti, sono parole vere. È quanto afferma la mitissima e umile Maria nel Magnificat (Lc 1,46-55).

Che la vendetta appartenga a Dio è un dato della nostra fede.

Le Beatitudini sono un manifesto profetico di questa “vendetta”. Il Signore può chiamare queste persone “beati”, perché cambierà radicalmente la loro condizione.

Quando ascoltiamo queste parole, però, nessun cristiano dovrebbe dire: “Io sono giusto, l’altro è il cattivo. Io vedo bene, l’altro sbaglia. Io sono nella schiera delle pecore, l’altro dei lupi”.

Ascoltare i profeti e le Beatitudini deve instillare in noi una santa e radicale inquietudine:

deve smascherare il nostro bisogno di conversione, prima di quello degli altri. Deve aiutarmi a chiedere: dove devo cambiare, per essere giusto? Quali inerzie devo scrollarmi di dosso per operare la pace? Cosa devo purificare in me? Chi devo consolare? Chi devo perdonare? Come mi avvicino alla verità?

Oggi è anche la giornata diocesana del seminario, che vuol dire – inevitabilmente – pensare alla vocazione dei preti. “Considerate la vostra chiamata, fratelli e sorelle” (1Cor 1,26) dice l’apostolo.

L’indefinitezza è il tratto che caratterizza il ministero del prete oggi. Non c’è più una fisionomia specifica del ruolo del ministero ordinato: ogni giorno può essere necessario fare il prete social o l’asceta, il mistico o quello che ripara la caldaia, l’adulto che va al centro anziani o il ragazzino che fa i balletti con i bimbi, preoccuparsi di fare quadrare i conti e dire la messa della solennità, gestire l’autorità e poi inginocchiarti per l’adorazione eucaristica. Il tutto senza dimenticare la preghiera e lo studio e senza trascurare di aggiornarsi, altrimenti i giovani ti considerano “boomer” o “cringe” se sono meno indulgenti.

Tutto sommato, il criterio di Dio è sempre quello di lavorare con una pasta non perfettamente adeguata (cf. I lett.), per confondere i criteri del mondo (1Cor 1,27). Io su questo “non adeguato” mi sento “adeguato”.

Trovo consolante però che l’unica cosa che conta sia l’essere “in Cristo”:

che non significa doversi impegnare particolarmente dal lato nostro, ma riconoscere quello che ha fatto Gesù: “grazie a lui noi siamo in lui” (1Cor 1,30). È lui che ci pone in questo bellissimo e solido fondamento che è l’essere fratelli e sorelle nella fede e, insieme, nella Chiesa. Questa è la cornice, tutto quello che ne segue è sviluppo e commento.

Don Davide