Una scena mozzafiato
Lettera aperta quasi alla fine dell’anno liturgico
C’è un versetto da infarto nel vangelo di questa domenica, quando il terzo protagonista della parabola mette il tesoro che gli è stato consegnato in una buca e lo sotterra.
Se lo immagini interpretato da un bravo attore, in un film al cinema, sul grande schermo, dove potresti cogliere l’atmosfera, i movimenti impercettibili e le emozioni disegnate sul volto, è una scena mozzafiato, ma nel senso da fare paura.
Vorrei farti notare che il racconto della parabola (anche se la versione liturgica ha tolto una parola) inizia così: “Avverrà infatti…”. Questo esempio di Gesù esplicita l’insegnamento della parabola delle vergini. Là la vigilanza era l’impegno di imparare ad amare per andare incontro allo sposo. Qui, i talenti, prima di essere doni specifici come l’essere intelligenti o l’essere bravi in uno sport, sono un simbolo dell’amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori per opera dello Spirito Santo che ci è stato donato.

Ecco allora, la nostra scena terribile: questo uomo seppellisce il suo amore, quello ricevuto e quello che avrebbe da dare e, così facendo, in realtà seppellisce se stesso. Decidendo di non amare decide di morire.
Decidendo di non amare giungerà alla conclusione di non essere stato mai amato, fin dall’inizio: “Ecco qui il tuo talento” dirà alla fine della storia al suo padrone. Come se dicesse: “Io non ho niente da darti, riprenditi ciò che è tuo e che non è mai stato mio.” È la stessa posizione del figlio maggiore nella famosa parabola: “Tu non mi hai mai dato un capretto per fare festa con i miei amici…”
Ma non vero! Nella parabola raccontata da Gesù non c’è nessuna intenzione di riflettere su un’eventuale ingiustizia da parte di Dio che amerebbe qualcuno più di qualcun altro. Semmai è tutto il contrario. La storia si concentra sul fatto che tutti, da qualsiasi posizione partano, hanno la possibilità di ricevere la stessa ricompensa, facendo esperienza dei doni del Signore: “Prendi parte alla gioia del tuo Signore” viene detto a entrambi i primi due, nello stesso modo, indipendentemente dal fatto che uno abbia altri cinque talenti e l’altro altri due. Anzi, c’è una corrispondenza fra cinque dati e cinque ottenuti; due dati, due ottenuti. Nulla di più!
Allo stesso modo, il Padre misericordioso dell’altra parabola svelerà come stanno le cose veramente: “Tutto ciò che è mio è tuo!”.
Perciò – ecco la lettera aperta – chiunque tu sia: non sotterrare il tuo amore! Non morire in anticipo. Tu hai l’amore di Dio. Qualunque sia stata la tua storia nell’infanzia, nella giovinezza o nella tua vita attuale, da Dio tu sei amato/a e tu puoi amare.
Ama. Sii generoso. Se devi amare, corri anche qualche rischio come un saggio investitore: per l’amore ne vale la pena. È un bel modo per portare a conclusione il bilancio di un anno, non credi?
Il testo ci racconta che quel servo si è sotterrato “per paura”. Prova a non ascoltare le tue paure: le paure sono come un fantasma di fumo che si condensa sempre di più, ma se tu gli corri incontri si dissipa in un istante. Prova ad ascoltare, invece, la voce del Signore che ti dice: “Non temere! Non avere paura! Sei invitato alla festa della vita! Non sottrarti!”.
Tutto ciò che è di Dio e di Gesù, è anche tuo. Sì, Gesù ha messo il suo cuore nel tuo perché tu possa amare come lui. Non rimanere come il servo pauroso con il soldino in mano. Non rimanere come il fratello maggiore sulla soglia.
Davvero, per le tue paure non vorrai fare quel passo?
Non entrerai?!
Don Davide
Queste vergini hanno tutte delle lampade ossia, partono tutte con la stessa dotazione per andare incontro allo sposo della parabola. Però, non tutte prendono l’olio, che è sempre a disposizione di tutte loro. Appare dunque evidente che la differenza tra le stolte e le sapienti non è su ciò che sono o ciò che hanno, ma su ciò che scelgono di fare, sulla propria volitività, sulla determinazioni delle azioni possibili. Possono essere del regno nuovo se agiscono e se lo fanno con sapienza. Non manca nulla a nessuno. La buona notizia è per tutti: recepire l’invito alle nozze significa essere pronti ad agire. Il vangelo non è un salotto, buono o cattivo che sia, è invece prendersi cura di sé per vivere pienamente le nozze con il Risorto.


Sento il bisogno di richiamare soprattutto i genitori di questi 80 bambini. È necessario che qualcuno si senta interpellato a dare la propria disponibilità per fare il catechista. Non può essere sempre e solo un problema degli altri, che si prendono l’impegno di “tenere mio/a figlio/a”. Ciascuno genitore si deve chiedere: “E io? Perché non io?”.

Padre Marella, infatti, ha per così dire iniziato la sua carriera da santo proprio attraverso l’educazione dei ragazzi e dei giovani. Era un antesignano e un profeta. Credeva fermamente nella formazione della coscienza, nel suo primato e – di conseguenza – nella libertà personale, quando ancora prevaleva l’idea che i giovani dovessero solo obbedire. Pensate cosa avrebbe potuto rappresentare questo – se fosse stato preso ancora più sul serio – di fronte ai drammi della Prima e della Seconda Guerra Mondiale! Per rimanere fedele a questi principi che insegnava e testimoniava ha accettato di pagare di persona, ingiustamente, per sedici anni.
