Speranza

Al centro dell’esistenza cristiana

La festa dei Santi e il ricordo dei defunti ci portano a fissare lo sguardo su ciò che è più essenziale e distintivo della vita di discepoli di Gesù: la speranza cristiana.

La speranza non è ottimismo o autoconvincimento. La speranza cristiana è un rapporto con la realtà, fondato sulla consapevolezza che il tempo presente è sempre caratterizzato da difficoltà e affanni, che possiamo affrontare mantenendo la serenità sapendo che c’è un traguardo di pace.

Speriamo per abitare il mondo con una luce.

Nella speranza il nemico più radicale di tutti è la morte. La morte ci fa paura per due motivi: per la sofferenza che spesso la precede, per l’idea che finisca tutto.

Non ci sono risposte persuasive a queste paure, se non la maturazione interiore che può avvenire in ciascuno di noi.

La prima di queste paure si affronta con la compagnia, la vicinanza, la possibilità di non essere soli. Dobbiamo quindi, a nostra volta, fare il possibile perché nessuno soffra da solo e che tutti possano affrontare il passaggio con qualcuno che tenga loro la mano.

La seconda di queste paure si affronta fondandosi sulla speranza. Prima di noi c’è stata vita, segnata da affetti che riconosciamo come i nostri avi, dopo di noi ci sarà vita, segnata da quegli affetti con cui abbiamo costruito relazioni famigliari e di amicizia.

La vita ci precede e ci supera.

Ogni tanto penso alla mia bisnonna e al mio nonno paterno, che non ho conosciuto, ma che sento come persone di famiglia, non estranei. In altre occasioni immagino come guarderebbero le cose che accadono, quelle che faccio, le persone più care che ho dovuto già salutare e mi rassereno, certo che sono rincuorati dal vedere che la vita di coloro che hanno amato va avanti.

Infine, c’è un altro particolare. Santi e beati insieme con le persone care defunte vivono l’incontro con Gesù, nella sua forma più vera e definitiva.

Ho scommesso tutta la mia vita su questo incontro,

che vivo quotidianamente nello Spirito del Risorto, ma che attendo in tutta la sua pienezza. Non posso che rallegrarmi nel saperli in questa felice compagnia.

Don Davide




Tra le consolazioni

“Io li riporterò tra le consolazioni…” (Ger 31 – I lett.)

Il principio della Pasqua – il riscatto, la consolazione – attraversa profeticamente tutta la Bibbia, anche l’Antico Testamento, e si realizza compiutamente nel Nuovo con la resurrezione di Gesù.

Come non sentire vere queste parole della prima lettura, di fronte alle esperienze dolorose che il nostro quartiere, la nostra città, le parrocchie della diocesi e tutta la regione hanno attraversato con le recenti alluvioni?

C’è stata un’esperienza di pianto, ci sarà un’esperienza di consolazione.

A patto che decidiamo di vedere, che vogliamo fermamente essere liberati da quella cecità del cuore e della mente, per cui non vediamo i rischi, non sentiamo il pericolo che corrono le persone e non abbiamo l’intelligenza di un rapporto corretto con l’ambiente.

Ancora la prima lettura, ci ricorda che ci sono “fiumi ricchi di acqua” e che sono una cosa buona: i fiumi e l’acqua da sempre sono decisivi per la vita delle persone e dell’ecosistema. È la nostra cecità a trasformarli in strumenti di devastazione e morte.

Con la tecnologia, gli strumenti, le competenze ingegneristiche e soprattutto la ricchezza che abbiamo in Italia, dobbiamo abbandonare ogni scusa, aprire gli occhi, vedere la nostra responsabilità e agire sul nostro dovere.

Questo è anche uno dei modi di rispondere alla chiamata alla santità, oggi. Solo se saremo testimoni di una promessa di vita che si costruisce a partire da qui – dalla vita che ci è donata e dal mondo che ci è affidato – potremo essere testimoni luminosi di una vita che ci sovrasta per abbondanza e pienezza, e che ci attende.

Aprire gli occhi per vedere l’invisibile.

Quando accolgo le mie responsabilità e provo di vivere la mia vocazione all’amore e al servizio, anche delle urgenze, allora la cortina che divide il passaggio fra il di qua e la luce che si irradia dall’altrove si fa più trasparente e possiamo intravedere qualcosa.

Ci saranno consolazioni.

Io so che riabbraccerò la mia mamma e tornerò a parlare di cose liete con mio papà. So che racconterò alle tante persone della parrocchia quello che è accaduto qui, dopo che loro se ne sono andate.

È la Pasqua di Gesù, che è sempre all’opera per chiamarci all’amore, per farci diventare santi e per metterci al servizio, anche quando è concreto e urgente come in questi giorni.

Don Davide




L’amore che riempie il mondo

La parrocchia, la zona pastorale, la missione nel mondo: questa domenica fa dilatare il nostro cammino comunitario. Non c’è, infatti, solo la vita della parrocchia; siamo anche convocati all’assemblea della zona; e poi – in occasione della Giornata Mondiale Missionaria – siamo invitati a pregare per tutte le persone che in ogni parte del mondo portano l’annuncio del vangelo, testimoniano la fede e la speranza e condividono la carità nel nome di Gesù.

Quando osserviamo il globo intero con occhi umani, forse, siamo portati a concentrarci su ciò che non va bene. Ciò che fa notizia, infatti, sono le guerre, le tensioni internazionali, la crisi climatica, le scaramucce politiche, le dinamiche del capitalismo e la finanza.

La fede ci fa guardare con occhi diversi.

Dice il salmo: “dell’amore del Signore è piena la terra”. Ed è proprio vero!

Basta guardare qualcuno dei video preparati per la Giornata Missionaria Mondiale Fondazione Missio – YouTube che ci mostrano la presenza e l’opera dei missionari ai crocicchi del mondo. In ogni angolo, anche il più sperduto della terra, c’è l’amore del Signore, che non fa notizia né rumore, come una foresta che cresce, rispetto a un albero che cade.

È la Chiesa che mi piace, di cui sono orgoglioso.

È la Chiesa che tutti possiamo incarnare, anche ai nostri crocicchi, tra via S. Felice e via della Grada, tra via Riva Reno e Via Calori: “basta” scegliere di offrire la propria vita come servitore, e non come potente.

È una scelta di campo: su questa decisione, le parole di Gesù non lasciano ambiguità: “Tra voi non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore”, e se per caso ci venisse il dubbio che Gesù, in fondo, volesse esagerare, lui rincara la dose: “E chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”.

Ok, Gesù, sei stato chiaro.

Sembra difficile da fare paura… ma in realtà, a pensarci bene, è il modo di cambiare il nostro sguardo, di accorgersi della parte luminosa del mondo e di sentire su di noi – come dice il salmo – l’amore di Dio che ci fa da scudo.

Don Davide




Due tesori diversi

Più dei racconti della chiamata dei primi discepoli, più delle grandi conversioni, il Vangelo di oggi ci fa ammirare la chiamata di Gesù a ciascuno di noi: “Vieni, e seguimi”.
Fermiamoci un attimo: blocchiamo pensieri, distrazioni e preoccupazioni.
Concentriamoci su questo:

conosco Gesù, lo sento come un buon amico

– forse, una guida – lo tengo presente nella mia vita.

Pensa a Gesù e alla tua famiglia. Pensa a Gesù e alle tue figlie, ai tuoi figli. Pensa al tuo amore. Pensa al tuo lavoro, la tua responsabilità, le tue passioni.
Tu dai credito alla persona di Gesù e a quanto hai potuto conoscere di lui.
È buono: che cosa significa la bontà, per te?

Il Vangelo dell’uomo ricco, che se ne va via triste perché aveva molti beni, ci sembra difficilissimo. Ci pare che sia inevitabile per tutti finire così. Possiamo forse consolarci dicendo: “Beh, certo, io non posso essere il protagonista di queste grandi storie del Vangelo. Ci è riuscito Sant’Antonio, il Grande. Ci è riuscito San Francesco, il Serafico. Ma io?!”

E invece questa parola stupenda di Gesù: “Vieni e seguimi!” è vicinissima. È possibile.

La differenza fra l’impossibile e il possibile, tra una favola troppo esigente e una sorpresa che mi coinvolge, non è il “tesoro”, ma è “nel cielo”.
“Avrai un tesoro in cielo” dice Gesù: “Vieni e seguimi, e avrai un tesoro in cielo”.

Suvvia! Il tesoro che sta nel cielo non possono esser certo le ricchezze materiali! Quelle servono per custodire la propria famiglia e le persone che amiamo, per non essere schiacciati dalle preoccupazioni, per condividere e per lasciare qualcosa di buono in questo mondo. “Servono”, appunto: sono al servizio di qualcosa di molto più importante. Mai e poi mai potranno essere il nostro tesoro!

Se pensi invece a tutto l’impegno che hai messo per le persone che ami, al desiderio di vivere bene le tue responsabilità e gli incarichi, al rispetto della vita che hai cercato di perseguire e insegnare, alla sofferenza insopportabile che hai sperato di alleviare almeno un po’ ai poveri e ai sofferenti, e a ogni sforzo, anche piccolissimo, per essere custode e artefice della pace… allora capisci perfettamente che questo è il tuo vero tesoro, come in terra, così in cielo.

Tutto ciò accade mentre segui Gesù e sempre di più perché lo segui.

Perché dovresti andartene triste, lasciare tutto, quando invece potresti sentire la gioia sapendo che lui è con te?

Segui Gesù, e quel tesoro che hai sulla terra diventerà sempre più relazionale e affettivo, e sarà anche il tuo tesoro nel cielo.

Don Davide




Come in una foto di montagna

Nell’atto supremo di Dio di superare l’indifferenziazione e di mettere l’essere umano in relazione, lui – il Creatore – stabilisce un movimento. La relazione viene creata dal lato (la famosa “costola”), ma è pensata e voluta da Dio per essere frontale (quello che viene tradotto correttamente “un aiuto che gli corrispondesse” ho una dimensione di frontalità: “un aiuto che gli stia di fronte”).

Quando le cose vanno bene, insieme, si inizia che ci si sente accanto ed è una bella sensazione. Ci si sente vicini nel cammino, si va nella stessa direzione. Sembra tutto perfetto: cosa volere di più?

La sapienza biblica suggerisce che, da quella posizione, dobbiamo raggiungere una postura frontale.

Guardarsi negli occhi, infatti, è più difficile: può essere più intimo, ma anche più imbarazzante. Può farci sentire ancora più vicini, ma anche smascherare tutte le nostre vulnerabilità.

Poi l’immagine di camminare uno di fronte all’altro è contro-intuitiva. Ci vorrebbe un atto di fiducia, di uno che si lascia guidare senza vedere dove mette i piedi, e sarebbe necessario darsi il cambio, ogni tanto, o alla guida o nella direzione.

Infine, una persona che mi sta di fronte io la posso vedere meglio. Posso accorgermi se piange, anche quando cerca di trattenere le lacrime; leggo le sue emozioni sul volto e sperimento che è un essere altro da me, a cui non posso passare sopra, che non posso assimilare.

Tutte queste cose, stando solo di fianco, non le sperimento, anche se inizialmente sembra una posizione bellissima.

Così mi sento di invitare le coppie di tutte le età ad esercitarsi a stare di fronte e a capire cosa significa creare quello spazio tra noi che ci separa e allo stesso tempo ci unisce, permettendoci di vivere come soggetti e di stare in una dimensione di vera comunione.

Allo stesso modo, esorto tutti noi (me compreso) a camminare a fianco delle persone, come Gesù con i discepoli di Emmaus, ma poi anche di fare il movimento di giungere in posizione frontale, di guardarci negli occhi, di riconoscerci, ringraziarci, accettarci, fidarci e valorizzarci, magari anche di sedere a tavola in uno di quei piccoli tavoli da osteria, in cui si sta di fronte e si parla fitti fitti, come immagino abbia fatto Gesù, ad Emmaus, entrato in casa con i suoi amici.

Mi auguro che nella nostra comunità sappiamo camminare di fianco per arrivare di fronte,

riconoscere i nostri volti e capire che è bello guardare l’orizzonte aperto, ma in questo caso, è più bello se in quest’orizzonte ci sei anche tu, come in una foto ricordo in montagna.

Don Davide




Scrivo a voi

Dopo la “Letterina pastorale” di domenica scorsa, scrivo a voi, catechiste, educatrici e educatori dei gruppi, coordinatrici e coordinatori del gruppo giovani.

Oggi la comunità vi affida il “Mandato”: non ne avreste bisogno, perché lo avete già in virtù del vostro Battesimo. Avete risposto a una chiamata personale non di don Davide, non della parrocchia, ma di Gesù stesso che gradisce avervi in questo servizio.

Tuttavia, celebrando questo “Mandato”, la comunità esprime in realtà un gesto di gratitudine: riconosce il vostro impegno, rende grazie per il vostro servizio, prega affinché possiate farlo con letizia e semplicità di cuore, e si impegna a starvi accanto perché possiate farlo con dignità e bene.

Il “Mandato” quindi, non serve tanto a voi, quanto piuttosto a noi

– a tutta la comunità – per valorizzare quello che fate.

Spesso, in questo ultimo periodo, mi sono fermato a considerare la preziosità del vostro gesto collettivo, o – come direbbero preferibilmente Chiara e Ilaria – “di squadra”. L’essenza di questo gesto è la testimonianza di Gesù risorto, la trasmissione della fede.

In ogni pensiero, azione e sorriso rivolti ai bimbi; in ogni ascolto dei ragazzi e dei giovani,

in ogni battuta con loro, in ogni complicità, siamo portati a quell’istante in cui Maria Maddalena si è sentita chiamata per nome e ha capito che chi le stava parlando al cuore non era uno straniero, ma Gesù, Gesù risorto, ed è andata a dirlo ai discepoli, che a loro volta l’hanno detto agli amici, che l’hanno detto al popolo.

Così la fede, in mille modi misteriosi, è arrivata fino a noi.

Questa trasmissione ci educa a una gratuità e a una larghezza di cuore stupenda. Spesso non sappiamo neanche noi quale traccia lasciamo nella vita delle persone, ma non conta: sappiamo che questo tesoro è conservato in cielo.

Perciò mi permetto di affidare a ciascuna e ciascuno di voi due consigli, ispirati alle parole di Paolo ai Colossesi (3,23-24): “Qualunque cosa facciate, fatela di cuore, come per il Signore e non per gli uomini. Servite a Cristo Signore”.

Fatela di cuore: cioè, metteteci la vostra autenticità e la vostra sensibilità, non ripetete formule o metodi, ma abbiate slancio e passione, entusiasmo e creatività. E se sentite che non riuscite più a farlo “di cuore”, parliamone: può darsi che ci sia qualche problema da risolvere o qualche cosa da correggere insieme, oppure che siete semplicemente stanche/i e basta un po’ di riposo.

Poi fatela per il Signore, non per gli uomini: pensate di mettere il meglio di voi stessi per lui. Con le persone, anche con le migliori intenzioni, ci può essere qualche malinteso, qualche incomprensione e qualche fatica. Gesù non delude, è garbato, ci incoraggia, sa l’impegno che ci mettete ed è pronto a darvi sempre la carica.

Servire a lui, a Gesù, è lo zelo che non ci fa stancare, è l’amore che non ci rende servili, è l’energia che ci ricarica, è la cosa più importante e soddisfacente di quello che facciamo.

A questo punto, non avreste nemmeno bisogno del nostro grazie, perché siete concentrati su Gesù… ma noi ve lo diciamo lo stesso:

Grazie per quello che fate, soprattutto perché mettete le vostre energie per la trasmissione della fede tra le nuove generazioni.

Don Davide




Essere casa

Ospite la speranza

“Anche voi venite edificati come pietre vive, per un edificio spirituale” (1Pt 2,5)

Oggi voglio scrivervi una lettera pastorale, un messaggio personale, cioè, in cui espongo quali sono i riferimenti per il cammino di questo anno. Siccome prevedo di essere preso in giro da chi dirà che “studio da vescovo”, allora dichiaro che questa, in realtà, è una cosa più umile, è una “letterina”: una letterina pastorale, ecco.

Sapete che da più di un anno la nostra chiesa di S. Maria della Carità è in restauro. Era partito come una ristrutturazione esclusivamente strutturale dei danni causati dal terremoto del 2012, ma in corso d’opera ci si è resi conto che non poteva essere così, quindi si è trasformato in un intervento molto importante, non totale, ma quasi.

Sento, perciò, che questo processo non può rimanere una cosa limitata all’intervento dei tecnici, dell’impresa, del parroco, della segreteria e di chi ci aiuta per la gestione concreta.

Sono convinto che il restauro della chiesa, e la sua restituzione alla parrocchia, al quartiere e alla città deve essere un’impresa di tutta la comunità,

un traguardo verso cui ci sentiamo partecipi senza nessuna esclusione.

Voglio dare a questo anno pastorale il tema di “Essere casa”,

perché tutti dobbiamo sentirci partecipi di questa casa, come dice la citazione che ho messo all’inizio, infatti, ognuno di noi è una pietra viva, che viene costruita per un edificio spirituale.

All’edificio di mattoni, deve corrispondere la ri-costruzione del nostro edificio spirituale,

anch’esso in restauro dopo gli anni del Covid, dopo altri due anni in cui non abbiamo avuto gli spazi della chiesa principale, per ritornare a essere una comunità ospitale per tutti.

La speranza deve essere ospitata in questa casa o, meglio, deve essere ospitata, ma anche padrona di casa, perché il prossimo anno siamo invitati, attraverso il Giubileo, a essere “Pellegrini di speranza”. Il pellegrinaggio è un cammino pieno di fede che ha una meta, e questa meta, per noi, è proprio la bellezza di poter tornare a celebrare nella nostra chiesa principale come una comunità ricostituita.

Il nostro Vescovo, infine, ci invita a concentrare l’impegno pastorale sulla formazione alla vita e alla fede degli adulti e credo che il nostro modo di concretizzare questo mandato sia proprio quello di essere pietre vive.

Dobbiamo aiutarci ad esserlo e sentirne la responsabilità: pietre vive e partecipi, pietre che hanno un cuore di carne e non un cuore di pietra.

E tu che pietra sei in questa comunità?

Ci mettiamo quindi in cammino col desiderio di accogliere questi suggerimenti e di essere una comunità partecipe e attiva in questo anno pastorale.

Don Davide




Appuntamento all’alba

«…e dopo tre giorni, risorgere». Gesù faceva questo discorso apertamente. (Gv 8,31-32)

Nel vangelo esigente di questa domenica, ci si concentra spesso sull’annuncio della Passione di Gesù e su quell’invito difficilissimo a «rinnegare se stessi» (Mc 8,34). Ma ci sono alcune sfumature, che ci aiutano ad avere un altro sguardo, luminoso. Gesù insegna che «Il Figlio dell’Uomo doveva soffrire» (Mc 8,31). «Doveva»: vuole dire che la passione di Gesù, insieme a tutte le nostre croci, fanno purtroppo parte della storia ferita dell’umanità. Non è volontà di Dio, ma Dio sa che gli uomini sono inclini a farsi del male e a fare del male, basta guardare la storia delle guerre, che da sempre insanguinano il mondo.

Ogni passione è raccolta nella Passione di Gesù. Quindi, ogni passione è destinata alla resurrezione.

Non dobbiamo mai dimenticarci di questa nota di Gesù: «e dopo tre giorni risorgere». Lui fa questo discorso apertamente, perché siamo sempre testimoni del passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà, dal peccato alla grazia, dalla sofferenza al riscatto.

La Creazione è impressa nello stampo della Pasqua

Per dare speranza alle notti, Gesù ci fa guardare le albe delle resurrezioni.

Penso, ad esempio, alla scuola e all’università che ripartono. Quante cose belle si preparano?! Quali passaggi compiranno gli e le studenti? Quali traguardi raggiungeranno?

Penso alle sofferenze che andranno affrontate, per essere trasfigurate e continuare ad affermare il dono e la gratitudine per la vita. Quante pasque ci attendono?

«Rinnegare se stessi» non significa mortificare l’esistenza.

Al contrario, è il dono abilitante di Gesù, che ci dà la forza di opporci alle inclinazioni mortifere e di essere portatori di vita.

In questo anno pastorale, chiediamo la grazia di vivere così: uomini e donne che si danno appuntamento per guardare l’alba insieme e svegliare l’aurora (cf. Sal 108,3), un’aurora del colore della speranza.

Don Davide




Nascita

Maria della Carità, Maria della Grada…

La nostra comunità ha necessariamente a che fare con Maria, e in una maniera tenera e sorprendente. Come si dice in gergo tecnico, infatti, la “titolare” della chiesa della Carità è l’Immacolata, ossia S. Maria della Carità si celebra l’8 dicembre. Invece la “titolare” della chiesa della Grada è la Natività di Maria, ossia la Beata Vergine della Grada si celebra l’8 settembre.

Dal concepimento di Maria alla sua nascita, questo periodo speciale per le coppie che diventano genitori e unico per ogni mamma abbraccia la nostra comunità, nel simbolo delle sue chiese.

Penso a quando in una famiglia si comunica l’attesa di un figlio:

all’inizio si dice alle persone più vicine, quelle davvero intime. Poi si divulga la notizia e una comunità allargata viene coinvolta in questo tempo sospeso, pieno di trepidazione, che addolcisce tutti.

In questa domenica, quindi, celebriamo la Nascita di Maria e la festa della chiesina della Grada.

Quando nasce una bimba, tutto viene adattato ai ritmi di questa nuova vita.

Cresce infinitamente il senso della responsabilità, la dedizione, il sacrificio. Quando ci si vuole bene, la cerchia famigliare aiuta, si rende presente, non manca occasione di offrire la propria presenza con la piccola. Allo stesso modo,

la nascita di Maria ci invita ad adattare i nostri ritmi alla compagnia di questa sorellina,

che è anche una ragazza, una donna, un’amica e una madre per tutti noi. Adattare i ritmi alla sua presenza in mezzo a noi, pregarla, sentire la responsabilità che ci chiede, la dedizione alla carità che scaturisce dal rapporto con lei, lo spirito di sacrificio in favore della comunità. Oppure, semplicemente, stare un po’ con lei, come si fa quando c’è una piccolina che cattura l’attenzione e si gode beati della sua presenza.

Anche per questo, abbiamo la possibilità di pregare un po’ di più davanti a lei.

In questo anno pastorale, a partire dalla fine di settembre, sposteremo la messa del lunedì alla sera, alle 19, preceduta come anche il giovedì, dal rosario e dai vespri. Per il martedì e il mercoledì stiamo pensando ad alcuni momenti, per tenere aperta la chiesa. Il primo venerdì del mese c’è l’adorazione.

Invito tutti, ma proprio tutti e tutte, a organizzarsi per cogliere ogni tanto l’occasione di pregare in uno di questi momenti.

Per ciascuno il più adatto, ognuno secondo le sue disponibilità di tempo. Anche ai giovani dico: educatevi a pregare, date spazio a questa dimensione dello spirito!

Quest’estate ho passato qualche giorno in compagnia di una famiglia dove c’era una bimba piccola. Le ragazze più giovani, appena sveglie, andavano a cercarla e ogni momento era buono per coccolarla e giocare un po’ con lei.

“Una sorella piccola noi abbiamo” (Ct 8,8):

festeggiamo il compleanno di Maria sentendo la forza di attrazione che esercita su di noi, la sua dolcezza che ci modella, ci plasma e ci trasforma rendendo più lieve l’impegno e più gioioso il tempo passato insieme.

Don Davide




Esterno ed interno

L’inizio di un lungo viaggio

La ripresa dopo le vacanze estive è un vero inizio. Non si tratta dell’anno solare, né di quello liturgico, eppure da settembre all’estate successiva è il periodo in cui si fanno i progetti e si pensano le attività pastorali. Così ci troviamo, in maniera più forte che in qualunque altra situazione, di fronte a un tempo che ci interpella e a nuove sfide.

Questo arco avrà un momento di importanza straordinaria l’8 giugno 2025, data in cui abbiamo chiesto la disponibilità al Cardinale Arcivescovo Matteo Zuppi per venire a inaugurare la Chiesa di S. Maria della Carità, restaurata. Abbiamo fissato la data, perché l’agenda del vescovo, come potete immaginare, va bloccata con larghissimo anticipo e speriamo di potere mantenere la scadenza. Se dovesse accadere qualche rallentamento nei lavori, allora la sposteremo realisticamente a dopo l’estate. In ogni caso, quello sarà l’appuntamento focale di tutto il nostro anno pastorale, del nostro cammino, delle nostre disposizioni spirituali.

Le letture di questa domenica sono perfette per entrare in questo percorso.

Il restauro della Chiesa di S. Maria della Carità, con lavori così importanti, deve essere il simbolo di una comunità spirituale, non di mattoni, che accoglie la grazia di essere rinnovata dallo Spirito del Signore.

Volesse il cielo che si possa dire della nostra parrocchia che osserva e mette in pratica il Vangelo, come testimonianza della saggezza e dell’intelligenza cristiana! (Cf. I lett. Dt 4,6)

Mi auguro proprio che, guardandoci indietro fra un anno, potremo dire che siamo stati generati dalla sua parola di verità, che avremo accolto con docilità (cf. II lett. Gc 1,18.21).

Desideriamo essere di quelli che mettono in pratica il Vangelo,

non soltanto ascoltatori, in modo da non illudere noi stessi (cf. II lett. Gc 1,21-22).

La preghiera per accogliere e realizzare il Vangelo e lasciarci trasformare da esso è in fondo una supplica perché ci sia corrispondenza tra la bellezza esteriore e quella interiore; perché ci sia una purezza religiosa alleata con l’autenticità della vita; perché il lavorio spirituale si manifesti in una vita concreta di carità e di grazia.

Gesù ci ammonisce di non purificare solo l’esterno e che saremmo ingenui, facendo solo così.

Guai a noi, quindi, se facessimo tornare allo splendore la nostra chiesa, senza sentire un imperativo coerente a rinnovare noi stessi, la nostra comunità, la nostra parrocchia! (cf. Vg.)

Supplichiamo che il chiarore che illuminerà la nostra chiesa, con il nuovo impianto, possa corrispondere allo Spirito che avrà illuminato il nostro intimo, e che così possiamo essere degni, con gratitudine e responsabilità, di ogni buon regalo e di ogni dono perfetto che il Padre ci vuole dare, lui che è il creatore della luce. (II lett. Gc 1,17).

Don Davide