Cerco proprio te: facciamo trovare

Il cosiddetto mese missionario di ottobre nasce dall’intuizione di Papa Pio XI, che nel 1926 istituì la Giornata Missionaria Mondiale per risvegliare la consapevolezza evangelizzatrice di tutti i battezzati. L’intento, ieri come oggi, è sostenere spiritualmente e materialmente l’opera di annuncio del Vangelo nel mondo intero.

In sintonia la missione della Chiesa, la nostra comunità vivrà la Missione popolare Cerco proprio te.

Saranno giorni di preghiera, ascolto di testimonianze e condivisione, pensati per rinnovare le nostre abitudini quotidiane e migliorare sempre più la nostra relazione personale con Gesù.

Dal 1926 la comprensione della missione di ogni cristiano si è evoluta profondamente.

Il Concilio Vaticano II (Ad Gentes) ha ribadito che la Chiesa è missionaria per sua stessa natura, in quanto trae origine dalla missione del Figlio e dello Spirito Santo secondo il disegno del Padre.

Ciascuno in forza del Battesimo è missionario, nessuno escluso.

Paolo VI (Evangelii Nuntiandi) ha posto la testimonianza di vita al cuore della missione, sottolineando che l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, valorizzando la promozione umana.
Giovanni Paolo II (Redemptoris Missio) ha individuato i nuovi “areopaghi” della modernità quali nuovi luoghi prioritari in cui la Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo con metodi e linguaggi rinnovati. Una grande sfida sempre più attuale.
Benedetto XVI ha messo in luce il “cortile dei gentili” e il “continente digitale” come nuovi spazi d’incontro e di dialogo con chi non crede.
Papa Francesco (Evangelii Gaudium) ha poi promosso la visione di una “Chiesa tutta in uscita” per raggiungere le periferie esistenziali e geografiche della storia con la gioia, la vicinanza e la misericordia del Vangelo.

Da questa brevissima rassegna scopriamo che tutti i documenti ribadiscono che il fondamento di questo slancio non risiede in un generico attivismo, ma affonda le radici direttamente nell’amore di Dio: Dio che è perfetta comunione, relazione d’amore e continuo dono di sé.

Attraverso il Battesimo riceviamo una immensa responsabilità co-creativa e concreta, chiamati a plasmare la storia secondo il Vangelo.

La terra di missione non coincide più solo con geografie lontane, ma si gioca nel tessuto quotidiano e nelle relazioni della nostra parrocchia a partire dal proprio personale incontro con il Risorto.
La missione contemporanea è essenzialmente costruzione di legami.

Una parrocchia evangelizza davvero quando smette di essere un circolo chiuso

e si trasforma in una rete di relazioni autentiche, capace di accoglienza e di uscita verso le solitudini del quartiere grazie al contributo di tutti.
Non si tratta di “fare cose”, ma di evangelizzare per attrazione, attraverso la cura reale che abbiamo gli uni per gli altri, dai più piccoli ai più grandi, come uno dei modi di fare comunità.

La prossima settimana di Missione popolare Cerco proprio te è laboratorio spirituale e pastorale in cui riscoprire la bellezza dei legami autentici.

È un’occasione imperdibile per tutti e tutte nella nostra comunità. LASCIAMOCI TROVARE E METTIAMOCI IN GIOCO CON CORAGGIO. Ravvivare oggi lo slancio missionario significa provare a rendere le nostre relazioni più vere, libere e accoglienti così da diventare un segno visibile dell’amore di Dio nel nostro quartiere, lasciando trasparire il volto di una Chiesa viva, che cerca sinceramente di accompagnare ogni persona che lo desidera, con gioia e speranza.

Francesco Paolo Monaco




Nella vigna, adesso

Dopo averci ricordato che il Signore chiama nella sua vigna ad ogni ora, anche quando è passata la prima opportunità, il vangelo di oggi conferma che c’è sempre l’occasione di “lavorare” per lui, anche se in un primo momento abbiamo mancato di slancio.

C’è un padre che chiede a due figli di andare a lavorare nella vigna. Uno risponde di no, e poi ci va. L’altro dice sì, e poi resta a casa.

Gesù non lascia molto tempo per scegliere da che parte stare: la domanda retorica che rivolge ai capi dei sacerdoti è stringente «chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Anche loro, che pure cercavano ogni scusa per non seguirlo, rispondono senza esitare: il primo.

È un insegnamento scomodo, perché non premia le buone intenzioni né condanna chi all’inizio sbaglia strada.

La parabola premia chi, alla fine, si è mosso, e sposta l’attenzione sulla durata.

Ci sono tante parole giuste che diciamo – in chiesa, tra noi, dentro di noi – e che restano parole. E ci sono gesti che nascono da un rifiuto, da una fatica, da un «non ne ho voglia» che poi si scioglie e diventa un passo fatto davvero.

L’insegnamento di Gesù si rivela così consolante anche per molti di noi, che dopo il primo entusiasmo giovanile si sono un po’ allontanati dalla vita in Cristo, poi – magari con il matrimonio, o con il battesimo dei figli, con il catechismo, perché qualcuno li ha chiamati a un servizio – si sono ritrovati nella vigna del Signore con convinzione.

In questi giorni la nostra comunità riprende i suoi ritmi: i gruppi, la catechesi, gli incontri, i tanti piccoli servizi che tengono viva una parrocchia. In questa domenica, in modo particolare, c’è il mandato delle catechiste e degli educatori, e la ripartenza dei gruppi ACR e Giovanissimi. È facile, a settembre, dire di sì a tutto con entusiasmo, e poi lasciare che l’inverno raffreddi le intenzioni.

La parabola di oggi, che sembra porre tutta l’attenzione al primo momento, in realtà ci chiede di essere fedeli nel tempo.

Ci chiede di stare davvero nella vigna, anche quando la voglia era passata, anche quando il primo slancio si è affievolito. È in quel momento che si fa la differenza.

Questo vale anche per la Missione popolare.

Può darsi che all’inizio qualcuno di noi non fosse del tutto convinto, che fossimo reticenti nell’aprire le nostre case all’ospitalità. Poi forse la parola di Dio ha lavorato nel cuore e ha fatto capolino la disponibilità a dire di sì, la voglia di buttarci anche noi.

Paolo, nella lettera ai Filippesi, indica la misura di questo andare: «abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù», che non si è tenuto stretto il suo posto ma si è fatto obbediente, umile, fino in fondo.

Non è una spiritualità dell’eroismo, ma del servizio.

Chi lavora nella vigna non lo fa per apparire, ma perché c’è un padre che aspetta, e una vigna che senza mani non produce nulla.

Ezechiele, a modo suo, dice la stessa cosa da un altro lato: nessuno è condannato per sempre al proprio primo no, e nessuno può accontentarsi del proprio primo sì. Si può sempre ricominciare a camminare verso il bene, e si può sempre – per stanchezza, per abitudine – smettere di farlo.

Conta oggi, non ieri.

Ne abbiamo un esempio luminoso nei tre martiri che vengono beatificati in cattedrale. Essi hanno detto un sì iniziale che non solo è durato nel tempo, ma è anche cresciuto in forza e in amore donato.

Santi Martiri,
donateci la capacità di rimanere al servizio del Signore
con entusiasmo,
fino alla fine.

Perciò, la domanda di questa settimana è semplice e non lo è: dove sono, oggi, le mie mani? Nella vigna, o solo nelle mie buone intenzioni? Vi auguro, e mi auguro, di essere tra quelli che – indipendentemente dalla prima risposta – alla fine hanno scelto di servire il Signore.

Don Davide




Non è mai troppo tardi

La stessa chiamata di Dio

Il vangelo di questa domenica (Mt 20,1-16) racconta di un padrone che esce a ogni ora del giorno — all’alba, a mezzogiorno, perfino alle cinque del pomeriggio — per chiamare operai nella sua vigna. E li paga tutti allo stesso modo, scompaginando la nostra idea di giustizia. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri”, dice il Signore per bocca del profeta Isaia (Is 55,8): è la logica sorprendente di un Dio che non misura, ma dona.

Questa domenica la nostra comunità vive concretamente questa pagina di vangelo. Alla messa delle 11.30 battezziamo Niccolò: un bambino chiamato nella vigna del Signore fin dalla prima ora della sua vita, prima ancora di poter fare o meritare alcunché. È il ritratto più chiaro della gratuità di Dio.

Nella stessa messa benediciamo anche gli zaini dei bambini e dei ragazzi che in questi giorni ricominciano la scuola: un gesto semplice, che riflette ancora una volta il vangelo. Siete chiamati anche voi, in un’altra vigna, alla vostra ora del giorno.

Non conta l’ora in cui si comincia. Conta rispondere, quando si viene chiamati.

Nel pomeriggio, poi, tanti ministranti si ritroveranno in Cattedrale per la Giornata diocesana a loro dedicata: anche loro, come Matteo di cui abbiamo fatto memoria pochi giorni fa, sono chiamati a servire all’altare, a un’ora che a qualcuno sembra presto e a qualcun altro tardi — ma che per Dio è sempre quella giusta.

San Paolo, nella seconda lettura, scrive ai Filippesi: “Per me il vivere è Cristo” (Fil 1,20c-24). È questo il segreto di chi ha capito di essere stato chiamato: non contare le ore già lavorate, ma vivere ogni ora — la prima, la mezzana, l’ultima — come dono e come risposta.

Tutto ciò vale anche per la Missione popolare. Ne abbiamo avuto un bellissimo assaggio in questa settimana. Ma ci saranno “altre ore” in cui lasciarsi coinvolgere. Se non l’avete fatto in questi giorni, potrete farlo ancora, già da adesso, e la grazia sarà abbondante per tutti.

Buona domenica, care amiche e cari amici. Che questa settimana, qualunque sia l’ora della vita in cui vi trovate, possiate sentire ancora la voce di chi vi chiama nella sua vigna.

Don Davide




Il dono del Signore e il dono di sè

Ricominciamenti e appuntamenti importanti

Settembre è il mese dei ricominciamenti e tutte le persone che ho ascoltato in questo periodo sono colpite dall’impegno che chiede la ripartenza di tutte le attività o dei ritmi di lavoro consueti.

Ci sono tante cose da fare e tante responsabilità, poco tempo e le forze non bastano mai. Perciò, corriamo.

Sento un vero e proprio dovere di soccorrere questa fatica:

il proposito di costruire uno stile pastorale che dà sollievo ed energia, e che nei nostri incontri personali sappiamo essere premurosi, delicati e rispettosi.

Insieme a questa considerazione, cominciamo a prendere atto che il vescovo ci invita a riflettere quest’anno sul “Pane”. L’anno scorso abbiamo sostato sulla “Parola”. “Parola” e “Pane” sono le due mense dell’Eucaristia, il nutrimento che viene servito alla tavola di Gesù, come un primo e secondo piatto gustosi, di cui il dolce è poi la riscoperta della comunità.

In questo giorno in cui celebro il mio 23° anniversario di ordinazione, medito su queste due istanze (venire incontro alle fatiche e il dono dell’Eucaristia) a partire proprio dal valore del ministero presbiterale.

In che cosa consiste la bellezza di essere prete?

Anche se certamente non sono le uniche, oggi affermo due cose.

La prima è la possibilità di ammirare le persone che fanno della loro vita un dono. È una meraviglia non nel senso di una sorpresa che non ci si aspetterebbe, ma per la luce che il dono di sé di ogni persona emana. La dedizione alla famiglia, la responsabilità sul lavoro, la passione educativa, l’impegno nello studio, lo zelo per il vangelo, il volontariato, il servizio con i più piccoli, le mille attenzioni degli uni verso gli altri quando ci sono difficoltà di salute, momenti in salita e afflizioni, sono tutte manifestazioni che una persona sta donando la propria vita. Questo dono di sé in molteplici forme, spesso nascosto, merita tanto rispetto, riconoscimento e riconoscenza.

In secondo luogo, ringrazio per la bellezza di poter celebrare l’Eucaristia, momento in cui ci nutriamo vicendevolmente alle sorgenti che dissetano la fede e alimentano la vita vera. L’Eucaristia è proprio il simbolo che le cose si fanno insieme, perché non sarebbe possibile celebrare l’Eucaristia da solo, pure essendo prete. Secondo me questo è uno dei più grandi insegnamenti di questo dono del Signore: solo avvicinandoci gli uni altri possiamo anche stringerci a lui. Inoltre, in una bella reciprocità, sperimentiamo che è solo il dono del Signore che sostiene il dono di sé.

Quest’anno ci sarà la Missione popolare nella nostra parrocchia.

Già da questa settimana i missionari ci daranno un assaggio di quello che faremo nei prossimi giorni. Ancora mi auguro che questa esperienza ci aiuti ad essere più attenti elle reciproche fatiche del vivere e a cogliere l’inestimabile bellezza di essere radunati dall’Eucaristia in una comunità in cui proviamo a volerci bene.

Don Davide




Ricominciare… con spirito missionario

Settembre, come di consueto, segna per molti il tempo della ripresa. Anche la nostra Comunità parrocchiale si rimette in cammino: nelle prossime settimane ci saranno diversi appuntamenti che accompagneranno l’inizio del nuovo anno pastorale. Li segnaleremo progressivamente, perché ciascuno possa sentirsi coinvolto e trovare il proprio passo dentro questo nuovo tratto di vita comunitaria.

Anche dal punto di vista liturgico, questo mese accompagna il nostro ricominciare con quattro feste significative.

Le proponiamo come brevi soste spirituali: occasioni semplici da custodire in agenda e da lasciar parlare alla vita personale, familiare e comunitaria.

L’8 settembre è la festa della Natività della B. V. Maria e solennità della B. V. della Grada, quindi festa patronale nella chiesina di S. Valentino. In Maria contempliamo l’icona della cooperazione umana all’iniziativa divina: Dio non si impone, ma attende il “sì” dell’uomo per farsi vicino e abitare la nostra storia. La vita di Maria ci ricorda che l’ospitalità data a Dio è sempre generativa: apre spazi di incontro, ricompone i riferimenti interiori e può sostenere, anche concretamente, la ripresa della quotidianità.

L’Esaltazione della Santa Croce, il 14 settembre, ci riconduce al centro della vita cristiana. Quel legno non è il segno di una sconfitta né soltanto l’esito di una sentenza ingiusta: è il luogo in cui Gesù dona se stesso “per sempre” e apre una sorgente di amore disarmato e universale, offerto a tutti. La Croce di Cristo, più che diventare il vessillo di una parte, insegna al cristiano la parte in cui stare nella storia: dalla parte di chi serve, di chi dona la vita, di chi custodisce le ferite e vive la testimonianza senza proselitismi aggressivi.

Il 21 settembre è la festa di san Matteo, apostolo ed evangelista. Matteo è un pubblicano: un collaboratore degli occupanti romani, un uomo considerato impuro e lontano. La sua chiamata mostra che la missione di Gesù non si rivolge a una cerchia di “giusti”, ma sa varcare i confini delle esclusioni sociali e religiose. Per noi diventa un invito a entrare nelle periferie delle esistenze, a dialogare con la cultura secolare e a riconoscere anzitutto la dignità della persona, prima del suo passato.

I Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele (29 settembre), in passato, godevano di feste separate per ognuno e in relazione ai propri specifici carismi; in diversi luoghi si conservano ancora tradizioni molto particolari. La custodia di ciò che è giusto (Michele), l’annuncio della Parola che si fa carne (Gabriele) e l’accompagnamento terapeutico nel viaggio della vita (Raffaele) sono le dimensioni principali della memoria che vogliamo fare nostra e per le quali chiediamo di essere accompagnati in questo inizio d’anno pastorale.

Queste feste, poste all’inizio dell’anno pastorale, possono aiutarci a riprendere il cammino con uno sguardo più evangelico.

Ci prepariamo in questo mese a vivere con partecipazione ed entusiasmo anche la Missione popolare di ottobre.

Disponibili come Maria, radicati nell’amore che sgorga dalla Croce e dalla resurrezione del Cristo, sostenuti dall’esempio di Gesù con Matteo verso chi sembra ‘lontano’ e accompagnati dalla discreta presenza degli angeli. Sarà un modo semplice per ricominciare non solo organizzando attività, ma lasciandoci rinnovare dal Signore nel cuore della vita quotidiana.

Francesco Paolo Monaco




Scorgere, cercare e riconoscere

L’esperienza di Dio e la felicità sono due cose preziosissime che bisogna scorgere, oppure cercare, oppure discernere.

Alcune volte si presentano come un dono inatteso e sorprendente; altre volte giungono alla fine di una lunga e faticosa ricerca, altre ancora sono l’esito di una vigilanza nel discernere – nelle cose della vita – il bene dal male e rimanere sulla strada del bene.

In ogni caso, bisogna allenare lo sguardo, ed essere pronti a cogliere il balenare di Dio nel terreno del mondo, tra il mercanteggiare della società contemporanea, o nelle scelte che dobbiamo fare.

Il mese di agosto, che conserva il fascino dell’estate piena, il miraggio del riposo e il significato tanto desiderato di vacanza, può essere un tempo in cui allenare abbondantemente questo sguardo.

Si tratterà di vedere la gratuità delle cose che accadono e di goderne serenamente. Oppure potrà essere l’occasione per tornare ad allenarsi nella via dello Spirito, per riconoscere le azioni di Dio nella vita di ogni giorno. Infine, di allenare il gusto del bene, tutte le volte che potremo goderne.

Vivere così, significa vivere saggiamente,

cioè accumulare una sapienza che favorisce l’esperienza della vita come fondata, bella e piena di senso.

Il Signore tende le sue parole, nelle parabole, come un arco, per permetterci di andare oltre a quello che appare, e scoprire i tesori che lui sempre prepara per noi.

Don Davide




Corpus Domini

Il tempo di Pasqua si è concluso da poco, ma sappiamo che il Cristo, Crocifisso e Risorto è sempre accanto a noi, ed ecco che la Liturgia ci propone le Solennità del Signore: domenica scorsa la Santissima Trinità e oggi il Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, pane vivo disceso dal cielo.

Celebriamo quindi il sacramento dell’Eucaristia, istituito da Gesù nel momento in cui l’amore verso di noi ha raggiunto il massimo, donando tutto se stesso. Donandosi entra in noi trasforma il pane in sé, per trasformare noi in Lui, fa si che lo sentiamo partecipe della nostra vita. Non dobbiamo affannarci a cercarlo, è Lui che ci ha trovati, dobbiamo solo essere sinceramente disposti ad accoglierlo.

Nella prima lettura Mosè parla al popolo: “ricordati….. e penso che lo stia dicendo anche a noi che non abbiamo attraversato il deserto per quaranta anni, ma che abbiamo tanti motivi per riflettere su quanto ha fatto il Signore per noi, sulle volte che ci ha preso per mano nelle scelte difficili o ci ha consolato nei momenti più duri della nostra vita. Il Signore potrebbe dirci: “ti ricordi quella volta che eri tanto preoccupato per……Io me la ricordo bene, c’ero li con te”

Come ci dice San Paolo nella seconda lettura il pane e il vino sono comunione col corpo e sangue di Cristo, ma dato che vi è un solo pane anche noi siamo membra di un solo corpo, una comunità unita intorno a Cristo. Il Concilio Vaticano II insegna che «col sacramento del pane eucaristico viene rappresentata ed effettuata l’unità dei fedeli, che costituiscono un solo corpo in Cristo. Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo, che è la luce del mondo: da Lui veniamo, per mezzo suo viviamo, a Lui siamo diretti» (Lumen gentium, 3). È tempo che la comunità dei credenti sia tangibile, reale, che non si limiti a una simpatica formalità, ma che sia in grado di condividere col prossimo, cominciando da chi ci è più vicino, le attenzioni, le preoccupazioni, gli aiuti concreti per chi ne ha bisogno.

Se siamo un unico Corpo quando ci scambiamo un segno di pace guardiamoci negli occhi perché abbiamo bisogno di vedere e di essere visti; facciamoci sfuggire un sorriso, quante volte abbiamo bisogno di ricevere e di dare un sorriso? Dobbiamo imparare a volerci bene, a chiedere scusa se ci scappa la pazienza, a desiderare la pace e a lavorare per portarla nei nostri cuori perché solo così potremo essere contagiosi, dei costruttori di pace credibili. Ricordiamoci di ringraziare sempre il Signore per i doni che ci fa, per esempio questa mattina ci siamo svegliati e siamo tutti qui, grazie Gesù.

Mi piace quando don Davide nel saluto all’inizio della Messa dice: “il Signore, che guida i nostri cuori nell’amore e nella pazienza di Cristo, sia con tutti voi” trovo che sia molto consolante sapere che Gesù è paziente con noi.

Paolo Nipoti




Un crescendo di festa

Il periodo dopo Pasqua termina con grandi momenti: dopo l’Ascensione abbiamo vissuto Pentecoste, domenica prossima la Santissima Trinità e quella successiva la festa del Corpus Domini. È come se la Chiesa volesse farci vivere un crescendo generato dalla Risurrezione di Gesù: come se volesse donarci significati e contenuti, quasi di provviste per affrontare il lungo periodo ordinario fino all’inizio dell’Avvento.
Sono momenti importanti e difficili da comprendere appieno per noi semplici credenti, ma ugualmente dobbiamo cercare di affinare la nostra fede nel tentativo di entrare in questi misteri.

Il concetto di Trinità è senza dubbio impossibile da comprendere utilizzando la sola intelligenza: occorre passare ad un registro diverso, un registro di Fede e di accettazione dei nostri limiti nell’abbandono all’amore di Dio nostro Padre, di Gesù che sentiamo maestro ed anche fratello e dello Spirito Santo che è sempre al nostro fianco nelle nostre scelte e nelle nostre difficoltà col suo sostegno costante.
Questa figura, in realtà, è più facile da avvicinare se pensiamo a noi stessi (che peraltro siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Dio).

Ciascuno di noi è un essere complesso che presenta molti aspetti: abbiamo un lavoro, siamo inseriti in una famiglia con vari ruoli, in un contesto di comunità con diversi incarichi, ci spendiamo per attività nelle quali crediamo e che sono le più importanti per noi senza che siano remunerate. Quindi ogni giorno rivestiamo ruoli diversi attivando diverse nostre capacità, i famosi “carismi”. Come donna ad esempio posso essere mamma, sorella, amica, moglie ecc… Ogni ambito attiva in me diverse sensibilità, abilità e competenze.

La Trinità è un Padre che ci ama senza condizioni, che ci attende come il Padre della parabola per offrirci il suo perdono quando ancora siamo lontani; un amore che noi umani possiamo rintracciare nell’amore che ci hanno offerto i nostri genitori, un amore che ci custodisce senza perderci mai di vista, che ci mette al centro e del quale non dobbiamo dubitare mai.

La Trinità è un Figlio che si è fatto uomo per noi, per condividere le nostre fatiche, i nostri affanni, le nostre sofferenze fino alla più dura, la morte. Un figlio che ha obbedito e che, pur patendo come uomo, si è fidato della volontà del Padre per mostrarci la vittoria sulla morte e per assicurarci la vita eterna.

La Trinità, infine, è lo Spirito Santo: un mistero che frequentato ed invocato diventa un motore per la nostra vita, un “accelerante” in grado di darci forza, coraggio, sostegno. Giovanni riportando le parole di Gesù ci dice che Il Padre ci darà un altro Paraclito perché rimanga con noi per sempre, lo Spirito della verità.

Questa terza componente della Trinità a volte un po’ trascurata è un grande dono che ci viene fatto e dobbiamo imparare ogni giorno ad invocarlo affinchè illumini la nostra vita e le nostre scelte.

La famosa icona russa di Rublev rappresenta la Trinità con tre angeli uguali ma diversi, volti identici con abiti di colori diversi: oro per la regalità di Dio, rosso per il sacrificio di Gesù, verde simbolo della vita per lo Spirito Santo. Una perfetta rappresentazione del loro essere una cosa sola senza gerarchia, tre aspetti di una sola unità.

Ilaria Riccardi




Pentecoste

Luca negli Atti (Atti 2,1-11) pone teologicamente l’effusione dello Spirito Santo nel giorno in cui gli ebrei festeggiano la consegna da parte di Dio delle tavole della Legge sul Sinai: la Pentecoste, cinquanta giorni dopo la liberazione della schiavitù in Egitto.

I discepoli erano insieme e dal cielo un fragore e un vento impetuoso riempirono la stanza dove si trovarono; lingue come di fuoco si posarono sui presenti. Ricolmi di Spirito Santo iniziarono a parlare in diverse lingue. A ragione, molti commentatori intendono questo evento come il ribaltamento dell’episodio della Torre di Babele (Genesi 11,1-9) dove, al contrario, da un’unica lingua l’umanità iniziò a non comprendersi più per la confusione delle lingue che si generò perché contarono sulla sola propria presunzione. In quel testo gli autori intesero anche provare a spiegare le divisioni che pur nello scopo di raggiungere insieme il cielo, il meglio per la vita del mondo, il genere umano, invece, da allora, si è ritrovato a vivere nelle divisioni perenni e nei conflitti a profusione.

Giovanni nel suo vangelo fa della pneumatologia (il sapere sullo Spirito Santo) un tema diffuso che si compie nella Resurrezione di Gesù, l’ottavo giorno, il giorno della nuova creazione, come dono perenne per gli uomini. Come un soffio leggero, un respiro per il cuore del mondo (Giovanni 20,22).

Dal fragore del vento impetuoso al soffio silenzioso e viceversa, c’è un cammino infinito di estensioni della presenza della vita trinitaria nel mondo e non bastano le immagini dell’universo per rappresentarlo e ne possiamo solo balbettare la presenza per come ne facciamo esperienza.

Da una parte, infatti, ci accorgiamo di una Babele ovunque: in noi stessi nei momenti di confusione in cui navighiamo a vista per le nebbie che circondano le personali incertezze oppure nelle molteplici dinamiche di chiacchiericcio interiore che consumano i nostri giorni tra continue recriminazioni passate e ansie per il futuro. Per non parlare poi della confusione delle lingue nelle nostre relazioni ordinarie dove, non poche volte, ci troviamo in difficoltà per comprendere e/o farci comprendere, talvolta anche in maniera imbarazzante e, spesso,  incredibile, proprio a causa anche di ulteriori commistioni tra difficoltà interiori personali e anche dell’altro interlocutore.

Quanto vorremmo il silenzio o il fragore in quelle situazioni e così invochiamo: manda il tuo Spirito Signore a rinnovare la terra! (Salmo 104,30)

E tu, Signore, vieni e dici: “Pace a voi! Pace a voi!” (Giovanni 20,19). Pace a te, per te, per il tuo mondo interiore. Pace al mondo delle tue relazioni. Eccoti lo Spirito e i suoi doni, perché tu possa trovare pace e possa donare la pace a chi ti sta accanto.

Il dono della pace diventa una missione per noi stessi e per gli altri.

Questa missione, animata dalla forza della Ruach (lo Spirito di Dio) che soffia dove vuole, ci spinge ad uscire dai nostri confini per annunciare la gioia del Risorto. Non è solo un compito, ma un’esigenza vitale: portare il calore del fuoco di Pentecoste, la pienezza della resurrezione in noi, in ogni angolo della terra, trasformando la confusione in comunione e l’isolamento in una fraternità universale aperta a tutti. Oltre l’obbligo della legge, per amore, solo per l’Amore.

Francesco Paolo Monaco




La presenza di Gesù nello Spirito

Nella VI Domenica di Pasqua il Vangelo ci ricorda che la fede non nasce da uno sforzo morale, ma da una relazione viva. Gesù invita i discepoli ad “osservare i suoi comandamenti”, ma non come una prova da superare: è l’amore che rende possibile uno stile di vita nuovo. Quando ci sentiamo amati, cambiamo quasi senza accorgercene; quando ci sappiamo accolti, diventiamo capaci di accogliere. 

Per questo Gesù promette lo Spirito Santo, il Paraclito: non un sostituto, ma la forma nuova della sua presenza. Lo Spirito è Colui che sostiene, consola, difende, illumina. È la forza discreta che ci permette di vivere il Vangelo nelle situazioni concrete della vita: nelle relazioni familiari, nel lavoro, nelle fatiche quotidiane, nelle responsabilità verso la comunità. 

“Non vi lascerò orfani”: questa promessa è il cuore del brano.

Non siamo soli nel cammino della fede, né nelle nostre fragilità. Il Signore non ci chiede di cavarcela da soli, ma ci dona una compagnia che ci precede e ci accompagna. La vita cristiana non è un peso da portare, ma una presenza da accogliere. 

Gesù aggiunge: “Io vivo e voi vivrete”. La sua risurrezione non riguarda solo il passato: è una sorgente che continua ad alimentare la nostra vita. Dove ci sembra di non avere più forze, lo Spirito apre strade nuove; dove ci sembra di non vedere più il bene, lo Spirito ridona luce; dove ci sembra di non riuscire ad amare, lo Spirito ricrea il cuore. 

Infine, Gesù afferma che chi accoglie il suo comandamento dell’amore sperimenta una manifestazione più profonda della sua presenza. Non si tratta di emozioni particolari, ma di una maggiore capacità di riconoscere il Signore nelle persone, negli eventi, nella comunità, nella Parola. 

In questo tempo di Pasqua siamo invitati a lasciarci guidare dallo Spirito: a non vivere da soli, a non affrontare la vita con le nostre sole forze, ma a riconoscere che il Risorto è all’opera in mezzo a noi. La nostra comunità cresce quando ciascuno si lascia trasformare da questa presenza discreta e fedele. 

 Don Davide