Le tentazioni di Gesù e noi

Le tentazioni sono un racconto maestoso, pieno di attualità, introspezione e di spunti per la nostra vita.

Gesù digiuna a lungo: quaranta giorni e notti, alla fine ha fame per forza. Su quel punto è debole, particolarmente vulnerabile.

È solo allora che il tentatore si insinua, come nel giardino di Eden, quando può dare voce alle fatiche e alle paure dell’uomo. Altrimenti, con Gesù non avrebbe scampo.

La prima tentazione suona così: “Visto che sei il Figlio di Dio, fai così… hai fame!”.

Ma non ci sono scorciatoie: sono figlio e vivo della parola del padre, del suo amore di madre.

Non ho bisogno di altro, per vivere.

Quali sono le scorciatoie che vorremmo prendere noi?

La seconda tentazione suona: “Visto che ti affidi tanto a lui, allora, buttati giù. Sei tu che lo dici che puoi avere fiducia! Vediamo se dopo la penserai ancora così…”. Ma Gesù ribatte: non c’è bisogno di mettere alla prova il rapporto con Dio.

La fiducia è data e basta.

Anche in un modo paradossale, noi possiamo affermare: “Anche se non ci esaudisse, noi non smetteremmo di avere fiducia in lui (cf. Dn 3,18).

Mi capita di mettere alla prova la fiducia in Dio, di chiedere un riscontro?

La terza tentazione, infine, suona in questo modo: “È vero, ok. Lui è tuo padre, hai fiducia in Dio e non hai bisogno di metterlo alla prova. Ma io ti posso dare di più: tutto il potere sugli uomini.”

Non è il potere sugli uomini che interessa a Gesù. A lui interessa amare Dio.

Cosa interessa a me? Qual è il tesoro prezioso a cui voglio attaccare il mio cuore?

Possiamo confrontarci con queste domande, per rinnovarci spiritualmente ancora una volta, ancora più veramente.

Don Davide




L’efficacia della fede

Questa domenica ci porta a riflettere sull’efficacia della testimonianza cristiana. 

È un’efficacia che non si misura con i criteri del mondo, con i click su YouTube o i like sui social. Nondimeno è un’efficacia reale, che ambisce a persuadere, a dare sapore e luce. 

Il profeta Isaia è sempre attualissimo, proprio per questo la sua interpretazione chiede di decifrare il contemporaneo. Qual è l’atteggiamento religioso più coerente con il mistero di Dio? Io oggi tradurrei: rifiutare la logica del potere, cercare l’autenticità della propria fede, rivendicare che i cristiani non hanno nemici, soccorrere la solitudine, educare i sentimenti e la vita emotiva. 

Non è tutto, ma è tanto. Uno potrebbe chiedersi: e dov’è l’evangelizzazione, la catechesi, la morale? Non è che queste cose siano escluse… ma il profeta indica gli atteggiamenti attraverso cui una vera esperienza di Dio si manifesta. 

D’altra parte, l’apostolo Paolo ci ricorda come lo stile dell’evangelizzazione non sia quello del mondo. Non si fa solo con i migliori contenuti social o con le più raffinate tecniche di coinvolgimento. 

L’evangelizzazione si fa mostrando concretamente l’amore del Dio crocifisso e l’opera dello Spirito che agisce nelle vite di tutti, senza dimenticare nessuno. 

C’è luce che deve splendere e sale che deve dare sapore. 

La sapienza cristiana ha i mezzi per raccontare che si può vivere in maniera luminosa e non opaca, e che la vita può essere buona e saporita, non insipida. 

Sta a noi tirare fuori questo tesoro. 

Penso realmente che dovremmo individuare i punti deboli della nostra epoca, le ferite, forse anche gli errori, ma senza giudicarli, piuttosto invece cercando di mostrare come le cose potrebbero essere più belle e migliori. Come si possono rafforzare i punti deboli? Come ci possiamo prendere cura delle ferite, come novelli buoni samaritani? Come ci si può risollevare dagli errori, e non commetterne più? Qual è la “bella notizia” che si potrebbe raccontare? 

Lì forse torneremmo a vedere all’opera, non senza sorpresa, la potenza di Dio. 

Don Davide




La vita e i profeti

In questi giorni si celebra in Italia la Giornata per la Vita, istituita inizialmente attorno ai temi della bioetica. L’iniziativa si sta ampliando nella consapevolezza che solo una cultura complessiva della vita può porre le condizioni per prevenire l’aborto, per escludere la necessità dell’eutanasia, per soccorrere il sofferente, il povero e l’indifeso e non lasciare solo nessuno.

La prima lettura e il vangelo mi fanno pensare per contrasto alla drammatica situazione internazionale di questi giorni. Il profeta cerca invano la giustizia e l’umiltà.

Risuona un monito severissimo nei confronti di chi le tradisce sistematicamente e dei potenti, in modo particolare.

A chi commette iniquità e usa la menzogna come arma di confusione di massa, Dio ricorda che ci sarà un giorno dell’ira del Signore (Sof 2,3).

Non siamo abituati a confrontarci con questa parola, ma c’è: fa parte della storia della salvezza, bilancia il Mistero dell’Iniquità in atto (2Ts 2,7).

Il peccato non è quando mangi carne il venerdì di Quaresima o sbagli un inchino nella celebrazione solenne, ma quando deturpi l’umanità di cui Gesù si è fatto fratello.

Vuoi la Groenlandia o il Donbass, Hong Kong o Taipei, Gaza o la Cisgiordania; costruisci le armi nucleari mentre affami la gente; usi i migranti come ricatto; costringi le bambine a sposarsi; uccidi gli studenti che protestano; violi i più fondamentali diritti umani; giustifichi chi uccide a sangue freddo; sfrutti i poveri e le risorse del pianeta; non ridistribuisci la ricchezza: per un mistero della storia che non so spiegare, qui lo fai senza poterlo fare, ma non ci sarà riparo nel giorno dell’ira del Signore.

Rimarranno solo gli umili e i poveri, potranno pascolare senza che alcuno li molesti (Sof 3,13).

Quando nel salmo di oggi (Sal 145/146) leggiamo che il Signore fedele rende giustizia, sfama i poveri, libera gli oppressi, ama i giusti, protegge i forestieri e sconvolge le vie dei malvagi, queste non sono parole edificanti, sono parole vere. È quanto afferma la mitissima e umile Maria nel Magnificat (Lc 1,46-55).

Che la vendetta appartenga a Dio è un dato della nostra fede.

Le Beatitudini sono un manifesto profetico di questa “vendetta”. Il Signore può chiamare queste persone “beati”, perché cambierà radicalmente la loro condizione.

Quando ascoltiamo queste parole, però, nessun cristiano dovrebbe dire: “Io sono giusto, l’altro è il cattivo. Io vedo bene, l’altro sbaglia. Io sono nella schiera delle pecore, l’altro dei lupi”.

Ascoltare i profeti e le Beatitudini deve instillare in noi una santa e radicale inquietudine:

deve smascherare il nostro bisogno di conversione, prima di quello degli altri. Deve aiutarmi a chiedere: dove devo cambiare, per essere giusto? Quali inerzie devo scrollarmi di dosso per operare la pace? Cosa devo purificare in me? Chi devo consolare? Chi devo perdonare? Come mi avvicino alla verità?

Oggi è anche la giornata diocesana del seminario, che vuol dire – inevitabilmente – pensare alla vocazione dei preti. “Considerate la vostra chiamata, fratelli e sorelle” (1Cor 1,26) dice l’apostolo.

L’indefinitezza è il tratto che caratterizza il ministero del prete oggi. Non c’è più una fisionomia specifica del ruolo del ministero ordinato: ogni giorno può essere necessario fare il prete social o l’asceta, il mistico o quello che ripara la caldaia, l’adulto che va al centro anziani o il ragazzino che fa i balletti con i bimbi, preoccuparsi di fare quadrare i conti e dire la messa della solennità, gestire l’autorità e poi inginocchiarti per l’adorazione eucaristica. Il tutto senza dimenticare la preghiera e lo studio e senza trascurare di aggiornarsi, altrimenti i giovani ti considerano “boomer” o “cringe” se sono meno indulgenti.

Tutto sommato, il criterio di Dio è sempre quello di lavorare con una pasta non perfettamente adeguata (cf. I lett.), per confondere i criteri del mondo (1Cor 1,27). Io su questo “non adeguato” mi sento “adeguato”.

Trovo consolante però che l’unica cosa che conta sia l’essere “in Cristo”:

che non significa doversi impegnare particolarmente dal lato nostro, ma riconoscere quello che ha fatto Gesù: “grazie a lui noi siamo in lui” (1Cor 1,30). È lui che ci pone in questo bellissimo e solido fondamento che è l’essere fratelli e sorelle nella fede e, insieme, nella Chiesa. Questa è la cornice, tutto quello che ne segue è sviluppo e commento.

Don Davide




La luce della Parola

La luce che rischiara le tenebre è sempre a nostra disposizione, perché noi abbiamo tra le mani la Parola di Dio.

Non è un fatto da dare per scontato, perché per un lungo tempo della vita della chiesa la Sacra Scrittura non era così facilmente accessibile ai fedeli. Dal Concilio Vaticano II in poi, invece, la possibilità che la guida della Parola di Dio accompagni la vita spirituale dei cristiani e una notevole sapienza acquisita in questa dimensione sono stati i cambiamenti più significativi che hanno rinnovato l’esperienza ecclesiale.

La Parola di Dio scritta e letta personalmente o nell’assemblea, ma sempre nella comunione ecclesiale, colma la distanza tra noi e Gesù e ci permette di ascoltare la sua voce e quella del Padre, che sono come un accordo intonato e perfettamente armonico.

La luce della Parola è in grado di rischiarare una geopolitica che sembra sguazzare nelle tenebre, se solo qualcuno ascoltasse il messaggio di liberazione e l’opzione in favore degli oppressi che ne deriva. Si capirebbe che la voce di Dio risuona come salvezza per chi cerca la giustizia, non per chi sceglie sfacciatamente di avere più potere, più privilegi e più opportunità a scapito degli altri.

La luce della Parola ci aiuta a penetrare il mistero della croce di Cristo, mistero incomprensibile a chi lo guarda da fuori, dicendo solo “scendi dalla croce”, ma che si apre a chi cerca di sintonizzarsi realmente con il cuore aperto, ferito e squarciato di Gesù.

La luce della Parola rischiara l’intimo del nostro spirito e della nostra anima, dà chiarezza alle domande profonde che ci abitano, ci fa avere speranza, ci fa desiderare di amare un po’ meglio e ci insegna a farlo.

Infine, ed è la cosa più bella di tutti, la luce della Parola è in realtà un suono dolce e soave: è il suono della voce stessa di Gesù che ci interpella personalmente, che invita proprio noi a costruire un’impresa spirituale con lui, che vuole farci splendere come siamo chiamati a fare.

L’invito di Gesù “vieni!” è la sintesi di tutto il rapporto con la sua parola.

In questa Domenica “della Parola”, perciò, possiamo pregare così:

Fammi sentire la tua voce, Signore Gesù:
la tua parola rivolta a me, la tua chiamata personale
che dà fiducia alla mia vita e la mette in moto.
Con l’animo meravigliato ti risponderò:
“Proprio io Signore?” e tu,
amorevole, mi confermerai: “Vieni.”

Don Davide




Il servizio e la luce

Mentre il mondo pare in balia di una manica di prepotenti, che costringono persino a immaginare come opportuno il riarmo per difendersi, o che obbligano a proteggersi con la forza, a causa dell’abuso smisurato e totalitario del potere, noi – discepoli di Gesù – ci rimettiamo umilmente al seguito del maestro che sa indicare cieli nuovi e terra nuova.

C’è davvero bisogno di lasciarsi condurre da colui che dice: “Ecco io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5), perché quelle che vediamo sono soltanto vecchie.

Il profeta Isaia propone l’immagine del servizio.

Già questa, infatti, è un’indicazione altamente profetica: chi vuole davvero mettersi al servizio? Sento anche in me una radicata resistenza a servire, semplicemente. Compaiono immediatamente nel mio cuore le rivendicazioni, il bisogno di soddisfazioni, la stanchezza. Inoltre noto che “servizio” è una terminologia abusata: ogni autorità parla di sé come “servizio”, mascherando con questa parola l’intenzione di comandare e l’ambizione di non avere limiti al proprio potere.

Ma Dio, che è sempre oltre le nostre prospettive, per mezzo del profeta afferma che è ancora troppo poco indicare il servizio come via per la salvezza.

Bisogna che il servizio diventi effettivamente luce:

che splenda la bellezza del servizio e la chiarezza che è l’unica vera possibilità di invertire il corso autodistruttivo degli eventi fatti dagli uomini.

Che il servizio diventi luce, dunque!

La prospettiva più luminosa dell’esistenza, l’unico modo di concepire la fraternità e la sorellanza, la via per vivere la comunità, la strada maestra e felice per vivere le relazioni d’amore, il custode dell’amicizia.

Per realizzare questo, Giovanni Battista – profeta talmente visionario da essere estraneo in questo mondo – parla dell’immersione nello Spirito Santo, che avviene seguendo la vita di Gesù. Per capire il servizio e fare sì che diventi luce, bisogna fare un bagno nello Spirito Santo: lo Spirito deve avvolgerci sopra e sotto e di lato, deve lavarci e impregnarci, rigenerarci e tonificarci.

Lo Spirito Santo non agisce in maniera astratta e misteriosa:

è la manifestazione e il frutto dell’incontro con il Signore risorto, quindi è tanto più vero ed efficace in noi, quanto più noi viviamo la compagnia di Gesù, lasciamo che le sue parole plasmino i nostri pensieri, ci conformiamo a lui nell’amore e nell’abnegazione.

Ricominciamo il tema ordinario della liturgia, che ci guida proprio in questo cammino: passo dopo passo a seguire Gesù, imparare di nuovo tutto da lui, per essere immersi e rinnovati nello Spirito Santo e fare innamorare tutti della possibilità di mettere la propria vita in un vero e luminoso servizio.

Don Davide