Parole di luce

Le parole di Gesù ci elevano. Sono la bellezza che prima non c’era, una bibita fresca nell’arsura del deserto. Se attorno lo scenario è brutto, meschino e violento, tu non temere – esorta Gesù – continua a guardare la luce del Sole e lascia scorrere attraverso di te l’amore:

l’amore che tutto irradia e conquista.

Applicati metodicamente a mettere in pratica quello che ricordi delle parole del Vangelo, il modo in cui le capisci, quello che ti richiamano e ti ispirano.

Anche se tutto intorno a te rema contro, ad un certo punto invertirai la corrente.

Ti chiederai come sia potuto accadere e capirai di avere attinto alla potenza stessa di Dio.

È lui il re, e inesorabilmente allarga la sua legge in tutto il regno.

Queste parole di Gesù sono l’unica guida possibile per il credente nel mondo contemporaneo.

L’unica firma che può testimoniare la differenza cristiana.

Può sembrare forse un piccolo seme, ma il suo frutto è tantissimo. Quando viene versato nel grembiule, la sua misura è scossa, pigiata, colma e traboccante.

Misurare, infatti, significa usare un criterio, un campione di riferimento. Se il tuo criterio fosse la grettezza, tutto ricondurresti a quello. Ma se il tuo campione di riferimento è l’amore, il servizio, la gentilezza e la pace, tutto sarà modellato sul dono del bene.

Don Davide




Amo la Parola di Dio

Oggi è la Domenica della Parola, domenica in cui Papa Francesco chiede alla Chiesa di considerare il tesoro inestimabile della Parola di Dio.

L’inizio del Vangelo di Luca ci parla di “coloro che furono dall’inizio testimoni oculari e ministri della Parola”. Sulla testimonianza degli apostoli, tutti siamo chiamati ad essere testimoni della resurrezione e a servizio dell’evangelizzazione.

Oggi vengono istituiti ventisei lettori e lettrici nella nostra diocesi, tra cui Ilaria Riccardi e Caterina Tizzano della nostra parrocchia.

Non possiamo che essere contenti, per tutti questi richiami al tesoro della Parola di Dio nella vita della Chiesa. Perciò offro la mia testimonianza, sperando che altri vi si possano riconoscere, sul significato della Parola di Dio nella mia vita.

Amo la Parola di Dio, perché attraverso di essa il Signore mi viene incontro e posso chiacchierare con lui, come con un amico.

Amo la Parola di Dio, perché mi racconta di come Dio si è coinvolto con noi, ed è come un bimbo che ascolta ipnotizzato le storie dei nonni.

Amo la Parola di Dio, perché è una parola rivolta a me, è un libro pensato per me; certo, insieme agli altri, ma ha sempre qualcosa di personale da dirmi.

Amo la Parola di Dio, perché è stato il dono più grande alla mia vita, quando ero ragazzo e avevo bisogno di crescere, di maturare e di strutturarmi.

Amo la Parola di Dio, perché mi racconta storie sorprendenti, parla dei piccoli che diventano grandi, del riscatto dei deboli contro i potenti, e di eroi quotidiani che vorrei imitare.

Amo la Parola di Dio, perché è come la tana del Bianconiglio, un passaggio verso il regno del Padre: un luogo dove le logiche mondane sono invertite, l’amore è la legge, il perdono il criterio, i poveri sono i destinatari della buona notizia.

Amo la Parola di Dio, perché mi sento amato da Gesù, che mi parla in essa.

Amo la Parola di Dio, perché mi insegna ad amare gli altri, e a condividere la gioia di amare e di essere amati.

Amo la Parola di Dio, perché quando ho bisogno illumina il mio cammino, chiarisce il mio discernimento, mi aiuta a correggermi e a essere più vicino alla verità e alla giustizia.

Amo la Parola di Dio, perché è un racconto magnifico e penso sempre che lo Spirito che ispira gli autori è il miglio romanziere della storia.

Amo la Parola di Dio scritta, la mia Bibbia tutta sottolineata e appuntata. Ho sempre pensato che era bello che la mia Bibbia fosse usurata, segno di un corpo a corpo, un’amicizia di lunga data che mi ha accompagnato nelle avventure più belle.

Don Davide




Rinnovati dall’amore di Dio

Perché tutti gli anni celebriamo il Natale?

Perché sentiamo che abbiamo bisogno di essere rinnovati dall’amore. La nostra capacità di amare infatti è debole, anche se vogliamo farla crescere è insidiata in tanti modi, si arrugginisce col tempo e così abbiamo sempre bisogno di essere aiutati a recuperare lo smalto e l’ispirazione.

Il Signore, che è vicino, ci incoraggia a non angustiarci per nulla. Mentre lo scrivo, mi rendo conto quanto sia difficile. Ma proprio per questo più necessario: non angustiarsi e affidarsi al Signore.

Affidarsi è un’arte fatta di gesti pragmatici, che esprimono l’impegno a fare tutto quello che possiamo fare noi, con la fiducia che poi tutto ci verrà in dono dal Signore.

Il suo modo di rinnovarci con il suo amore è molto concreto.

Dalle parole di Giovanni Battista impariamo che è sufficiente esaminare chi siamo e cosa facciamo e valutare quale miglioramento è alla nostra portata.

Sei un esattore? Non estorcere di più. Sei un militare? Puoi decidere di non maltrattare e non abusare dell’assenza del diritto. Hai una cosa che gli altri non hanno? Condividila. Questi sono gli esempi di Giovanni Battista: è facile attualizzarli per noi. Propongo a tutti di fare l’esercizio di applicare questo esempio a se stessi.

Così ci prepariamo e ci affidiamo al Signore, perché completi per noi l’opera che lui stesso ha iniziato.

Don Davide




Da sempre, dentro al presepe

L’Immacolata Concezione ci porta al momento in cui Maria è stata concepita dall’amore dei suoi genitori, e al momento molto prima – nascosto nell’eternità – in cui è stata concepita dall’amore del Padre, come creatura libera e capace di fare spazio al Figlio di Dio.

È bellissima questa festa, che ci fa guardare indietro rispetto alla vita di questa donna. Dalla Maria ragazza nel giorno dell’Annunciazione e poi donna al fianco di Gesù suo figlio, siamo portati a ritroso fino al giorno in cui ha incominciato ad esistere, e poi ancora più in là nel pensiero benevolo di Dio.

Ci consola sapere di questo Dio che ci guarda come una mamma quando la figlia inizia a gattonare, e poi quando muove i primi passi. Questo Dio che segue il nostro percorso molto prima che noi possiamo immaginare, e con una vigilanza che ci precede di gran lunga.

Quando ho iniziato ad esistere io nel pensiero di Dio?

Quando i miei genitori hanno deciso di sposarsi, o prima, quando si sono innamorati?

Oppure quando sono nati i miei nonni?

O ancora prima, in qualche evento che non conosco che già presagiva la mia esistenza?

O sono da sempre nello sguardo del Padre, accanto a suo Figlio, Gesù, mio fratello?

Oggi ci fermiamo di fronte a questa meraviglia. La mia vita, l’esistenza di ciascuno e ciascuna di noi, voluta da Dio lungo un sentiero che si perde alle radici segrete delle montagne, o all’inizio della volta del cielo. 

Il secondo passo dell’Avvento è questo: un tornante che ci fa preparare al momento in cui in Gesù bambino si è manifestata la grazia di Dio e la sua benevolenza. Forse, in sintesi, è proprio vero:

siamo tutti, da sempre, dentro a quella scena della natività.

Don Davide

 




La regola della santità

Oggi che i re del mondo danno spettacolo indegno di sé, invocando il diritto di uccidere, la guerra globale e l’uso delle armi nucleari, chiunque accoglie la verità sa che c’è un altro re, che è re di un potere più vero e che non tramonta mai.

Il potere di ogni re è effimero. Anche nella espressione più alta della propria potenza, oggi si autodistruggerebbe.

Il potere di Gesù, invece, non tramonta mai.

Lui è il re supremo dell’esistenza nell’amore. Chiunque voglia vivere nel suo regno, vive liberamente di questa possibilità. I re del mondo svuotano di potere i loro sudditi. Il re dell’amore trasferisce loro il suo stesso potere.

Questa è la legge del suo regno: la santità si addice alla tua casa.

Noi, quindi, abbiamo potere di fare queste scelte, di vivere secondo questo editto: abitare questo regno, con la libertà di sentirci a casa nostra, senza paura, e soprattutto desiderosi di vivere secondo la legge della santità nell’amore.

Don Davide




L’amore che riempie il mondo

La parrocchia, la zona pastorale, la missione nel mondo: questa domenica fa dilatare il nostro cammino comunitario. Non c’è, infatti, solo la vita della parrocchia; siamo anche convocati all’assemblea della zona; e poi – in occasione della Giornata Mondiale Missionaria – siamo invitati a pregare per tutte le persone che in ogni parte del mondo portano l’annuncio del vangelo, testimoniano la fede e la speranza e condividono la carità nel nome di Gesù.

Quando osserviamo il globo intero con occhi umani, forse, siamo portati a concentrarci su ciò che non va bene. Ciò che fa notizia, infatti, sono le guerre, le tensioni internazionali, la crisi climatica, le scaramucce politiche, le dinamiche del capitalismo e la finanza.

La fede ci fa guardare con occhi diversi.

Dice il salmo: “dell’amore del Signore è piena la terra”. Ed è proprio vero!

Basta guardare qualcuno dei video preparati per la Giornata Missionaria Mondiale Fondazione Missio – YouTube che ci mostrano la presenza e l’opera dei missionari ai crocicchi del mondo. In ogni angolo, anche il più sperduto della terra, c’è l’amore del Signore, che non fa notizia né rumore, come una foresta che cresce, rispetto a un albero che cade.

È la Chiesa che mi piace, di cui sono orgoglioso.

È la Chiesa che tutti possiamo incarnare, anche ai nostri crocicchi, tra via S. Felice e via della Grada, tra via Riva Reno e Via Calori: “basta” scegliere di offrire la propria vita come servitore, e non come potente.

È una scelta di campo: su questa decisione, le parole di Gesù non lasciano ambiguità: “Tra voi non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore”, e se per caso ci venisse il dubbio che Gesù, in fondo, volesse esagerare, lui rincara la dose: “E chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”.

Ok, Gesù, sei stato chiaro.

Sembra difficile da fare paura… ma in realtà, a pensarci bene, è il modo di cambiare il nostro sguardo, di accorgersi della parte luminosa del mondo e di sentire su di noi – come dice il salmo – l’amore di Dio che ci fa da scudo.

Don Davide




Scienza

Le leggi spirituali di tutto ciò che esiste

Comprendiamo il dono della Scienza attraverso un’analogia proprio con la mentalità scientifica.

Il dono della scienza non è quello di Einstein, di Edison, di Cury o di Montalcini. Non è che dopo la Cresima diventiamo tutti scienziati (anche se a qualche studente farebbe bene, per fare meglio i compiti di matematica, di fisica o di biologia) e non basta dire la preghiera allo Spirito Santo per inventare la formula risolutiva della Teoria del Tutto.

Tuttavia, il dono della Scienza, analogamente a quanto accade nel metodo scientifico, ci rende “empirici” nella vita spirituale, cioè capaci di sperimentare. Ossia, ci permette di riconoscere il Signore risorto quando noi, come i discepoli, inizialmente non ci accorgiamo di lui, anche se è davanti al nostro naso. Oppure ci fa vedere l’amore dove è presente e il bene quando accade, e ci aiuta ad avere la giusta misura quando ci lamentiamo ma, se mettessimo sul piatto della bilancia le cose positive e quelle negative, vedremmo che il piatto penderebbe comunque dalla parte del bene.

In termini ancora più precisi, il dono della Scienza è quello che ci aiuta a fare una vera «esperienza» spirituale.

Seguendo le letture di questa domenica, possiamo vedere perfettamente il dono della Scienza dove si manifesta: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone…” (At 10,34). Sto rendendomi conto: se fosse espresso in termini scientifici di oggi, Pietro avrebbe detto: “In base a ripetute osservazioni, ho registrato (o «isolato») questo fenomeno…”

E ancora: “I fedeli si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo” (At 10,45). Ma guarda un po’! Le nostre teorie erano diverse, invece al dato sperimentale, lo Spirito Santo fa poi quel che vuole!

E infine: “Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua, questi che hanno ricevuto come nei lo Spirito Santo?” (At 10,47). In altri termini: se la medicina funziona e non ha effetti collaterali, usiamola!

Rimaniamo ancora più stupiti quando procediamo nell’ascolto della parola di Dio: “Chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7). Qui l’autore della Prima lettera di Giovanni trae non un sillogismo teorico, ma una conseguenza pratica basata sul principio di causa effetto: Dio è amore, se uno ama, è stato generato da Dio e lo conosce (anche se non dovesse conoscerlo ancora «esplicitamente»). Anche questo principio è più incisivo delle teorie e corrisponde più concretamente alla realtà. Come afferma papa Francesco: la realtà è più grande dell’idea (cf. EG).

Infine, come i veri scienziati, che traggono dai loro esperimenti e dalle loro osservazioni una descrizione della realtà: “Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).

Il dono della Scienza ci permette di dire qual è la realtà che conta più di ogni altra: l’amore.

Ancora una volta, come gli scienziati contemporanei riconoscono nella fisica quantistica la trama più profonda della realtà che riesce ad essere osservata (fino ad oggi), una trama per di più “relazionale”, così il dono della Scienza ci aiuta a riconoscere l’amore come la particella elementare, il tessuto di relazioni e la struttura più profonda di tutto ciò che esiste.

Don Davide




San Valentino

Santo dei malati o degli innamorati?

Nel giorno di S. Valentino, nella chiesa dedicata al nostro patrono, preghiamo per gli uni e per gli altri.

Sembra che questo accostamento stoni: non è carino pensare alle tenerezze degli amanti, di fronte alla sofferenza e al dolore; viceversa, pare di voler fare i guastafeste a proporre la preghiera per le persone malate, quando si festeggia la letizia dell’amore.

C’è un versetto nel Cantico dei Cantici, che sembra mettere insieme i due aspetti: “Io sono malata d’amore” dice la donna innamorata (Ct 2,5c).

Nella letteratura l’amore è stato rappresentato come una malattia,

una trappola o qualcosa di insidioso, mai invece la malattia è stata raccontata come qualcosa da amare, se non nella vita di alcuni santi.

Io penso invece che sia opportuno che li teniamo insieme.

Ci aiuta ad apprezzare la grazia dell’amore, soprattutto la freschezza di quello giovanile o lo splendore di quello longevo, senza essere sdolcinati e senza dimenticarci di chi non è così fortunato.

Ci aiuta ad uscire dal vortice della malattia e a educarci a riconoscere le cose belle del mondo, ad essere grati anche per la vita di altri, sfuggendo alla morsa dell’egoismo, ma soprattutto ad imparare ad amare nella malattia.

Amare chi e che cosa, in questo caso?

Amare Gesù, amare la vita, amare le persone che sono importanti per noi, quelle che ci sono vicine e ci assistono, e anche quelle che ci hanno fatto del male, perché nella malattia si relativizzano gli assoluti e si capisce che ci sono cose più importanti nella vita che quella di portare rancore.

Allora in questo ricordo che abbraccia tutti e tutte le sensazioni, dalla felicità e l’entusiasmo fino alla sofferenza e la preoccupazione, vogliamo festeggiare il nostro patrono come comunità unità, comunità che si ricorda gli uni degli altri, che attiva una vicinanza reciproca e la capacità di rallegrarsi con chi gioisce e soffrire con chi è addolorato, proprio come chiede l’inizio della Gaudium et Spes, il documento più importante della Chiesa sul rapporto col mondo contemporaneo.

Da San Valentino impariamo dunque a vivere la fede, l’amore e la speranza con i piedi ben saldi in tutte le esperienze degli uomini e delle donne di oggi, dall’amore al dolore, andata e ritorno.

Don Davide




Vertigine

“Pur essendo nella condizione di Dio
[…] svuotò se stesso,
[…] umiliò se stesso
fino a una morte di croce…” (Fil 2, 6-9).

Impressiona questo antico inno ripreso da San Paolo, perché sembra di essere in una cengia di montagna e guardare giù nel burrone.

Così è il Dio di Gesù Cristo.

Ancora più vertiginosa è la considerazione che l’apostolo collega questo testo – precedentemente tramandato oralmente – non alla pagina principale della sua teologia più complessa, ma in un ambito di riflessioni affabili e di indicazioni quotidiane sui rapporti personali nella vita comunitaria.

In altre parole, sono le relazioni più quotidiane e concrete che ci portano sul bordo vertiginoso del Vangelo.

Vertiginosa è anche l’affermazione di Gesù: “I pubblicani e le prostitute vi passano davanti nel regno di Dio” (Mt 28,30). Il Maestro la dice in faccia ai sacerdoti e ai capi del popolo, dopo avere fatto un esempio del tutto comprensibile. Per tornare alla metafora precedente, è come se Gesù avesse accompagnato i suoi interlocutori attraverso un bel prato verde di montagna, scosceso, e poi svoltata la curva improvvisamente li avesse lasciati lì sopra una cengia degna dell’uscita dalla via ferrata Tommaselli sul Lagazuoi e avesse detto loro:

“Sperimentate l’abisso. Ma contemplate anche la vastità e la bellezza. Questo è il Vangelo di cui io sono profeta.”

Ma perché è così?

Perché proprio queste persone così compromesse ci sorpassano come una Formula 1 sul rettilineo, mentre noi, attoniti, guidiamo la nostra Panda?

Perché costoro sono sempre a contatto, volenti o nolenti, con l’amore spregiudicato e misericordioso di Dio.

Egli, pur essendo nella condizione divina, non considera nessuno indegno di sé, e si abbassa lui, salta nel vuoto pur di offrirgli vicinanza, consolazione, riscatto, condivisione, tenerezza, perdono e salvezza.

Questo fa la differenza. Dovremmo essere sempre consapevoli della bontà misericordiosa del Padre, che si manifesta in Gesù. Sempre sentire il suo amore. Sempre sapere che ci vuole bene e che apre per noi qualche possibilità. Mai pensare che ha chiuso con noi, o che ci considera distanti: lui addirittura scende dal Cielo e raggiunge il punto più basso della terra pur di trovarci e di stare vicino a noi.

Gesù conclude il suo insegnamento dicendo: “Avete viso queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti, così da credergli” (Mt 21,32).

Voglio trasformare quest’ultima considerazione in una preghiera per l’inizio dell’anno pastorale.

Per tutti i gruppi, per le persone che collaborano nella nostra comunità e per quelle che la incontreranno, anche attraverso di noi: che il Signore ci purifichi gli occhi, perché possiamo toccare con mano questo riconoscimento incondizionato e trasformante del Padre, che ci ama e del suo Figlio che ci si fa vicino. Sempre.

Don Davide




Chiamaci, Signore…

Chiamaci sempre, Signore, a lavorare nella tua vigna.

Chiamaci nell’aurora dei nostri entusiasmi: che possano rispondere all’alba dei bisogni.

Chiamaci quando il sole mattutino comincia la sua corsa più raggiante nel cielo. C’è tanto da fare, nessuno si tiri indietro e la vendemmia abbondante procuri una gioia più grande.

Chiamaci ancora, anche se possiamo esserci solo a mezzo servizio, nel mezzogiorno del nostro tempo. Darti quel che possiamo, partecipare di questo invito, ne varrà sempre la pena.

Chiamaci e richiamaci di nuovo, Signore, sempre, anche all’ultimo istante. Ogni persona anela ad essere considerata, valorizzata, stimata. Fa’ che possiamo imparare da te come si fa, tu che sei abituato a darci un esempio, perché come hai fatto tu, possiamo fare anche noi con gli altri: gli amati, i poveri, i piccoli.

Proprio in questo inizio dell’anno, riconosciamo che non c’è tesoro più bello:

essere chiamati a lavorare per te, Signore Gesù, quando risuona la tua parola in nostro favore.

Così, potremo sperimentare con i profeti che hai disegni più grandi, in serbo per noi, di quanto noi stessi possiamo immaginare; e forse un giorno potremo dire come gli apostoli: “Per me vivere è Cristo… non c’è altro guadagno, e altro non potrei mai desiderare.”

Da ultimo ti supplichiamo, Signore: insegnaci a lavorare nella tua vigna, senza invidie, rivendicazioni e fatiche. Tutto sia raccolto nel fatto di avere risposto a una chiamata che tu hai rivolta a ciascuno di noi, e di vedere tanti amici e amiche che fanno lo stesso lavoro sotto lo stesso fresco sole, con l’unico fine di edificare il Regno di Dio e si spandere l’amore.

E ci sia dato, un giorno, dopo avere lavorato nella tua vigna, di riposarci in quell’altra, dove non ci sarà più la morte. Amen.

Don Davide