“Graziosamente”

Lettera aperta

Ci sono alcune parole che rendono migliore la vita.

“Grazie” e il campo semantico ad essa associato è una di queste, uno di quei termini che fanno accadere un miracolo: con qualcosa di pronunciato e sentito nel cuore, l’esistenza propria e degli altri prende luce.

Grazie: della stessa radice di grazia, gratitudine, grato, gratis, grazioso, gradito…

Tutte queste sfumature riflettono i sentimenti che voglio esprimere nei confronti di ciascuno e ciascuna di voi, che avete contribuito alla riapertura della chiesa, avete reso possibile questa impresa e avete partecipato alla festa.

Tutti gli eventi di Shekinà sono stati suggestivi e maestosi, ma in modo particolare la celebrazione con il vescovo ci ha stupiti per la partecipazione debordante, il desiderio di sentire la chiesa come nostra e la volontà di rallegrarci insieme.

Vorrei che sentiste personalmente da parte mia quell’abbraccio che testimonia il nuovo confessionale, o il senso di pace e tenerezza che si prova quando si sosta con calma davanti al Trittico In memoria di me.

E per sperimentare che cosa significa la gratitudine, vi invito a fermarvi appena dentro alla porta di ingresso, quando è illuminato il soffitto della chiesa, per contemplare la volta centrale: la figura della Madonna con gli angeli trasmette tutto l’indicibile che solo con l’arte si può, intimamente, fare intuire.

Don Davide




Shekinà

È un vero peccato che nei mesi che hanno portato al completamento dei lavori e mentre ci avviamo alla conclusione di Shekinà, il governo di Israele abbia deciso di deturpare la memoria della ricchissima tradizione spirituale del popolo ebraico, con scelte geopolitiche folli, violente, illegali e deliberate, che creano immani sofferenze a persone inermi e innocenti.
Lo affermo perché Shekinà – come ormai sappiamo – è un termine di quella ricchissima tradizione spirituale nella sua veste migliore, che esprime tutto il contrario di quello che sta accadendo nella Striscia di Gaza, ossia indica il fare spazio di Dio all’altro, al diverso da lui, infinitamente meno potente di lui, perché Dio vuole stare insieme alla Creazione, al mondo, nella via della piccolezza e della comunione.

Shekinà assume così anche un senso di reazione all’impotenza,

e si unisce a tutte quelle grandi e piccole iniziative che ci spingono a non rassegnarci all’orrore e ad alzarci in piedi e fare qualcosa, qualsiasi piccola ma potentissima cosa per costruire la pace.

Il piccolo grande gesto di una chiesa che riapre,

per essere un luogo di amicizia, di incontro e di pace, dopo gli anni della nostalgia e della chiusura, laddove i potenti invece dividono e distruggono, è un atto profetico in questo orizzonte.
Ce lo siamo ripetuti tante volte, in questi giorni: non solo la gioia di una comunità cristiana per il proprio spazio celebrativo; ma

una festa di tutti, per un simbolo molto più potente di noi – la chiesa restaurata –

che unisce bellezza, arte, spiritualità, meraviglia, fede, passione, creatività, carità, accoglienza, amicizia, testimonianza e sollecitudine per i giovani.

Esprimo la più autentica gratitudine

al grandissimo numero di persone, professionisti/e, tecnici/he e volontari/e che hanno contribuito alla riuscita di questa impresa e ai momenti di festa di questi giorni, o che semplicemente li hanno accompagnati e sostenuti con simpatia e partecipazione, magari con costanza nel tempo, con una parola di incoraggiamento o con una preghiera.

So che lo sforzo è stato tanto. Spero che la ricompensa più grande sia la vostra stessa soddisfazione e la condivisione con le persone che amate e la vostra comunità.

Don Davide




Lettera aperta ai giovani e alle giovani

Care amiche, cari amici,

scrivo a voi, ragazzi e ragazze, giovani e giovanƏ adultƏ che siete “passatƏ di qua” – dalla parrocchia, intendo – in qualche momento della vostra vita.

Fra poco ci sarà un’occasione molto importante per tutte e tutti,

la riapertura della chiesa di S. Maria della Carità, dopo più di due anni di restauro.

So bene che per molte e molti di voi “Chiesa” fa rima con “vecchiume” e che la Chiesa, alcune volte, vi appare o vi è apparsa impresentabile. Già il fatto che io vi scriva, invece che fare un reel su Instagram o su TikTok è prova di questa distanza, come se voi aveste cinque minuti di tempo per leggere, invece che 20 secondi per un videino… (ma pensateci bene… sarei ridicolo!). Nonostante ciò,

voglio che vi sentiate invitati e attesi come per una festa importante di famiglia,

che riguarda voi e la vostra casa.

Abbiamo fatto di tutto, infatti, per cercare di stemperare quel vecchiume che non sopportate,

e di far percepire che c’è una comunità viva che non guarda all’età e in cui il vecchio lascia spazio al nuovo. Abbiamo cercato di rendere i simboli vitali e i tesori del passato qualcosa che abbiano valore e significato per il futuro.

Insieme a voi,

vogliamo che la chiesa non sia un luogo di antiquariato,

ma un propulsore di buone relazioni e di pace.

I parroci ne sono custodi per un po’ di tempo, ma poi vanno in un altro luogo.

Invece la chiesa sarà sempre la vostra chiesa.

Anche quando andrete a studiare dall’altra parte del mondo, oppure sarete professionistƏ affermatƏ fuori dall’Italia; anche se costruirete la vostra vita in un’altra città… qui ci sarà sempre la chiesa della vostra famiglia, magari dei vostri nonni, quella in cui avete fatto i sacramenti accanto al cortile dell’estate ragazzi e, forse, qualcunƏ vorrà tornarci per sposarsi o dovrà tornarci per dire ciao a una persona cara. Oppure sarà stata proprio la chiesa della vostra università, quella che vi lascerà sempre la nostalgia per i mitici anni del vostro “orizzonte fuorisede”.

Non pensate alla chiesa come allo spazio sacro dove un prete noioso propone dal pulpito regole morali impraticabili. Vivetela come un luogo-rifugio, un luogo-amico, dove si può stare tranquilli a pensare alla persona amata, al primo o all’ultimo bacio dato, dove lasciare le preoccupazioni per il prossimo esame e magari – perché no?! – chiedere l’aiuto “da casa” al buon Dio, oppure dove leggere il proprio libro preferito nella penombra che lo rende ancora più suggestivo, o ascoltare la canzone che ti fa sognare nelle cuffiette (e no, non è una profanazione!), o infine cercare di capire che cavolo fare della proprio vita e delle proprie scelte quando le cose sono più incasinate del solito.

Tu puoi passare davanti alla chiesa migliaia di volte senza accorgertene, senza neppure degnarla di uno sguardo, ma lei è lì, senza problemi, senza risentimenti, e appena vuoi varcare la soglia, la trovi accogliente, uno spazio aperto per tuttƏ.

Lì dentro c’è un amico. Sei accolto, sei accolta. La tua esistenza è benedetta. Puoi essere artefice e costruttore di pace.

Don Davide




Fermenti

Qui nel quartiere S. Felice ci sono ancora, manifesti, i tratti della settimana più vacanziera dell’anno, forse perché il segnale dell’Assunta, ravvicinato alla domenica, offriva un invito implicito a “scatenare le ferie”, fatto sta che quella sensazione di quasi deserto, di non trovare un bar aperto o di trovare invece parcheggio e pure facilmente è particolarmente forte in questi giorni.

Tuttavia, è già scattato il conto alla rovescia per la riapertura della chiesa di S. Maria della Carità, stavolta speriamo senza intoppi o sorprese.

In questi due anni è stato fatto molto, tantissimo: il consolidamento di tutte le volte e di tutte le strutture del coperto e il tetto. Sotto, il restauro di tutte le volte, le pareti della navata centrale, del presbiterio e della controfacciata, la ristrutturazione di tutte le parti danneggiate dal terremoto. Inoltre il rifacimento completo dell’impianto elettrico, delle luci e dell’amplificazione audio. Infine (nei prossimi giorni) l’arredo liturgico, la collocazione del trittico In memoria di me di Ettore Frani (2017) su un supporto definitivo, e l’installazione del nuovo confessionale artistico, con opere inedite dello stesso Frani all’interno, che per ora non sveliamo.

Qualcosa da fare rimane. Nella cappellina della B.V. della Salute proseguono i lavori e a ottobre vedremo ricomparire piccoli mobili ponteggi (decisamente più snelli e che non impediranno l’utilizzo regolare della chiesa) nelle quattro nicchie.

Nelle messe festive di questo mese cercheremo di prepararci,

ossia di cogliere dalle letture come il Signore ci guida a prepararci spiritualmente a questo bell’appuntamento della riapertura della nostra chiesa più grande, quale significato abbia per una comunità cristiana riaprire una chiesa dopo un restauro così impegnativo e a quale missione ci chiami.

Allo stesso tempo, abbiamo voluto che fosse un’occasione per coinvolgere tutti,

per farli sentire orgogliosi della chiesa principale del quartiere e “a casa” tra le sue mura, o alla sua ombra. Così abbiamo organizzato tanti appuntamenti sotto il nome di Shekinà, questa parola che fa parte della migliore tradizione spirituale ebraica e che indica lo spazio (anche fisico) che Dio crea, per accogliere le persone e invitarle alla comunione con sé.

Uno spazio disponibile, quindi, creato apposta perché altri vi possano entrare e sentire il richiamo di un’amicizia, che apre alla bellezza e al mondo spirituale.

Ora siamo in fermento con tutte le piccole e grandi cose che rimangono per predisporre al meglio gli eventi di festa e l’appuntamento del 14 settembre.

Spero che tutti abbiano voglia di partecipare,

di invitare gli amici e le amiche, di andare a stanare chi è passato di qua, chi negli ultimi anni ha alzato gli occhi in chiesa per vedere solo le reti di protezione e ha sospirato, chi ricorda qualche momento speciale passato in questa comunità.

Spero che il 14 settembre, e i giorni prima, siano una festa sentita e l’occasione di ritrovarsi, per una volta, davvero tutti e sentirsi parte di questa comunità.

Don Davide




Shekinà

L’invito per la riapertura della chiesa

Con questa ultima newsletter prima dell’estate, abbiamo il piacere di invitarvi a Shekinà, la serie di appuntamenti ed eventi che accompagneranno l’inaugurazione della Chiesa di S. Maria della Carità, a settembre.

Shekinà è un termine della tradizione spirituale ebraica, che esprime la benevolenza di Dio che fa spazio all’uomo, e mentre crea questo spazio, lo abita per invitare l’uomo alla comunione con sé.

Shekinà, dunque, indica uno spazio sacro, ma non separato, un luogo dove si trova Dio, ma condiviso e abitabile.

Per questo motivo è stato usato anche per esprimere la dimora stessa di Dio. Anche se non si trova nella Bibbia ebraica, il concetto di shekinà traduce, ad esempio, il momento in cui Dio con la sua gloria, attraverso il segno della nube, occupa la Tenda del Convegno, nel libro dell’Esodo (Es 40,34-38). Ma la shekinà è espressa anche nel Vangelo di Giovanni, quando si dice: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14), oppure ancora quando Gesù dice: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20).

L’ultima grande visione della shekinà si trova nel libro dell’Apocalisse, laddove si dice: “Ecco la dimora di Dio con gli uomini!” (Ap 21,3), e questo abitare di Dio in mezzo ai concittadini della città santa viene indicato come l’esito della storia.

Con questo titolo abbiamo voluto esprimere che

la riapertura della nostra chiesa vuole essere un’occasione di festa condivisa.

Shekinà quindi non riguarda solo la bellezza del nostro spazio celebrativo rinnovato, ma un desiderio di amicizia e comunione, alle quali ci spinge proprio il fatto di avere un centro spirituale. Per questo ci sono varie iniziative che sono mirate ad allargare il coinvolgimento anche del quartiere, delle associazioni e dei soggetti del territorio.

Speriamo che l’impegno possa essere apprezzato e che ci sia tanta partecipazione, per sentire che la chiesa di mattoni è davvero un tesoro per tutti, come la Chiesa di persone vuole essere un luogo di amicizia e un invito all’incontro con Dio per tutti.

Don Davide

 




Esterno ed interno

L’inizio di un lungo viaggio

La ripresa dopo le vacanze estive è un vero inizio. Non si tratta dell’anno solare, né di quello liturgico, eppure da settembre all’estate successiva è il periodo in cui si fanno i progetti e si pensano le attività pastorali. Così ci troviamo, in maniera più forte che in qualunque altra situazione, di fronte a un tempo che ci interpella e a nuove sfide.

Questo arco avrà un momento di importanza straordinaria l’8 giugno 2025, data in cui abbiamo chiesto la disponibilità al Cardinale Arcivescovo Matteo Zuppi per venire a inaugurare la Chiesa di S. Maria della Carità, restaurata. Abbiamo fissato la data, perché l’agenda del vescovo, come potete immaginare, va bloccata con larghissimo anticipo e speriamo di potere mantenere la scadenza. Se dovesse accadere qualche rallentamento nei lavori, allora la sposteremo realisticamente a dopo l’estate. In ogni caso, quello sarà l’appuntamento focale di tutto il nostro anno pastorale, del nostro cammino, delle nostre disposizioni spirituali.

Le letture di questa domenica sono perfette per entrare in questo percorso.

Il restauro della Chiesa di S. Maria della Carità, con lavori così importanti, deve essere il simbolo di una comunità spirituale, non di mattoni, che accoglie la grazia di essere rinnovata dallo Spirito del Signore.

Volesse il cielo che si possa dire della nostra parrocchia che osserva e mette in pratica il Vangelo, come testimonianza della saggezza e dell’intelligenza cristiana! (Cf. I lett. Dt 4,6)

Mi auguro proprio che, guardandoci indietro fra un anno, potremo dire che siamo stati generati dalla sua parola di verità, che avremo accolto con docilità (cf. II lett. Gc 1,18.21).

Desideriamo essere di quelli che mettono in pratica il Vangelo,

non soltanto ascoltatori, in modo da non illudere noi stessi (cf. II lett. Gc 1,21-22).

La preghiera per accogliere e realizzare il Vangelo e lasciarci trasformare da esso è in fondo una supplica perché ci sia corrispondenza tra la bellezza esteriore e quella interiore; perché ci sia una purezza religiosa alleata con l’autenticità della vita; perché il lavorio spirituale si manifesti in una vita concreta di carità e di grazia.

Gesù ci ammonisce di non purificare solo l’esterno e che saremmo ingenui, facendo solo così.

Guai a noi, quindi, se facessimo tornare allo splendore la nostra chiesa, senza sentire un imperativo coerente a rinnovare noi stessi, la nostra comunità, la nostra parrocchia! (cf. Vg.)

Supplichiamo che il chiarore che illuminerà la nostra chiesa, con il nuovo impianto, possa corrispondere allo Spirito che avrà illuminato il nostro intimo, e che così possiamo essere degni, con gratitudine e responsabilità, di ogni buon regalo e di ogni dono perfetto che il Padre ci vuole dare, lui che è il creatore della luce. (II lett. Gc 1,17).

Don Davide




Sulla pietra, per te (Under 20)

Voglio scrivere per te sulla pietra
del Tempio,
che rimanga inciso in eterno
il ricordo.

Voglio scrivere
della tua giovinezza pulita,
deturpata da quelli
che osano giudicarti.

Scrivo per terra
che non sono questi i passi.

Che non bisogna umiliare
nessuno.

Vorrei scolpire sulle mura
un voto
per la tua fioritura
di appartenuta bellezza.

Che male ti faccia
nessuno.

Scrivo ancora su questo cortile:
è luogo santo,
che tu possa abitarne gli spazi
felice.

Del Tempio
rammenta le pietre deposte
sulla pietra
l’amore impresso
nel tuo giovane corpo.




Cammino di Nicodemo, cammino della Chiesa

Il Maestro e il discepolo

 

Il nome Nicodemo è un nome greco composto da ‘vittoria’ e ‘popolo’. Dal greco in italiano si può declinare il suo significato traducendo: 

‘Vincitore del popolo’ 

‘Vincitore fra il popolo’ 

‘Vittoria del popolo’. 

È chiara l’idea di Giovanni che, nel percorso di Nicodemo, vuole rappresentare una vittoria: quella del popolo, della gente comune. 

Il dialogo con Gesù non è solo l’inizio di un percorso; le ragioni di Gesù sono ‘con-vincenti’. Si vince insieme; non io sì e tu no, o viceversa. Con Gesù vincono tutti, anche chi vuole distinguersi dalla gente comune, ma è pur sempre del popolo. 

Il Vangelo ci aiuta a riflettere anche su questi tempi avversi, dove si possono contare almeno 18 guerre nel mondo (secondo altre stime 34), una ora anche in Europa: in queste guerre perdono tutti, anche se nella contrapposizione finale dovesse apparire un vincitore.  

Nella trasformazione che Nicodemo compie al seguito di Gesù, il Maestro indica la via per essere vincenti tutti.

Maestro e discepolo ci fanno strada, noi li seguiremo ancora.




Quattro filari

La storia dei lavoratori nella vigna ci parla di quattro filari, dove si coltivano uve diverse, da cui produrre altrettanti vini pregiati.

È una storia in cui Gesù, nascosto nelle pieghe di un racconto, vuole parlarci di un risveglio. Il risveglio della nostra vita. Il dono di mettersi all’opera per servire l’amore del Padre.

Ecco questi quattro filari da percorrere, con l’uva da assaggiare e da lavorare perché ci allieti un vino sublime, “il vino che rallegra il cuore dell’uomo” (Sal 103/104,15).

Il Signore è in cerca

Il Diavolo va in giro come leone ruggente, cercando chi divorare (1Pt 5,8). Il Signore va in giro come agnello mansueto, cercando chi assumere. Sappi che il Signore è in cerca; che il “regno di Dio” passa e ripassa dalla tua vita, è prossimo, non è lontano. È così poco distante che è a suono di voce, che le occasioni non ti mancano. “Cercate il Signore mentre si fa trovare – ci ricorda Isaia – invocatelo mentre è vicino!” (Is 55,6).

Ascolta la chiamata

Ascolta la sua chiamata, senti che qualcuno ti sta parlando: “cosa fai lì?”. Dedicati all’ascolto di una guida, di un punto di riferimento, di qualcuno che ti ispiri e ti illumini.

Ricorda la vigna

Non sei chiamato ad andare in un posto indefinito, poco piacevole, dove non sai cosa fare. Sei chiamato nella sua vigna, dove ci sono tanti operai e dove il Signore vuole tutti. Non importa che tu sia il primo o l’ultimo, la prima o l’ultima, conta che sei invitato. Chiama altri! Aiuta qualcuno a sentirsi coinvolto, non ragionare solo in termini di “giustizia”, di “cosa ci guadagno”, di “chi se lo merita”, ma pensa al regno di Dio: un grande spazio di bene, in cui siano coinvolti tutti.

A giornata

Non c’è l’assunzione a tempo indeterminato e non si vive di rendita. La chiamata con cui il Signore ti risveglia dal tuo torpore è un lavoro “a giornata”. Ti devi dedicare tutti i giorni, quotidianamente, anche poco, ma sempre. A che cosa?! A quello che ti serve per “risvegliarti”. Vuoi crescere nella fede? Inizia a lavorare “a giornata”. Vuoi raggiungere risultati nello studio? Inizia oggi. Vuoi migliorare la tua relazione? Fai qualcosa di meglio a partire da adesso. Rammenta che uno dei drammi della nostra società e della maturità umana di questi tempi è che c’è una grandissima superficialità proprio su questo punto. Non si prende sul serio che bisogna lavorare quotidianamente, se si vuole “ricevere” in dono il “regno”. E non ti scoraggiare: le piccole vittorie contano. Anche se hai fatto ancora pochissimo, hai incominciato. Il traguardo non mancherà.

Don Davide




Avrete forza dallo Spirito Santo

“Finalmente, Signore! È questo il tempo in cui rimetti a posto le cose? In cui si torna a messa senza mascherina, il catechismo riprende con migliaia di bambini, facciamo l’ER e i campi… ci abbracciamo e ci baciamo!”

“Ma, veramente… – obietta il Signore – io non ho detto questo!”

Delusione dei discepoli. “Cavoli, ci avevamo sperato!” esclamano schioccando le dita.

“Quello che vi posso dire – dice il Risorto – è che vi sarà data la forza: sì avrete forza dallo Spirito Santo che vi sosterrà e vi aiuterà ad essere miei discepoli e testimoni anche in questa situazione che continua ad essere complicata.”

Ho riadattato questo dialogo tra i discepoli e Gesù, prima della sua ascensione, immaginandolo contemporaneo.

È un giorno di festa, questo, e strano, perché torniamo a celebrare insieme la Pasqua della settimana dopo quasi tre mesi. Non ci rendiamo mai abbastanza conto di cosa questo abbia significato e di cosa comporterà per il futuro. Basti pensare che dal tempo delle persecuzioni in poi, non era mai accaduto che non si potesse celebrate l’Eucaristia insieme.

È inutile fare finta di niente. Le nostre comunità ne escono e ne usciranno ferite. Al di là della retorica di una certa resilienza, questo fatto avrà conseguenze sulla vita della chiesa nei prossimi anni.

Il grande impianto della chiesa in occidente, che già scricchiolava in molti modi, è parso crollare da un giorno all’altro insieme a quello del mondo.

Tutto chiuso.

E anche adesso che qualcosa sta riaprendo… Come faremo? Le assemblee, le feste, gli incontri, gli abbracci, la vita insieme… Che ne sarà?

Spirito“Tranquilli! – siamo tentati di dire noi, come i discepoli – Ecco è passato! È questo il tempo in cui il Signore ricostituirà il suo regno!”. Il suo regno, che in realtà è il nostro regno, il nostro modo di pensare, sono le sicurezze dei discepoli.

Ma Gesù ci dice: “Tranquilli sì, non perché sarete confermati nelle vostre certezze rassicuranti, ma perché se scegliete di aprirvi allo Spirito, allora scoprirete orizzonti più ampi. Io intanto vin garantisco di esservi vicino, di stare con voi, anche di consolarvi, quando ne avrete bisogno. Per il resto, forse, bisogna accettare che appaiano altre urgenze, altri bisogni su cui riedificare la chiesa e ricostruire la nostra pastorale.”

Oggi abbiamo ripreso o riprenderemo a celebrare la Domenica insieme. Considerato questo sconquassamento, ho sentito l’esigenza di intervenire in modo vistoso sulla liturgia, soprattutto perché i testi possano esprimere il vissuto. Questo non è stato un tradimento della sublimità liturgica, ma lo sforzo di prendere sul serio la presenza concreta del popolo nella celebrazione. Come dirò anche a messa, per adesso vorrei esservi vicino e dirvi una parola affettuosa e di incoraggiamento, come fanno un papà o una mamma, semplicemente, dopo che i figli hanno passato un brutto spavento.

Il peggio magari è alle spalle, ma c’è come un’ombra lunga di quell’inquietudine, e quindi il bisogno di sentirsi garantiti in uno spazio dove si possa tornare sereni.

Don Davide