La compassione

Tutti gli anni la Chiesa, ripercorrendo per due volte integralmente la passione di Gesù nella Domenica delle Palme e nel Venerdì Santo, esprime il bisogno di essere presente e solidale con tutte le passioni del mondo. Al centro della rivelazione e della fede cristiana, infatti, non c’è un messaggio che preveda solo la Pasqua – un momento di gioia senza affrontare la soglia della contraddizione, dell’assurdo e del dolore – ma c’è un itinerario di accettazione della passione e morte, fino all’esito della resurrezione.

Dio non ha voluto essere estraneo al dolore ingiusto e inspiegabile del mondo.

Tale dolore non corrisponde alla sua volontà di bene; nonostante ciò, Dio in Gesù non se n’è tirato fuori perché nessun essere umano si sentisse solo in una situazione di sofferenza e perché nessuno potesse pensare che la presenza del male rende impossibile credere in Dio. Succede anzi che proprio davanti alla croce e al modo di morire di Gesù, il centurione romano fa la professione più alta della fede del Nuovo Testamento: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».

Così, riascoltando ancora una volta questo racconto tragico e commovente, ci è data la grazia di non diventare insensibili.

Per un momento, anche se breve, insieme a una comunità di amici e amiche, riusciamo a non essere indifferenti rispetto a tutto ciò che richiede compassione, anche le cose che non sono sotto i nostri occhi, anche le cose di cui non siamo informati.

Ci sono tante sofferenze che ci sfuggono, tante lacrime di bimbi, madri, giovani e ragazze.

Troppi dolori e atrocità vorrebbero impedirci di vedere il volto di Dio;

se fossimo consapevoli di tutto, forse non riusciremmo nemmeno a portarne il peso. Ma Gesù lo ha fatto, prima nell’ultima cena, poi nel Getsemani, infine sulla croce.

Nell’ascolto pregato della Passione di Gesù, anche noi come dei novelli Cirenei, abbiamo la grazia di non essere indifferenti alle croci del mondo.

È una grazia, perché in tanti momenti sentiamo che è impossibile non lasciarsi toccare da tutto questo e allo stesso tempo sappiamo che non ci riusciamo fino in fondo. Invece oggi e nel Triduo Pasquale, siamo davvero fratelli e sorelle di tutti coloro che soffrono, abbracciamo coloro che piangono, possiamo essere ospitali per chi non ha casa o un posto sicuro in cui rifugiarsi.

Quello che ci offre la liturgia di questi giorni è un dono, una opportunità e uno stile a cui io – personalmente – non rinuncerei mai.

Colpisce che mentre Gesù entrava a Gerusalemme, le folle lo riconoscevano come «il profeta Gesù», poi neanche una settimana dopo gli voltano le spalle.

Se imparassimo ad ascoltare i profeti!

Quelli che ci parlano di pace, quando tutti vogliono la guerra; quelli che indicano la via del servizio, quando altri scelgono il potere; quelli che amano, anche quando sono odiati…

Voglio invocare sulla mia comunità, in questa settimana di dono, lo spirito della profezia,

perché ospitando tutto ciò che ha bisogno di essere consolato e riscattato, possiamo essere insieme a Gesù portatori di vita.

Don Davide




Pietà

La Pietà è il sentimento religioso autentico, l’amore per Dio infuso nei nostri cuori dallo Spirito Santo. È l’amore di Dio in noi, che rende possibile per noi amare Dio.

In questo senso, la Pietà è davvero il dono per eccellenza. Una cosa che non ci possiamo dare, senza la quale non potremmo mai essere capaci di fare una cosa indispensabile. Stiamo vedendo, infatti, che i doni dello Spirito Santo sono energie che ci abilitano, quando riceviamo l’effusione dello Spirito.

Queste sono anche le parole di Gesù: “Riceverete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi…” (At 1,8).

Il cammino di questo tempo pasquale ci prepara alla Pentecoste, facendo crescere nella nostra interiorità il desiderio di Dio.

Ci sono tre caratteristiche che rivelano il dono della Pietà, e lo distinguono da una falsa religiosità, che frequentemente si insinua e contamina la nostra vita di credenti.

La prima è la comunione. Non c’è vera dimensione religiosa che non abbia a cuore la custodia e la crescita della comunione. Il Diavolo divide, mentre lo Spirito crea la sintonia degli spiriti.

Ognuno e ognuna di noi ha una grazia specifica per aiutare, con i propri carismi, la comunione ecclesiale.

Quando generiamo divisione, puntiamo il dito e siamo autoreferenziali invece che pensare all’edificazione, allora in noi non opera il dono della Pietà, ma una vaga religiosità che non potrà mai esprimere l’amore per Dio ispirato dall’amore di lui in noi.

La seconda è la compassione. La vera Pietà si riconosce quando c’è compassione umana. Il dono della Pietà, infatti, slancia i sentimenti del cuore verso il cielo, ma i sensi del corpo verso la terra. Non si può stare solo lì “a guardare il cielo” (At 1,11). C’è un’umanità quanto mai bisognosa.

Come scriveva meravigliosamente Etty Hillesum: “Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite”.

“Nessuno – infatti – può amare Dio che non vede, se non ama il proprio fratello che vede” (1Gv 4,20).

La terza, infine, è l’affidamento. La Pietà esprime una vita veramente affidata, oseremmo dire consegnata al Padre, come nella bellissima preghiera di fr. Charles de Foucauld: “Padre mio, mi abbandono a te”. È questo il senso delle parole forti di Gesù: “Scacciare demòni, parlare lingue nuove, incantare i serpenti, neutralizzare i veleni e operare guarigioni”.

Significa vivere in un affidamento a Dio talmente consegnato e umile, da accedere alla sua potenza.

La Pietà, in definitiva, è il dono che forse più di ogni altro esprime la vita divina in noi.

Don Davide




Guarire la solitudine

Il Vangelo di Marco ci presenta un’umanità afflitta da molti mali, alcuni più simbolici come una febbre che non ci fa essere attivi, altri più seri come delle vere e proprie malattie mortali. La parola, i gesti e la presenza stessa di Gesù vengono indicati come una liberazione da tutto ciò: appena uscito dalla sinagoga, si sprigiona da lui la potenza del Regno di Dio.

Ascoltando l’amara riflessione di Giobbe nella prima lettura, siamo spinti a riconoscere che c’è un male attuale più di ogni altro: la fatica del vivere, lo smarrimento del senso, la solitudine.

Anche chi – per fortuna o per merito – non conosce queste esperienze e le opprimenti situazioni emotive che provocano deve fare spazio nel proprio intimo e ascoltare il grido di chi ne soffre. È un’empatia necessaria. Ci sono tanti nostri fratelli e sorelle che gemono schiacciati da difficoltà troppo grandi per loro, che si chiedono come Giobbe che senso abbia esistere ed esistere così, e che sanguinano per la solitudine.

L’espressione più estrema di questa esperienza, qualcosa di analogo alle dimesse parole di Giobbe di oggi, è descritta da un grande scrittore e filosofo, che indica senza individuarlo il punto di rottura, quello che lascia molti essere umani come naufraghi solitari nel mondo:

«Ci dev’essere stato un momento di comunione in cui non avevamo alcuna obiezione da fare al mondo; com’è allora che la nostra solitudine è così profonda?

Dev’essere successo qualcosa, ma le radici della deflagrazione ci restano impenetrabili.

Noi ci guardiamo attorno, ma più nulla ci sembra concreto, più nulla ci pare stabile.» (Houellebecq, Cahier).

Oggi la Chiesa Italiana celebra la 43° Giornata per la Vita. A ben guardare, tutte le situazioni difficili o addirittura tragiche per la Vita hanno a che fare con la solitudine e con la fatica del vivere. Assumere la propria responsabilità per la Vita e per aiutare chi è in qualsiasi tipo di crisi significa soprattutto soccorrere questa solitudine, alleviare con dolcezza, amicizia e ogni premura quella sensazione che l’esistenza sia troppo grande e difficile da affrontare.

Il Vangelo risuona come una medicina alla malattia mortale di questo tempo: la solitudine. È importante ricordare che questa cura non avviene solo con l’annuncio della parola, ma anche con gesti concreti e con la presenza, proprio come faceva Gesù.

Per questo l’apostolo Paolo, nella seconda lettura, scrive che annunciare il Vangelo è una necessità che si impone: per quel desiderio di soccorrere coloro che hanno bisogno di essere aiutati a riconoscere o a riscoprire la Vita, propria o altrui, come una benedizione.

Don Davide




L’anomala normalità

Della compassione come via

L’insegnamento di Gesù, nel vangelo di questa domenica, ruota attorno al tema della compassione. “Il padrone ebbe compassione del servo” e, al termine del racconto, chiede allo stesso servo: “non dovevi anche tu avere compassione del tuo compagno?”.

Questa domenica fa da spartiacque: iniziamo un periodo importantissimo e difficile. Domani riprendono le scuole, con le complicazioni enormi e i rischi inevitabili legati al perdurare dell’emergenza sanitaria. Tuttavia, i nostri ragazzi andranno finalmente a scuola, nel loro luogo più proprio. Era un assenza che durava dal 27 febbraio, una situazione davvero impressionante a pensarla in circostanze normali. Qualcuno ha vissuto i passaggi della fine dei cicli scolastici, che sono tra i più indimenticabili della vita, senza nemmeno potere fare una festa o salutare “in balotta” (come diciamo a Bologna) i propri amici.

Ci piacerebbe che tutti gli studenti e le studentesse sentissero una speciale vicinanza a quest’esperienza così difficile: una tenerezza per quello che è stato e come l’hanno affrontato, e quasi una commozione a vederli di nuovo varcare i cancelli dei loro istituti, in compagnia degli amici.

Anche il mondo universitario riprende con coraggio le lezioni in presenza. In generale, la fine delle vacanze estive segna inconfutabilmente un confronto con quella “normalità” che, dai mesi della quarantena nazionale, non era più stata piena: un’anomala normalità, nei mesi che ci attendono.

Ugualmente, anche la nostra parrocchia si cimenta con l’orario ordinario delle messe, che non era più stato tale dal 27 febbraio, con la ripresa del catechismo, la programmazione dei gruppi, il tentativo di fare ripartire il doposcuola, l’impegno della San Vincenzo e lo sforzo di non fermare gli aiuti della Caritas.

Vorrei che tutti avessimo uno sguardo di compassione su questi sforzi – nostri, del mondo ecclesiale, e quelli di fuori, dell’impegno della società civile – pensando che ognuno stia provando a fare il meglio che può, con la consapevolezza di sé, la maturità e l’equilibrio che è riuscito a raggiungere fino a quel punto della propria vita.

Questo atteggiamento esige che la compassione entri in circolo. Nelle istruzioni di Gesù, il rimprovero per quelli che arrestano questa circolazione della bontà è severo: “Non dovevi anche tu avere pietà del tuo compagno?”.

Non abbiamo bisogno di durezze, ma di un’umanità tenera.

Non abbiamo bisogno di convinzioni granitiche, ma di cuori aperti.

Non abbiamo bisogno di affermare noi stessi, ma di capire come possiamo fare i passi insieme.

Concretamente, credo che ci siano alcuni atteggiamenti molto pratici che possiamo tenere presenti.
1) Attenzione e delicatezza per chi si sente ancora poco sicuro rispetto alla pandemia e magari affaticato da qualche turbamento o ansia. Non bisogna sminuire affatto questi nostri fratelli e sorelle e non bisogna farli sentire in difficoltà. Occorre fare uno sforzo ulteriore di rispettare le norme sanitarie: l’utilizzo della mascherina, il rispetto della “giusta vicinanza”, il garbo e l’attenzione di mettere a proprio agio l’altro.

2) L’esercizio della comprensione. In parrocchia, a scuola, negli uffici e nei posti di lavoro… sicuramente c’è stato lo sforzo di provare ad affrontare le difficoltà. Anche dove l’organizzazione non fosse perfetta, magari c’era qualcuno che anelava al meglio. Non bisogna “farsi andare bene tutto”, ma provare ad essere radicalmente costruttivi.

3) Una sigla: ARP. Assoluta – responsabilità – personale. Cosa posso fare io? Questa domanda dovrebbe essere come una giaculatoria, o un mantra. Come posso dare una mano? Cosa posso fare io per migliorare la situazione o impedire altre difficoltà. Cosa devo fare io per tenermi centrato, in forma fisicamente e spiritualmente, per essere pronto a fare la mia parte in questa sfida che tutti stiamo vivendo?

Il padrone della parabola risponde a queste domande dicendo: “Io sono ricco e potente, una cosa posso esercitare: la compassione.” E lo fa.

Vale anche per noi.

La compassione è la nostra via.

Don Davide