La Chiesa madre

Nella festa della dedicazione della Basilica Lateranense, celebriamo il legame con la Chiesa.

Ricordiamo quando abbiamo sperimentato la Chiesa come madre, e la gioia di appartenere alla Chiesa. In genere ciò non accade quando pensiamo alla Chiesa come istituzione o al Vaticano… ma quando gustiamo la comunità concreta a cui apparteniamo, fatta di legami, di incontri e di momenti memorabili, oppure quando pensiamo ai piccoli e grandi santi della porta accanto, ai preti di strada e della carità, ai missionari che portano l’amicizia della fede nei posti più difficili del mondo.

Ci sono molti motivi per essere orgogliosi di questa Chiesa,

quando celebriamo il nostro legame in Cristo, ben al di là di questioni mondane e istituzionali.

Poi questa festa pone una sfida per ciascuno di noi: quella di essere noi stessi artefici di una chiesa madre e non matrigna, costruttori di una comunità affettuosa, accogliente e attenta, capace di includere, ascoltare e dare speranza, come fa una mamma quando i figli hanno bisogno.

Quando pensiamo al bene che abbiamo vissuto nella Chiesa, e alla parte di bene che possiamo fare noi,

allora sentiamo il desiderio di essere uomini e donne veramente ecclesiali,

protagonisti insieme agli altri della costruzione di un edificio spirituale, pietre vive e vivificanti in questo faticoso cammino nel mondo.

Don Davide




Fermenti

Qui nel quartiere S. Felice ci sono ancora, manifesti, i tratti della settimana più vacanziera dell’anno, forse perché il segnale dell’Assunta, ravvicinato alla domenica, offriva un invito implicito a “scatenare le ferie”, fatto sta che quella sensazione di quasi deserto, di non trovare un bar aperto o di trovare invece parcheggio e pure facilmente è particolarmente forte in questi giorni.

Tuttavia, è già scattato il conto alla rovescia per la riapertura della chiesa di S. Maria della Carità, stavolta speriamo senza intoppi o sorprese.

In questi due anni è stato fatto molto, tantissimo: il consolidamento di tutte le volte e di tutte le strutture del coperto e il tetto. Sotto, il restauro di tutte le volte, le pareti della navata centrale, del presbiterio e della controfacciata, la ristrutturazione di tutte le parti danneggiate dal terremoto. Inoltre il rifacimento completo dell’impianto elettrico, delle luci e dell’amplificazione audio. Infine (nei prossimi giorni) l’arredo liturgico, la collocazione del trittico In memoria di me di Ettore Frani (2017) su un supporto definitivo, e l’installazione del nuovo confessionale artistico, con opere inedite dello stesso Frani all’interno, che per ora non sveliamo.

Qualcosa da fare rimane. Nella cappellina della B.V. della Salute proseguono i lavori e a ottobre vedremo ricomparire piccoli mobili ponteggi (decisamente più snelli e che non impediranno l’utilizzo regolare della chiesa) nelle quattro nicchie.

Nelle messe festive di questo mese cercheremo di prepararci,

ossia di cogliere dalle letture come il Signore ci guida a prepararci spiritualmente a questo bell’appuntamento della riapertura della nostra chiesa più grande, quale significato abbia per una comunità cristiana riaprire una chiesa dopo un restauro così impegnativo e a quale missione ci chiami.

Allo stesso tempo, abbiamo voluto che fosse un’occasione per coinvolgere tutti,

per farli sentire orgogliosi della chiesa principale del quartiere e “a casa” tra le sue mura, o alla sua ombra. Così abbiamo organizzato tanti appuntamenti sotto il nome di Shekinà, questa parola che fa parte della migliore tradizione spirituale ebraica e che indica lo spazio (anche fisico) che Dio crea, per accogliere le persone e invitarle alla comunione con sé.

Uno spazio disponibile, quindi, creato apposta perché altri vi possano entrare e sentire il richiamo di un’amicizia, che apre alla bellezza e al mondo spirituale.

Ora siamo in fermento con tutte le piccole e grandi cose che rimangono per predisporre al meglio gli eventi di festa e l’appuntamento del 14 settembre.

Spero che tutti abbiano voglia di partecipare,

di invitare gli amici e le amiche, di andare a stanare chi è passato di qua, chi negli ultimi anni ha alzato gli occhi in chiesa per vedere solo le reti di protezione e ha sospirato, chi ricorda qualche momento speciale passato in questa comunità.

Spero che il 14 settembre, e i giorni prima, siano una festa sentita e l’occasione di ritrovarsi, per una volta, davvero tutti e sentirsi parte di questa comunità.

Don Davide




Affidati al Signore

Ritroviamo negli Atti degli Apostoli lo stile che stiamo vivendo in questi giorni.

Paolo e Barnaba affidano la custodia delle chiese che attraversano a dei ministri, allo scopo di confermare i fratelli nella fede.

In questi giorni che il parroco è assente, c’è un gruppo di persone, ministri e ministre, ordinati e non, che si fanno carico di confermare la comunità mettendosi al servizio nella guida della preghiera, l’ascolto insieme della parola di Dio e momenti di celebrazione comunitaria.

Secondo il racconto degli Atti, questo processo e questa comunione sono proprio quelli che permettono a chi ancora non crede di riconoscere qualcosa di significativo e ad aprire una porta di accesso alla fede anche per loro.

In questo principio di comunione vediamo il segno dell’amore di Gesù,

che in molti modi si prende cura di noi e ci fa sentire la sua presenza.

È rassicurante sapere che, nella luce della resurrezione di Gesù, ci sono molti fratelli e sorelle disposti a prendersi cura della comunità, a condividere la pratica della fede e a dare una buona testimonianza della vita fraterna in Cristo.

Don Davide




Essere casa

Ospite la speranza

“Anche voi venite edificati come pietre vive, per un edificio spirituale” (1Pt 2,5)

Oggi voglio scrivervi una lettera pastorale, un messaggio personale, cioè, in cui espongo quali sono i riferimenti per il cammino di questo anno. Siccome prevedo di essere preso in giro da chi dirà che “studio da vescovo”, allora dichiaro che questa, in realtà, è una cosa più umile, è una “letterina”: una letterina pastorale, ecco.

Sapete che da più di un anno la nostra chiesa di S. Maria della Carità è in restauro. Era partito come una ristrutturazione esclusivamente strutturale dei danni causati dal terremoto del 2012, ma in corso d’opera ci si è resi conto che non poteva essere così, quindi si è trasformato in un intervento molto importante, non totale, ma quasi.

Sento, perciò, che questo processo non può rimanere una cosa limitata all’intervento dei tecnici, dell’impresa, del parroco, della segreteria e di chi ci aiuta per la gestione concreta.

Sono convinto che il restauro della chiesa, e la sua restituzione alla parrocchia, al quartiere e alla città deve essere un’impresa di tutta la comunità,

un traguardo verso cui ci sentiamo partecipi senza nessuna esclusione.

Voglio dare a questo anno pastorale il tema di “Essere casa”,

perché tutti dobbiamo sentirci partecipi di questa casa, come dice la citazione che ho messo all’inizio, infatti, ognuno di noi è una pietra viva, che viene costruita per un edificio spirituale.

All’edificio di mattoni, deve corrispondere la ri-costruzione del nostro edificio spirituale,

anch’esso in restauro dopo gli anni del Covid, dopo altri due anni in cui non abbiamo avuto gli spazi della chiesa principale, per ritornare a essere una comunità ospitale per tutti.

La speranza deve essere ospitata in questa casa o, meglio, deve essere ospitata, ma anche padrona di casa, perché il prossimo anno siamo invitati, attraverso il Giubileo, a essere “Pellegrini di speranza”. Il pellegrinaggio è un cammino pieno di fede che ha una meta, e questa meta, per noi, è proprio la bellezza di poter tornare a celebrare nella nostra chiesa principale come una comunità ricostituita.

Il nostro Vescovo, infine, ci invita a concentrare l’impegno pastorale sulla formazione alla vita e alla fede degli adulti e credo che il nostro modo di concretizzare questo mandato sia proprio quello di essere pietre vive.

Dobbiamo aiutarci ad esserlo e sentirne la responsabilità: pietre vive e partecipi, pietre che hanno un cuore di carne e non un cuore di pietra.

E tu che pietra sei in questa comunità?

Ci mettiamo quindi in cammino col desiderio di accogliere questi suggerimenti e di essere una comunità partecipe e attiva in questo anno pastorale.

Don Davide




Dentro il cuore di Gesù

Il Signore ci ha fatto una grazia speciale lasciandoci salutare per un anno la Chiesa di S. Maria della Carità celebrando la solennità del Sacro Cuore di Gesù.

Non contano infatti le mura di pietra, anche se ci siamo legati, anche se sono prestigiose, anche se sono piene di arte e di splendore: quello che conta è essere dentro il cuore di Gesù.

Il cuore di Gesù è la nostra cattedrale.

È una comunità tutta raccolta nel suo amore che testimonia il Vangelo e – spingendoci a cambiare luogo celebrativo e rompendo le abitudini – ci aiuta a rinnovarci e ad essere ancora più aperti alle novità di Dio che ce lo dona.

Il primo segno della provvidenza è la Chiesa di S. Valentino, che è deliziosa.

È solo più piccola di quella della Carità, ma per il tempo estivo andrà più che bene.

In ogni caso, ho pensato a lungo, in questi giorni, alle parole di Gesù rivolte alla Samaritana: “Né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete Dio. Adorerete Dio in Spirito e Verità” (Gv 4,21.24).

Lo Spirito ci dà un’indicazione molto precisa in questa domenica. Gesù vede le folle ed è preoccupato che possano ricevere l’annuncio del Vangelo. Costituisce quindi una comunità, inizialmente piccola, fatta del numero dei Dodici, ma poi destinata a crescere a vari livelli.

Dobbiamo, quindi, solo preoccuparci di essere una comunità ancora più unita, partecipe e accogliente.

Si tratta di cogliere questo evento così raro qual è il restauro di una chiesa importante e il trasloco della celebrazione, come uno stimolo per rimetterci in gioco umilmente e provando ad ascoltare cosa il Signore ci vorrà dire.

Perché il mondo, la chiesa e tutti noi abbiamo bisogno di essere guariti dalle ferite del male e purificati dagli sfregi dell’egoismo e di quelle forze negative che rovinano la vita delle persone; in una parola, abbiamo bisogno di sentire la vicinanza di Dio.

E non importa da quale campanile si parta, ma che si cominci dal cuore di Gesù e dalla sua missione.

Don Davide




L’allenamento abbia inizio

In questa domenica che precede l’inizio della Quaresima, ascoltiamo il mandato di Dio a Mosé:

“Parla a tutta la comunità, dicendo loro: Siate santi, come io sono santo.” (Lv 19,17).

La santità viene declinata da Gesù in un amore che va oltre i confini della logica, della giustizia compensativa e persino del buon senso, e per questo diventa un atto di suprema libertà.

Essere liberi di amare, questa è la santità.

L’itinerario quaresimale, che inizia il Mercoledì delle Ceneri, è un allenamento intensivo per raggiungere questo obiettivo. I propositi che vorremo fare, i fioretti e una maggiore attenzione alla preghiera saranno autentici, se avranno come scopo di aiutarci a raggiungere questa libertà interiore e di orientarla al bene.

Caratteristica del Mercoledì delle Ceneri è una grande convocazione.

Il profeta Gioele, nel testo molto suggestivo che viene proclamato nella liturgia, invita tutti a un’adunanza solenne, proprio tutti: ragazzi, giovani, adulti anziani e persino lattanti, e deve essere proprio così.

I bambini del catechismo e anche i gruppi dell’Azione Cattolica dei ragazzi, infatti, hanno proprio questo motto: “Ragazzi, che squadra!”, che richiama il senso di un’impresa comunitaria.

Qualcuno si stupisce quando arriva una giovane mamma con in braccio un bimbo o una bimba piccolissima, che il ministro imponga anche su di loro la cenere, perché sembra che faccia paura e che stoni con una giovane vita che ha tutta l’esistenza davanti; invece, è l’indice che tutti dobbiamo essere rinnovati dall’amore del Signore che tocchiamo concretamente, in questi giorni.

Per questo, il Mercoledì delle Ceneri, facciamo ben tre celebrazioni, la messa alle 8 e alle 19 e la celebrazione per i bimbi alle 17.30, perché tutti abbiano la possibilità di partecipare, nessuno escluso.

Porte aperte, dunque, alla gara dell’amore. L’allenamento abbia inizio.

Don Davide




Sulle rive

Gli uni gettano le reti, gli altri le stanno riassettando.

I primi stanno pescando, gli altri hanno finito.

Gesù parla, ti chiama.

Che tu sia nel pieno della tua attività, oppure abbia staccato e ti prepari a riposare, lui vuole avere a che fare con te. Se sei giovane, ha bisogno di te. Se sei adulto, ha bisogno di te. Se sei anziano, ha bisogno di te.

Non importa quello che stai facendo, se sei occupato: ci sono amici da prendere, uomini e donne che devono sentire l’amore, persone che hanno bisogno di molte salvezze.

Non c’è una parte migliore di questa: ascoltare la parola del Maestro, che ti chiama.

Senza, le cose diventano affanni.

Solo che tu ascolti la sua parola come una chiamata per te, ed è un profumo che viene diffuso e conquista tutti.

Per due volte la liturgia di oggi ci propone l’immagine di questo cambiamento radicale: tenebra e luce. L’una non può esistere con l’altra. Quando si accende la luce della presenza di Gesù nella nostra vita, al risuonare della sua parola, come la voce dell’amato che chiama la sua amata nel Cantico dei Cantici, allora le tenebre si diradano. È il Sole da oriente, una lampada nella notte.

Per questo Paolo se la prende tanto con le divisioni nella comunità cristiana. Perché non siamo né di Paolo, né di Apollo, né di Pietro… ma siamo conquistati da Gesù.

Non desideriamo essere sopra gli altri, o essere di qualcuno, ma vivere il Vangelo, realizzare quella parola di bene che ci ha conquistato, per la prima volta, sulle rive del Lago di Galilea.

E servire, come regnare.

Servire gli amati, servire i poveri, avvicinare gli esclusi, consolare gli afflitti, custodire la creazione, guarire le ferite del mondo.

Questo ci affascina.

Meglio se fatto con qualche fratello e sorella, e altri che il Signore vorrà chiamare: una comunità di cui avere cura, e che voglio tenere il più possibile unita e affettuosa.

Don Davide




Un tempo stra-ordinario

Con il battesimo di Gesù, riprende il Tempo Ordinario: incominciamo a seguire il Maestro come i suoi discepoli, dagli inizi della sua predicazione.

Tuttavia, per la nostra comunità, quest’anno, non c’è nulla di “ordinario” nei due mesi che precedono la Quaresima.

Ci prepariamo, infatti, all’ordinazione diaconale di uno dei ministri della nostra parrocchia: Francesco Paolo Monaco. Non siamo abituati alla presenza di un diacono permanente all’interno della comunità. C’era Luigi Morara nella Parrocchia di S. Valentino, ma dalla sua morte il 30 giugno 2010, le nostre due parrocchie unite non hanno più avuto un diacono.

Il diacono è un cristiano che ha risposto ha una vocazione specifica, ha fatto un cammino di formazione nella sua chiesa diocesana e riceve il Sacramento dell’Ordine nel suo primo grado, quello del Diaconato, appunto. Il secondo grado è quello del presbiterato. Il terzo è quello dell’Episcopato.

Diaconato “permanente” significa che il sacramento viene conferito a una persona sposata, e che quindi non è inteso come una tappa verso il presbiterato, ma si configura come un ministero specifico all’interno della comunità: in primo luogo, un ministero di comunione.

Il diacono, cioè, deve essere più di ogni altro tessitore di legami e mediatore di comunione e di armonia.

Per fare questo, il diacono usa soprattutto il servizio della predicazione (proclama il Vangelo nella messa e in qualche occasione può e deve fare anche l’omelia) e il servizio della carità, con uno sguardo sempre teso all’amore fraterno, all’incontro delle generazioni e ad avvicinare e accogliere chi è lontano o inesperto della vita della Chiesa.

È chiaro, quindi, che la presenza di un diacono è un grande dono per la parrocchia e per la diocesi, a cui i diaconi fanno sempre riferimento, essendo anch’essi, come i preti, al servizio diretto della Chiesa locale e del vescovo.

Perciò è opportuno che ci prepariamo bene e con partecipazione a questo momento.

Nella lettera del vescovo in cui è stato confermato il discernimento favorevole all’ordinazione, ci è stato chiesto esplicitamente di compiere un cammino di preparazione insieme, anche per accompagnare Francesco Paolo e la sua famiglia.

L’impegno pastorale di tutti, quindi, fino al 12 febbraio si concentra sugli appuntamenti che prevedono un incontro con don Angelo Baldassarri, Vicario Episcopale e responsabile della formazione dei diaconi, e un incontro in stile di testimonianza con un diacono permanente e la sua famiglia, per dialogare su come si configura la presenza di un diacono nella comunità.

Ci sarà poi un momento di preghiera, a ridosso dell’ordinazione, per invocare lo Spirito e affidare all’intercessione di Maria il ministero di Francesco Paolo.

Come detto, ci concentriamo su queste occasioni di formazione e di preghiera, senza aggiungere altre iniziative alle attività ordinarie.

Infine, siamo davvero tutti invitati all’Ordinazione Diaconale in Cattedrale, il 12 febbraio, alle ore 17.30, dando la precedenza, chi può, alla partecipazione a quella messa invece di quelle che si celebrano in parrocchia in quella domenica.

Don Davide




Gratitudine, nonostante tutto

Naaman, della Siria, vuole a tutti i costi ringraziare Eliseo, il profeta di Israele, per essere guarito dalla lebbra. Allo stesso modo Gesù elogia il lebbroso samaritano che, guarito, ha scelto di tornare a ringraziare e di riconoscere il Signore.

Ormai è persino banale ricordarlo, tuttavia rimane necessario: viviamo tempi di una difficoltà imprevista, e forse impensabile fino a pochi anni fa. Le crisi che c’erano state prima del Covid sembravano grandissime, ma quelle di oggi le fanno impallidire.

C’è il linguaggio scellerato delle armi nucleari, che dovrebbe essere proibito – persino la parola – più che una offesa diretta o una bestemmia; c’è la crisi energetica; ci sono i problemi ecologici e una violenza orrenda e oscena in molte parti del mondo, che spesso non stanno sotto i riflettori… Senza andare lontano dai confini o negli scenari catastrofici c’è, infine, anche una buona dose di meschinità nel nostro vivere insieme e nella nostra vita individuale che esige urgentemente la nostra conversione.

Tuttavia, celebriamo l’Eucaristia, il Ringraziamento.

La comunità cristiana si raduna ogni domenica per celebrare nella fede la messa, come offerta ed espressione di gratitudine per il dono della vita, della fraternità, dell’amore condiviso e impegnato nei confronti del prossimo, e della speranza.

Con questa domenica riprendiamo le celebrazioni con le famiglie del catechismo alle 10 e la messa domenicale delle 11.30 che, viene curata con particolare attenzione, essendo la messa al centro del Giorno del Signore.

È una gioia vedere i bimbi e le bimbe, i ragazzi e le ragazze, le famiglie e gli anziani insieme, e sentire il sapore genuino, pur in mezzo ai nostri tantissimi limiti, della comunità, e impegnarci e avere la speranza di edificare un mondo dove le più ardite utopie impallidiscano.

Sì, noi ti ringraziamo, nostro Signore Gesù.

Ti ringraziamo per il dono della fede cristiana che custodiamo assieme; per le persone che amiamo e per le quali siamo ispirati a impegnarci; perché con la tua parola siamo incoraggiati e non ci rassegniamo alle ombre cupe che rabbuiano il mondo, ma possiamo portare la luce della saggezza, della sapienza e della pace.

Ti ringraziamo, perché quando portiamo la nostra vita concreta sull’altare della domenica, anche le cose più piccole diventano un dono e persino le nostre incapacità vengono trasfigurate. Tutto viene purificato e diventa più buono, pacifico e sereno.

Don Davide




Autunno

Spensierati, proprio no!

La prima lettura di questa domenica inizia con parole molto severe del profeta Amos che rimprovera chi è spensierato e a chi si considera sicuro sulle proprie ricchezze.

Queste parole potrebbero turbarci, invece ci fanno sentire in sintonia con la preoccupazione di Dio per il suo popolo. Spensierati, in questo periodo storico, non lo siamo davvero!

È iniziato l’autunno e tutte le comunità cristiane sono angosciate dalla preoccupazione di non fare fronte al pagamento delle utenze. È un problema serissimo, perché va molto oltre la questione economica: riguarda, per il terzo anno di fila, una difficoltà concreta a radunare la comunità e a trovarsi per le attività in una condizione non disagiata.

Almeno, ascoltando queste parole, siamo sicuri di avere quella santa inquietudine di cui parla il profeta.

Sicuramente non ce ne possiamo stare in panciolle e dobbiamo cercare le strade per una nuova sobrietà.

La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro ci aiuta a ricordare che, in questa circostanza drammatica, non siamo noi contro altri, ma le comunità cristiane insieme a tante persone che ugualmente soffrono di una situazione sociale divenuta quasi insostenibile.

Dalla parabola di Gesù impariamo che è necessario accorgerci delle sofferenze, essere solidali e condividere i pesi gli uni degli altri.

La realtà di questo periodo, quindi, può essere letta come un modo per vivere il Vangelo più radicalmente e vogliamo focalizzare lo sguardo su questo stimolo buono.

Don Davide