Omelia del giorno di Natale

Gesù è nato come uomo perché in parole umane e nella sua carne umana, ha voluto dirci alcune parole importanti, che noi potessimo ben capire e che io sento come le parole di questo Natale. 

Sono parole divine, che apparirebbero troppo grandi o difficili per gli uomini, ma che il Verbo di Dio ci comunica nel linguaggio semplice di un bambino, in modo che anche noi possiamo meravigliarci – come quando un fanciullo dice cose molto profonde – e farle nostre. 

Sono parole preziose, perché attraverso di esse Dio sostiene il mondo, impedisce che imploda e, grazie a tutte le persone che scelgono di farle proprie, le cose vanno piano piano e liberamente secondo il pensiero benevolo del Padre. 

 La prima parola è pace. Sono belli i piedi del messaggero di pace. La nascita di Gesù, cioè, schiera il mondo dalla parte dei costruttori di pace. Nel caso della profezia di Isaia, in modo particolare, questa pace è frutto della sconfitta dell’oppressore e del riscatto del popolo. In questo senso, Natale è anche una festa politica e militante: Dio non sta dalla parte di chi fa la guerra e di chi legittima l’oppressore. Noi esseri umani consideriamo mille sfumature, ma in ciascuna di esse Dio è molto preciso: predilige sempre la via giusta della pace. 

Non ci sono però solo questa scelta di campo e le grandi azioni, ma anche tutte quelle opere e atteggiamenti che educano alla pace. Quando i genitori giocano affettuosamente con i figli, lì si sta costruendo la pace. Quando noi adulti ci guardiamo bene da usare parole aggressive e atteggiamenti violenti, o da proporre discriminazioni e ingiustizie, stiamo difendendo la pace. Quando un cristiano prega per il bene, anche dei propri nemici, e chiede la grazia del perdono e la forza di perdonare, lì la pace ottiene una grande vittoria. Ci sarebbero molti altri esempi da fare, l’importante e che capiamo che la nascita di Gesù è l’editto della pace. Lo vedremo manifestamente nei giorni della sua passione: possiamo non essere in conflitto e fare cessare la violenza. 

 La seconda parola è consolazione. La presenza di Gesù, il suo modo di essere e di fare, i suoi incontri e il suo esempio sono di grande consolazione per chi ha dei turbamenti, delle domande, o delle fatiche. In modo particolare, nella liturgia del Natale, si ripete come un ritornello che c’è un popolo che sperimenta la consolazione. Questo messaggio mi fa sentire parte di una storia fatta di tanti incontri con quelle persone che – talvolta con grande semplicità – provano di vivere bene o cercano soltanto un po’ di consolazione. Mi pare che sia la trama dell’opera di Dio, che con grande delicatezza vuole rendersi presente sul serio nella vita di tutti. Dobbiamo credere che il Vangelo di Gesù porta nel mondo la grazia della consolazione, con tutta la responsabilità che abbiamo di comprenderlo bene e di viverlo con coerenza. 

 La terza parola è accoglienza. Sì è vero c’è una storia di non riconoscimento, ma la storia di accoglienza è più grande! Ci sono tanti cuori che si aprono, tante vite che si mettono al servizio, miliardi di gesti di cura disseminati, spesso anche sotto i nostri occhi. Tutti coloro che l’hanno accolto, vengono trasformati, sono persone generate da Dio, che attraversano il mondo con una forza straordinaria che non viene da noi, ma che è dono del Signore. 

Di questa accoglienza siamo protagonisti anche noi, e questo ci incoraggia a continuare a stare nella luce. 

Nella notte è risuonato un annuncio angelico ai pastori. Siccome potrebbe darsi che queste parole siano troppo belle per essere vere, allora i pastori sono invitati ad andare a Betlemme per vedere un segno. Racconta il vangelo che i pastori andarono e videro Maria e Giuseppe, e il bambino deposto in una mangiatoia. Tanto è bastato per essere confermati. Sarà anche la stessa esperienza che faranno i Magi. Che prova hanno avuto esattamente? Il vangelo non lo dice. Dunque, proviamo a sostare anche noi davanti a questo mistero, a contemplarlo un po’, a guardarlo da tutte le prospettive. Potrà succedere che comprenderemo che queste parole – pace, consolazione e accoglienza – sono vere. 

Don Davide




Tra le consolazioni

“Io li riporterò tra le consolazioni…” (Ger 31 – I lett.)

Il principio della Pasqua – il riscatto, la consolazione – attraversa profeticamente tutta la Bibbia, anche l’Antico Testamento, e si realizza compiutamente nel Nuovo con la resurrezione di Gesù.

Come non sentire vere queste parole della prima lettura, di fronte alle esperienze dolorose che il nostro quartiere, la nostra città, le parrocchie della diocesi e tutta la regione hanno attraversato con le recenti alluvioni?

C’è stata un’esperienza di pianto, ci sarà un’esperienza di consolazione.

A patto che decidiamo di vedere, che vogliamo fermamente essere liberati da quella cecità del cuore e della mente, per cui non vediamo i rischi, non sentiamo il pericolo che corrono le persone e non abbiamo l’intelligenza di un rapporto corretto con l’ambiente.

Ancora la prima lettura, ci ricorda che ci sono “fiumi ricchi di acqua” e che sono una cosa buona: i fiumi e l’acqua da sempre sono decisivi per la vita delle persone e dell’ecosistema. È la nostra cecità a trasformarli in strumenti di devastazione e morte.

Con la tecnologia, gli strumenti, le competenze ingegneristiche e soprattutto la ricchezza che abbiamo in Italia, dobbiamo abbandonare ogni scusa, aprire gli occhi, vedere la nostra responsabilità e agire sul nostro dovere.

Questo è anche uno dei modi di rispondere alla chiamata alla santità, oggi. Solo se saremo testimoni di una promessa di vita che si costruisce a partire da qui – dalla vita che ci è donata e dal mondo che ci è affidato – potremo essere testimoni luminosi di una vita che ci sovrasta per abbondanza e pienezza, e che ci attende.

Aprire gli occhi per vedere l’invisibile.

Quando accolgo le mie responsabilità e provo di vivere la mia vocazione all’amore e al servizio, anche delle urgenze, allora la cortina che divide il passaggio fra il di qua e la luce che si irradia dall’altrove si fa più trasparente e possiamo intravedere qualcosa.

Ci saranno consolazioni.

Io so che riabbraccerò la mia mamma e tornerò a parlare di cose liete con mio papà. So che racconterò alle tante persone della parrocchia quello che è accaduto qui, dopo che loro se ne sono andate.

È la Pasqua di Gesù, che è sempre all’opera per chiamarci all’amore, per farci diventare santi e per metterci al servizio, anche quando è concreto e urgente come in questi giorni.

Don Davide




Un altro consolatore

“Vi darà un altro Consolatore” (Gv 14,16).

Evidentemente Gesù sapeva che il mondo ha un immenso bisogno di consolazione.

Etty Hillesum, nel suo meraviglioso Diario scrive: “Si vorrebbe essere un balsamo per molte ferite.”

Questa frase interpreta magistralmente l’intenzione di Gesù: non solo lo Spirito Santo è un “altro” consolatore, ma anche tutti coloro che questo Spirito lo accolgono e se ne lasciano trasformare, al punto di essere balsamo, per molte ferite.

Vorremmo rubare le parole attribuite a S. Francesco nella Preghiera semplice e parafrasarle:

“O Signore, fa di me uno strumento della tua cura.

Dove c’è una ferita, che io possa essere balsamo; dove c’è la guerra, ispirami la pace. Dove ingiustizia, rendimi giusto. Dove manca l’amore, aiutami ad amare.”

Allo stesso tempo, Signore, fa’ che io stesso sappia di avere bisogno di consolazione, per essere umile e affidato e sentire che il conforto è sempre essere gli uni assieme agli altri, e ciascuno insieme con te.

Don Davide