Omelia Venerdì Santo

«Crocifiggilo!». 

Per la prima volta, la parola della croce viene pronunciata contro Gesù. 

Per la prima volta Gesù la sente con i suoi orecchi. 

L’essere tradito; l’assurdità di Pilato che per due volte dichiara la sua innocenza, eppure emette la sentenza di morte; l’odio immotivato che lo circonda; la violenza gratuita dei soldati; lo scherno con cui ridono della sua sofferenza: Dunque è questo che si prova, quando la croce ti arriva addosso?! pensa Gesù. 

Il dialogo si fa intimo con il Padre suo, mentre tutto il mondo viene inghiottito nel nulla. 

Dunque è questo, Padre, che provano le vittime, i perseguitati, i sofferenti, gli oppressi? 

Come osa questo male deturpare così il mondo che abbiamo creato?! 

I soldati lo costringono a prendere il patibolo sulle spalle. Il peso è eccessivo, ma più insopportabili sono il bruciore della fustigazione, il dolore dei lividi, le punture delle spine che premono sul suo capo. E poi i chiodi.   

Una tortura da fare impazzire. 

Come può un essere umano piantare chiodi nel corpo di un altro essere umano? O lame, o pallottole o schegge di bomba… Quale degrado deve accadere? Quale rovina è accaduta? 

Gesù porta quel peso volontariamente a nome di tutte le donne torturate e di tutti gli uomini torturati della storia. 

Dio non può sopportare che questo orrore accada, ma – purtroppo – solo un manipolo di esseri umani hanno il coraggio, la sensibilità e la grazia di volgere lo stesso sguardo del Padre su quell’abominio: sono quattro donne e Giovanni. Gesù li vede dall’alto. Non lo sanno, ma il loro volto è trasfigurato, come quello di Gesù dopo che era giunto sul Tabor.  

Allora Gesù dà la sua risposta a questo enigma e a questo dramma enorme: indica una madre e un discepolo. 

Nella sofferenza più piccola e nel dolore più grande, Gesù affida una madre a un discepolo e viceversa. C’è una madre, la Chiesa, che deve accogliere e consolare, e un discepolo, noi, che dobbiamo semplicemente amare. 

 Mai, mai, mai nella Chiesa ci potrà essere qualcosa che infligge un dolore simile a una croce. Mai. Se la madre e il discepolo facessero questo, la loro esistenza sarebbe vanificata: devono essere una chiesa di fratelli e sorelle. Devono essere una madre per tutti e fratelli e sorelle per tutti. 

 Gesù spalanca gli occhi brucianti un’ultima volta. È solo l’inizio della Primavera, ma al suo sguardo i campi già biondeggiano per la mietitura. Ha un desiderio fortissimo che esista una comunità così e dei fratelli e delle sorelle così. È un desiderio intenso come la sete nell’arsura del deserto. 

«Tutto il mio spirito lo do per questo: – dice Gesù – perché non ci sia mai, mai più, una persona che soffra così per mano di un altro essere umano. Non ci sia mai, mai più, qualcuno che soffre e che non sia consolato. Non ci sia mai, mai più, altra croce che l’albero della vita, al centro del giardino del mondo.» 

Bologna, 18 aprile 2025 




La Croce di San Valentino

Segno di fede e devozione.

La Croce di San Valentino è un segno di fede e di devozione molto speciale, legato alla chiesa santuario di S. Valentino della Grada.

Gesù ci invita a prendere su di noi il suo giogo (Mt 11,28-30) come il Cireneo (Mt 27,32), ma in realtà non siamo noi ad aiutare lui, è lui che sostiene noi. Il giogo, portato così assieme con lui, diventa leggero e noi troviamo sorprendentemente consolazione e riposo. È l’esperienza della grazia.

La Croce di San Valentino è il segno di questa grazia. È una croce con un unico asse verticale, ma due assi orizzontali, a indicare che la nostra croce è unita a quella di Gesù.

È la grazia che ha provato prima di tutto il sacerdote Valentino, nella sofferenza del martirio. Affidandoci alla sua intercessione, siamo sempre aiutati a trovare in Gesù coraggio, consolazione e sollievo.

Signore Gesù,
unisci la mia croce alla tua
affinché anche la mia sofferenza
sia trasfigurata,
come quella di San Valentino,
in un’offerta d’amore a te
per la salvezza del mondo
e per il bene di coloro che amo.

Amen.

Calendario delle Celebrazioni nella Chiesa di S. Valentino

 




La Croce

La liturgia del Venerdì Santo è una celebrazione intima e di grande raccoglimento. Si inizia in silenzio, prostrandosi davanti all’altare e al presbiterio completamente spoglio. Anche la sede viene spostata davanti alle panche, nell’assemblea, perché tutti – chi presiede la celebrazione, i ministri e il resto del popolo di Dio – siano di fronte al mistero della Passione, in ascolto della Parola.

Segue, infatti, la liturgia della Parola e la proclamazione della Passione dal Vangelo secondo Giovanni. Ci sarà poi la grande preghiera universale, che si eleva in risposta alla parola di Dio e che viene come depositata davanti alla Croce. Il senso di questa lunga preghiera (sono ben dieci!) è proprio quello di essere una ricapitolazione di tutte le suppliche più indispensabili elevate al cielo davanti al grande mistero della redenzione.

Mi piacerebbe, in quest’occasione, fare un piccolo segno. Dieci persone diverse avranno una candela ciascuno. Ad ogni invocazione una candela verrà accesa, rimanendo sul posto. Poi, durante la processione per il bacio della Croce, che seguirà poco dopo, chi ha la candela la deporrà ai piedi della Croce a nome di tutti, come segno di collegamento tra la preghiera e l’adorazione della Croce.

È un gesto molto semplice, per cui chiedo il vostro aiuto. Se qualcuno è disponibile ad accendere e portare la candela, prego di farmelo sapere con anticipo, in modo da organizzarci. La partecipazione attiva di più persone alla liturgia è uno dei grandi auspici della riforma liturgica del Concilio Vaticano II.

Il momento culminante di questa celebrazione è l’adorazione della Croce. Avendo il grande Crocifisso che viene venerato quotidianamente, vogliamo valorizzarlo in questo giorno santo. La Croce che si leverà davanti ai nostri occhi e sulla nostra assemblea sarà proprio il grande crocifisso devozionale. Ovviamente non è possibile portarlo in processione, quindi faremo il rito sul posto.

La Croce verrà svelata per tre volte, dopo ciascuna ci sarà l’incensazione e l’invocazione: “Ecco il legno della croce, a cui fu appeso il Cristo, salvatore del mondo!”, a cui l’assemblea risponderà: “Venite adoriamo” e la luce che illumina la Croce aumenterà di intensità. Nel passaggio tra uno svelamento (e la corrispettiva invocazione) e l’altro, simmetricamente verrà velato un pezzo del trittico In memoria di me. Così si evidenzia il passaggio dalla adorazione dell’Eucaristia, a quella della Croce, che si ergerà in chiesa, fino alla Veglia di Pasqua.

Ancora una volta, l’incensazione riservata a questo momento ci richiamerà al significato forte della seconda manifestazione del sacrificio di Gesù: la sua morte in Croce per riscattare il peccato e per amore degli uomini.

La celebrazione termina con la preghiera del Padre nostro, ripetendo l’estremo atto di affidamento al Padre di Gesù crocifisso, e l’orazione finale. Ricordiamo che – per scelta della comunità parrocchiale e con lo scopo di concentrarsi sui momenti diversi del Triduo – non verrà distribuita la Comunione. La partecipazione al sacrificio di Gesù, infatti, nel Venerdì Santo viene espressa dall’adorazione e dal bacio della Croce.

 Don Davide