In ascolto delle beatitudini

Il vangelo di questa domenica ci propone le Beatitudini di Gesù nella redazione dell’evangelista Luca. A differenza di quelle più famose di Matteo, Luca esprime una visione più concreta e perfino sociale. A fronte dell’enunciazione “Beati”, infatti, Gesù dice anche “Guai”.

È sempre difficile identificare a chi sono rivolte queste parole: “Beati” e “Guai”, perché ci viene facile dire: “Beati noi” e “Guai agli altri”, ma non è così. Dovremmo sentirci profondamente richiamati alla conversione, sapendo che le parole di Gesù mettono in discussione prima di tutto noi stessi, chiunque le ascolti, e poi aprono possibilità nuove di conversione, appunto, e di maggiore fedeltà all’amore di Dio.

Ascoltare il Vangelo deve mettere in crisi il nostro torpore.

Ci sono parole che non possono essere pronunciate impunemente, alcune di queste sono: “deportazioni di massa”. Tale espressione ci riporta a un mondo che speravamo volentieri di esserci lasciato alle spalle. Un cristiano che sente Gesù pronunciare “Beati” e “Guai” non può non sentire rivolto a sé il monito: “Guai a voi, ricchi… Guai a voi, che ora siete sazi… Guai a voi che ora ridete…”

Non è un caso che ascoltiamo queste parole nel giorno del nostro santo patrono, un martire, che ha dato la vita per difendere la fede e il Vangelo.

Propongo, allora, di ascoltare insieme attentamente le parole che papa Francesco ha scritto nella sua Lettera ai vescovi americani del 11/02/2025, pubblicata sull’Osservatore Romano e sul sito ufficiale della Santa Sede: www.vatican.va

Il papa cita la dottrina tradizionalissima sui migranti e la dignità umana, promulgata da Pio XII già nel 1952:

«La Famiglia di Nazaret in esilio, Gesù, Maria e Giuseppe, emigranti in Egitto e ivi rifugiati per sottrarsi alle ire di un re empio, sono il modello, l’esempio e la consolazione degli emigranti e dei pellegrini di ogni tempo e di ogni Paese, di tutti i profughi di ogni condizione che, spinti dalla persecuzione o dal bisogno, sono costretti a lasciare la loro patria, l’amata famiglia e i cari amici e recarsi in terra straniera». (n. 2)

Si fa riferimento agli emigranti e pellegrini di ogni tempo e di ogni Paese e a tutti i profughi di ogni condizione.

Poi papa Francesco continua di suo pugno:

«Sto seguendo da vicino la grande crisi che si sta verificando negli Stati Uniti con l’avvio di un programma di deportazioni di massa. La coscienza rettamente formata non può non compiere un giudizio critico ed esprimere il suo dissenso verso qualsiasi misura che tacitamente o esplicitamente identifica lo status illegale di alcuni migranti con la criminalità. Al tempo stesso, bisogna riconoscere il diritto di una nazione a difendersi e a mantenere le comunità al sicuro da coloro che hanno commesso crimini violenti o gravi durante la permanenza nel Paese o prima del loro arrivo. Detto ciò, l’atto di deportare persone che in molti casi hanno abbandonato la propria terra per ragioni di povertà estrema, insicurezza, sfruttamento, persecuzione o grave deterioramento dell’ambiente, lede la dignità di molti uomini e donne, e di intere famiglie, e li pone in uno stato di particolare vulnerabilità e incapacità di difendersi.» (n. 4)

Qui la frase centrale è quella che dice che lo status illegale di un migrante non può essere immediatamente identificato con la criminalità.

Certamente, chi ascolta la parola del Vangelo: “Beati voi poveri” e “Guai a voi ricchi”, non può sentirsi solidale con l’aristocrazia dei più ricchi del pianeta, quando la loro smodata ricchezza viene usata esplicitamente per gestire il potere e operare una discriminazione selettiva degli indifesi.

Oggi l’Azione Cattolica parrocchiale celebra la festa dell’adesione, seguendo il tema nazionale della “Custodia della memoria”, ricordando l’eccidio di Monte Sole e anche la luminosa testimonianza di don Medardo Barbieri, che era stato anche vice-parroco a S. Maria della Carità, poi prelevato dalle truppe tedesche nella sua parrocchia di Qualto il 28 settembre 1944 e di cui non si è saputo mai più nulla.

Nei decenni dopo la Seconda Guerra Mondiale ci sono state tante polemiche, in cui si accusava la Chiesa di non avere levato abbastanza la voce contro i regimi totalitari e la persecuzione degli ebrei.

Fra vent’anni nessuno potrà dire che il papa non ha levato la voce quando si torna ad usare senza vergogna l’espressione “deportazioni di massa”, e contro l’uccisione indiscriminata e violenta di decine di migliaia di bambini e bambine a Gaza, e contro l’invasione folle di una guerra in Ucraina che nasconde interessi planetari di tutti coloro che non collaborano alla pace.

Ma qui, in gioco, non c’è solo il papa, bensì ciascuno di noi.

Ogni cristiano che vuole ingaggiare uomini vivi lasciandosi ispirare dalla parola di Gesù (come abbiamo ascoltato nel vangelo di domenica scorsa), deve chiedersi: che mondo vede, Gesù, quando pronuncia le beatitudini? Che umanità posso costruire con lui?

E prontamente darsi da fare per plasmare questa visione.

Don Davide




Trovare casa

L’inizio del nostro cammino dopo le feste di Natale è caratterizzato dalla simbologia delle nozze. Il testo del profeta Isaia è una grande immagine nuziale: “sarai amata come una sposa, sarai amato come uno sposo”. L’episodio delle nozze di Cana, indica nel simbolo che Gesù realizza questo grande amore di Dio per l’umanità, per ogni uomo e ogni donna, come l’amore delle nozze.

Poter dire: questa è la mia vita, questa è la mia scelta, questa è la mia felicità.

Questa è l’ambizione e il desiderio profondo di ogni persona: giungere a un momento risolto e definitivo.

Dopo avere celebrato la presenza di Dio nel mondo e nella storia di ciascuno e ciascuna di noi, la liturgia, così, ci suggerisce che nell’incontro con Gesù, nel coltivare la fede in lui e nel mettere in pratica il Vangelo così come lo conosciamo e riusciamo a capirlo, c’è una solida premessa per la realizzazione dei nostri bisogni più veri, perché Dio stesso ci ha creati per realizzare pienezza e vita.

L’amore di Dio è stabile, fedele e non ci tradisce.

Se entriamo in questa esperienza, sentiremo che il nostro cammino diventa più chiaro e sicuro, anche nelle difficoltà e incertezze.

È come trovare casa e sapere che lì puoi iniziare a costruire una nuova fase della tua vita:

dopo quella della ricerca e della realizzazione, quella del servizio e del dono di sé. Con il Vangelo inizia questa avventura per tutti.

E anche – in modo speciale in questo anno – per la nostra comunità, che seguendo il Maestro, attende la fine dei lavori di restauro della chiesa, come una giovane famiglia che attende che il suo appartamento sia pronto per “mettere su casa”.

Don Davide




Il Dio piccolino

Nasce Gesù e comincia ad attrarre.

Fin dai popoli più lontani e dagli angoli più remoti della terra qualche persona sceglie di muoversi verso di lui. C’è una stella che li guida.

È una stella molto particolare: brilla luminosissima e mite, come se volesse fare luce agli altri corpi celesti.

È una stella al servizio e del servizio.

Queste persone sagge, capaci di penetrare l’addensarsi delle galassie, comunicano al re che loro vogliono seguire questo non-potere. Sono talmente genuini che non si rendono nemmeno conto che lo stanno sfidando. Invece che lusingarlo nelle sue smanie, sono interessati a un altro modo di esistere.

Nessuno, mai più potrà riaggiustare la fascinazione di quel potere violento e meschino.

Molti ancora vi si sottometteranno, vendendo se stessi e gli altri, e lacerando il mondo, ma la scelta di tutti i Magi di tutti i tempi incrina quella forza, e la frattura non potrà mai più essere ricucita. È lì che l’immenso potere di Erode ha iniziato a frantumarsi, per questo motivo non poteva tollerarlo.

Ora quella stella, la stella dell’umiltà e del servizio, guida queste persone meravigliose. Non solo li ispira, come aveva fatto all’inizio, ma li accompagna, motiva le loro scelte, decide le loro svolte.

Hanno abbandonato i loro studi, le loro biblioteche e i loro palazzi.

Ad ogni passo si fanno più piccoli, più pronti… e giungono a Betlemme come Magi bambini.

Ricordo perfettamente quando mio nipote più grande vide i suoi fratellini gemelli appena nati ed esclamò: “Cha carini!”. È la stessa meraviglia dei Magi bambini nel momento in cui ammirano questo sovrano umile, questo Dio piccolino, e sanno che quella stella non li avrebbe lasciati mai più.

La storia dei Magi è la storia di tutte le persone attratte da Gesù, un Dio capovolto, che non fa paura, non giudica, suscita tenerezza, inverte il potere e la grandezza, aiuta a scegliere l’amicizia e la pace.

Don Davide




Dio nelle nostre case

Venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14).

La sua casa nelle nostre case, oppure, la sua persona in casa nostra.

Viene nella nostra casa, scompagina i ritmi, ci chiede di essere attenti a lui, ci rende sensibili all’ospitalità. È un ospite che rende la nostra casa diversamente abitata e rompe la routine che ci eravamo dati.

Allo stesso tempo è uno di famiglia,

ci si sente a proprio agio con lui, si può stare in pigiama e in ciabatte senza sentirsi in imbarazzo.

E quando riparte, perché è sempre in movimento, perché ci costringe a non dare la sua presenza come scontata, allora sentiamo la sua assenza, abbiamo nostalgia dei giorni trascorsi con lui e desideriamo la prossima occasione per essere ancora insieme.

Tutto questo vale per ciascuno e ciascuna di noi, per le nostre famiglie e per il popolo di Dio che è la Chiesa.

“E noi abbiamo visto la sua gloria” (Gv 1,15).

Alcune volte, però, i nostri sensi sono intorpiditi, e manco ci rendiamo conto che abbiamo l’ospite più importante di tutti.

Come alleniamo i sensi, in modo da accorgerci di lui, “in mezzo a noi”?

Come tutte le mamme, Maria, in quei primi momenti dopo il parto, si perde a guardare quel bimbo che per nove mesi ha potuto solo sentire. Metto i miei occhi nei suoi. L’angelo aveva detto: “Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo”, eppure questo fanciullo non sembra in nulla diverso da tutti i frugoletti che vengono alla luce.

Lo sguardo ora si posa sulla mangiatoia. Staccionata e paglia: qualcosa che assomiglia a un giaciglio. La percezione di Maria è cambiata. Aveva incontrato un arcangelo, ma era ancora poco. Ora è capace di vedere come il creato più semplice e umile può diventare una culla per Dio.

Forse è l’immaginazione che ci serve per vedere Dio in casa nostra.

Don Davide




Gratuità e gratitudine

Fin da quando ho avuto chiarezza di averlo incontrato la prima volta, ho atteso il ritorno del Signore: non un evento cosmico o pirotecnico, ma il suo farsi di nuovo così vivo e presente nella mia vita.

Mi sono chiesto più volte dove e quando l’ho incontrato veramente:

se in un’esperienza specifica, o in un itinerario. Facendo memoria vedo molte situazioni in cui posso dire: “lì c’era il Signore”, ma so che in quel momento non me ne rendevo conto, se non in casi rari; è stato quando ci ho ripensato che ho potuto riconoscere la sua presenza. Ugualmente ci sono state esperienze prolungate nel tempo, nelle quali solo dopo ho apprezzato con chiarezza quanto il Signore mi abbia guidato e seguito.

Ad ogni “presenza”, quindi, è cresciuta la nostalgia per il suo “ritorno”, cioè per un nuovo incontro con lui, che spero mi colga più consapevole e attento.

Oggi, quindi, in questo anniversario dei miei dieci anni qui nella nostra comunità, che coincide sempre con la prima domenica di Avvento, esprimo questo desiderio che Gesù “torni” per ciascuno e ciascuna di voi, ossia che ci possa essere un incontro sempre nuovo e sempre più vivo con lui. So che il mio ministero come parroco è al servizio di questo compito: che si possa fare come singoli e come comunità esperienza del Signore risorto, come Maria Maddalena, come Paolo, come tante e tanti testimoni che ce l’hanno trasmesso.

Gesù è il motivo della nostra fede.

È lui la ragione bella del nostro credere, la sorgente positiva della nostra esistenza, la direzione libera del nostro vivere.

In questi anni io riconosco che il Signore è “tornato” tante volte, anzi, non se n’è mai andato. Per me questi dieci anni sono stati davvero un dono suo e adesso, se penso alle persone che ho incontrato, credo che in ciascuna mi sia venuto incontro lui.

Ma ho una preoccupazione.

Sono ben consapevole quanto è preziosa la vostra presenza nella comunità, la vostra preghiera, la testimonianza della vostra vita. Vorrei trasmettervi che mi accorgo delle cose, e anche se qualche volta sono magari poco attento, più frettoloso e distratto, questo non è sintomo di trascuratezza, ma solo della normale fatica del vivere, che ovviamente sperimento anch’io.

Mi preme che sia chiara la mia riconoscenza nei confronti di ciascuno e ciascuna di voi:

so che non fate quello che fate per me o per qualsiasi parroco, ma per il Signore e per la Chiesa, come è giusto che sia. Quindi non voglio sminuire la vostra gratuità. Ci tengo però a dire esplicitamente che la presenza in mezzo a voi mi ha edificato, spero educato e migliorato, sicuramente tante volte consolato. Voglio che sentiate che il mio grazie c’è, è sincero e vorrebbe colmare il divario, non per “sdebitarmi”, ma per essere sicuro che conosciate il mio affetto.

Per metà del tempo che sono stato qui, la Chiesa in comunione con papa Francesco ci ha chiesto di riscoprire la “sinodalità”, il camminare insieme. Il giorno del mio ingresso in parrocchia, nell’omelia – spaventato per il compito che mi attendeva e per una chiesa (di mattoni) che sembrava troppo grande e bella per il sottoscritto – usai proprio questa parola: “insieme”, con l’auspicio che insieme ci saremmo aiutati in tutti i passaggi da fare. Per il grande dono della liturgia, che ha il potere di trasformare le parole in vita, quell’augurio che facevo soprattutto a me stesso si è realizzato e conserva intatto, dopo dieci anni, tutto il suo valore. Per me è molto bello saperlo, perché mi fa sentire ancora l’entusiasmo degli inizi.

Don Davide




La regola della santità

Oggi che i re del mondo danno spettacolo indegno di sé, invocando il diritto di uccidere, la guerra globale e l’uso delle armi nucleari, chiunque accoglie la verità sa che c’è un altro re, che è re di un potere più vero e che non tramonta mai.

Il potere di ogni re è effimero. Anche nella espressione più alta della propria potenza, oggi si autodistruggerebbe.

Il potere di Gesù, invece, non tramonta mai.

Lui è il re supremo dell’esistenza nell’amore. Chiunque voglia vivere nel suo regno, vive liberamente di questa possibilità. I re del mondo svuotano di potere i loro sudditi. Il re dell’amore trasferisce loro il suo stesso potere.

Questa è la legge del suo regno: la santità si addice alla tua casa.

Noi, quindi, abbiamo potere di fare queste scelte, di vivere secondo questo editto: abitare questo regno, con la libertà di sentirci a casa nostra, senza paura, e soprattutto desiderosi di vivere secondo la legge della santità nell’amore.

Don Davide




La vedova e Dio

Si avvicina la fine dell’anno liturgico e, dopo il lungo itinerario di un anno alla sequela del Maestro, il Vangelo di Marco ricapitola il senso di quanto detto dalle prime parole di Gesù stesso: “Il regno di Dio è vicino” (Mc 1,14).

Gesù è venuto per dirci questo: Dio è vicino; il suo amore per noi è vicino.

E quindi noi possiamo allungare la mano per chiedergli aiuto e incontrare la sua, possiamo dilatare il cuore e sentire il suo amore, possiamo rivolgergli un pensiero e trovarlo lì accanto a noi.

Nelle letture di oggi, ci sono due donne che testimoniano questa vicinanza di Dio: la prima con sorpresa, la seconda con assoluta consapevolezza.

Non c’è troppa distanza tra la vedova di Sarepta, che non apparteneva nemmeno al popolo di Israele, e Elia, il più grande di tutti i profeti. Non c’è troppa distanza tra la povera vedova del Vangelo e Dio, nel suo Tempio.

Immaginatevi le scene: due povere donne, socialmente escluse, una al cospetto dell’uomo del momento, in grado di chiamare la siccità e sfidare il re; l’altra nella maestà del Tempio, accanto a ricchi e sapienti.

Gesù posa lo sguardo proprio su quest’ultima, e ne fa “un episodio” del Vangelo.

Dio è nelle cose più piccole. Nessuno è così povero da non potere fare l’offerta più grande di tutte davanti a Dio, ossia la propria autenticità. Bastiamo noi stessi, noi con la nostra vita. Che in realtà non è poco, anzi richiede un sacrificio grande e la disponibilità a un’offerta che vale più di tutti i soldi del mondo, perché è la nostra vita.

Ma è la nostra vita, appunto, che conta davanti a Dio: il gesto di una mano tesa, il nostro cuore proteso a lui, il nostro pensiero rivolto a Dio.

Nella corsa per il regno nessuno è avvantaggiato se non chi sa dilatare di più il cuore.

Sono giorni, questi della fine dell’anno liturgico, che nella ricapitolazione di tutte le cose e nel discernimento sapiente che ci chiede di avere, ci spingono a valorizzare tutte quelle azioni, scelte, gesti che ci fanno sentire Dio un po’ più vicino.

Don Davide




L’amore che riempie il mondo

La parrocchia, la zona pastorale, la missione nel mondo: questa domenica fa dilatare il nostro cammino comunitario. Non c’è, infatti, solo la vita della parrocchia; siamo anche convocati all’assemblea della zona; e poi – in occasione della Giornata Mondiale Missionaria – siamo invitati a pregare per tutte le persone che in ogni parte del mondo portano l’annuncio del vangelo, testimoniano la fede e la speranza e condividono la carità nel nome di Gesù.

Quando osserviamo il globo intero con occhi umani, forse, siamo portati a concentrarci su ciò che non va bene. Ciò che fa notizia, infatti, sono le guerre, le tensioni internazionali, la crisi climatica, le scaramucce politiche, le dinamiche del capitalismo e la finanza.

La fede ci fa guardare con occhi diversi.

Dice il salmo: “dell’amore del Signore è piena la terra”. Ed è proprio vero!

Basta guardare qualcuno dei video preparati per la Giornata Missionaria Mondiale Fondazione Missio – YouTube che ci mostrano la presenza e l’opera dei missionari ai crocicchi del mondo. In ogni angolo, anche il più sperduto della terra, c’è l’amore del Signore, che non fa notizia né rumore, come una foresta che cresce, rispetto a un albero che cade.

È la Chiesa che mi piace, di cui sono orgoglioso.

È la Chiesa che tutti possiamo incarnare, anche ai nostri crocicchi, tra via S. Felice e via della Grada, tra via Riva Reno e Via Calori: “basta” scegliere di offrire la propria vita come servitore, e non come potente.

È una scelta di campo: su questa decisione, le parole di Gesù non lasciano ambiguità: “Tra voi non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore”, e se per caso ci venisse il dubbio che Gesù, in fondo, volesse esagerare, lui rincara la dose: “E chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti”.

Ok, Gesù, sei stato chiaro.

Sembra difficile da fare paura… ma in realtà, a pensarci bene, è il modo di cambiare il nostro sguardo, di accorgersi della parte luminosa del mondo e di sentire su di noi – come dice il salmo – l’amore di Dio che ci fa da scudo.

Don Davide




Due tesori diversi

Più dei racconti della chiamata dei primi discepoli, più delle grandi conversioni, il Vangelo di oggi ci fa ammirare la chiamata di Gesù a ciascuno di noi: “Vieni, e seguimi”.
Fermiamoci un attimo: blocchiamo pensieri, distrazioni e preoccupazioni.
Concentriamoci su questo:

conosco Gesù, lo sento come un buon amico

– forse, una guida – lo tengo presente nella mia vita.

Pensa a Gesù e alla tua famiglia. Pensa a Gesù e alle tue figlie, ai tuoi figli. Pensa al tuo amore. Pensa al tuo lavoro, la tua responsabilità, le tue passioni.
Tu dai credito alla persona di Gesù e a quanto hai potuto conoscere di lui.
È buono: che cosa significa la bontà, per te?

Il Vangelo dell’uomo ricco, che se ne va via triste perché aveva molti beni, ci sembra difficilissimo. Ci pare che sia inevitabile per tutti finire così. Possiamo forse consolarci dicendo: “Beh, certo, io non posso essere il protagonista di queste grandi storie del Vangelo. Ci è riuscito Sant’Antonio, il Grande. Ci è riuscito San Francesco, il Serafico. Ma io?!”

E invece questa parola stupenda di Gesù: “Vieni e seguimi!” è vicinissima. È possibile.

La differenza fra l’impossibile e il possibile, tra una favola troppo esigente e una sorpresa che mi coinvolge, non è il “tesoro”, ma è “nel cielo”.
“Avrai un tesoro in cielo” dice Gesù: “Vieni e seguimi, e avrai un tesoro in cielo”.

Suvvia! Il tesoro che sta nel cielo non possono esser certo le ricchezze materiali! Quelle servono per custodire la propria famiglia e le persone che amiamo, per non essere schiacciati dalle preoccupazioni, per condividere e per lasciare qualcosa di buono in questo mondo. “Servono”, appunto: sono al servizio di qualcosa di molto più importante. Mai e poi mai potranno essere il nostro tesoro!

Se pensi invece a tutto l’impegno che hai messo per le persone che ami, al desiderio di vivere bene le tue responsabilità e gli incarichi, al rispetto della vita che hai cercato di perseguire e insegnare, alla sofferenza insopportabile che hai sperato di alleviare almeno un po’ ai poveri e ai sofferenti, e a ogni sforzo, anche piccolissimo, per essere custode e artefice della pace… allora capisci perfettamente che questo è il tuo vero tesoro, come in terra, così in cielo.

Tutto ciò accade mentre segui Gesù e sempre di più perché lo segui.

Perché dovresti andartene triste, lasciare tutto, quando invece potresti sentire la gioia sapendo che lui è con te?

Segui Gesù, e quel tesoro che hai sulla terra diventerà sempre più relazionale e affettivo, e sarà anche il tuo tesoro nel cielo.

Don Davide




Fortezza

Forti come la roccia, teneri come un abbraccio

Tutta la forza del cristiano dipende dalla sua unione con Gesù. Possiamo e dobbiamo cercarlo nei sacramenti, vivere l’intimità con lui nella preghiera con la Parola e nell’Adorazione, e seguirlo e imitarlo in ogni nostra azione quotidiana. Si tratta di stare attaccati a Gesù, come i tralci alla vite, in modo da godere di quella linfa vitale che irrobustisce e dà vigore.

Senza di lui non possiamo fare nulla, non perché lui sia geloso o ce lo impedisca, ma semplicemente perché non avremmo forza. Senza di lui, i tralci diventano secchi e servono solo per essere gettati nel fuoco.

In questa unione si rende presente e si manifesta lo Spirito Santo, che “rivela nei deboli la sua potenza e dona agli inermi la forza del martirio” (Prefazio dei martiri).

Dall’insegnamento di Gesù sulla vite e i tralci, cogliamo anche una sfumatura importante tra la forza e la fortezza. Sicuramente la fortezza ha a che fare con la forza, ma è qualcosa di più. Possiamo giocare con le parole, per capirlo meglio. Una persona può essere forte, senza avere la fortezza. Pensiamo, ad esempio, a quel tipo di edificio che chiamiamo fortezza. Qual è la differenza tra un presidio militare e una fortezza? Il primo può godere di molti armamenti e di vari strumenti offensivi e difensivi, ma non essere sufficientemente robusto da resistere a un assalto strutturale. La fortezza, invece, è concepita con un impianto incredibilmente solido e robusto.

Ugualmente il dono della Fortezza. Esso non ci rende forti di una forza che potremmo usare prepotentemente o violentemente, ma solidi, robusti, capaci di resistere nelle avversità e di portare frutto.

La fortezza è quel dono che rende la nostra casa fondata sulla roccia e il nostro terreno buono.

Il dono della fortezza ci rende duri come la pietra o teneri come l’affetto, gentili o fermi, determinati o condiscendenti.

Ad esempio, come leggiamo nella seconda lettura, il dono della fortezza è quello che ci rasserena in Gesù, senza farci essere troppo indulgenti con noi stessi. Insieme al dono del Consiglio, di cui abbiamo parlato domenica scorsa, ci rende interpreti sensibili e adatti alle situazioni.

La Fortezza è anche il dono che ci aiuta a custodire la purezza: non solo rispetto alla volgarità del mondo, ma anche negli intenti, perché siano trasparenti, nei pensieri, perché non abbiano secondi fini, nelle relazioni, perché siano autentiche e sincere.

Questo tipo di purezza toglie dal nostro spirito le scorie dei materiali poco resistenti, come i vizi, la pigrizia, le cattive intenzioni,

e ci rende forti come una fortezza, appunto, e capaci di portare molto frutto.

Così, possiamo chiedere al Signore il dono di essere una “fortezza” dello Spirito, alcune volte, tenerissima.

Don Davide