Lettera aperta ai giovani e alle giovani

Care amiche, cari amici,

scrivo a voi, ragazzi e ragazze, giovani e giovanƏ adultƏ che siete “passatƏ di qua” – dalla parrocchia, intendo – in qualche momento della vostra vita.

Fra poco ci sarà un’occasione molto importante per tutte e tutti,

la riapertura della chiesa di S. Maria della Carità, dopo più di due anni di restauro.

So bene che per molte e molti di voi “Chiesa” fa rima con “vecchiume” e che la Chiesa, alcune volte, vi appare o vi è apparsa impresentabile. Già il fatto che io vi scriva, invece che fare un reel su Instagram o su TikTok è prova di questa distanza, come se voi aveste cinque minuti di tempo per leggere, invece che 20 secondi per un videino… (ma pensateci bene… sarei ridicolo!). Nonostante ciò,

voglio che vi sentiate invitati e attesi come per una festa importante di famiglia,

che riguarda voi e la vostra casa.

Abbiamo fatto di tutto, infatti, per cercare di stemperare quel vecchiume che non sopportate,

e di far percepire che c’è una comunità viva che non guarda all’età e in cui il vecchio lascia spazio al nuovo. Abbiamo cercato di rendere i simboli vitali e i tesori del passato qualcosa che abbiano valore e significato per il futuro.

Insieme a voi,

vogliamo che la chiesa non sia un luogo di antiquariato,

ma un propulsore di buone relazioni e di pace.

I parroci ne sono custodi per un po’ di tempo, ma poi vanno in un altro luogo.

Invece la chiesa sarà sempre la vostra chiesa.

Anche quando andrete a studiare dall’altra parte del mondo, oppure sarete professionistƏ affermatƏ fuori dall’Italia; anche se costruirete la vostra vita in un’altra città… qui ci sarà sempre la chiesa della vostra famiglia, magari dei vostri nonni, quella in cui avete fatto i sacramenti accanto al cortile dell’estate ragazzi e, forse, qualcunƏ vorrà tornarci per sposarsi o dovrà tornarci per dire ciao a una persona cara. Oppure sarà stata proprio la chiesa della vostra università, quella che vi lascerà sempre la nostalgia per i mitici anni del vostro “orizzonte fuorisede”.

Non pensate alla chiesa come allo spazio sacro dove un prete noioso propone dal pulpito regole morali impraticabili. Vivetela come un luogo-rifugio, un luogo-amico, dove si può stare tranquilli a pensare alla persona amata, al primo o all’ultimo bacio dato, dove lasciare le preoccupazioni per il prossimo esame e magari – perché no?! – chiedere l’aiuto “da casa” al buon Dio, oppure dove leggere il proprio libro preferito nella penombra che lo rende ancora più suggestivo, o ascoltare la canzone che ti fa sognare nelle cuffiette (e no, non è una profanazione!), o infine cercare di capire che cavolo fare della proprio vita e delle proprie scelte quando le cose sono più incasinate del solito.

Tu puoi passare davanti alla chiesa migliaia di volte senza accorgertene, senza neppure degnarla di uno sguardo, ma lei è lì, senza problemi, senza risentimenti, e appena vuoi varcare la soglia, la trovi accogliente, uno spazio aperto per tuttƏ.

Lì dentro c’è un amico. Sei accolto, sei accolta. La tua esistenza è benedetta. Puoi essere artefice e costruttore di pace.

Don Davide




Le chiavi della fede

Uno spunto dalla festa del Corpus Domini

«Vi ho trasmesso, innanzitutto, ciò che anch’io ho ricevuto.» (1Cor 11,23)

La fede cristiana è questione di ricezione e trasmissione. Lo è “innanzitutto”: prima di ogni altra cosa ci dobbiamo porre il problema di questa comunicazione.

Proprio questa “tradizione” (dal latino “traditio”: consegna, trasmissione) è in crisi. È in crisi la Tradizione della Chiesa, di cui non si riesce a capire più il valore per l’oggi. È in crisi anche la capacità di consegnare la vita di fede da una generazione all’altra.

Guardando al giovane mondo vivace e colorato di Estate Ragazzi, ci rendiamo conto di quanto il problema sia serio. Di fronte all’esperienza giovanile, alcuni aspetti della religione, con i suoi riti, le sue regole e i suoi contenuti tendono ad apparire come i dinosauri di Jurassic Park:

qualcosa di estinto con ambizioni redivive, fuori tempo,

che è bene che stia chiuso in un recinto, perché pericoloso per la vita (e per la felicità?) del mondo “vero”.

Si chiede alla Fede una capacità di trasmissione e comunicazione che non è ancora stato elaborata e adattata, e la distanza è enorme. Me ne rendo conto personalmente quando i giovani mi dicono che è essenziale la comunicazione sui social, mentre per me sono praticamente il male (me ne guardo bene dal dirlo, perché non vorrei essere rinchiuso in un recinto con un Tyrannosaurus Rex, non sarebbe un’esperienza piacevole…).

Ci sono tentativi di essere comunicativi in modi nuovi ed efficaci, ma per lo più, sono “cringissimi” (imbarazzanti) e suscitano nei ragazzi quel misto di compassione e di pietà che a me fa veramente desiderare di estinguermi come i dinosauri.

Sono “cringe” quando non provengono dal loro mondo.

Per ricevere e trasmettere la Fede è essenziale che tutti, nell’impegno delle comunità cristiane, siano soggetti e protagonisti, non oggetti e destinatari.

Un bellissimo salmo dice: «Una generazione narra all’altra le tue opere, Signore» (Sal 144/145,4). Questo è sempre stato vero nella spiritualità ebraica e cristiana. Oggi rimane vero solo per la necessità di stare insieme anche tra generazioni diverse, impegnandosi a volersi bene e stimarsi, soprattutto da parte degli adulti, spogliandosi di quella sorta di invidia o di presunzione che ci può cogliere quando guardiamo al mondo giovanile.

Per quando riguarda la comunicazione della Fede, però, è più necessario fare spazio, dare tanta fiducia, valorizzare la loro creatività e le loro capacità e consegnare le chiavi della fede saldamente nelle loro mani, anche se a qualcuno facesse paura.

Don Davide




Un prato sbruciacchiato dal sole

A guardarlo dall’alto, sembrava un prato in mezzo alla terra color ocra dell’Africa. Su quel verde acido, sbruciacchiato dal sole, c’era una corona di fiori di calendula, di quell’arancione vivo che pareva persino innaturale.

La calendula, si sa, è una pianta che fa bene… a tante cose.

Lenisce, soprattutto, le bruciature, ma è ottima per qualunque esigenza di medicazione, quando si ha bisogno di sollievo.

In un tardo pomeriggio di fine giugno questi fiori di calendula, forse anche loro investiti dal vento che aveva accompagnato i naviganti tra mille avventure, si aprirono, mostrando al cielo le cose che di solito nascondono.

“Sono felice come un bambino che scarta i regali a Natale” disse la prima.

“Io sono felice come quando mangio una pizza” gli fece eco il secondo.

“Io invece sono tranquillo come dopo una verifica”

“E io nostalgica come quando finisce l’estate”

“Ah no – disse uno, più sportivo degli altri – io sono felice come un goal al 98’!”

“Io sono felice come quando non ho avuto il debito a scuola” gli fece eco una che quell’anno era stata un po’ meno diligente alla scuola dei fiori.

C’era, però anche chi era triste, non perché la vita di quei fiori fosse brutta o andata male, ma perché quella giornata di sole era finita.

E poi c’erano i fiori stanchi: tutto quell’aprirsi alla luce e chiudersi alla sera col buio, per tutti quei giorni, avevano intorpidito le giunture dei loro petali. Una di loro disse: “Sono stanca come se non dormissi da due settimane…” Ma un fiore, viene da chiedersi, non si riposa mai?!

In modo particolare c’era qualcuno che si lamentava di avere combattuto con un moscerino pestifero per tre settimane, e chi era stanco per tutti i giochi fatti con gli altri fiori.

Tra tutti, una disse semplicemente: “Io sono esausta” e si poggiò su una foglia per dormire.

Nonostante fosse l’inizio dell’estate, alcuni si sentivano ancora fra i banchi di scuola e forse erano troppo privi di energie o timidi per parlare a lungo, e riuscirono soltanto a dare dei voti: “Io sono felice 9”, “Io ho sonno 8”, “Io sono felice 9”.

“9 è troppo, io sono felice, ma 8”.

“Io sono soddisfatta 8” dissero in due all’unisono, facendosi un sorrisino per la complicità.

“Io son proprio serena… voto 9”.

“Eh, addirittura dissero gli altri!”.

“Io sono nostalgica…” disse una poggiandosi un petalo sulla guancia.

“Io sono stressato” replicò un altro.

“Io sono felice e triste al contempo”.

La nostalgica e lo stressato, felici e tristi al contempo.

Sembrava una buona sintesi della loro avventura, ma saltarono su altri a dire:

“I’m as happy as when I get a good grade in English!”. Si alzò un boato per lo slego in lingua che aveva fatto la loro compagna.

“Io sono felice come un gatto che mangia i cioccolatini” disse una, leccandosi una foglia.

Si arrivò, quindi, a raccontare della propria soddisfazione:

“Io sono soddisfatto come quando dico agli altri fiori petulanti di stare zitti, e loro finalmente lo tacciono!”.

“E io sono soddisfatta come dopo un lungo pellegrinaggio” disse una particolarmente spirituale. “Io come al termine di una gita” si attaccò subito un’altra, parlando della sua di soddisfazione.

“Io infatti sono felice di essere arrivata fin qui” le fece eco un’amica.

“Già, anch’io – disse l’ultimo rimasto – È come avere raggiunto un rifugio di montagna… e ora ci godiamo anche la discesa!”.

Beh, forse non era un prato in mezzo alla brulla terra africana, ma un vecchio cortile tra i tetti rossi di Bologna. Si crede che i fiori di calendula non crescano tra il cemento e le strade. Ma se guardi bene, con gli occhi non della fantasia o dell’immaginazione, ma con quelli della dedizione, allora li troverai.

Di solito non si mettono in mostra, non si fanno notare, non si aprono. Ma ci sono e nascondono segreti.

E noi li ringraziamo, perché colorano di bello la nostra città.

Don Davide

 

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Custodire e coltivare

C’è una vigna da custodire e da coltivare.

È da custodire, perché Dio ce l’ha affidata e non va rovinata.

È da coltivare perché va fatta crescere.

Abbiamo quindi due doveri nei confronti della comunità cristiana, da prendere tanto più sul serio in quanto siamo proprio all’inizio dell’anno pastorale. È un dovere nei confronti dei bimbi del catechismo, dei ragazzi, delle famiglie e delle persone che hanno più bisogno. È un dovere reciproco verso tutti coloro che sentono la nostra parrocchia come casa.

Il primo è di non sciupare il dono che ci è stato fatto.

Cioè non fare cose brutte, sciatte, noiose, che non rendono giustizia alla bellezza del vangelo. Spesso le persone si allontanano dalla fede perché noi le abbiamo “sprecate”.

Il secondo è di arricchire questa comunità di partecipazione, presenze, ma soprattutto di fede, di carità, di speranza e di affetto.

Sentiamo una particolare responsabilità verso i ragazzi delle medie, i gruppi ACR che iniziano un nuovo percorso, con l’incontro tra le educatrici di 1 media e i loro genitori; verso i bimbi del catechismo che incomincia la prossima settimana, perché possano fare un’esperienza viva di Gesù; e, ultimo ma non ultimo, per il numeroso gruppo giovani dell’AC e degli studenti fuori sede, che con tanto entusiasmo ha arricchito la nostra parrocchia e la diocesi con la sua presenza.

San Paolo ci dice però di vivere tutto questo senza angustie, con piena fiducia, affidati al bene, con quella lieta serenità di chi vive un’avventura comune e che sa che, come un manto sopra tutto il nostro impegno, vi è la grazia e la benedizione del Signore.

Don Davide




Riposo

“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi…” (Mt 11,28) e farete vacanza!

Il vangelo non dice proprio così, ma per due volte Gesù afferma che troveremo ristoro.

Andare da Gesù come fare vacanza.

Oppure, fare vacanza e approfittare di un tempo disteso per stare un po’ con Gesù.

Facciamo sempre l’esperienza della fretta, di non avere tempo, di non poterci ritagliare un momento di pace. L’occasione delle ferie estive può riservare almeno una porzione del nostro tempo per questo. Non serve immaginare grandi cose o darsi dei nuovi impegni anche quando ci si dovrebbe riposare. Gesù dice: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29) e subito prima ha proclamato “beati i piccoli” (Mt 11,25).

Penso, allora a tre atteggiamenti per questo tempo.

Il primo: godere delle cose semplici, soprattutto degli affetti più vicini. Magari abbiamo in programma il viaggio della vita, l’avventura nelle isole esotiche, ma ciò che farà la differenza sarà sempre la compagnia affettuosa dei nostri compagni di viaggio e la capacità di apprezzare anche le cose più piccole. Oppure sedersi in un prato e gustare la magia di sapere che esistiamo e viviamo, all’ombra dell’amore di Dio.

Il secondo: consegnare i pesi a Gesù, che lui li sa portare e rendere leggeri. Entrare in una chiesina di montagna, fermarci davanti a un’edicola della Madonna, visitare un piccolo santuario sconosciuto, e lì sedersi un attimo e dire: “Gesù, Maria, vi affido questa mia preoccupazione, queste persone, questa fatica…”, magari accendere una candela, sentire il calore che si diffonde nell’anima e poi ripartire, rasserenati da questo aver sfiorato il lembo del mantello di Gesù.

Il terzo: ringraziare i giovani. Facilmente ci si lamenta di loro; spesso la loro esuberanza li porta alla ribalta nel bene e talvolta anche nel male. Qualche volta, mentre tu cerchi la quiete loro schiamazzano. E sia. Non mi stancavo di guardarli, all’Estate Ragazzi, scherzosi, gradassi, allegri, disponibili e tenerissimi con i bimbi. Un cocktail che fa esplodere in un grande ringraziamento anche Gesù: “Ti rendo lode Padre!” (Mt 11,25). L’evangelista non dice: “per i giovani”, non era neanche una categoria usata, a quel tempo, ma il vangelo va sempre attualizzato, e oggi ci sentiamo di tradurlo così: “Ti ringraziamo, Padre, per i ragazzi e i giovani. Siamo stati tutti giovani. Fa’ che si sentano stimati e accompagnati, non troppo custoditi, non troppo abbandonati, liberi di esprimersi e di portare nel mondo le forze buone che lo rinnovano”.

Don Davide




Il Corpus Domini e l’Estate Ragazzi

Ho cominciato ad andare a messa molto presto nella mia vita, a 14/15 anni circa. Non parlo della messa festiva, ma di quella feriale. Andavo in parrocchia o, alcune volte, per alcuni incastri di orari, nella chiesa di S. Maria Goretti vicino al Fermi, prima di entrare a scuola.

Non ero un mistico, o un marziano e neppure “bravo”; furono una serie di fortunati eventi a farmi prendere questa buona abitudine, che mi ha completamente cambiato la vita. Non saprei dire perché, ma so precisamente che cosa ha mosso tale cambiamento.

È stato l’incontro con il Corpo e il Sangue del Signore Gesù.

Durante gli studi di teologia lessi una frase di Sant’Ignazio di Antiochia, uno dei primi padri della Chiesa: “Questo calice è la carità di Cristo”.

Questa affermazione mi svelò che cosa avevo nel cuore: il desiderio di volere bene – che ora riconosco come la scelta fondamentale nella vita – e la scoperta che potevo farlo imparando da Gesù.

Ero sicuro di potere prendere ispirazione da lui e allo stesso tempo che non avrebbe condizionato la mia libertà, anzi che mi avrebbe reso più me di me stesso.

Per domenica prossima 11 giugno abbiamo invitato alla messa delle 10 gli animatori dell’Estate Ragazzi.

Sono particolarmente contento che sia la domenica del “Corpus Domini” (anche se detta così ha reminiscenze da compito di Latino, che appena finita la scuola potrebbero essere un deterrente…) perché spero che anche per loro possa essere un nuovo incontro con Gesù e che possano essere aiutati a trovare il sé più vero di loro stessi.

In realtà, non ho proprio idea di quanti animatori e animatrici verranno, perché d’accordo con la coordinatrice e le responsabili di Estate Ragazzi abbiamo deciso di fare un invito veramente libero. Con chi ci sarà, fossero anche due o tre animatori/animatrici, faremo un rito di presentazione, accoglienza e mandato.

Di questa cosa – di chiedere cioè un impegno serio per l’Estate Ragazzi, e allo stesso tempo di fare loro una (piccola) proposta di fede, che sembra anacronistica ed estranea alle loro abitudini, ma che possono educarsi a scegliere liberamente – ne facciamo un punto di onore.

Non è sempre stato così. Se qualche animatore o animatrice ci sta leggendo (sarebbe un primo miracolo!) sappia che don Davide, nelle due parrocchie dove ha fatto il cappellano, chiamava solo gli animatori e le animatrici che venivano al gruppo regolarmente e a messa tutte le domeniche!

Ma la pastorale non è un dogma: è un’arte fatta di discernimento, di condivisione, di sensibilità e di rispetto per i cammini concreti che ci sono in atto.

Perciò questa è la scelta pastorale che abbiamo preso in questo tempo, nella nostra parrocchia, e la cosa che ci fa più contenti è la possibilità di condividere l’Estate Ragazzi con tanti animatori e animatrici e di fare un pezzo del cammino della loro giovinezza insieme.

L’importante è che trovino la loro via personale e speriamo che di questi giorni possano lasciare un ricordo così bello, da portarlo con gratitudine persino davanti a Gesù.

Don Davide




Come i sentieri di montagna

“Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per servire alle mense…” (At 6,2).

Non è che gli apostoli fossero restii al servizio, ovviamente, ma avevano riconosciuto con precisione la loro vocazione, soprattutto in un momento delicato e di possibile disorientamento della comunità. Quindi, decidono con coraggio e consapevolezza di custodire il dono che avevano ricevuto.

Era la loro “parte migliore”.

Quella che – secondo le parole del Maestro (guarda caso riportate proprio nell’opera di Luca, lo stesso autore degli Atti) – non poteva essere tolta (Lc 10,42).

Gli uomini che vengono scelti come diaconi, erano ben conosciuti dalla comunità, apprezzati per il loro servizio e la loro fede, autorevoli. Non erano certo lontani dalla Parola di Dio. Semplicemente, l’ascoltavano in quella forma particolare e la mettevano in pratica così.

In questo modo, il racconto degli Atti ci mostra l’apertura delle vie della santità.

Sono i tanti fiori belli che sbocciano dai semi del Battesimo, e abbelliscono il prato della Chiesa e del mondo.

La via è Gesù, ma ben lungi dall’essere univoca, è poliedrica: si concretizza nelle tante forme di seguire, imitare e ascoltare Gesù.

La meta è unica: il Padre e l’esperienza commovente del suo amore.

C’è chi ama leggere, studiare, meditare e pregare la Parola di Dio scritta; c’è chi questa Parola la legge nei poveri e la impara nei poveri; c’è chi adora fare l’adorazione e chi, dopo cinque minuti che è in ginocchio davanti al SS.mo comincia a pensare a quale sugo preparare per la cena, ma in compenso è un fenomeno all’oratorio. C’è chi organizzerebbe mille incontri di formazione in parrocchia, e chi ha la pazienza di ascoltare fino all’eroismo chi ha bisogno anche solo di parlare o di compagnia…

È come salire sulla vetta di una montagna, raggiunta da molti sentieri, magari anche una via di scalata.

Qualcuno preferirà fare il sentiero più diretto e ripido; un altro sceglierà il percorso più panoramico; un gruppo si fermerà alla malga a rifiatare, gli altri non vedranno l’ora di mangiarsi il panino in cima. Qualche intrepido preferirà fare la scalata, ma ad alcuni farebbe venire le vertigini, e quindi percorreranno il lento percorso a zig-zag che si configura negli ultimi tratti di salita.

La cosa stupenda è che, a pensarci bene, man mano che si raggiunge la cima, i percorsi sono più vicini e, a un certo punto, magari proprio sotto la croce di vetta, convergono.

Così è la vocazione cristiana.

È importante che sia un saggio equilibrio: che chi ama la Parola di Dio dedichi spazio alla carità, e che chi farebbe centomila partite a biliardino in oratorio vada a dire i vespri in chiesa con la comunità.

Ma sia benedetta la passione che ciascuno mette per vivere il proprio Battesimo e percorrere una vita santa. E sia benedetto il momento meraviglioso, in cui ci si siede insieme dove il mondo sembra finire e rimane solo il cielo sopra di noi a rifiatare, ristorarsi, ricordare il cammino fatto e raccontarlo a chi ne ha percorso uno diverso.

Don Davide




Tutto diverso e piccolo

“Ci sarà un sentiero e un strada” (Is 35,8): di solito si scelgono i tracciati sulle mappe o si percorrono dei tragitti per arrivare a una meta, un luogo. Al termine ci può anche attendere un appuntamento, magari desiderato: l’incontro con un amico o una persona amata.

Oggi certamente la liturgia ci parla di questo itinerario: “ci sarà” (al singolare) un sentiero, inizialmente stretto, forse impervio, che diventerà una strada, prima una mulattiera, poi una strada battuta o addirittura pavimentata, che ci porterà all’incontro con Gesù.

Anche Giovanni Battista, che fra tutti era quello che aveva le idee più chiare, esita. All’inizio è difficile riconoscere in Gesù i segni grandiosi della salvezza di Dio, della redenzione del mondo.

“Sei proprio tu?” (Mt 11,3) chiede Giovanni.

Dopo la chiarezza straripante di domenica scorsa, viene assalito da un dubbio.

Sembra tutto così diverso, e piccolo…

Anche noi ci accingiamo a celebrare il Natale nella solennità della liturgia, con acclamazioni, formule e preghiere debordanti: “È nato il Salvatore!”, “Oggi la pace viene nel mondo!”, “Tutto è permeato di gioia!” poi guardiamo fuori e ci sembra che non sia proprio così. Oltre alla guerra, continuano altre cose brutte, e poi ci sono tanti dolori, solitudini e preoccupazioni, spesso nascoste.

Ma Gesù conferma Giovanni e noi, indicandoci proprio la direzione giusta e invitandoci a percorrere il sentiero corretto che diventerà una strada.

“Guarda”, dice, “guardate!” I segni dell’amore di Dio sono grandiosi e nascosti allo stesso tempo.

Bisogna saperli e volerli vedere. Bisogna allenare lo sguardo!

Quante volte è capitato che Gesù facesse un miracolo sotto gli occhi di tutti e solo in pochissimi lo riconoscessero, mentre gli altri ne facevano motivo di disputa, o addirittura di scandalo! Così è ancora oggi. Bisogna allenare i riflessi giusti, per cogliere la velocità con cui il regno di Dio si manifesta davanti al nostro naso, e poi scompare altrettanto velocemente se trova qualcuno non pronto o disposto a riconoscerlo.

Il Natale è una grande storia di libertà, interpellata e rispettata.

Perciò, allenati! Guarda. Per tutte le orribili guerre che sono in corso e per i regimi che uccidono i ragazzi, ci sono giovani uomini e giovani donne che hanno il coraggio di rivendicare la libertà. A proteggerci dalla violenza, quanti gesti di tenerezza ci sono? Di fronte alla malattia e alla sofferenza, che hanno un potere schiacciante e vanno rispettate con il massimo rigore, quanti gesti e risorse di cura vengono messi in campo?

Il regno di Dio, per farsi spazio, è anche una questione di decisione, di scegliere cosa guardare, come educare i nostri pensieri, dove orientare la nostra attenzione, su quali sentieri e strade percorrere i nostri passi.

Dipende cosa decidi di guardare, e i tuoi occhi saranno luminosi od oscuri.

Dipende cosa decidi di pensare e i tuoi pensieri saranno orientati al bene o malvagi.

Dipende quali percorsi intraprendi e ti troverai in una terra fertile e buona o in un deserto arido e ostile.

Il regno dei cieli è piccolissimo, ma se lo vedi, è più grande di ogni cosa.

Don Davide




Piccolo e nascosto

È una storia di incontri intimi quella di questa domenica: lo spirito del Signore che si posa su germoglio… (Is 11,2)

Chi può descrivere che cos’è l’esperienza spirituale e l’efficacia che questa ha su un piccolo germoglio rispetto alla potenza della pianta, al vigore dell’albero cresciuto, o agli effetti che il profeta descrive di un cambiamento del mondo intero e di una conversione del cuore di tutti i popoli?

Pensiamo a che cosa significhi oggi la conversione del cuore di tutti i popoli, in prospettiva di giustizia e di pace.

Porterebbe una rivoluzione planetaria come mai ce ne sono state nella storia del mondo.

Poi c’è una voce che grida in uno spazio silenzioso – il deserto, il silenzio della nostra anima – dove i suoni si amplificano, ma possono anche disperdersi, e questa voce ci invita a “preparare la via del Signore” (Mt 3,3) a lasciarlo venire nel nostro spirito, a raddrizzare i nostri sentieri; se c’è qualcosa che non è andato bene, il Signore lo scruta, ci guarda con sguardo di misericordia, è in grado di perdonarci.

Giovanni fa questa preparazione, e il momento più intimo sembra quello anche più terribile.

Il signore tiene in mano la pala per pulire la sua aia dagli scarti e delle scorie (cf. Mt 3,12). La sua aia siamo noi! È il nostro cuore, il nostro intimo! Lui vuole raccogliere i frutti preziosi che noi sappiamo dargli e purificare, bruciare tutto quello che c’è di sbagliato, di impuro, che corrompe la bontà del frutto.

In questa storia intima ci siamo noi, con i nostri desideri di bene e la nostra speranza che questo Natale ponga questo germoglio, ci faccia fare l’esperienza spirituale e generi un cambiamento radicale che non è nelle nostre mani, ma nelle mani e nella potenza del Signore.

Don Davide




Il bagliore del Paradiso

In quest’ultima domenica dell’anno liturgico, Gesù ci invita a guardare dalla sua prospettiva.

In un salone regale, il re sta di fronte al popolo e tutti lo guardano. Questa è la grande scena che viene descritta: “Dopo che ebbero crocifisso Gesù il popolo stava a guardare…”. Al centro, l’evangelista pone la spiegazione di questa scena: “Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».”

C’è dunque un re sul suo trono e i sudditi al suo cospetto. Stavolta, però, sono spettatori, per lo più. Osservano, probabilmente qualcuno con un certo senso di rivalsa, la caduta che prima o poi tocca tutti i monarchi. Gli altri capi lo deridono: questo è il destino normale tra chi si contende il potere. Anche chi conosce solo la logica del salvare se stesso lo deride: un re che non è nemmeno in grado di usare la sua autorità in proprio favore è un povero zimbello.

Nessuno sembra fare caso al fatto che il trono non è coerente.

I Romani non potevano davvero considerare che Gesù fosse una minaccia per l’Imperatore, mentre i capi di Israele sono davvero convinti che sia la giusta punizione per un re pretenzioso, laddove Erode, il vero re, riduceva il popolo a uno schiavetto dei Romani.

All’unico che si accorge di questo indizio elementare, ma decisivo, Gesù apre gli occhi su una scena completamente diversa. Il ladro penitente riconosce che la croce non è un trono, ma una pena e che il regno di quell’uomo che tutti invitano a mostrarsi “regale” deve essere affatto diverso.

È allora che Gesù, come in un sussurro gli parla.

“Io non ho mai voluto fare «il capo», perché tutti devono essere liberi. Anche quelli che mi amano di più, li ho lasciati liberi persino da me stesso.

“Non bisogna deridere nessuno, né infliggere dolore, né – tantomeno – governare o ingannare con le armi.

“Ci sono tanti, troppi che soffrono. Ho provato a sentire il loro dolore, a condividerlo e a restituire loro fiducia nella vita.

“A me non interessa di salvare me stesso, ma che il nostro ricordo sia presso il cuore del Padre.

E ora sali su questa specie di trono, qui dove sono io e guarda dalla mia prospettiva. Osserva.

Quel regno che dicono loro a me non interessa, ma il Paradiso per me è questo che ti ho descritto: lasciare liberi, non ingannare, dare fiducia, essere insieme presso il cuore di Dio.

Vedi, se guardi da qui, la luce è così grande che anche da questo buio puoi vedere il bagliore del Paradiso.”

Don Davide