Il meglio (Under 20)

Vi ho sentiti in questi giorni: “Io sono positiva” … “Io sono in quarantena”. So che alcuni di voi hanno passato le vacanze isolati, saltando una sciata o la festa di Capodanno, che alla vostra età è irrinunciabile.

L’anno scorso di questi tempi c’era il coprifuoco (il coprifuoco!), quest’anno vi palleggiate il Covid tra fratellini, compagni di classe, parenti, amici e fidanzati… passandovi il test antigenico come il testimone in una staffetta.

Oggi scrivo per incoraggiarvi.

Voglio dirvi che nella maggioranza dei casi avete reagito alla grande, senza rassegnazione o paura, senza inutili intemperanze, non con rassegnazione, piuttosto con la pazienza del predatore che attende l’agguato. Siete stati bravi e per molti versi ammirevoli.

Se fosse capitato a me a 16 anni, in settimana bianca, avendo la possibilità di sciare coi miei amici o con la ragazza che mi piaceva (eh già, anch’io, prima di entrare in seminario, andavo a morosa… come si dice a Bologna)… e avessi dovuto chiudermi in camera per un cavolo di virus, magari stando benissimo… beh, non so cosa avrei fatto!

È il momento di riconoscervelo.

Sono stato ispirato dal vangelo di questa domenica: c’è una festa di nozze e non serve nessun super green pass, mascherina o distanziamento. E Gesù mostra un’apertura nelle cose che accadono, una breccia che permette di gustare il vino migliore, dopo averne già bevuto di buono. Come a dire: c’è un modo di stare nella vita dove le cose crescono, migliorano e quelle che si fanno dopo sono più belle di quelle di prima.

Quindi non abbiate paura di avere perso delle occasioni. Avrete tempo per fare tutto e l’esperienza che avete fatto vi permetterà di apprezzare un vino ancora più buono.

Mi piace questa idea che le cose belle ci stiano davanti nel corso dell’esistenza, perché voi che siete giovani vi godete la vostra età come la più bella di tutte, ed è entusiasmante che pensiate così.

In ogni caso, a dare retta a Gesù, voi ci guadagnate.

Perché siete giovani e la vita che vi sta davanti è lunga, quindi potrete vivere molte cose belle. Spesso si dice che “il meglio deve ancora venire”, ma sembra che il meglio lo possiate aspettare con le mani in mano, come imbambolati. Mi piace di più questa idea: “il meglio ve lo potete ancora costruire”. Sicuramente, Gesù ha in serbo per voi il vino migliore.

Don Davide




Settenario

Ho notato che vanno di moda i discorsi motivazionali.

Ne ho ascoltati proprio di recente un paio interessanti di Matthew McConaughey e di Denzel Washington:

Ok. Loro sono due superstar, ma sette è considerato il numero perfetto, quindi ho deciso che anche se non sono proprio nessuno per fare un discorso motivazionale, voglio cogliere l’occasione di questo settenario.

Primo. La vita si intensifica

Quando facevo il cappellano avevo molta paura di diventare parroco. Stavo sempre con i giovani, facevo esperienze indimenticabili e non avevo nessuna preoccupazione amministrativa. Sono stati anni davvero indimenticabili, lo percepivo mentre li vivevo, perciò non ero incentivato a cambiare. Anzi, quando vedevo il numero della Curia (allora il vescovo non ti chiamava ancora personalmente), cercavo di non rispondere. Adesso ci sono tante questioni amministrative, riesco a stare meno con i ragazzi e il mio tempo è frammentato, tuttavia ho scoperto che è bello e che lo faccio con lo stesso entusiasmo.

La vita si intensifica

Si intensifica nella serietà delle cose che fai, nell’importanza dei rapporti che stabilisci, nella sensibilità che impari ad avere, nel modo in cui ami e in cui provi emozioni. Non è questione di confronti, ma non penso nella maniera più assoluta che la percezione dell’intensità dell’esistenza si logori col tempo; credo, piuttosto, che cresca e che diventi più percettiva.

Secondo. La parola di Dio rimane il fondamento

Cambia il mondo, cambia la Chiesa, cambiano i vescovi e il papa. Anzi, viviamo non in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca. Arrivano il web 3.0, le pandemie e si pensa di andare su Marte, ma la parola di Dio resta salda. “Le mie parole non passeranno” (Lc 21,33), dice Gesù. Non passano le sue parole e la stupenda storia della salvezza, presa nel suo complesso narrativo, che è il racconto del modo in cui Dio agisce, entra nella storia, e ricuce i rapporti per avvolgerci del suo amore.

La parola di Dio rimane una luce

Non un faro che illumina tutto, ma una lanterna (Sal 119,105), che rischiara ogni passo.

Terzo. Amici

In sette anni possono nascere stupende amicizie e ci si può legare enormemente. Ci si può fare nuovi amici e si possono anche perdere. Ho imparato che ogni momento con una persona a cui vuoi veramente bene, è un regalo da godere. È un momento speciale. Non si deve pensare che basti fare qualcosa insieme, non è sufficiente.

Bisogna risplendere di quella presenza ed emanare il proprio bene

E ringraziare alla sera perché, anche quel giorno, c’è stata.

Quarto. Non lasciare le proprie passioni

C’è un tempo, inevitabile, in cui ci si dedica anima e corpo ad alcune chiamate particolari e necessarie. Due giovani che diventano genitori, un uomo che diventa prete, chi inizia a lavorare seriamente… Questo è bene.

È bene anche ricordarsi delle proprie passioni, recuperarle quando si può.

Aiuta ad essere interi e a dare continuità alla persona che sei. Devi essere tu, e non altri. Ed è bello che tu, chiunque tu sia, possa essere integro o integra, per il dono che puoi fare di te.

Cinque. Insieme

Nell’omelia del primo giorno in cui sono arrivato qui, avevo espresso il desiderio (che mi dava molta serenità) di fare le cose insieme; so di non essere stato bravo io a rispettare sempre tale proposito, ma riaffermo ancora la validità di questo principio. È un sentiero di montagna in mezzo a un panorama stupendo: tracciato, sicuro, senza pericoli gravi, bello ed emozionante.

Fare le cose insieme è un sentiero di montagna in mezzo a un panorama stupendo

Sei. Anno liturgico

Non riesco a esprimere quale suggestione sia potere ricominciare il tempo non solo con i cenoni e con auguri che, in realtà, non hanno il potere di cambiare il corso delle cose, ma in modo che il tempo non sia circolare, bensì nuovo, con una suggestione spirituale, con qualche messaggio da consegnare alla nostra esistenza. Ho sempre relativizzato il Capodanno civile, ho sempre amato tantissimo entrare nel nuovo anno liturgico.

Sentire la liturgia che cambia atmosfera e intonazione

e il dilatarsi il silenzio e la meraviglia, avvolge tutti di uno stupore che ci permette di rinascere spiritualmente.

Sette. Scrivere

Scrivere è come respirare la vita. Un modo per non permetterle di passare via troppo presto, troppo in fretta. È la magia per trattenere una stella cadente e la ricetta per prolungare un’emozione. Inoltre, è per me un modo di comunicare la gratitudine.

Le parole di per sé hanno un potere creativo: quando le dici, fanno accadere le cose.

Come tutti i poteri, vanno usate con prudenza: possono essere buone o cattive. Se scritte hanno ancora più peso. Io spero di scrivere, per voi, parole buone.

Don Davide




Cara Suor Aurora…

…non so se scrivo a te per ringraziarti o per i ragazzi e le ragazze che, soprattutto quest’estate, hanno goduto della tua amicizia.

Anche se mi dispiace tanto, anche se non potremo più contare sulle tue preziose qualità e il tuo aiuto, nel tuo doverti trasferire repentinamente c’è qualcosa di profondamente bello, su cui vorrei concentrare la mia attenzione, senza badare al resto.

È la bellezza di essere liberi: da parte nostra, liberi come comunità di beneficiare della tua presenza che non era dovuta, che è arrivata gratuitamente ed è sempre stata custodita come un dono di cui non era bene “appropriarsi”; da parte tua, libera di servire là dove il Signore (che molto spesso si nasconde abilmente dietro le circostanze) ti manda, con il cuore leggero, lo sguardo riconoscente e il piede veloce.

Noi siamo grati e contenti di potere incoraggiarti e condividere tutto ciò che può essere per il tuo bene.

A te, e a tutti i ragazzi e le ragazze che hai “conquistato” voglio lasciare una perla di saggezza di Paolo Coelho, che vale sempre: valeva quando abbiamo salutato Chiara Limperio, quando abbiamo salutato Marco Ciabini e Giulia Casadei, e ora te… accompagnando tutti nel vostro cammino di vita.

“Quando arriva l’ordine di trasferimento, la guerriera guarda tutti gli amici che si è fatta durante il cammino. Ad alcuni ha insegnato a udire le campane di un tempio sommerso, ad altri ha raccontato storie intorno al fuoco.

Il suo cuore si rattrista, ma ella sa che la sua spada è sacra, e che deve obbedire agli ordini di Colui al quale ha offerto la sua lotta.

Allora la guerriera della luce ringrazia i compagni di viaggio, trae un profondo respiro e va avanti, portando con sé i ricordi di un viaggio indimenticabile.” (dal Manuale del Guerriero della Luce – Ed. Bompiani)

Don Davide




Gratitudine sulle spalle, davanti l’entusiasmo

Sono orgoglioso di potere celebrare 100 anni di esistenza dell’Azione Cattolica nella “mia” – meglio: nostra – parrocchia. È una ricorrenza che sento non solo con quella gratitudine che si prova per le cose importanti che accadono in parrocchia, ma soprattutto come un’occasione per un ringraziamento personale per tutto quello che l’Azione Cattolica ha dato alla mia vita di cristiano e di prete.

Ricordo nitidamente l’emozione quando capii da ragazzo che associarsi consapevolmente era una via maestra per fare esperienza di chiesa. Non una via competitiva, unica o esclusiva, ma una via maestra, che mi insegnava, nel vero senso della parola, un metodo per educare, per curare la mia formazione personale, per edificare la mia comunità parrocchiale e per essere chiesa. L’esperienza da giovane di Azione Cattolica è stata la ricchezza che mi sono portato nei primi anni di seminario: un ritmo di preghiera personale, la scelta di confessarmi e farmi accompagnare nei miei passaggi, l’abitudine a qualche lettura formativa, la consapevolezza orgogliosa di avere un ruolo nella chiesa. Sono stati gli assi che su cui si è arricchita anche la mia formazione seminaristica.

All’Azione Cattolica, lego anche molte delle esperienze più gioiose e belle della mia vita da prete. Come emblema di tutte, vorrei ricordare una serata di preparazione di un campo estivo, con un’equipe eccellente di educatori e di seminaristi. Un seminarista, ormai a tarda notte, mi dice stupefatto che era rimasto impressionato dalla competenza e dalla autorevolezza con cui gli educatori proponevano chiavi di lettura e idee. Aveva colto nel segno: l’AC mi ha consegnato sempre il confronto con persone alla pari e questo è una ricchezza impareggiabile nel ministero di un prete, che permette di non clericalizzare e di amare la Chiesa. Una ricchezza che si traduce poi concretamente in scambi preziosi, amicizia e conforto.

Sento già l’obiezione nell’aria, che non è solo l’Azione Cattolica a offrire questo. È vero. Non ho nessun imbarazzo a riconoscerlo, perché ho amiche e amici carissimi, laici esemplari nella vita della chiesa e del mondo, che si sono formati negli scout o nei movimenti o solo in parrocchia. Il punto è che l’AC allena questo metodo come suo obiettivo primo e lo fa strutturalmente al servizio delle parrocchie, cioè del cammino ordinario della chiesa.

All’Azione Cattolica parrocchiale, specificamente, riconosco inoltre il merito di continuare ad essere un luogo non solo di formazione, ma anche di pensiero e di avere un affetto manifesto per i giovani e la loro formazione.

Sarei tentato di esporre cosa mi attendo e spero per i prossimi cento anni di vita della nostra associazione. Ma ci sono sfide e opportunità all’orizzonte della nostra chiesa locale più vicine, perciò vorrei provare semplicemente a tracciare alcuni auspici per questo tempo pastorale prossimo.

Dal punto di vista personale, chi si impegna nell’Azione Cattolica deve allenare la propria comprensione della pastorale della chiesa. Dovrebbe essere un uomo o una donna capace di riconoscere quali sono le dinamiche essenziali nella vita di una comunità cristiana (parrocchiale e non) ed avere l’attitudine al discernimento, a capire quali leve e quali metodi bisogna usare e quali no. Questa competenza non è clericale. Non riguarda solo le scelte di parrocchia, ma soprattutto una visione complessiva e ordinata su come concretamente il vangelo può essere testimoniato e riconosciuto all’opera. Chi fa parte dell’Azione Cattolica dovrebbe sentire questo compito come la condizione essenziale per la propria appartenenza.

Dal punto di vista associativo, auspico un gruppo di persone che sappiano ripudiare sapientemente la ripetitività del passato: che non si ancorino a formule esauste o a strutture interne più adatte a organismi come l’Onu e la Nato che a piccoli gruppi di cristiani discepoli-missionari. Desidererei, invece, uomini e donne che sappiano discernere quale sia la grande risorsa del cristianesimo nel nostro tempo: che raggiungano delle consapevolezze maturate insieme e condivise, che possano diventare esercizio comune di stile e di vita evangelica. Quali forme, quali metodi, quali linguaggi? È fonte di ispirazione la conclusione del Vangelo di Marco nell’accenno al parlare “lingue nuove” (Mc 16,17), perché il cammino del discepolo-testimone, mentre guarisce la sua stessa incredulità, gli doni anche questi nuovi “segni” per comunicare la ricchezza della fede.

In parrocchia, mi aspetto che l’Azione Cattolica sia un appoggio affidabile per accompagnare ogni cambiamento strutturale che la nostra Chiesa di Bologna dovrà fare, senza nostalgie di inutili campanilismi o barricate pastorali a oltranza. Desidero, infine, che l’AC parrocchiale sia come il motore che garantisce l’amore per i giovani: una sorta di predilezione per le loro vite, che si esprime nel desiderio di essere veri adulti, senza alcun rimpianto di giovanilismo o assurda competizione nei loro confronti. Che tutti coloro che amano i giovani delle nostre strade (non solo quelli “di parrocchia”, ma anche quelli “di fuori”) possano sapere di trovare un gruppo con cui fare squadra e e attrezzarsi ad accompagnare le giovani generazioni con tutta la custodia, l’amore e la sapienza educativa verso la loro vita adulta nel mondo.

Don Davide