Alleniamoci a dire grazie

“Alzati e va, la tua fede ti ha salvato.” (Lc 17,19)

Giunge a ciascuno di noi, da parte di Gesù, l’invito a rialzarsi e a mettere in moto una vita rinnovata.

Nel vangelo si parla di una vita bloccata dalla lebbra, simbolo di molteplici situazioni di blocco. Il lebbroso, al tempo, era escluso dalla comunità, dal culto, subiva anche uno stigma morale. Gesù cancella tutte queste cose dall’ambito religioso, ma rimane il portato simbolico delle sue parole: siamo chiamati a una presenza più attiva in comunità, a celebrare la liturgia con rinnovata presenza e partecipazione e anche a celebrare il perdono, magari dopo tanto tempo che siamo stati lontani dalla confessione.

C’è, però, un particolare sottile nel racconto evangelico, che rende il tutto ancora più ricco e più prezioso. Gesù pronuncia queste parole dopo che il lebbroso è tornato da lui per ringraziare.

Quell’ex lebbroso è l’unico che si è preoccupato di esprimere gratitudine e l’ha sentito come un bisogno.

Gli altri sono rimasti più preoccupati di loro stessi e di un certo formalismo religioso.

Dunque, è possibile “risorgere”, “rimetterci in cammino” e “rinnovare la nostra vita” solo dopo che abbiamo fatto spazio alla gratitudine: si tratta di esercitare la nostra capacità di riconoscere i doni di cui siamo oggetto, il bene che ci avvolge, la gentilezza delle persone, le parole che ci rivelano l’amore di Dio.

È un regalo, e allo stesso tempo una virtù da allenare.

Alleniamoci a dire grazie, ma anche a riconoscere il valore della nostra vita e le grazie, le benedizioni e le fortune di cui siamo oggetto. Allora ascolteremo meglio anche le parole di Gesù, e saremo certamente più pronti a seguire il nostro cammino.

Don Davide




Il cuore trafitto

Il prodigio più grande operato dallo Spirito nel giorno di Pentecoste, non è probabilmente il miracolo delle lingue, ma la conformazione degli uditori della Parola a Gesù.

“Si sentirono trafiggere il cuore.” (At 2,36).

È Gesù l’uomo dal cuore trafitto (Gv 2,34): un varco per accogliere le ferite del mondo, da cui ne viene un parto di vita.

È, dunque, il suo cuore trafitto la porta delle pecore (Gv 10,7): non abbiamo altra possibilità, come dei novelli Tommaso, che entrare nel cuore di Gesù e imparare i suoi sentimenti, la sua sensibilità.

“Che voi avete crocifisso – dice Pietro – e si sentirono trafiggere il cuore.” (At 2,36).

Don Tonino Bello parlava dei «crocifissi della storia». Papa Francesco parla degli «scarti».

Chiediamo la grazia di sentirci trafiggere il cuore, perché ne venga un parto di vita.

Che il dispiacere sia così insopportabile da spingerci a fermare le guerre, da anelare alla giustizia, da farci carico del destino dei fratelli e delle sorelle in difficoltà e del pianeta avvelenato.

Chiediamo la grazia di sentirci trafiggere il cuore per la tanta sofferenza che ci circonda, l’amore ferito e tradito, l’amicizia affaticata, le vite che invece di espandersi incontrano difficoltà e i giovani angustiati o bloccati.

Chiediamo, infine, la grazia di sentirci trafiggere il cuore per i nostri peccati, perché possiamo riconoscerli e non restarne indifferenti, e perché la vita in abbondanza (Gv 10,10) entri in questo cuore trafitto, e quindi aperto, come esperienza e conferma della grande amorevolezza di Dio.

Don Davide