Omelia Giovedì Santo

La luce tremula delle candele si riflette negli occhi fissi di Gesù; il suo sguardo è rapito dalla consistenza delle cose che lo circondano: il legno della tavola, le fibre ruvide che la rivestono, l’odore di agnello arrostito, le erbe, il profumo vellutato del pane, il vino rosso rubino. 

Ha amato questo mondo abitato dai volti dei suoi amici e delle sue amiche. Sa che deve lasciarli, per un po’, e che l’interruzione di questa storia d’amore risulterà oltre modo faticosa, per loro e per se stesso. 

Prova per ciascuno di loro un amore inesprimibile, lo stesso di un genitore o di un educatore quando seguono da lontano qualcuno che farà la propria strada. 

Come faranno? 

Cosa li sosterrà? 

Come fare capire a loro quanto li ama e che non li lascerà mai soli? 

 I padri avevano mangiato la manna nel deserto: ogni giorno la quantità necessaria per quel giorno e anche lui aveva insegnato a pregare così: «Dacci ogni giorno il nostro pane necessario». Adesso è il momento di esaudire definitivamente, per conto di Dio, quella preghiera. Gesù tocca il pane, così materico, fragile, pronto a spezzarsi fra le sue mani: macinato, lavorato, impastato. È il segno ovvio ed evidente della sua presenza: «Questo sono io» dice. 

E così Gesù dà il pane, che è poi se stesso. Dà la forza per camminare, che è poi il modo di incontrarlo. 

Dopo prende il calice e prega sul vino. Sembra sangue, versato e raccolto: «Questo sono io» afferma ancora. 

 Ma loro sono sgomenti. Gesù si accorge subito che non l’hanno capito, anzi sono confusi. Messi alla prova, dubitano persino di loro stessi: «Stai parlando di me, Maestro?» domandano. Li aveva educati a rientrare nella stanza del loro cuore e a stare lì in quell’intimità al cospetto del Padre, e ora quella domanda “Sarò forse io a tradirti?” col dito rivolto verso se stessi angoscerà Gesù fino alla fine: «Giuda, Pietro o chiunque tu sia: come fai a non conoscere nemmeno il tuo cuore?!». 

Non avere paura di ciò che hai nel tuo cuore, anche se fosse qualcosa di orribile. Se lo nascondi e fingi che non ci sia, ti avvelenerà. Invece guardaci dentro, dai un nome a quello che senti, riconoscilo davanti al Signore. Fallo insieme a qualcuno che ti vuole bene. È l’unico modo per non permettere alle cose cattive di farti del male e a quelle buone di vivere. 

Tutta la storia in cui hanno creduto, tutta le promesse di Dio a cui Gesù ha dato significato sono iniziate con Dio che disse ad Abramo: «Vai verso il tuo cuore» e quel cammino non è ancora concluso, anzi è appena iniziato.  

 Ed ecco che Gesù intuisce e comprende l’ultima cosa che deve fare, non per loro, non per il mondo, ma per se stesso, e quindi per tutti: andare verso il suo cuore. 

La mamma gli aveva raccontato che era venuto da Dio e che era stato posato su un giaciglio di paglia. Per tutta la sua vita aveva plasmato la sua umanità a partire da quell’origine. Adesso può ancora decidere che tipo di uomo vuole essere. 

 Li osserva tutti con affetto enorme e tenerissimo: Pietro, Giovanni, Giuda e le donne, e decide di lavare loro i piedi. Non solo ha assunto vesti umane, lui che era rivestito della gloria di Dio, ma tra tutte le vesti umane, sceglie il grembiule. Quello sì che gli piace! Ottimo per esprimere i due significati che Gesù vuole per sé: il servizio e l’accoglienza, lavare i piedi dopo una giornata di cammino e di lavoro, quando si rientra a casa. 

Eppure, non si è mai visto un Maestro che lava i piedi al discepolo.  

Non si è mai visto un amico che lava i piedi a chi vuole tradirlo. 

Non si è mai visto un sovrano che lava i piedi alle donne. 

Nonostante ciò, Gesù si inginocchia di fronte a ciascuno, prende i loro piedi tra il suo grembiule e li lava: «Sei accolto, sei accolta. Sei a casa. Ora puoi riposarti» sussurra. 

 Il rito è finito: nella sala nessun sussurro, solo silenzio e stupore. 

«Voglio che questo sia per tutti voi, voglio che ve lo ricordiate, voglio che lo facciate in memoria di me» dice Gesù. «Di tutte le cose che ho fatto, spezzare il pane e lavare i piedi sono le due più vere. Fatele anche voi e ritroverete il vostro cuore.»  

Bologna, 17 aprile 2025 




Omelia Giovedì Santo

La cena pasquale degli ebrei aveva assunto un valore rituale importantissimo. Era celebrata come la fonte di vita per tutta la comunità di Israele. L’inizio da cui derivava l’esperienza di appartenere al Signore e la libertà di essere popolo, che potrebbero essere due aspetti significativi anche per noi, tradotti nel modo seguente: che cosa significa essere cristiani? Che cosa significa essere chiesa?  

Nella cena pasquale l’aspetto rituale è fortissimo: l’agnello non deve avanzare fino al mattino e se uno mangiasse il lievito dovrebbe essere escluso dalla comunità, perché in quella notte il passaggio del Signore è avvenuto prima del mattino e il popolo di Israele parti dall’Egitto in gran fretta, prima che il pane fosse lievitato. 

Tutto deve essere racchiuso in quella notte. 

Come abbiamo sentito dalla II lettura, anche per i cristiani è rimasta questa impronta rituale fortissima: Gesù ha detto le parole di quella che sarebbe diventata la Cena del Signore – l’Eucaristia – nella cena pasquale. 

La comunità di Giovanni e, con essa, il redattore del IV vangelo – riflettendo molti decenni dopo su cosa distingua la vita cristiana dal mondo – ricordano che in un contesto rituale molto importante, quello della cena pasquale, Gesù ha compiuto un’azione totalmente irrituale: un servizio che doveva essere compiuto prima di prendere cibo, appena entrati in casa, perché era la soglia di passaggio tra l’impurità e la purità.  

Quindi nel solenne rito della Pasqua assistiamo a questo impressionante atto di Gesù, che sintetizza l’insegnamento del Maestro e Signore: lavare i piedi.  

Lavare i piedi: gesto ospitale per eccellenza (che vuol dire: ti accolgo e sei il benvenuto nella mia casa) e gesto di servizio nel ruolo del servo, anche se sei il padrone di casa. 

Questo fanno i cristiani come segno distintivo della loro fede e opera sorgiva del loro essere chiesa e comunità. 

Pietro, invece, esprime perfettamente la logica del mondo: “Io sono un servo fedele al suo capo”. Ma è esattamente l’opposto che conta: il capo vuole insegnare a servire, non se ne fa nulla di qualcuno che dica: “Io darò la mia vita per te”. È lui che ha dato la vita per noi una volta per tutti, e noi dobbiamo darla per i fratelli e le sorelle. 

Molto diversamente dai capi e dai potenti del mondo, Gesù non ha bisogno di sottoposti, ma di amore-posti. Gesù non vuole schiavi, ma persone libere e fraterne. 

Mentre si consuma la terza guerra mondiale a pezzi, sperando che i pezzi non si congiungano, ma anzi diminuiscano, e che i focolai si spengano, sento la grande responsabilità di essere una comunità cristiana autentica ed originale nel vivere la fede, il servizio fraterno e l’amicizia reciproca. 

Di fronte ai poveri, all’individualismo, alla solitudine e all’indifferenza, sento il bisogno di essere una comunità cristiana che fa spazio nella propria casa, insegna lo stile di lavarsi i piedi e di servirsi, invece di sopraffarsi. 

Qualche giorno fa, è stato celebrato qui in questa chiesa il funerale di Pilar, una ragazza di 22 anni, non della nostra parrocchia, morta di anoressia. Al cospetto delle sofferenze dei giovani (e delle loro famiglie e amici), e pensando alla vitalità esplosiva che potrebbero esprimere e alla loro capacità di fare nuovo il mondo, sento il dovere di stare vicini, di essere una comunità cristiana affettuosa, un cenacolo dove si dicono e si vivono le cose più vere e dove si può aprire il cuore all’amore e a un’incoraggiante promessa di vita.  

 Fra poco ripeteremo il gesto della lavanda dei piedi. Dobbiamo ricordarci che io lavo i piedi a te, mentre a me li ha già lavati Gesù. Coloro che si lasciano lavare i piedi da Gesù la smettono di pensare a quello che possono fare per lui, accettano il grande dono di imparare l’amore, e che sia lui il modello di cui abbiamo bisogno. 

“Lo capirai dopo” dice Gesù a Pietro. Questi sono i giorni di ricevere l’esempio da Gesù e di dare amore alla comunità. Nell’Eucaristia, noi celebriamo continuamente questa sorgente zampillante che permette la vita nostra, della comunità cristiana e anche del mondo intero, se accettiamo questo insegnamento di deporre le vesti e di lavare i piedi nel ruolo del servo. 

 Che cos’è dunque l’eucaristia? È la scuola dove impariamo l’amore. 

Che cosa significa celebrare? Significa allenarsi a servire. 

Come si vive da cristiani? Accogliendo l’altro nella casa che edifichiamo insieme, la chiesa, e scoprendo la bellezza della nostra vita che serve. 

Don Davide