Le Prime Comunioni il mondo

“A chi è come loro appartiene il Regno di Dio” (Mt 10,14)

I pellegrini nella basilica di S. Pietro a Roma aumentano sempre di più e con essi i costi di manutenzione: le luci sempre accese, la pulizia, le macchine per il trasporto delle sedie, l’illuminazione della piazza, i mega schermi…

Un gruppo di cardinali attorno a un tavolo dell’unità di crisi in Cappella Sistina studiano i bilanci preoccupati. Il cardinale decano, oppresso dal peso della responsabilità, si rivolge al papa: “Santo Padre, la situazione è critica, non abbiamo abbastanza energia: i pannelli solari sulla Sala Nervi e l’eolico di Castel Gandolfo non bastano più.”.

“Tranquilli – risponde il papa guardandoli con un sorriso paterno – Io sono americano, so che negli Stati Uniti ci sono dei giacimenti immensi di petrolio tenuti come riserva: ci prenderemo l’Alaska!”. I cardinali tirano un sospiro di sollievo, grati di avere una guida sicura, illuminata e incoraggiante.

Così, mentre nella famosa Sala delle Mappe dei Musei Vaticani, il generale delle Guardie Svizzere studia un piano per invadere l’Alaska senza che la marina militare americana nemmeno se ne accorga, il portavoce vaticano rilascia la conferenza stampa: “L’Alaska deve diventare del Vaticano. Ne abbiamo diritto, perché ne abbiamo bisogno. Se l’America non vuole che l’attacchiamo con la forza, possiamo barattarla con una medaglietta del Vaticano e un magnete dell’obelisco di Piazza S. Pietro da mettere sul frigo!”.

Anche i fedeli rimangono edificati che, nella confusione del mondo, rimanga almeno un punto di riferimento. E tutta la Chiesa è unita al papa.

Forte di questo successo geo-spirituale-politico, il papa stesso si affaccia determinato al balcone dell’Angelus, per un discorso indimenticabile:

“Cari fratelli e sorelle, è giunta l’ora di risolvere per sempre la minaccia nucleare. Purtroppo, c’è un Presidente, il più potente del mondo, che detiene anche il più grande arsenale nucleare del pianeta, che ha dimostrato di non essere più affidabile, né stabile, e di costituire una minaccia per le nazioni; perciò, senza sottrarci alla nostra responsabilità… attaccheremo Washington, fino a rovesciarne la (presunta) leadership! Abbiamo 200 alabarde delle Guardie Svizzere, qualche vecchio archibugio nelle cantine, 1000 sparacoriandoli, 5000 gavettoni, 10000 bolle di sapone e anche qualche vecchio volume inutile della Biblioteca Vaticana da tirare al bisogno: l’attacco sarà veloce ed efficace.”.

Dall’altra parte dell’Atlantico il leader degli Stati Uniti perde le staffe.

“Come osa questo cittadino americano minacciare così il suo paese?”.

“Presidente, quel cittadino è il papa…” dice timidamente un consigliere.

“Beh il papa dovrebbe occuparsi di questioni morali e non di politica!”.

“Mi scusi, Presidente, ma la minaccia di una guerra nucleare in effetti è una questione morale!”.

“E va bene! – sbotta il vice presidente in aiuto del suo capo – Ma quando il papa parla di teologia dovrebbe stare attento a quello che dice!”.

“Comprendo, sig. Vice Presidente” ribatte ancora il consigliere. “Ma sa, il papa è un agostiniano…”.

“E che vuol dire?”

“Che è un discepolo di Sant’Agostino e lo ha studiato…”.

“E chi è Sant’Agostino?”

Il consigliere sospira: “Lasci perdere. Lasciate perdere tutti e due.” E se ne esce dalla stanza ovale.

Il consenso del papa è planetario. In un estremo slancio filantropico, decide allora di risolvere l’ultima annosa questione che rimane, qualcosa di cui tutti da sempre sentono il bisogno.

Durante il concistoro annuncia: “E poiché l’Italia e l’Europa non lo sanno fare, il Vaticano costruirà finalmente il ponte sullo stretto di Messina… e già che ci siamo, anche sulle colonne d’Ercole, così imparano ad usare questi nomi pagani!”.

“Santo Padre, ma come faremo?!” esclama un cardinale sgomento.

“Abbiamo già costruito il camminamento dal Vaticano a Castel Sant’Angelo… non sarà difficile fare altri due ponterelli…”.

I cardinali capiscono che il loro leader è veramente illuminato da Dio… compare anche un’immagine con Gesù che abbraccia teneramente il papa e lo conforta per le incomprensioni che deve sopportare.

Il capo della Fabbriceria Vaticana, però, chiede un colloquio personale. “Santo Padre, lo stretto di Messina presenta alcune criticità: le correnti, l’instabilità geologica… è come un campo minato! E quello di Gibilterra, beh… non c’entriamo solo noi, l’Italia o l’Europa… dall’altra parte c’è l’Africa!”.

“Tranquillo figliolo… faranno tutti quello che diciamo noi…”.

Tutta la Fabbriceria viene spostata sui due mega cantieri e i lavori iniziano. Nel frattempo, la basilica Vaticana comincia a deteriorarsi, ma il papa non ci bada più. Sa che ha un compito più alto… una missione.

Quando però un’anziana signora si inciampa su un sanpietrino dissestato e chiede i danni al Vaticano e, in concomitanza, le difficoltà dei cantieri sullo stretto sembrano insormontabili, il papa, sempre gravato del peso della responsabilità dichiara: “Siccome i nostri alleati non ci hanno aiutato e non avete capito quanto buono, bravo bello e simpatico sono io, allora con lo stretto vedetevela voi. Ritiriamo i cantieri. Arrangiatevi!”.

Le campane del Vaticano suonano a festa per il ritorno degli operai… no aspé, non sono le campane… è la sveglia! Spengo la sveglia, mi alzo e mi stropiccio gli occhi. È stato solo un sogno per fortuna, ma sembrava così verosimile. Verosimile… al contrario.

Vabbè dai, oggi ci sono le prime Comunioni, devo darmi da fare.

Meglio pensare ai bimbi e alle bimbe: a chi è come loro appartiene il Regno di Dio.

Don Davide




Le chiavi del futuro

Mia nipote più piccola, nel 2030, anno di verifica degli obiettivi globali per lo sviluppo sostenibile, avrà 9 anni. Spero che sia ancora una bimba spensierata, ma che almeno il secondo obiettivo possa saperlo realizzato: ossia che non ci saranno più persone, soprattutto bambini come lei, che muoiono di fame.

Confido anche che a quel tempo sia realizzato l’obiettivo 16, ossia la pace. Solo la stupidità può ancora convincere che le guerre siano opportune, necessarie o peggio desiderabili per qualsivoglia risultato. La pace dovrebbe iniziare da domani, ma che dico: da adesso! Anzi, dovrebbe già essere iniziata.

I bambini e le bambine della sua età, nel 2040 avranno 19 anni. Saranno giovani e mi auguro con tutto il cuore che vivano in un mondo dove gli obiettivi 4 e 5 – l’istruzione di qualità e la parità di genere – siano talmente presenti e acquisiti da chiedersi come sia stato possibile vivere in un mondo dove queste cose non c’erano. Auspico, allo stesso tempo, che non vengano mai dati per scontati, cosicché i giovani uomini e le giovani donne del futuro possano scegliere come istruirsi al meglio e sviluppare con le stesse opportunità i propri sogni e la propria visione del mondo.

Nel 2050, la generazione di cui parlo sarà alla soglia dei 30 anni. Dovremmo potere pensare che avranno il mondo ai loro piedi e la vita davanti e che giustamente noi ci faremo da parte. Sogno di poter stare loro vicino come un anziano prete, pieno di stima e di affetto e magari con un pizzico di saggezza, ma non troppo invadente.

Per quell’anno, però, la posta in gioco è altissima, bisogna che siano raggiunti tutti gli altri obiettivi.

In modo particolare, stanno alle fondamenta i numeri 6 e 7, che riguardano l’acqua potabile e l’energia pulita, i numeri 11 e 12, che ambiscono a città vivibili, e i numeri 13, 14 e 15 che puntano alla lotta contro il cambiamento climatico. Quelli che non ho citato, saranno conseguenza di questi.

Alternativa non c’è.

Se vogliamo che i bimbi più piccoli che amiamo oggi, possano abitare il loro mondo domani, dobbiamo trovare le chiavi per aprire questo futuro. Per loro è un diritto e non una gentile concessione da parte nostra. Per noi è un dovere. In ogni caso possiamo farlo insieme, da alleati ed amici per lo stesso fine comune.

La radice di tutti i problemi e i conflitti generazionali, oggi, è nel trascurare da parte degli adulti questa consapevolezza.

In questi giorni celebriamo i santi e commemoriamo i defunti.

I santi sono coloro che hanno trovato le chiavi del futuro.

Lo hanno fatto in tutte le età della storia, anche di fronte alle sfide più difficili, rapiti dall’amore di Gesù e nell’ascolto profondo della Parola di Vita che li ha guidati: Benedetto e Scolastica, Francesco e Chiara, Bartolomé de las Casas, Francesco Saverio, Teresa d’Avila, i martiri delle guerre mondiali, Charles de Foucauld – solo per citarne alcuni – hanno letteralmente dato vita a nuovi mondi.

I defunti che commemoriamo, perché li ricordiamo volentieri, sono quelli che ci hanno lasciato un’eredità da custodire e che non vogliamo dimenticare, non quelli che ci hanno lasciato solo macerie.

Oggi, santità significa trovare le chiavi del futuro.

Ma non è un esperimento da laboratorio; è piuttosto un lavoro d’artista, di chi ha una fonte d’ispirazione e un fuoco dentro e li alimenta giorno dopo giorno con gli strumenti dell’amore e la speranza per le persone a cui vogliamo più bene.

Don Davide