Figlio

Noi esseri umani quando iniziamo a parlare diciamo “mamma” e “papà”: Dio invece dice “Figlio”.

La prima parola che Dio ha pronunciato è stata “Figlio” e in lui, nel suo Figlio, anche noi siamo stati tutti compresi.

La voce di Dio è stata un’esplosione di luce e di amore: il vero e proprio Big-bang dell’esperienza spirituale.

Come l’universo, quel manto di amore che ci avvolge si dilata, si estende e continua a coprirci tutti.

Nel vagito di Gesù bambino riascoltiamo quel suono originario e siamo riportati lì, in quell’istante remoto ma vicinissimo, in cui Dio ci ha pensati per la prima volta, voluti e desiderati.

Per un istante, sentiamo che il tempo si può fermare: siamo rassicurati dall’amore di Dio.

Certi che la luce divina vince il buio del mondo, da questa mangiatoia ripartiamo in forze e sereni per i nostri impegni e il nostro cammino.

Don Davide




Senza rumore di fondo

Il rumore di fondo

Spesso si afferma che il Natale sia un periodo di raccoglimento e di stupore, ma la realtà contemporanea sembra allontanarsi da questa idea. L’atmosfera magica che dovrebbe caratterizzare questo tempo viene infatti alterata da almeno tre elementi: la frenesia delle feste mondane, il suono stridente delle parole provenienti dal potere e la dimenticanza del vero protagonista della festa, in favore di decorazioni neutre e sticker di Babbo Natale.

Questo rumore di fondo si contrappone al raccoglimento della celebrazione cristiana.

La liturgia

La liturgia reagisce a tale disturbo proponendo la figura di Giuseppe, ricca di significato e di delicatezza, come esempio e modello per vivere il Natale in modo autentico. Di questa figura emerge un dettaglio particolarmente significativo, già condiviso durante il ritiro di Avvento.

Il racconto evangelico rassicura il lettore: Giuseppe viene confermato dall’angelo, in sogno, sulla decisione giusta da prendere. Sebbene il testo non specifichi quanto a lungo Giuseppe abbia vissuto il suo dilemma, si presume che abbia trovato serenità dopo la rivelazione. Tuttavia, rimane aperta la domanda su quale fosse il rumore di fondo che circondava la gravidanza di Maria e la nascita di Gesù: malignità, risolini, prese in giro?

La delicatezza divina

Nonostante queste supposizioni, il vangelo di Matteo offre una lettura alternativa, caratterizzata da una finezza rara: Dio avvolge Maria e Giuseppe con una delicatezza particolare in un momento di difficoltà. Maria, infatti, si accorge di essere incinta prima che la gravidanza sia visibile; secondo Luca, è Elisabetta a rivelarle la notizia, pochi giorni dopo l’annuncio dell’angelo. Giuseppe viene a conoscenza della gravidanza, ne è turbato e necessita dell’intervento rassicurante dell’angelo. Il racconto suggerisce che Giuseppe voleva sciogliere il vincolo in segreto, segno che la situazione non era ancora nota pubblicamente.

Un dialogo intimo

Il testo lascia intuire l’esistenza di un dialogo intimo tra Maria e Giuseppe, senza descriverlo direttamente: Giuseppe scopre la gravidanza da Maria stessa. Successivamente, ispirato dal sogno, Giuseppe accoglie Maria nella sua casa. Questo passaggio poteva avvenire rapidamente, considerando che i due erano già sposati e impegnati.

L’azione di Giuseppe non protegge solo dalla condanna, ma anche dalle possibili malignità:

quel figlio sarebbe stato un dono di Dio, segno di fertilità e benedizione. Così, Maria avrebbe dato subito un figlio maschio a Giuseppe (fattore rilevante per la cultura del tempo). Si può cogliere, in tutto ciò, una cura nascosta e preziosa.

Un testo molto significativo immagina Giuseppe rivolgersi a Maria con queste parole: “Non so quale sia il posto dove devi andare, non so che strada dovrai fare e perché, ma so che io sono stato scelto per farla con te, per proteggerti e darti una casa.” (Silvia Vecchini, Myriam, p. 256)

Il simbolo di un Natale autentico

La cura di Giuseppe, che con gesti concreti protegge Maria e la loro famiglia dalle meschinità, dalle malelingue, dalla grettezza e dal rumore di fondo che non ha nulla a che vedere con la voce di Dio, diventa così il simbolo di un Natale vero. Che questo esempio ci ispiri a rifugiarci in un amore e in un silenzio che ci permettano di fare spazio al dono di Dio.

Don Davide




Omelia del giorno di Natale

Gesù è nato come uomo perché in parole umane e nella sua carne umana, ha voluto dirci alcune parole importanti, che noi potessimo ben capire e che io sento come le parole di questo Natale. 

Sono parole divine, che apparirebbero troppo grandi o difficili per gli uomini, ma che il Verbo di Dio ci comunica nel linguaggio semplice di un bambino, in modo che anche noi possiamo meravigliarci – come quando un fanciullo dice cose molto profonde – e farle nostre. 

Sono parole preziose, perché attraverso di esse Dio sostiene il mondo, impedisce che imploda e, grazie a tutte le persone che scelgono di farle proprie, le cose vanno piano piano e liberamente secondo il pensiero benevolo del Padre. 

 La prima parola è pace. Sono belli i piedi del messaggero di pace. La nascita di Gesù, cioè, schiera il mondo dalla parte dei costruttori di pace. Nel caso della profezia di Isaia, in modo particolare, questa pace è frutto della sconfitta dell’oppressore e del riscatto del popolo. In questo senso, Natale è anche una festa politica e militante: Dio non sta dalla parte di chi fa la guerra e di chi legittima l’oppressore. Noi esseri umani consideriamo mille sfumature, ma in ciascuna di esse Dio è molto preciso: predilige sempre la via giusta della pace. 

Non ci sono però solo questa scelta di campo e le grandi azioni, ma anche tutte quelle opere e atteggiamenti che educano alla pace. Quando i genitori giocano affettuosamente con i figli, lì si sta costruendo la pace. Quando noi adulti ci guardiamo bene da usare parole aggressive e atteggiamenti violenti, o da proporre discriminazioni e ingiustizie, stiamo difendendo la pace. Quando un cristiano prega per il bene, anche dei propri nemici, e chiede la grazia del perdono e la forza di perdonare, lì la pace ottiene una grande vittoria. Ci sarebbero molti altri esempi da fare, l’importante e che capiamo che la nascita di Gesù è l’editto della pace. Lo vedremo manifestamente nei giorni della sua passione: possiamo non essere in conflitto e fare cessare la violenza. 

 La seconda parola è consolazione. La presenza di Gesù, il suo modo di essere e di fare, i suoi incontri e il suo esempio sono di grande consolazione per chi ha dei turbamenti, delle domande, o delle fatiche. In modo particolare, nella liturgia del Natale, si ripete come un ritornello che c’è un popolo che sperimenta la consolazione. Questo messaggio mi fa sentire parte di una storia fatta di tanti incontri con quelle persone che – talvolta con grande semplicità – provano di vivere bene o cercano soltanto un po’ di consolazione. Mi pare che sia la trama dell’opera di Dio, che con grande delicatezza vuole rendersi presente sul serio nella vita di tutti. Dobbiamo credere che il Vangelo di Gesù porta nel mondo la grazia della consolazione, con tutta la responsabilità che abbiamo di comprenderlo bene e di viverlo con coerenza. 

 La terza parola è accoglienza. Sì è vero c’è una storia di non riconoscimento, ma la storia di accoglienza è più grande! Ci sono tanti cuori che si aprono, tante vite che si mettono al servizio, miliardi di gesti di cura disseminati, spesso anche sotto i nostri occhi. Tutti coloro che l’hanno accolto, vengono trasformati, sono persone generate da Dio, che attraversano il mondo con una forza straordinaria che non viene da noi, ma che è dono del Signore. 

Di questa accoglienza siamo protagonisti anche noi, e questo ci incoraggia a continuare a stare nella luce. 

Nella notte è risuonato un annuncio angelico ai pastori. Siccome potrebbe darsi che queste parole siano troppo belle per essere vere, allora i pastori sono invitati ad andare a Betlemme per vedere un segno. Racconta il vangelo che i pastori andarono e videro Maria e Giuseppe, e il bambino deposto in una mangiatoia. Tanto è bastato per essere confermati. Sarà anche la stessa esperienza che faranno i Magi. Che prova hanno avuto esattamente? Il vangelo non lo dice. Dunque, proviamo a sostare anche noi davanti a questo mistero, a contemplarlo un po’, a guardarlo da tutte le prospettive. Potrà succedere che comprenderemo che queste parole – pace, consolazione e accoglienza – sono vere. 

Don Davide




Omelia della notte di Natale

Accende una grande speranza, in quest’epoca della terza guerra mondiale a pezzi – come l’ha chiamata papa Francesco – sentire che le insegne militari vengono distrutte nel fuoco.  

Questa affermazione fa parte di quelle visioni di Isaia che le nostre più grandi utopie non riescono nemmeno ad avvicinare, come quella in cui si dice che la produzione di armi verrà riconvertita per fare strumenti e opere di bene. 

È il sogno della pace. 

Ma la pace natalizia è più che un sogno: è l’opera di Dio che si realizza. 

Potremmo pensare: “Eh, ma i potenti mica ascoltano la voce di Dio!”, il che è vero. Ma neanche Cesare Augusto si curava tanto delle profezie, eppure mentre ordina il censimento – che era un atto di supremazia totale, uno degli editti con cui gli imperatori si mostravano padroni del mondo – Dio, il vero padrone, usa questo espediente per dimostrare vera la sua parola e per realizzare i suoi progetti.  

Il misterioso riferimento a Madian – una vicenda dell’Antico Testamento raccontata nel Libro dei Giudici – indica che la pace è completamente opera di Dio, ma che il contributo degli uomini è quello di distruggere le proprie idolatrie. Una volta che ci affidiamo a Dio senza falsità, allora lui opera tutto. E non conta se siamo piccoli o grandi protagonisti della storia: con Dio siamo tutti efficaci, ed è l’unica cosa che conta. A dispetto dei potenti, la storia di Dio è fatta con noi. 

L’opera di Dio realizza un grande cambiamento: dalla paura a una luce gentile. Questo cambiamento coinvolge tutto: si erge sul mondo come il sole all’alba e inizia o riparte oggi, con il tuo incontro personale con Gesù. 

Lui è Figlio di Dio eterno e sceglie di avere tempo per ciascuna e ciascuno di noi. 

Questo cambiamento inizia mentre ascoltiamo il Vangelo della Natività, nella sosta dello sguardo, della mente e del cuore davanti al presepe. 

 Nelle fasce e nella mangiatoia contemplo la meraviglia legata al dono di sé, quando un essere umano cresce scegliendo e diventando capace di fare della propria vita un dono. 

Giuseppe ha già fatto della propria vita un dono: ha salvato Maria e il bambino, a scapito di se stesso e della sua reputazione, e cancellando con un solo gesto di accoglienza e responsabilità tutte le sovrastrutture del patriarcato. 

Maria sa che questo bimbo è un dono, che dovrà lasciarlo libero anche quando questo comporterà per lei l’angoscia della perdita.  

Gesù stesso sceglierà di fare della sua vita un dono: cibo e fasce, pane spezzato e sangue versato, e un telo per attraversare la morte. 

Anch’io sento il fascino di fare della mia vita un dono, perché non vada sprecata. Intuisco che questo è il senso dell’esistenza. Chiedo aiuto al Signore, perché mi aiuti a rendere questo proposito più concreto e vero. 

C’è poi un’altra cosa che ci coinvolge tutti: questa scelta di Dio per la piccolezza, la semplicità e la povertà. 

Il racconto della nascita è estremamente semplice, ordinario e feriale. Gesù viene collocato nel posto degli animali. L’annuncio viene dato ai pastori, non certo le persone più in vista, autorevoli o religiosamente significative. A completare il tutto c’è il controaltare quasi burlone di Dio, tra la “grandeur” del censimento da una parte e la moltitudine dell’esercito celeste dall’altra.          Come appare piccolo l’imperatore, in questo confronto! 

Solo che noi ammiriamo questa scena con animo incantato, ma poi è difficile trovare le vie per scegliere una sobrietà dignitosa e uno stile di vita che privilegi la condivisione e il soccorso, piuttosto che l’accumulo o il giudizio. Inoltre: quali sono i pastori a cui rivolgersi? A me sembra: tutti coloro che sanno esprimere gesti di una cura reale, concreta e compromessa. 

Sento in me, che pure sono cristiano da sempre, una radicata resistenza ad assumere i criteri del Natale di Gesù. 

Dò più facilmente per scontato che siano veri i principi che ho assimilato dal mondo. 

E anche quando vorrei avvicinarmi a Gesù e ai suoi criteri, sperimento la difficoltà di discernere che cosa significano concretamente per me, in modo da poterli vivere davvero e conformarmi al Vangelo senza ipocrisia, in maniera rispondente a ciò che Dio si auspica da me, oggi.  

 Oggi il cuore di qualcuno verrà toccato. 

 Perciò, in questa notte di grazia, che ci ispira i desideri più audaci, oggi oso chiedere a Gesù questo dono. Che davanti all’umile maestà del presepe ammutoliscano le mie obiezioni e io sappia distruggere i miei idoli, e si realizzi il meraviglioso scambio che è al centro del mistero del Natale: come il Figlio di Dio ha voluto assumere la nostra natura, così ci doni di assumere la sua, di vivere secondo la sua ispirazione e di trasformarmi in un’immagine fedele di lui.  

Nella garanzia di questo rapporto con Gesù, oltre alla realizzazione dell’opera di Dio, alla pace che confonde i potenti, alla salvezza dalle nostre idolatrie, sperimentiamo anche una gioia vera. Quella gioia genuina che sperimenta chi raccoglie il frutto di un impegno tanto desiderato. 

 Quella gioia che prova chi sente che il Signore gli ha toccato il cuore. 

 Don Davide




Dio nelle nostre case

Venne ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14).

La sua casa nelle nostre case, oppure, la sua persona in casa nostra.

Viene nella nostra casa, scompagina i ritmi, ci chiede di essere attenti a lui, ci rende sensibili all’ospitalità. È un ospite che rende la nostra casa diversamente abitata e rompe la routine che ci eravamo dati.

Allo stesso tempo è uno di famiglia,

ci si sente a proprio agio con lui, si può stare in pigiama e in ciabatte senza sentirsi in imbarazzo.

E quando riparte, perché è sempre in movimento, perché ci costringe a non dare la sua presenza come scontata, allora sentiamo la sua assenza, abbiamo nostalgia dei giorni trascorsi con lui e desideriamo la prossima occasione per essere ancora insieme.

Tutto questo vale per ciascuno e ciascuna di noi, per le nostre famiglie e per il popolo di Dio che è la Chiesa.

“E noi abbiamo visto la sua gloria” (Gv 1,15).

Alcune volte, però, i nostri sensi sono intorpiditi, e manco ci rendiamo conto che abbiamo l’ospite più importante di tutti.

Come alleniamo i sensi, in modo da accorgerci di lui, “in mezzo a noi”?

Come tutte le mamme, Maria, in quei primi momenti dopo il parto, si perde a guardare quel bimbo che per nove mesi ha potuto solo sentire. Metto i miei occhi nei suoi. L’angelo aveva detto: “Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo”, eppure questo fanciullo non sembra in nulla diverso da tutti i frugoletti che vengono alla luce.

Lo sguardo ora si posa sulla mangiatoia. Staccionata e paglia: qualcosa che assomiglia a un giaciglio. La percezione di Maria è cambiata. Aveva incontrato un arcangelo, ma era ancora poco. Ora è capace di vedere come il creato più semplice e umile può diventare una culla per Dio.

Forse è l’immaginazione che ci serve per vedere Dio in casa nostra.

Don Davide




Credo il Natale

Credo che il Natale è la nascita di Gesù, il Figlio di Dio, il salvatore del mondo.

Credo che il Natale vada celebrato con la Chiesa e nella propria comunità. Credo che in questi rapporti, ci sia uno spazio speciale per le famiglie.

Credo il Dio di Gesù Cristo, che abbiamo conosciuto dentro la storia del popolo di Israele, come testimoniano le bellissime profezie di Isaia e di Michea che ascoltiamo in questi giorni. Soprattutto quella di Isaia 2, che vede il giorno in cui si smonteranno i missili e si costruiranno scuole.

Credo che il presepe è un dono che soltanto l’intuizione di uno come Francesco d’Assisi poteva lasciarci. È ancora più bello non solo quando puoi ammirarlo da fuori, o guardarci dentro, ma quando puoi guardare “da dentro” come in quello della nostra parrocchia.

Credo sia bello pure l’albero di Natale, soprattutto quando è fatto con i bambini. E – a proposito – credo ci rendano più lieti anche le lucine e gli addobbi, e tutti i segni di festa che ci sono, perché noi che lo viviamo spiritualmente sappiamo che alla fine il Natale coinvolge tutti. Mi colpisce quando si sentono nei locali le canzoni che parlano di Gesù bambino. E non possono essere ridotte solo a una favoletta, quando senti i cantanti più famosi del mondo che interpretano Silent Night e gridano: “Christ the Saviour is born!”.

Nessuno potrà farci dimenticare il Natale sacro, a meno che non lo lasciamo andare noi stessi.

Tuttavia è necessario che a Natale i negozi e le attività commerciali chiudano, e gli sport si fermino. Magari già dal pomeriggio della Vigilia.

Comunque una gara c’è e ci dev’essere: è quella della solidarietà e sì – certo – credo che siano meglio i panettoni e i pandori solidali, e anche le Stelle di Natale. Credo, però, che la vera solidarietà sia rivolta ad ogni sofferenza del mondo.

Credo che sia vero che a Natale possiamo essere tutti più buoni. Non è automatico, ma la liturgia dice:

“È apparsa la grazia di Dio, che ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani” (Tt 2,11-12).

Credo che solo curando la vita spirituale si possa avere una luce, vedere il cielo aperto e ascoltare gli angeli, ossia Dio che ti guida.

Vedo, infine, in questa notte santa, una donna, un uomo, un bambino e una platea di persone di tutti i generi attorno. Credo che gli uomini non “devono” fare la guerra e che, fin da quella scena, dovesse essere fuori di dubbio e messa in pratica in ogni aspetto la perfetta uguaglianza in dignità e diritti delle donne, nelle loro differenze. Credo che i bambini debbano essere coperti da un magico scudo di paglia, talmente leggero da non sentirlo ma inscalfibile come l’armatura di un mandaloriano, e che chi vorrebbe violarli si scontri con le corna di un toro e il calcio di un asino.

Credo che tutti, proprio ogni persona sia invitata a celebrare Gesù, il Cristo, e che non ci sia anima sulla Terra che non sia sorella di Gesù e Figlia di Dio. È un legame di sangue che si può rifiutare, ma da quella notte la Luce splende e chi vuole l’accoglie.

Don Davide




Per tutti sarà Natale

In un’era di attese deluse
e risposte mancate,
mentre millenarie certezze
crollano annichilite
e ideologie di carta
balbettano il nulla,
nel paradosso di esistenziali antitesi
(frenesia di onnipotenza –
proclamata casualità del tutto)
che divorano l’uomo,
nel nostro cuore
che anela all’infinito
grida ancora l’attesa:
“Quando verrai, Signore? Perché indugi?
Grovigli d’ingiustizie
incatenano l’uomo,
soprusi intollerabili ne infrangono
l’innata dignità,
e noi, Tuoi figli,
nell’oscuro crepuscolo del mondo,
non abbiamo più mani
per raccogliere strazi senza voce!”
Ma il tempo del Signore
non contempla ritardi o fallimenti
né facili vendette:
nell’alveo dei millenni
scorre il fiume infinito
di una pietà sapiente
che attende,
con pazienza amorosa,
che ogni tralcio
si riannodi alla vite,
che ogni agnello perduto
sia riabbracciato.
Egli verrà, a illuminar le genti,
incendiando i colori dell’aurora,
a ricomporre stinti frammenti
di storia senza volto
in un mosaico denso
di trama e verità.
Respirando
nel diaframma del mondo,
cooperatori di pietà e giustizia,
ogni sole che sorge
accenda il nostro cuore,
ogni umano dolore
ci appartenga.
Solo così per tutti
sarà Natale.

Carla Roli




Salvezza

Ci può salvare un bambino?

E abbiamo bisogno di salvezza?

Sicuramente ne abbiamo bisogno quando una persona muore nella notte e nel freddo su una panchina della nostra strada principale, non per cercare colpe da attribuire, ma perché ci rendiamo conto che noi, il mondo, dobbiamo essere strappati da qualcosa di male che ci attanaglia.

Ma non è facile.

Pensiamo ai pastori, che per trent’anni dopo la notte di Betlemme non hanno visto alcun segno. Hanno subito i Romani che esercitavano il potere e che facevano le guerre, come noi prendiamo atto che c’è chi esercita il potere in modo osceno e brutale e che fomenta le guerre, addirittura nucleari, senza pudore, senza la minima vergogna e senza la decenza di pensare che non ha nessun senso ritenersi nemici perché diversi per nazionalità o cultura.

I pastori sono cresciuti senza vedere Dio che interveniva; così anche noi magari abbiamo vissuto la nostra fede per tanti anni senza segni particolari di Dio e ci chiediamo:

ma ci può davvero salvare?

Oltre alla guerra, abbiamo visto e vediamo degli uomini che trattano male le donne in nome del patriarcato; ci chiediamo: quando verrà riconosciuta la dignità di tutte le donne? Ci sarà qualcuno, come Gesù, che salvi anche la più svilita e la onori?

Pensiamo, inoltre, ai discepoli di Emmaus, a quella frase che dicono: “Noi speravamo che fosse lui!”

Quando l’esperienza di essere stati discepoli di quest’uomo – che ci ha conquistato, che ci ha fatto vivere momenti di slancio spirituale, magari quando eravamo giovani – si interrompe per la morte di una persona cara, o per una malattia, in altri casi per una grande delusione o per preoccupazioni serissime e ci viene da dire: “Noi avevamo sperato che fosse lui a salvarci… ma in realtà non ci può salvare”.

Pensiamo ancora, infine, a quelle persone a cui vogliamo bene, la cui vita non si sistema e a tutte quelle suppliche che sono state rivolte a Gesù proprio per queste situazioni, e che riecheggiano quelle del vangelo: sono tutte invocazioni in cui dobbiamo rinnovare la fiducia che questo Dio prima bambino e poi crocifisso ci può salvare.

Possiamo fare qualche piccolo esercizio di fiducia nei confronti degli altri.

Questa fiducia, come di ritorno, si confermerà anche in noi.

Voglio proporvi di prendere l’abitudine, per chi già non lo facesse, di andare a dormire insieme, nello stesso momento, con vostro marito o vostra moglie, con il vostro compagno o con la vostra compagna. È un piccolo gesto, spesso trascurato dopo anni insieme, capace di generare una nuova confidenza.

Voglio proporvi di prendere l’abitudine, se già non lo fate, di recitare una preghiera con i vostri bimbi e di dire loro quanto gli volete bene.

Voglio proporvi di esprimere un ringraziamento ai vostri collaboratori e di dar loro un riconoscimento.

Voglio proporvi di fare un gesto di fiducia per i vostri figli adolescenti e giovani, anche quando è difficile, e verbalizzarlo per allargare la fiducia dentro i loro cuori.

Voglio proporvi di accendere una candela per la pace.

Voglio proporvi di cenare una sera di queste con la tv spenta, a parlare fra di voi.

Voglio proporvi, infine, di guardare questa scena della Sacra Famiglia e di riconoscere che proprio in questa semplice umanità c’è un mistero potente che ci può salvare.

Don Davide




I doni di Gesù bambino

Acaz e Isaia (I lettura), Paolo (II lettura) e Giuseppe (vangelo); nessuno può sottrarsi alla sua vocazione, per ciascuno c’è una chiamata, anche per noi:

– Essere o accogliere un segno di fede

– Una missione

– Un sogno

Ricordo la mia nonna quando mi diceva, da piccolo, che i doni di Natale li portava Gesù bambino. Io facevo fatica a mettere insieme un piccolo bambino (anche se era Gesù) e un anziano signore come Babbo Natale, ma poi ho capito bene.

Babbo Natale porta i doni che troviamo sotto l’albero; Gesù bambino ci porta i doni spirituali, quelli senza i quali anche gli altri regali perderebbero la loro magia.

Quale sarà, dunque, il tuo dono in questo Natale?

Non il dono che tu porti, ma il dono di Dio per te.

Sarà un segno, per confermare la tua fede e che Dio ti è vicino?

Sarà la chiarezza di sentirti al posto giusto nel momento giusto, per adempiere la tua missione? (Quale sensazione esiste, più bella di questa?)

Oppure sarà un angelo che ti sussurra e conferma che il tuo sogno è possibile, soprattutto se un sogno d’amore e giusto?

Preparati a vedere, ascoltare e sentire.

Nella notte che ci attende, notte di profumo di paglia, di cori di angeli e di stelle, tutto è possibile.

Don Davide




Tutto diverso e piccolo

“Ci sarà un sentiero e un strada” (Is 35,8): di solito si scelgono i tracciati sulle mappe o si percorrono dei tragitti per arrivare a una meta, un luogo. Al termine ci può anche attendere un appuntamento, magari desiderato: l’incontro con un amico o una persona amata.

Oggi certamente la liturgia ci parla di questo itinerario: “ci sarà” (al singolare) un sentiero, inizialmente stretto, forse impervio, che diventerà una strada, prima una mulattiera, poi una strada battuta o addirittura pavimentata, che ci porterà all’incontro con Gesù.

Anche Giovanni Battista, che fra tutti era quello che aveva le idee più chiare, esita. All’inizio è difficile riconoscere in Gesù i segni grandiosi della salvezza di Dio, della redenzione del mondo.

“Sei proprio tu?” (Mt 11,3) chiede Giovanni.

Dopo la chiarezza straripante di domenica scorsa, viene assalito da un dubbio.

Sembra tutto così diverso, e piccolo…

Anche noi ci accingiamo a celebrare il Natale nella solennità della liturgia, con acclamazioni, formule e preghiere debordanti: “È nato il Salvatore!”, “Oggi la pace viene nel mondo!”, “Tutto è permeato di gioia!” poi guardiamo fuori e ci sembra che non sia proprio così. Oltre alla guerra, continuano altre cose brutte, e poi ci sono tanti dolori, solitudini e preoccupazioni, spesso nascoste.

Ma Gesù conferma Giovanni e noi, indicandoci proprio la direzione giusta e invitandoci a percorrere il sentiero corretto che diventerà una strada.

“Guarda”, dice, “guardate!” I segni dell’amore di Dio sono grandiosi e nascosti allo stesso tempo.

Bisogna saperli e volerli vedere. Bisogna allenare lo sguardo!

Quante volte è capitato che Gesù facesse un miracolo sotto gli occhi di tutti e solo in pochissimi lo riconoscessero, mentre gli altri ne facevano motivo di disputa, o addirittura di scandalo! Così è ancora oggi. Bisogna allenare i riflessi giusti, per cogliere la velocità con cui il regno di Dio si manifesta davanti al nostro naso, e poi scompare altrettanto velocemente se trova qualcuno non pronto o disposto a riconoscerlo.

Il Natale è una grande storia di libertà, interpellata e rispettata.

Perciò, allenati! Guarda. Per tutte le orribili guerre che sono in corso e per i regimi che uccidono i ragazzi, ci sono giovani uomini e giovani donne che hanno il coraggio di rivendicare la libertà. A proteggerci dalla violenza, quanti gesti di tenerezza ci sono? Di fronte alla malattia e alla sofferenza, che hanno un potere schiacciante e vanno rispettate con il massimo rigore, quanti gesti e risorse di cura vengono messi in campo?

Il regno di Dio, per farsi spazio, è anche una questione di decisione, di scegliere cosa guardare, come educare i nostri pensieri, dove orientare la nostra attenzione, su quali sentieri e strade percorrere i nostri passi.

Dipende cosa decidi di guardare, e i tuoi occhi saranno luminosi od oscuri.

Dipende cosa decidi di pensare e i tuoi pensieri saranno orientati al bene o malvagi.

Dipende quali percorsi intraprendi e ti troverai in una terra fertile e buona o in un deserto arido e ostile.

Il regno dei cieli è piccolissimo, ma se lo vedi, è più grande di ogni cosa.

Don Davide