Fiducia

Maria Maddalena, Pietro e Giovanni hanno visto il sepolcro vuoto.

Maria Maddalena ha visto il Signore.

Ora sta ai discepoli avere questa conferma della sua resurrezione. Il racconto è estremamente sobrio: “I discepoli gioirono a vedere il Signore” (Gv 20,20).
Infine, recupera l’appuntamento con il Signore risorto anche Tommaso. Questo dà lo spunto all’evangelista per dire due cose importantissime, ma spesso trascurate, o meglio offuscate dal fatto che tutti questi protagonisti, alla fin fine, “hanno visto il Signore”.

Ma Gesù non avrebbe potuto dirlo in maniera più chiara:

sono beati coloro che credono senza vedere.

Non c’è ambiguità, non c’è possibilità di fraintendere le parole del Maestro. Non possiamo dire: “Vabbè, ma Gesù lo diceva così per dire! In realtà, gli apostoli sono stati più fortunati di noi!”.

Invece no!

Il dono più grande non è vedere, ma credere.

E non solo credere dogmaticamente a Gesù, ma aprirsi alla fiducia verso la vita.

Il Vangelo – dice l’evangelista con somma consapevolezza – è stato testimoniato per questo: “Queste cose sono state scritte perché voi crediate” (Gv 20,31).

Così, in questa Domenica in Albis, voglio invocare su tutta la mia comunità un’effusione di fiducia.

Desidero che per ciascuno e ciascuna di voi si sciolgano le angustie, possiate sentire un’infusione di coraggio, avere chiarezza nei vostri obiettivi, praticità nel portarli a termine.

Siamo tutti e tutte sotto le ali di un Padre amorevole e misericordioso, di una Misericordia divina e onnipotente.

Il Risorto annuncia tre volte la pace: abbiate fiducia! Annoderà il cannone dei carri armati, spegnerà le batterie dei droni, dai caccia si sganceranno fiorellini e i missili si schianteranno fra di loro. Lui agisce attraverso chi lo riconosce Signore e Dio. Anche attraverso di noi, compirà la pace.

Questa fiducia vi porti una dilatazione del cuore, piena consapevolezza delle vostre capacità, apertura al futuro, premura di volere bene.

Tutti gli esegeti esperti confermano che in origine la fine del testo di oggi era la conclusione del Vangelo di Giovanni: “…[queste cose] sono state scritte perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, è perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.” (Gv 20,31).

Dunque l’evangelista stesso ha voluto infondere a noi, suoi lettori e lettrici, la massima fiducia possibile: perché avendo fiducia, abbiate la vita.

Prendiamolo sul serio.

Don Davide




Vieni fuori

Quante volte abbiamo desiderato che queste parole: “Vieni fuori!” (Gv 11,41) potessero diventare vere e concrete per noi!

Ci sono molti luoghi, fisici e spirituali, che assomigliano tantissimo a dei sepolcri.

Vorremmo venire fuori dalle nostre paure, dalle nostre timidezze, dalle nostre inconcludenze.

Qualche volta vorremmo venire fuori da un peccato, o da una relazione tossica, o da una circostanza ambigua in cui ci siamo cacciati senza nemmeno rendercene conto.

Oppure “venire fuori” è il sogno di avere salva la vita da una situazione insostenibile, un’ingiustizia, le conseguenze di un errore, un dolore fisico o morale che ci schiaccia.

“Venire fuori” può essere anche un richiamo alla luce, un emergere, può rappresentare il nostro desiderio di miglioramento, di essere noi stessi, di realizzare i progetti di bene e le speranze che abbiamo a lungo coltivato.

Oggi tra le bende di Lazzaro ci mettiamo noi stessi, abilitati ad ascoltare la voce di Gesù che ci invita e ci comanda: “Tu, vieni fuori!”.

La parola dei profeti si può realizzare per noi: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe. […] Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete” (Ez 37,12.13).

Persino l’umanità è chiamata a venire fuori dalla fossa che si sta scavando da sola, con la smania di potere, l’ingiustizia sistemica e la guerra.

“Vieni fuori” è il grido di rivendicazione del Dio della vita che prende posizione in favore dell’umano.

Vieni fuori da quei luoghi di morte! Sciogliti da quelle vestigia mortifere che ti impediscono di vivere e camminare!

La cosa è tanto più impressionante perché questi sepolcri sono descritti nel racconto evangelico come terribilmente tenaci: “Il cadavere è già di quattro giorni e già manda cattivo odore” (Gv 11,39), dice Marta, esprimendo la persistenza delle condizioni mortali che ci attanagliano.

La risposta di Gesù è mozzafiato: “Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio” (Gv 11,40). Quel “non ti ho detto” è pazzesco! Vuoi credere all’arroganza della morte, oppure al potere della Parola di Dio che dà la vita? La senti la forza di questo paradosso?

Puoi uscire non da una condizione di un inciampo, ma da un sepolcro di morte. Se credi.

Se credi nella guida di Dio, farai esperienze inaspettate e imprevedibili. “Vedrai cose più grandi di queste!” (Gv 1,50).

“Vieni fuori” è ciò che Dio ha detto ad Abramo, per iniziare a farlo camminare.

“Vieni fuori” è ciò che Dio ha detto al suo popolo, per liberarlo dall’Egitto.

“Vieni fuori” è ciò che il Padre ha detto al suo Figlio, per farlo entrare nel mondo.

Ora lo dice a noi. Ascoltiamo come se fosse la prima volta questo racconto, con queste due parole che hanno il potere, da sole, di trasformare il significato della nostra vita.

Don Davide




La sete di pace

I cristiani si trovano ad affrontare questo paradosso: mentre la quaresima ci impegna con umiltà al lavoro su noi stessi, “chiusi nel segreto della propria stanza” (cf. Mt 6,6), non possiamo scrivere della terza domenica di Quaresima senza concentrarci sul tema della guerra e della pace.

Mentre infatti viene annunciata la pace possibile con Dio, per opera di Gesù, e ci viene donata la sorgente della vita nella sua parola di perdono e di verità, nel mondo si allarga la guerra e i leader politici mentono, con pochissime eccezioni.

C’è un dono di acqua viva che viene largamente rifiutato (cf. Gv 4,10.14).

Nel mondo ci sono tantissime siccità che prostrano i popoli. Ma c’è anche una grande sete di verità, di libertà, di leadership autentica, di parole non contraffatte.

Il mondo ha sete di pace. E pace non c’è.

Chi dice di volere una pace evangelica non è un impostore se da lui zampilla un’acqua viva di pace, non un’acqua velenosa di guerra.

Invece, se non fosse tragica e disperante, potrebbe sembrare l’inizio di una barzelletta: ci sono un bullo americano, un killer israeliano, un despota iraniano e un sicario russo. La cosa terribile è che questi quattro signori, che dovrebbero essere chiusi insieme a qualche loro compare in un manicomio riaperto solo per loro, invece comandano il mondo. Muovono le armi. Decidono chi deve andare a fare la guerra. Uccidono indiscriminatamente e senza sensi di colpa. E non importa se il despota non c’è più. La dinastia è tale e quale.

Dai dati forniti sui quotidiani questa settimana, un missile costa 2-3 milioni di euro, un sistema anti-missile 6-7, poi ci sono i carri, l’intelligence, gli aerei supersonici, i droni, le navi… ma mi ha impressionato il dato sulle portaerei: una nave di quel tipo già costa più di quanto si possa immaginare, attorno ad essa si muovono sottomarini, satelliti, caccia di base (oltre che quelli sulla nave), elicotteri, porti, basi militari. Una portaerei è una guerra concentrata, con il budget intero di un piccolo stato. Ci credo che don Tonino Bello si rifiutò di andare a benedirla!

Ora mettete insieme tutti questi soldi per tutti gli armamenti del mondo e chiedetevi: che cosa sarebbe successo se li avessimo messi per curare le malattie, fare le scuole, gli ospedali, le infrastrutture, pagare i medici e gli insegnanti come i generali, dare cibo a tutti, risanare le povertà, combattere la criminalità, intervenire sul cambiamento climatico? Forse avremmo il mondo tutto curato e bello come un paesino di montagna, e pieno di infrastrutture come la più moderna delle città.

Gli elementi che accomunano questi capi sono la bestemmia, la menzogna e l’autoreferenzialità.

Chiamano Dio dalla loro parte, mentre offendono il suo Santo Nome. Mentono per conservare il loro potere e per inseguirne uno sempre più grande. Inoltre, si fanno chiamare leader, ma la leadership è tutta un’altra cosa. E sarebbe tutta un’altra Storia. Tra le tante domande di questi giorni, mi chiedo: ma come puoi farti chiamare “Guida suprema” e ordinare l’uccisione dei ragazzi?

In questa domenica ascoltiamo le parole di Gesù alla donna Samaritana: “Credimi donna, è venuto il momento – ed è questo – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità, perché il Padre cerca tali adoratori.” (Gv 4,21-22).

Mi vengono ancora due considerazioni ascoltando questo testo in questo scenario di guerra.

Adorare Dio significa stare davanti a lui.

Chi sta davanti a Dio lo potrà fare solo in spirito di verità. Nemmeno gli esseri umani possono essere ingannati su questo, figuriamoci di Dio. Gli uomini, però, possono essere soggiogati, Dio invece no. Dio rifiuterà simili falsi adoratori. A lui la vendetta, per questo scenario catastrofico.

Gesù parla del “Padre” non di un Dio generico.

Solo coloro che seguono lo spirito della verità e che si mettono di fronte a Dio con questa autenticità, solo loro genereranno una vera fraternità e sorellanza universale. Solo loro permetteranno ai popoli di chiamarsi fratelli e alle nazioni sorelle.

Il Dio che è nel cielo cerca disperatamente tali adoratori.

Don Davide




Pace efficace

Quanto mai attuale la prima lettura del profeta Abacuc di questa domenica, sbigottito per la violenza dilagante, oppresso dall’iniquità a cui bisogna assistere e dall’oppressione di una manica di potenti del mondo, sciagurati che destabilizzano sistematicamente l’ordine della giustizia e della pace, il rispetto delle persone e la dignità della vita.

La Parola di Dio, però, attesta un termine.

Questo è il messaggio consolante, che allo stesso tempo indica una precisa vocazione e responsabilità di ciascuno di noi, quando leggiamo questa parola e tentiamo di accoglierla con cuore sincero. È una guida per costruire la pace, la proposta di un modo alternativo di comprendere i rapporti tra le persone, la vita sociale e civile, le relazioni internazionali e la convivenza tra i popoli.

Il profeta dice “è una visione che attesta un limite”:

c’è dunque un limite posto alle brutture a cui dobbiamo assistere,

la violenza, la guerra scatenata su popoli e persone inermi, il riarmo che impoverisce scuole e ospedali, la tracotanza intrisa di falsità di chi detiene il potere.

Questo limite è posto da chi accoglie il vangelo della pace, costringe prima di tutto se stesso a convertirsi, rifiuta categoricamente la logica della violenza e del potere, intraprende azioni, uno stile e una vita intera di edificazione e non di distruzione.

Abbiamo la responsabilità di essere noi stessi questo limite,

ciascuno nella sua missione di vita.

Il limite, inoltre, è posto da Dio stesso.

Un Dio non imparziale e non inerte.

In questo caso c’è una condanna precisa: “Soccombe colui che non ha l’animo retto” (Ab 2,4). Non bisogna porsi nella posizione del giudice degli altri, ma la parola di Dio delinea anche un confine oggettivo che dobbiamo tentare di indicare, col rischio di sbilanciarsi, di fare approssimazioni, di lasciare fuori qualcosa, persino di sbagliarci. Ma dobbiamo dire che chi scatena una guerra, chi ha la responsabilità di farla iniziare per primo, se non si pente e non si converte radicalmente, soccomberà: il Signore spiegherà la potenza del suo braccio (Lc 1,51). Chi lancia missili su abitati civili o droni su persone inermi, soccomberà di fronte al giudizio di Dio: il Signore li disperderà, saranno anime perdute (Lc 1,51). Chi viola il servizio dei volontari, laici, religiosi, medici, operatori umanitari, soccomberà: il Signore innalzerà gli umili (Lc 1,52). Chi schiavizza e affama le popolazioni – bambini, donne, uomini e anziani – chi priva un altro essere umano dell’acqua potabile – l’acqua, primogenita della Creazione di Dio! – chi sottrae ai bisognosi le minime cure fondamentali a cui ogni creatura ha diritto, soccomberà, senza appello: il Signore ricolmerà di beni gli affamati e rimanderà i ricchi per l’eternità a mani vuote (Lc 1,53). I potenti, che mentono impunemente e spocchiosamente ai popoli a cui devono rendere conto, soccomberanno: il Signore rovescerà i potenti dai troni (Lc 1,52).

Il Signore Gesù ci esorta ad essere al nostro posto, quando è il momento necessario.

Ci sono molti modi per servire il Vangelo e costruire la Pace, che corrispondono alla vocazione vissuta con spirito di servizio di ciascuno di noi, vigilando sul fatto che il nostro agire sia purificato dalla radicalità delle parole di Gesù, soprattutto che non vi siano violenza, privazione della dignità, del diritto e della libertà delle altre persone, e esercizio autoritario del potere.

È davvero un bene che cerchiamo di valorizzare ogni gesto, azione e stile legittimo di pace, accettando che la pace è espressione di un arcobaleno di sfumature e di possibilità, laddove esse siano purificate da un autentico discernimento e da un vero sforzo per il bene comune. Non permettiamo alle forze del Diavolo – il Divisore per eccellenza, colui che è menzognero fin dal principio – di sfruttare la difficoltà e la delicatezza del momento per dividerci e strappare i tanti fiori diversi e i tanti fili d’erba che stanno crescendo a trasformare il deserto.

È davvero il momento di riascoltare insieme le parole di don Tonino Bello, uno dei più grandi e radicali profeti dei nostri giorni:

In piedi, costruttori di pace!.

Don Davide




Disarmata e disarmante

Sono stati giorni emozionanti, questi, caratterizzati prima dal saluto a papa Francesco, e poi dall’emozionante trepidazione del conclave, con i suoi riti solenni e simboli suggestivi.  

Il discernimento dei cardinali (accompagnati dall’intensa preghiera della chiesa) ci ha donato un nuovo pastore: Leone XIV. Sarà buffo nella liturgia sentire dire: “Leone, il pastore del gregge”, ma proprio questa espressione mi rimanda a quel passaggio del profeta Isaia che descrive il tempo messianico, tempo di speranza e di pace: “Il lupo riposerà insieme all’agnello, il leone pascolerà col capretto…” (Is 9). Non che il nuovo papa sia il messia, ci mancherebbe, ma il suo compito è quello di testimoniare Gesù risorto, messia e Signore, come ha detto molto bene nel suo primo saluto, e di impegnarsi per quella pace che proprio il messia ha rivendicato come suo dono principale.  

La salvezza, leggiamo nella prima lettura, deve arrivare fino ai confini della terra. 

Ci sono ponti che ci collegano, nessuno è autonomo rispetto agli altri,

siamo tutti interdipendenti, e questa salvezza passa prima di tutto per un’azione di pace e di dialogo, una pace – come ha detto papa Leone (mi piace pensare all’unanimità con tutti i cardinali) – “disarmata e disarmante”. 

Le pecore del Buon Pastore ascoltano la sua voce perché lo riconoscono. Speriamo che il Leone-pastore del gregge, sia un grande ascoltatore della voce dell’Unico Pastore Grande delle pecore, per condurre anche tutti noi a riconoscerlo. 

Nessuno deve essere strappato dalla sua mano.  

Don Davide




Omelia del giorno di Natale

Gesù è nato come uomo perché in parole umane e nella sua carne umana, ha voluto dirci alcune parole importanti, che noi potessimo ben capire e che io sento come le parole di questo Natale. 

Sono parole divine, che apparirebbero troppo grandi o difficili per gli uomini, ma che il Verbo di Dio ci comunica nel linguaggio semplice di un bambino, in modo che anche noi possiamo meravigliarci – come quando un fanciullo dice cose molto profonde – e farle nostre. 

Sono parole preziose, perché attraverso di esse Dio sostiene il mondo, impedisce che imploda e, grazie a tutte le persone che scelgono di farle proprie, le cose vanno piano piano e liberamente secondo il pensiero benevolo del Padre. 

 La prima parola è pace. Sono belli i piedi del messaggero di pace. La nascita di Gesù, cioè, schiera il mondo dalla parte dei costruttori di pace. Nel caso della profezia di Isaia, in modo particolare, questa pace è frutto della sconfitta dell’oppressore e del riscatto del popolo. In questo senso, Natale è anche una festa politica e militante: Dio non sta dalla parte di chi fa la guerra e di chi legittima l’oppressore. Noi esseri umani consideriamo mille sfumature, ma in ciascuna di esse Dio è molto preciso: predilige sempre la via giusta della pace. 

Non ci sono però solo questa scelta di campo e le grandi azioni, ma anche tutte quelle opere e atteggiamenti che educano alla pace. Quando i genitori giocano affettuosamente con i figli, lì si sta costruendo la pace. Quando noi adulti ci guardiamo bene da usare parole aggressive e atteggiamenti violenti, o da proporre discriminazioni e ingiustizie, stiamo difendendo la pace. Quando un cristiano prega per il bene, anche dei propri nemici, e chiede la grazia del perdono e la forza di perdonare, lì la pace ottiene una grande vittoria. Ci sarebbero molti altri esempi da fare, l’importante e che capiamo che la nascita di Gesù è l’editto della pace. Lo vedremo manifestamente nei giorni della sua passione: possiamo non essere in conflitto e fare cessare la violenza. 

 La seconda parola è consolazione. La presenza di Gesù, il suo modo di essere e di fare, i suoi incontri e il suo esempio sono di grande consolazione per chi ha dei turbamenti, delle domande, o delle fatiche. In modo particolare, nella liturgia del Natale, si ripete come un ritornello che c’è un popolo che sperimenta la consolazione. Questo messaggio mi fa sentire parte di una storia fatta di tanti incontri con quelle persone che – talvolta con grande semplicità – provano di vivere bene o cercano soltanto un po’ di consolazione. Mi pare che sia la trama dell’opera di Dio, che con grande delicatezza vuole rendersi presente sul serio nella vita di tutti. Dobbiamo credere che il Vangelo di Gesù porta nel mondo la grazia della consolazione, con tutta la responsabilità che abbiamo di comprenderlo bene e di viverlo con coerenza. 

 La terza parola è accoglienza. Sì è vero c’è una storia di non riconoscimento, ma la storia di accoglienza è più grande! Ci sono tanti cuori che si aprono, tante vite che si mettono al servizio, miliardi di gesti di cura disseminati, spesso anche sotto i nostri occhi. Tutti coloro che l’hanno accolto, vengono trasformati, sono persone generate da Dio, che attraversano il mondo con una forza straordinaria che non viene da noi, ma che è dono del Signore. 

Di questa accoglienza siamo protagonisti anche noi, e questo ci incoraggia a continuare a stare nella luce. 

Nella notte è risuonato un annuncio angelico ai pastori. Siccome potrebbe darsi che queste parole siano troppo belle per essere vere, allora i pastori sono invitati ad andare a Betlemme per vedere un segno. Racconta il vangelo che i pastori andarono e videro Maria e Giuseppe, e il bambino deposto in una mangiatoia. Tanto è bastato per essere confermati. Sarà anche la stessa esperienza che faranno i Magi. Che prova hanno avuto esattamente? Il vangelo non lo dice. Dunque, proviamo a sostare anche noi davanti a questo mistero, a contemplarlo un po’, a guardarlo da tutte le prospettive. Potrà succedere che comprenderemo che queste parole – pace, consolazione e accoglienza – sono vere. 

Don Davide




Giubileo, famiglia e pace

Oggi in diocesi c’è la solenne apertura del Giubileo: appuntamento alle 15.30 nella basilica di S. Petronio, processione verso la cattedrale di S. Pietro e messa solenne.

La Chiesa testimonia la speranza più grande che ci offre Gesù:

annunciando ancora il perdono e la possibilità di riconciliarsi davvero, essa propone il cammino verso un mondo in pace, dove sia possibile una vera comunione.

La festa della Santa Famiglia di Nazaret si inserisce come augurio nel contesto del Giubileo. Ossia l’augurio che le famiglie possano essere un esempio di comunione e che, come indicano gli effetti del Giubileo nel capitolo 25 del libro del Levitico,

per ogni famiglia ci possa essere almeno un tempo di “tregua” dalle mille corse,

in cui godere semplicemente dell’affetto e della presenza reciproca.

Del resto anche papa Francesco, facendo eco al Giubileo nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, scrive che “la vera pace potrà nascere solo da un cuore disarmato dall’ansia e dalla paura della guerra” (Messaggio di papa Francesco per la Giornata Mondiale della Pace, 01/01/2025).

Non possiamo in alcun modo trascurare l’urgenza della pace,

quest’anno forse più che negli anni recenti, ma il Giubileo ci ricorda che la grande Pace sgorga anche dalla capacità di vivere di più “in pace” anche nei ritmi ordinari della vita.

Questo è il proposito di questo anno, che potremmo riassumere ancora con le bellissime parole di Paolo ai Filippesi: “Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù” (Fil 4,5-6).

Don Davide




La regola della santità

Oggi che i re del mondo danno spettacolo indegno di sé, invocando il diritto di uccidere, la guerra globale e l’uso delle armi nucleari, chiunque accoglie la verità sa che c’è un altro re, che è re di un potere più vero e che non tramonta mai.

Il potere di ogni re è effimero. Anche nella espressione più alta della propria potenza, oggi si autodistruggerebbe.

Il potere di Gesù, invece, non tramonta mai.

Lui è il re supremo dell’esistenza nell’amore. Chiunque voglia vivere nel suo regno, vive liberamente di questa possibilità. I re del mondo svuotano di potere i loro sudditi. Il re dell’amore trasferisce loro il suo stesso potere.

Questa è la legge del suo regno: la santità si addice alla tua casa.

Noi, quindi, abbiamo potere di fare queste scelte, di vivere secondo questo editto: abitare questo regno, con la libertà di sentirci a casa nostra, senza paura, e soprattutto desiderosi di vivere secondo la legge della santità nell’amore.

Don Davide




La preghiera del povero sale fino a Dio (Sir 21,5)

Nell’VIII Giornata mondiale dei Poveri, riportiamo uno stralcio del messaggio di Papa Franceso, che oltre a farci guardare alle dimensioni della povertà nel mondo, contiene anche un sentito ringraziamento per le persone nelle nostre comunità che ci aiutano a tenere viva l’attenzione e attivo il servizio ai poveri, in modo particolare i membri della S. Vincenzo parrocchiale e i collaboratori della Caritas, insieme a tutte le persone che nascostamente servono i poveri senza mai farsi notare. Questo è il grazie di tutti. 

Cari fratelli e sorelle!  

  1. La speranza cristiana abbraccia anche la certezza che la nostra preghiera giunge fino al cospetto di Dio; ma non qualsiasi preghiera: la preghiera del povero! Riflettiamo su questa Parola e “leggiamola” sui volti e nelle storie dei poveri che incontriamo nelle nostre giornate, perché la preghiera diventi via di comunione con loro e di condivisione della loro sofferenza. […]
  1. […] Quante volte viviamo come se fossimo noi i padroni della vita o come se dovessimo conquistarla! La mentalità mondana chiede di diventare qualcuno, di farsi un nome a dispetto di tutto e di tutti, infrangendo regole sociali pur di giungere a conquistare ricchezza. Che triste illusione! La felicità non si acquista calpestando il diritto e la dignità degli altri.

La violenza provocata dalle guerre mostra con evidenza quanta arroganza muove chi si ritiene potente davanti agli uomini, mentre è miserabile agli occhi di Dio. Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti! Eppure, non possiamo indietreggiare. I discepoli del Signore sanno che ognuno di questi “piccoli” porta impresso il volto del Figlio di Dio, e ad ognuno deve giungere la nostra solidarietà e il segno della carità cristiana. «Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 187). […]  

  1. Ai poveri che abitano le nostre città e fanno parte delle nostre comunità dico: non perdete questa certezza! Dio è attento a ognuno di voi e vi è vicino. Non vi dimentica né potrebbe mai farlo. […]
  1. La Giornata Mondiale dei Poveri […] è un’occasione propizia per realizzare iniziative che aiutano concretamente i poveri, e anche per riconoscere e dare sostegno ai tanti volontari che si dedicano con passione ai più bisognosi. Dobbiamo ringraziare il Signore per le persone che si mettono a disposizione per ascoltare e sostenere i più poveri. Sono sacerdoti, persone consacrate, laici e laiche che, con la loro testimonianza, danno voce alla risposta di Dio alla preghiera di quanti si rivolgono a Lui. Il silenzio, dunque, si spezza ogni volta che un fratello nel bisogno viene accolto e abbracciato. I poveri hanno ancora molto da insegnare, perché in una cultura che ha messo al primo posto la ricchezza e spesso sacrifica la dignità delle persone sull’altare dei beni materiali, loro remano contro corrente evidenziando che l’essenziale per la vita è ben altro. […]
  1. In cammino verso l’Anno Santo, esorto ognuno a farsi pellegrino di speranza, ponendo segni tangibili per un futuro migliore. Non dimentichiamo di custodire «i piccoli particolari dell’amore» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 145): fermarsi, avvicinarsi, dare un po’ di attenzione, un sorriso, una carezza, una parola di conforto… Questi gesti non si improvvisano; richiedono, piuttosto, una fedeltà quotidiana, spesso nascosta e silenziosa, ma resa forte dalla preghiera. In questo tempo, in cui il canto di speranza sembra cedere il posto al frastuono delle armi, al grido di tanti innocenti feriti e al silenzio delle innumerevoli vittime delle guerre, rivolgiamo a Dio la nostra invocazione di pace. Siamo poveri di pace e tendiamo le mani per accoglierla come dono prezioso e nello stesso tempo ci impegniamo a ricucirla nel quotidiano.

Papa Francesco 

Roma, San Giovanni in Laterano, 13 giugno 2024 

Memoria di Sant’Antonio da Padova, patrono dei poveri 




Terapia della fraternità

Non siamo figli tutti di un unico Dio? E non siamo così tutti fratelli? Perché agire l’uno contro l’altro?
Le domande sono lecite davanti alla cronaca di tutti i giorni, alle guerre e alle devastazioni, ai contrasti che si possono vivere nel quotidiano con chi ci è vicino.

Nella enciclica ‘Fratelli tutti’ papa Francesco suggerisce una terapia della fraternità

per guarire dalle ferite aperte dalle paure della diversità. L’altro, nella sua differenza con me, sembra alimentare il disagio. Il popolo accanto al mio, nella propria identità appare un pericolo verso la mia esistenza.

Nei decenni scorsi sembrava che l’umanità avesse imparato dai propri errori, dalle guerre mondiali, dai conflitti, ma gli EGO sparsi nel mondo hanno inventato pure una ‘guerra mondiale a pezzi’, proprio mentre la tecnologia tesse la rete del villaggio planetario. Violenze, persecuzioni, migrazioni forzate, dignità umane lese, mirano a prevaricare l’altro e mentre disprezzo l’altro, dimentico me stesso, il mio essere figlio dello stesso Dio, il mio appartenere alla stessa umanità. La differenza dell’altro non è più la mia ricchezza, lo svelamento del mio essere fratello e le paure nutrono il mio andare lontano da tutti e da tutto, isola tra gli isolati.

Il conforto, la cura della fraternità, passa proprio attraverso la misericordia grande del Padre

che non ci vuole tra noi come partner commerciali, ma come ‘fratelli tutti’, perché da soli non ci si salva.

Non ci vuole come coloro che creano gravami interessati per le strade delle nostre relazioni, ma vuole che ognuno occupi il giusto posto, quello dei carismi ricevuti, dei doni personali da condividere, della ricchezza delle proprie qualità da offrirci l’un l’altro come vera terapia, perché siamo tutti fratelli, figli amati dello stesso Dio, alleati fra noi per la pace.

Francesco Paolo Monaco