Un ragazzo con un lenzuolo

Nella scena dell’arresto di Gesù nel Getsemani, l’evangelista Marco inserisce un particolare enigmatico: un ragazzo, vestito solo di un lenzuolo, che prova a seguire Gesù anche dopo il suo arresto. Le guardie sono indisposte da questa presenza, lo afferrano ed egli, lasciando il lenzuolo, fugge via nudo.

È una figura che non ha alcun collegamento con la narrazione, almeno apparentemente, tanto da destare le più svariate interpretazioni, fino a fare immaginare che sia la firma dell’autore del vangelo stesso, con un’ammissione di umiltà: quel ragazzo sarebbe Marco, che prova a seguire Gesù anche nella Passione, ma anche lui scappa nella sua nudità.

C’è un tentativo estremo di seguire Gesù, anche nel momento della Croce, di non lasciarlo solo e di non fare come tutti gli altri discepoli, ma anche questo tentativo fallisce.

È un’immagine potentissima del nostro bisogno di vita, dell’urgenza di celebrare la Pasqua non solo liturgicamente, ma togliendo via il vecchio dalle nostre vite e accogliendo il nuovo che lo Spirito del Risorto si accinge a portarci.

Nella figura di «un ragazzo», però, scorgiamo anche un altro significato. Vediamo l’estremo tentativo di qualche giovane di seguire Gesù, in una ricerca di radicalità, prima di venire definitivamente confuso.

I giovani se ne vanno, non solo dalle nostre chiese, ma dalla fede, dal rapporto con Gesù, dalla dimensione religiosa della vita. E anche quelli che provano resistere tenacemente in un tentativo di radicalità di vita, vengono poi «afferrati», invece che accompagnati; «spogliati», invece che riempiti; spaventati e confusi, invece che incoraggiati a confermare la direzione.

Non vedo simbolo più eloquente della “passione” che si consuma – insieme a quella di Gesù – della Chiesa e del mondo.

La chiesa senza giovani morirà, e non bisogna risolvere la cosa troppo superficialmente rifugiandosi nella provvidenza dello Spirito Santo, il quale si fa sentire… se i cristiani ascoltano. Bisogna piuttosto pensare a quanto è accaduto alle chiese del Nord-Africa o dell’Asia Minore dopo i primi secoli del cristianesimo.

In questo gesto di ultima spoliazione, si manifesta l’esito di tutte le trivialità e le superficialità dentro e fuori la Chiesa: la miopia di chi si lamenta perché la vita della Chiesa cambia; le proteste di chi non ha la messa all’ora e al minuto che vuole lui e nella chiesa che piace a lui; la mancanza di comprensione di chi si lamenta perché deve fare 100 mt in più per raggiungere una funzione… L’ottusità di chi pensa che tutti i problemi del mondo derivino dalla Chiesa; la disonestà intellettuale e spirituale; la severità con cui vengono giudicati i preti e i ministri della chiesa quando non sono brillanti, attivi e capaci; la banalizzazione di tutte le cose.

Nel giovane resistente, spogliato persino dell’ultimo lenzuolo e fuggitivo, ci specchiamo in un salutare bagno di purificazione, con la speranza che a Pasqua lui, la Chiesa e ciascuno di noi possiamo essere di nuovo vestiti.

 Don Davide




Le Palme, i mantelli, i tappeti

Mentre Gesù entrava a Gerusalemme, osannato come un re, lo coprivano con rami di palma e lo festeggiavano scuotendo rami di ulivo e stendendo mantelli e tappeti al suo passaggio.

Il vangelo non lo dice mai, ma in quel giorno a ridosso della festa di Pasqua, Gesù deve avere pensato, da buon ebreo osservante, anche ad un’altra festa: quelle delle Capanne, che si celebra molto più avanti, in autunno.

Gli ebrei costruivano capanne con rami di palma e frasche, per ricordare di avere dimorato in capanne, durante il cammino nel deserto, e per celebrare i frutti del raccolto.

Osservando quella folla esultante, Gesù deve avere meditato ancora sulla sua vita itinerante – “il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Lc) – un cammino di uscita da se stesso per amare ogni uomo e ogni donna. Deve avere ammirato, con una certa tenerezza, gli effetti di un primo raccolto, che aveva conquistato tante persone, anche se lo deve avere guardato con quella benevolenza che si ha con i bimbi, quando ti raccontano un traguardo precario e solo iniziale.

Forse, in quel momento, gli è balenata l’intuizione di un altro itinerario, dentro e fuori Gerusalemme: dalla sera dell’ultima cena, attraverso la veglia nel giardino degli ulivi e la notte dell’arresto, poi di nuovo dentro al pretorio, di fronte a Pilato, e ancora fuori, nel luogo della crocifissione.

Una folla di tutt’altro segno.

Questa è la settimana dei paradossi.

L’uomo che fa il suo esodo non più nel deserto, ma nella città, e il Dio che viene espulso dal Santuario; l’ “Osanna” e il “Crocifiggilo!”; il Figlio di Dio rifiutato e il “figlio del Padre” (= Bar-abba) redento; l’offerta di sé e la paura; la flagellazione e l’Ecce Homo; la morte e la vita; la notte delle tenebre che risplende come luce.

Entrando a Gerusalemme, Gesù, in realtà, inaugurava la festa di Pasqua, la festa che ricordava l’immolazione dell’agnello e il passaggio del Mar Rosso. Gesù vi entra come Re, per finirvi come Agnello.

In questo abissale e mesto gioco di paradossi, la grande festa cristiana ci ricorda che in un mondo pieno di contraddizioni, dove ancora si fanno le guerre e si uccidono i bambini, nonostante tutto e sempre, con una tenacia irreversibile, noi desideriamo allargare gli spazi dell’amore e servire la vita con gioia pacificata.

 

Don Davide