Invincibile Resurrezione

Il terremoto ci fa paura: associamo ad esso calamità naturali, morti e disastri sociali. Anche in tempi recenti ci ricorda spiacevoli e tragici momenti della storia d’Italia e del mondo.

Invece nei racconti della morte e resurrezione di Gesù il terremoto è una figura simbolica positiva. Dobbiamo dunque liberarci un attimo dall’immagine che ordinariamente colleghiamo al cataclisma, per cogliere la luce sempre inedita di questo mattino di Pasqua.

“Polvere sei e in polvere ritornerai” recita l’adagio penitenziale dell’inizio della Quaresima. Nessuna esistenza mai è sfuggita alla morsa della terra. Tutti gli esseri viventi sono morti, ad un certo punto, e sono ritornati alla terra.

Nel momento della morte di Gesù – secondo il racconto di Matteo – c’è un terremoto violentissimo,

la croce fa da scalpello e incudine sulla crosta terrestre,

la spacca in modo che gli esseri viventi che prima erano prigionieri della morte siano liberati e restituiti alla vita. La terra non è più una tenaglia, ma un estuario.

Il mattino di Pasqua di nuovo c’è un gran terremoto. Questa volta è provocato dallo smottamento di una creatura celeste che varca le dimensioni dello spazio del tempo per scendere sulla terra. Gesù è già risorto.

L’angelo con un cricco rotola la pietra e vi si siede sopra,

per sbeffeggiare questo ridicolo tentativo degli uomini e della morte di mettere l’ultima parola sulle cose.

C’è chi ha paura di questo fenomeno: le guardie – altro goffo esperimento di bloccare la potenza di Dio – rimangono tramortite «come morte»; invece alle donne intimorite anch’esse l’angelo dice esplicitamente: «voi non abbiate paura! So che cercate Gesù».

Ecco svelato il significato simbolico del terremoto biblico, e perché in questo caso non dobbiamo averne paura.

La resurrezione di Gesù, come il terremoto è potenza, sprigiona un’energia a cui nessuno può resistere, è imprevedibile.

Mentre i potenti rivendicano la loro forza e il mondo sembra chiuso in un eterno ritorno di guerra, sopraffazione, ingiustizia, morte e distruzione,

la resurrezione arriva come un terremoto e spacca tutto,

cambia la configurazione del mondo laddove gli uomini non sono stati disponibili a farlo, genera un nuovo assetto, non ha riguardo dei controllori del potere.

Chi cerca Gesù può non avere paura.

Ogni discepola, ogni discepolo al seguito del Maestro ha seguito il Signore della vita. Saprà riconoscerne le tracce, accogliere i cambiamenti, saltare sulle rovine di un mondo vecchio, per raggiungere quello nuovo. Avrà il coraggio di mettersi un grembiule come antidoto ai tradimenti, di dire che la spada va sempre tenuta nel fodero, di cercare la verità ma con umiltà e di riconoscere lo spazio dei giovani e delle donne.

Quando incontrerà una croce, saprà considerarla come vittoria.

Testimonierà che, nonostante tutto, si può vivere senza paura.

Don Davide




Omelia del giorno di Pasqua

Gesù è seduto sull’erba, le braccia conserte sulle ginocchia e lo sguardo perso all’orizzonte, oltre il Lago di Tiberiade, in Galilea. 

Una farfalla si posa sulla sua spalla, un leprotto si avvicina per annusargli la tunica e una piccola lumaca, appena sfiorata dal suo dito, corre spedita tra i fili verdi. 

Gesù è vivo come non lo era mai stato prima.  

È vivo nel senso che si gode i raggi del sole, ma è in grado anche di scorgerne l’origine. È così vivo che può comunicare con le creature e sentire la linfa che scorre nelle piante. È vivo a tal punto che da lì, dalla Galilea, può essere tranquillamente presente a Gerusalemme, e cogliere lo smarrimento di Maria Maddalena davanti al sepolcro aperto, la sua corsa disordinata verso casa, gli sguardi scettici degli altri discepoli, la fretta di Pietro e Giovanni di andare a verificare alla tomba. 

Così Gesù si trova per la prima volta a considerare veramente quale abisso abbia attraversato agli occhi degli uomini. Ora per lui è chiaro che la vita umana non è limitata dalla morte, ma per i discepoli non è affatto così. Non sono pronti a capire. 

Non che avesse bisogno, infatti, di forzare il sepolcro, per sfuggire alla morte. Aveva lasciato la pietra aperta, solo perché era convinto che fosse un indizio per loro e che li avrebbe incoraggiati, invece Maddalena si era spaventata.  

Dovrà essere più delicato, la prossima volta: aiutare lei e tutti gli altri a entrare dentro questo mistero. Sì, pensa Gesù, mentre in Galilea liscia il leprotto accoccolato al suo fianco e a Gerusalemme guarda la corsa di Pietro e Giovanni. D’ora in poi, dovrò guidarli nell’esperienza spirituale. 

Appena si concentra su Pietro, Gesù si commuove. L’ultima volta che lo aveva visto, nella vita terrena, era stato dopo il canto del gallo. Aveva provato a trasmettergli tutto l’amore e la comprensione che poteva, ma si ricordava solo il pianto pentito del suo amico. Per Gesù era stata un’ulteriore sofferenza il timore che Pietro si sarebbe portato dietro il fardello del tradimento per sempre. Purtroppo gli esseri umani si rendono conto delle conseguenze del peccato solo dopo, e spesso non basta nemmeno il perdono per consolarli.  

Povero Pietro! Irruento come al solito, ma poi non riesce a mantenere lo slancio per tutta la durata del percorso, come quando aveva camminato sulle acque prima di affondare o si era addormentato nei momenti importanti, o aveva promesso e non aveva mantenuto. 

Ma d’ora in poi, dopo la resurrezione, Pietro sarà un’altra persona. Avrà sempre bisogno dei suoi fratelli e delle sue sorelle, dello slancio e dell’amore, ma sarà lui a dare loro coraggio e le tenebre non prevarranno su di lui e sulla comunità che dovrà custodire. Gesù ha già in mente cosa gli chiederà, fra poco: «Pasci le mie pecorelle: fallo per amore mio». 

Poi Gesù scruta Giovanni, cuore giovane, occhi trasparenti, capaci di vedere oltre l’evidenza: gli bastano due teli posati là, in modo anomalo, che lui già intuisce il Mistero. Inoltre avrebbe potuto rinfacciare a Pietro che lui non aveva resistito nel momento della prova, e allargare la ferita di quel fallimento, invece, dopo avere appoggiato il capo sul petto di Gesù – la notte della cena – forse ne aveva assorbito le vibrazioni ed i sentimenti di misericordia. 

Lo ispirerò – decide Gesù – perché introduca tutti gli uomini al Vangelo e quando sarà pronto gli suggerirò le parole più semplici e decisive: «Il Verbo si fece carne» e «È il Signore!». 

Gesù sente qualcosa strofinargli le gambe. Guarda in basso e vede che il leprotto è ancora lì, accanto a lui.  

«Non temere, piccolo amico» gli dice a voce alta, mentre lo accarezza un po’ sulla schiena. «Il Vangelo è stato piantato ed è già un grande albero, ma è soltanto l’aurora. Presto il giorno sarà pieno, e ovunque si spanderanno i suoi frutti.» 

Don Davide




Omelia Veglia di Pasqua

Gesù è chino sulla dura pietra, le sue mani ferite e guarite accarezzano la ruvidezza della materia, nel ricordo di ciò che è stato. Una volta era appartenuto a quel mondo, così concreto, ma ancora non sa di averlo attraversato per l’eterno. Stropiccia gli occhi, mentre è disorientato e cerca di capire: Cosa è successo? Dove mi trovo? 

Si era addormentato, ma era stato un sonno completamente diverso da tutti i precedenti. 

Gesù considera i contorni liquidi della stanza di roccia, che non gli impediscono però di spingere lo sguardo oltre l’oscurità di quel luogo e di vedere fuori. Ammira la campagna silenziosa e placida sotto le stelle e più in alto, sopra le stelle, vede gli angeli che stanno danzando. 

[Musica: Walzer degli angeli] 

Cosa festeggiano? Perché sono così lieti e sereni? 

 È in quel momento che la sua coscienza si ridesta completamente; adesso ricorda tutto: la tavola e la croce, l’amore e la paura, il dolore e il perdono. La discesa in un luogo oscuro e le anime di tutte le generazioni che lo prendevano per mano; la luce abbacinante e il sentiero tra il tempo e l’eternità su cui si era incamminato di nuovo per amore degli uomini. 

 Ora guarda il sepolcro dall’esterno. 

Gesù conosce il dolore con cui i suoi amici avevano sigillato la pietra, sente le grinze della loro disperazione ancora nell’aria. Erano così feriti dalla sua assenza che non poteva sopportarlo. 

Per questo vuole stare ancora un poco TRA loro.  

 Per questo ora vuole stare ancora un poco TRA noi. 

Un poco TRA noi e sempre CON noi. 

 Lui che non ha più limite negli spazi, attraversa anche i tempi. 

È qui presente: dentro la nostra chiesa, nella nostra assemblea. 

Pellegrino e migrante, fa ardere i nostri cuori senza che ce ne accorgiamo, ci abbraccia per consolarci e ci indica la via della pace: «Perdonate, praticate la giustizia, ricucite con gentilezza!» dice.  

Più di ogni altra cosa, conferma la nostra fede: non perché mostrandosi scioglie ogni dubbio – che il suo mostrarsi è sempre un’esperienza spirituale! – ma perché avere fiducia è costitutivo di un mondo migliore. 

La fede non è una cosa da bigotti fuori moda o ridicoli creduloni. La fede è una visione ampia per cuori giovani e vivi. È la sensibilità che dà alla materia del vivere la bellezza dell’eternità. 

 Ecco che Gesù si affaccia sul canale, proprio lì dove stasera è divampato il suo fuoco. Ripensa ai volti di tutti i malati che ha assistito e curato qui, in questo piccolo santuario, ai cuori guariti per l’intercessione di San Valentino. 

Adesso si sposta in via San Rocco e percorre via San Felice. Si ricorda di quando faceva compagnia ai primi fratelli di San Francesco che stavano costruendo la chiesa. Era così orgoglioso che la dedicassero a Santa Maria della Carita! 

Al contrario, aveva provato un gran dispiacere quando era stata trasformata in caserma, più per le armi, che per il suo uso profano, perché quando invece era stata utilizzata come ospedale… non gli dispiaceva affatto. Quando la chiesa veniva bombardata durante la guerra lui era lì, come adesso è a Gaza, a Kijev, fra i profughi del Darfur e nei villaggi del Kiwu fra Congo e Ruanda. 

Risorto in ogni tempo e in ogni luogo, in questo preciso momento fa l’umarell: ammira il restauro interno della chiesa della Carità e controlla se il tetto è stato fatto bene.  

Dalla cima del campanile guarda nel cielo più da vicino. 

La musica è cessata e gli angeli hanno terminato di danzare. 

Che sia finita la festa, oppure appena incominciata non fa differenza: ci sono ancora i giovani da amare, i sentimenti da intenerire, gli affetti da rinforzare; c’è ancora la speranza da rincuorare, la pace da soccorrere, e una chiesa-casa da edificare. Nessuna tentazione da quelle altezze, come una volta dal campanile del tempio, di fare magie: c’è il mondo da guarire. 

[Pausa] 

È giunta l’ora di rimboccarsi le maniche. 

Bologna, 19 aprile 2025 




Crocifisso e Risorto

Di fronte agli orrori che sono successi nel mondo e in Italia in questi ultimi giorni – in prossimità della Domenica delle Palme e nella Settimana Santa – avverto come un senso di pudore e quasi di imbarazzo a celebrare la Pasqua. Avevo pensato di elencare tutti gli eventi terrificanti di cui ci si può facilmente informare, ma poi la lista era troppo lunga, crudele e triste. Però li ricordo, perché vorrei avere la forza e il coraggio di non trascurare nessuna vittima, nessuna sofferenza.

In questi giorni, ho letto sullo stato Whatsapp di una mia amica questa frase che condivido: “Solo un simbolo di lutto può esprimere il dolore per ciò che succede nel mondo, in particolare la violenza perpetrata contro gli indifesi e i bambini.”

Come cristiani abbiamo attraversato quel lutto, nella grande pagina del Venerdì e del Sabato Santo: giorni di silenzio e di profondo sgomento.

Il nostro credere guarda rispettosamente al dolore e lo attraversa. Non lo svilisce e non lo banalizza mai.

Credo che sia una delle cose più forti e persuasive della nostra fede, il fatto che nella sua verità si misura con la sofferenza del mondo, perché se non fosse così – se non raccogliesse ogni pianto, ogni ingiustizia e ogni bisogno di consolazione – non mi sembrerebbe autentica e degna.

Quindi, in realtà, la Pasqua non è una gioia irrispettosa rispetto a tutto quello che accade di brutto, ma qualcosa che l’assume, lo fa proprio.

La proclamazione della resurrezione di Gesù propone un duplice messaggio: il riscatto di Dio e la responsabilità che ne deriva.

Da una parte c’è infatti l’azione di Dio, che interviene non cancellando la croce procedente, non facendo finta che non ci sia stata, ma riscattandola, schierandosi dalla parte della persona crocifissa e prendendo posizione in suo favore, innalzandola, rendendola autorevole e riconoscendole tutta la sua dignità, violata dagli altri.

Dall’altra c’è la responsabilità che ne deriva: se le cose stanno così, i discepoli di Gesù, devono prendere sul serio questo fatto, che la resurrezione di Gesù è iniziata ed è vera, ma non è ancora compiuta; molti cuori si devono ancora convertire, anche i nostri, troppe croci devono essere tolte, tantissime sofferenze consolate.

Gesù è il sole divino. La resurrezione è la vita che propaga da lui. Noi siamo i suoi raggi che devono portare questa energia ad ogni persona e in ogni parte del mondo.

Don Davide




Nella Passione di Gesù

Nella passione di Gesù riscopriamo la nostra vita, una storia in cui specchiarci per trovare un riscontro e un significato.

Tutti possono confrontarsi con questo racconto, identificandosi con i sentimenti di Gesù, con quelli dei discepoli, con i personaggi che fanno la parte dei “nemici” o con le persone che seguono da spettatori più o meno coinvolti la vicenda che porta alla sua crocifissione.

Passione, come sappiamo bene è un termine che ha due significati.

Quella di Gesù è una storia di amore e di sofferenza. Così Gesù vuole stare vicino a tutti coloro che amano con passione, che hanno una passione e che soffrono una passione, ma la offrono con fiducia.

Tutti cerchiamo in queste cose un significato per noi.

Nei giorni santi, Dio ci fa la grazia della comunione, di fare della nostra vita un dono e di compiere i passaggi necessari.

Lo spunto di questi giorni così importanti della Settimana Santa è che l’illuminazione per la nostra vita non ci verrà solo dal ragionamento, ma dal cercare Gesù per sentirlo vicino, dal desiderare noi essere vicini a lui, e lasciare che lo sguardo nostro verso di lui e il suo sguardo pieno di amore verso di noi ci aiuti a comprendere meglio noi stessi, la Chiesa nella quale cresciamo e la storia che stiamo vivendo.

Don Davide




La penitenza e la richiesta di perdono

Al termine della Confessione, il sacerdote esorta il fedele a confidare nell’amore di Dio e può dare qualche indicazione per il cammino spirituale. Infatti, il Sacramento della Riconciliazione vissuto in questo modo è sempre anche un modo per coltivare e fare crescere la propria vita cristiana.

Ricordatevi – ma ricordatelo soprattutto ai confessori! – che questo momento non deve essere una sgridata o, peggio, un giudizio, ma – secondo la bellissima espressione della tradizione della Chiesa – un tribunale di misericordia.

Quando il confessore affida la “penitenza”, quindi, non è per dare una «punizione», ma per orientare a vivere e ad esprimere la riconciliazione che si celebra con il sacramento.

La penitenza è il termine tecnico dell’impegno personale di guarire un po’ la parte di mondo che abbiamo ferito con il nostro peccato, sospinti dall’entusiasmo per il perdono.

La penitenza è una parte del Sacramento della Riconciliazione, anche se si compie quando è finito e non durante.

Il confessore è tenuto a dare la penitenza, perché il sacramento è una cosa seria e richiede proprio di vivere il rinnovamento che celebra, perciò se il confessore ci affida una penitenza impegnativa, non vuole dire che noi siamo stati particolarmente cattivi, ma che siamo particolarmente incoraggiati dall’amore di Dio.

Dopo la penitenza, il sacerdote chiede l’atto di dolore. Anche la parola “Atto di dolore” è un termine tecnico, che indica la preghiera di pentimento, che siamo esortati a fare per concludere la nostra confessione.

Siamo certamente “addolorati” dai nostri peccati, ma non dobbiamo confondere l’espressione “atto di dolore” come una cosa che ci distragga dalla certezza e dalla consolazione dell’amore di Dio. Siamo pentiti, questo sì. Perciò, noi in parrocchia preferiamo usare l’espressione “preghiera di pentimento”, sapendo cosa si intende.

La preghiera di pentimento deve essere sincera e dobbiamo sentirla nostra e personale.

Può essere breve o lunga, tradizionale o innovativa, l’importante è che esprime la nostra richiesta di perdono e la confidenza nella misericordia di Dio, che si afferma sempre come assoluta.

Il rito prevede otto bellissime formule oltre a quella tradizionale del Concilio di Trento, ma possono essere usate anche altre preghiera: qualche versetto di un salmo, la preghiera di San Francesco davanti al Crocifisso di San Damiano, una preghiera di un santo. L’importante è che la sentiamo nostra, possibilmente che la impariamo a memoria, e che esprima la nostra serenità nel sapere che Dio ci ama e ci perdona.

Sinceramente, non so come mai dopo la riforma del Concilio Vaticano II abbiamo continuato a insegnare solo l’Atto di Dolore, che presenta almeno due espressioni difficili e ambivalenti. Ma il rito stesso, come dicevo, prevede tante altre belle formule, che riportiamo qui sotto (solo sul web), in modo che chi lo desidera possa essere aiutato a sceglierne una e a impararla per questo impegno di celebrare bene il Sacramento della Riconciliazione.

Don Davide

Scarica le Preghiere di pentimento (solo per il web)




Omelia Veglia di Pasqua

In questi giorni, la liturgia del Triduo ci ha fatto meditare sul dono della comunità e sulla grazia della verità. 

C’è un terzo dono che ci porta la celebrazione della Veglia Pasquale: il dono della vita. 

Tutti noi siamo qui a celebrare la Pasqua, perché osiamo sperare nella resurrezione. 

Da questo punto di vista siamo più audaci delle donne, che vanno al sepolcro con la sola speranza che qualcuno ne apra l’ingresso, per ungere il cadavere di Gesù. 

Loro non riescono nemmeno a immaginare che Gesù sia risorto, noi invece siamo qui per essere confermati in questa fiducia. 

Non si tratta di crearci una nostra consolazione dai mali del mondo e dalla paura della morte.  

Non vogliamo illuderci e non siamo illusi. 

La resurrezione non è una cosa che ci siamo inventati noi. 

C’è un segnale indicatore molto forte: una pietra rotolata sulla sua guida. 

Ci sono delle pietre che rotolano dal sepolcro.  

Io l’ho visto quest’anno, preparando i 21 catecumeni adulti che hanno chiesto il Battesimo, con le loro testimonianze. Lo sperimento tutte le volte che vado ad accompagnare il weekend di Retrouvaille, quando confesso, quando vedo la grazia sconfiggere il peccato. Lo sento quando l’amore si spande nel mondo come un profumo intenso o quando la gentilezza e la gratuità rischiarano l’ombra di tante difficoltà. 

Ma questo non basta. Rotolare via la pietra è solo il primo passo. 

Poi bisogna vivere. Ritornare sui passi di Gesù, perché ci istruisca di nuovo nel vangelo. Sì, perché il Vangelo noi non lo impariamo in un raro momento di slancio spirituale, ma lo apprendiamo nella vita quotidiana, nella vita di tutti i giorni. 

In realtà, siamo immersi nel Vangelo e nell’amore di Dio, che ne è come il condensato concreto, anche se spesso siamo distratti e non lo vediamo, oppure lo diamo per scontato. 

Ieri abbiamo ascoltato alla fine del racconto della Passione questa affermazione: “Chi ha visto ne dà testimonianza” (Gv 19,35). Permettetemi perciò di applicare un metodo della spiritualità ebraica ai testi che abbiamo ascoltato, e di raccogliere in un piccolo midrash – uno scenario interpretativo – la testimonianza di tre “testimoni oculari” della vita: l’angelo dell’accampamento, la pietra del sepolcro, il giovane. 

L’angelo 

Io ho ricevuto il comando per la strategia di battaglia dal generale degli eserciti celesti. Mi sono mosso per bloccare l’esercito degli Egiziani. Non pensate alla guerra con la vostra sensibilità, io ho compiuto un’azione per separare gli oppressi dagli oppressori, per ostacolare chi fa il male e favorire le vittime. In questo io sono testimone della vita: che il Dio delle schiere schiera la sua forza perché ci sia un argine a tutti gli eserciti della morte. Purtroppo non è una cosa da prendere alla leggera. È una vera battaglia e io la combatto perché gli eserciti delle guerre sprofondino nel caos e risulti salva la vita dei popoli.  

La pietra 

Il mondo che conoscevo è andato sottosopra, quando ho sentito qualcosa che mi spingeva. Non era la solita forza di un uomo o di una leva. Questa volta era lieve, come se io fossi una piuma. Non ho potuto vedere quel che accadeva, ma so che di solito la luce entra attraverso la porta quando è aperta, invece in quel momento uscì. Fu un’eclissi al contrario. Sentii aria fresca che mi accarezzava, come se non avessi più dovuto accogliere la morte. In questo io sono testimone della vita: che ci sono forze, spesso lievi, come la fiducia o una carezza, che muovono macigni bloccati e che nessuna presenza mortifera è autorizzata ad avvelenare il mondo. 

Il giovane 

Non so come io sia arrivato qui, ma so perché ora mi ritrovo qui. Fuori dal tempo e dallo spazio, ero seduto con il capo di Gesù sulle gambe. L’ho accarezzato, come una madre col suo bambino, fino a che ha aperto gli occhi e ha ricominciato a respirare. Il suo sguardo e il soffio della sua vita hanno rinvigorito il mio corpo e reso i miei lineamenti distesi e morbidi. In questo io sono testimone della vita: prima di uscire lui mi ha ringraziato. “Vado a ricominciare tutto” ha detto, “perché tutto possa ricominciare, in tutte le vite. Per questo tu sarai sempre giovane, perché è l’età in cui si inizia”. 

Rendo, allora, anch’io la mia semplice testimonianza al Vangelo e, con esso, alla Vita. 

L’incontro con il Vangelo e il dono della vita mi fanno provare un intenso sentimento di gratitudine e un’emozione fiduciosa di affidamento e di responsabilità. 

Per me, se la vita fosse una sinfonia, sarebbe qualcosa di armonioso, risolto e disteso, con degli intermezzi in maggiore e delle strofe dissonanti, che trasmettono energia e sorpresa. Se fosse musica contemporanea, sarebbe un misto di tutti i generi, dal pop al rock peso, con le barre rap, degli stacchi acustici e indi, e delle improvvisazioni di jazz. 

Se fosse un paesaggio, sarebbe forse un panorama di montagna, con i suoi contrasti tra il verde dei boschi e le rocce maestose, e il cielo che ammanta di pace una valle; oppure il sorgere del sole all’alba, sul mare. 

Nelle persone, per me la vita si esprime nel sorriso dei ragazzi e delle ragazze, nell’affetto di un bimbo, nella premura di una mamma, nella tenerezza di un papà, nella complicità di due sposi e nell’affabilità degli anziani. 

Alla vita penso quando vedo l’albero in fiore di fronte alla mia finestra, in mezzo a tanto cemento, quando una giovane mi racconta che va a fare volontariato, quando scopro che i legami creati sono variopinti e ricchi, e si rigenerano nel tempo come gli alberi a primavera. 

La vita mi insegna il vangelo quando le persone fanno dei sacrifici per amore, dove ci sono le pazienze, la resilienza, la tenacia di non disperarsi e di affidarsi alla provvidenza. 

Il vangelo mi insegna la vita dove c’è impegno per la giustizia, costruzione della pace, cura delle ferite, perdono, superamento tenace di tutte le discriminazioni. 

(Pausa) 

Io ho proposto un piccolo esempio, a servizio della liturgia. Ma tutti dobbiamo chiederci: come rendo testimonianza al Vangelo della Resurrezione? Credo che la cosa più importante sia non cercare lontano. Forse, un giorno, il Signore ci condurrà lontano, ma per adesso si tratta di prendere consapevolezza che siamo già qui, ora, immersi nella Vita.   

 Don Davide




L’equazione della vita

Che cosa può fare di decisivo una comunità cristiana nel mondo di oggi?

Vincere le paure.

Le paure caratterizzano gli scenari geopolitici, la percezione del futuro e l’interpretazione della vita personale, e culminano nella grande illusione di rimuovere la morte, per paura.

Il grande testimone di Gesù risorto, nel Vangelo di Pasqua, esorta a non avere paura.

Le donne, apprendiste discepole ancora sul margine della resurrezione, sono invitate a non avere paura.

Al centro l’annuncio: Gesù il crocifisso, è risorto (Mc 16,6).

Questo contrasto tra la crocifissione e la vita, tra il pungiglione della morte e il suo più grande antidoto, è la ragione sufficiente per non avere paura.

Ma qual è il cammino per non essere più schiacciati dalle paure?

Il punto di partenza è esprimere una cura concreta per Gesù, non in senso molto spirituale, ma pensando al suo corpo, a una relazione vera con lui: volevano andare a ungerlo (Mc 16,1).

In maniera sorprendente, quando diamo seguito a questo proposito, la strada si spiana sotto i nostri passi: la pietra era già stata rotolata via. Non c’è ostacolo che ci possa bloccare, benché molto grande (Mc 16,3).

Qui, però, accade qualcosa di strano: Gesù non si palesa.

La resurrezione è annunciata da un testimone orale, e noi stessi siamo invitati a diventarne testimoni.

Non è tanto una questione di vedere fisicamente Gesù, quanto il fatto di seguire le sue tracce e scoprire che si fa esperienza della resurrezione per la testimonianza autorevole e piena di fiducia di qualcuno, che poi facciamo nostra.

Tuttavia, il timore non passa.

La versione liturgica del vangelo non lo riporta, ma il racconto finisce con la nota enigmatica delle donne che “non dissero niente a nessuno perché avevano paura” (Mc 16,8).

Sembra, dunque, che non sia vinta quella maledetta, atavica paura e risulta straziante che il racconto del mattino della resurrezione concluda così. Invece è un bellissimo finale aperto. La testimonianza della resurrezione è giunta fino a noi. Quelle donne, a un certo punto, sono state trasformate e hanno annunciato Gesù.

Dalle parole di un giovane, dunque, inizia il processo di erosione della paura, che è anche un occupare spazio della fiducia.

Lì, piano piano, sorge la fede, così che vale l’equazione: V = +F -p (Vita uguale: più Fede, meno paura).

Possiamo allora fare un fagotto delle nostre paure, e buttarcele alle spalle.

Sentiremo così dilatarsi, simultaneamente, la verità della resurrezione.

Voglio invitare, pertanto, la mia comunità parrocchiale a non avere paura. Preoccupiamoci di essere buoni testimoni di Gesù, con le parole e l’esempio, lui farà germogliare la fede, come, dove e quando vuole.

Invito i giovani a non avere paura. Cercate in modo sincero Gesù, gli ostacoli saranno rimossi lungo il cammino, nel mondo ci saranno cose nuove e potrete cercare una vita piena e realizzata nel vostro cammino.

Dico a me stesso e a tutti gli adulti di non avere paura. Il mondo si rinnova sempre. Il dono dello Spirito lo rinnova. A noi essere tramiti dello Spirito del Risorto, senza pensare alle cose vecchie, che sono passate, mentre ne nascono di nuove.

Infine, vorrei invitare la chiesa e il mondo a non avere paura.

La chiesa a non avere paura di aprirsi: non si tratta di adattarsi allo spirito del mondo e del tempo, ma di scoprire che il vangelo può dire cose originali e ancora inedite, che ci danno una migliore comprensione della realtà.

Il mondo a non avere paura di rovesciare le pietre tombali. Se solo avessimo il coraggio di farlo, scopriremmo un’altra prospettiva. Capiremmo che l’unico nemico è la morte e che per il resto possiamo vivere da fratelli e in pace.

Don Davide




Com’era quel giorno?

Chissà com’era il mattino del giorno di Pasqua, nei pressi del sepolcro di Gesù, poco fuori Gerusalemme.

Mi sono sempre chiesto se c’erano dei segnali, ai quali le donne non avevano prestato attenzione, o che non erano in grado di percepire a causa del turbamento che ancora agitava il loro animo.

C’era forse un silenzio surreale – quasi meravigliato – oppure gli uccellini volavano più festosi del solito e le rondini facevano le loro evoluzioni tra il porticato del Tempio?

Le persone che si svegliarono presto percepirono qualcosa di diverso? L’aria era frizzante o lieve?

Ci fu almeno un soldato rapito da un presagio di pace o un sacerdote ammansito dalla dolcezza del pentimento?

E l’alba com’era? Rossa come il fuoco, rosa come i fori di pesco, gialla come un campo di girasoli o azzurra come lo specchio del Mare di Galilea circondato dai colli?

Infine, la pietra rotolata era luminosa od oscura? La luce entrava nel sepolcro aperto, oppure usciva da esso un bagliore più chiaro del giorno, come l’acqua dolce quando si mescola con quella salata nell’estuario di un fiume?

A queste mie curiosità non c’è risposta.

In quel misterioso tempo intermedio, una cesura è avvenuta nella storia del mondo, il sepolcro è diventato una porta d’accesso tra l’uomo e il divino, una frattura nella crosta dura dell’esistenza, attraverso la quale Dio è entrato nel tempo.

Credo che tutto annunciasse la resurrezione, pur essendo tutto perfettamente uguale agli altri giorni.

Era una vibrazione improvvisa, inattesa, come un colore fuori dallo spettro visivo, come una melodia oltre il nostro campo uditivo.

Una sorpresa, che da allora in poi chiede di essere riconosciuta attraverso la fede.

È un senso spirituale, che si aggiunge ai nostri cinque sensi e che non è solo un sesto senso, ma una facoltà che va allenata, riconoscendo le ferite che diventano feritoie, come le piaghe di Gesù, e le porte chiuse che vengono aperte, ogni volta che l’amore trova un pertugio.

Celebriamo la Pasqua con la consapevolezza di questa sorpresa, che può sempre raggiungere la nostra vita, mentre ci chiede di allenare la fiducia che ci permette di accoglierla.

Don Davide




Il privilegio di Dio

Tu sei magnifico e onnipotente, Signore. Nella tua dimora regale, seduto sul trono di gloria, come ogni sovrano, chissà quanti privilegi hai!

Eppure, sei sceso ad abitare in mezzo a noi e non hai scelto un hotel a 5 stelle, ma il retro di un’abitazione, e anche i cherubini e i serafini – che di solito popolano il tuo palazzo – non hanno disdegnato, come te, la compagnia di qualche animale: un asino, un bue – chissà – forse anche due conigli, una capretta, qualche gallina e tre pecorelle.

L’apostolo Paolo ha preso pezzi di una canzone orale del tempo e ne ha composto un inno, su questo viaggio che hai compiuto, Gesù, dall’alto al basso e poi di nuovo verso l’alto, in un livello intermedio tra la terra il cielo, quello della croce. Noi l’abbiamo un po’ ammansita questa meditazione, ma potremmo renderla così: “Pur essendo Dio, non ritenne un privilegio essere Dio, ma svuotò se stesso” (Fil 2,6-7).

Cosa si può pensare di più atroce della situazione degli uomini e donne che vengono venduti, ancora oggi, in molte parti del mondo?

La fine del tuo viaggio – di questa discesa dal trono del cielo, al pagliericcio della terra, fino al giaciglio della croce a mezz’aria – inizia proprio così: sei venduto, per farti morire. Come gli schiavi, come le vittime dei trafficanti di organi, come i giovani e inesperti soldati mandati al macello da chi ha le ville con la piscina.

Qual è dunque il privilegio di Dio?

Qual è il tuo privilegio, Gesù?

Che cosa ritieni degno, tu, dell’esistenza di Dio?

Per rispondere a questa domanda, i narratori del tuo ultimo tratto sulle nostre strade, elencano una serie di situazioni vertiginose.

Sentirsi ingiustamente motivo di scandalo, solo per essere stato testimone di un Dio libero, mite e amorevole; fare parte dei rinnegati, i dissidenti dalla loro patria, gli omosessuali dalle loro famiglie, gli inefficienti dalla società dei consumi, i malati e gli anziani lasciati soli, chi si sente cacciato e rifiutato dagli affetti più cari.

Inoltre, il privilegio che scegli per te è, Gesù, condividere la sorte di quelli che vengono bullizzati, sostituirti ai prigionieri e ai carcerati, giungere perfino ad affiancarti nel dolore di chi viene torturato.

Infine, fermare il braccio di chi usa la violenza nel nome Dio.

Tutto questo è il privilegio di cui ti fregi, proprio perché sei Dio.

Ed ora, camminare di nuovo in quello che era il Paradiso Terrestre deturpato dal peccato, senza più fare paura agli esseri umani, anzi, facendoti vicino ad ogni uomo e ogni donna soli, che soffrono in terra, in mare e in ogni luogo, per consolarli come una madre che prende in braccio il suo bambino, per alleviare il dolore, perché nessuno abbia più paura del buio e degli orchi.

Il privilegio che rivendichi, Gesù, è entrare in tutte le sofferenze e coccolarle d’amore.

Ma il privilegio di Dio è anche sedere a tavola con gli amici, benedire il pasto e i doni della terra, scoprire – meraviglia inattesa – che ci sono fratelli e sorelle sconosciuti, pronti ad asciugarti il sangue e il sudore dal volto, disposti ad aiutarti a portare la croce.

Alla fine di questa contemplazione, ti preghiamo Signore Gesù – noi che siamo guardinghi e prudenti, e magari un po’ timorosi – insegnaci ad essere “invidiosi” dei tuoi privilegi, anzi a “morire di invidia” per te, nella Settimana Santa.

Don Davide