Chi vuole seguirmi…

Carissimi amici e amiche,

molti di voi hanno già ripreso a pieno regime il ritmo del lavoro, ma l’inizio della scuola scandisce un vero e proprio ricominciamento, così come la tradizionale Tre Giorni del Clero bolognese stabilisce ufficialmente l’avvio di un nuovo anno pastorale.

Tutto ricomincia: le famiglie sono alleggerite nel vedere tornare a scuola i figli, allo stesso tempo riprende la frenesia degli sport e delle altre incombenze. La città si riempie, diventa impossibile trovare parcheggio, ci si dà appuntamento nei tradizionali luoghi di ritrovo, sapendo che non mancherà (quasi) nessuno; che sia lo stadio o la messa domenicale o il proprio locale preferito, si sa di avere di nuovo dei luoghi di “comunità”.

C’è qualcosa di rassicurante e bello nel riprendere i ritmi conosciuti e la scansione degli impegni e dei propri riti. Allo stesso tempo c’è anche un’inquietudine di fondo, per quell’ombra che si alza nel nostro spirito al ricordo dei momenti frenetici, delle fatiche e delle angustie provocate dalla vita quotidiana.

Guardiamo al tempo che ci sta davanti con i migliori propositi, ma anche con trepidazione.

In questa domenica, la liturgia ci offre un prezioso consiglio nell’invitarci ad aprire l’orecchio senza opporre resistenza e a stare dietro a Gesù, a metterci nella posizione della sequela con il desiderio di sentirci rassicurati dalla sua guida.

Abbiamo questa grande opportunità che nessuno ci può togliere: invece di lasciarci angustiare o intimorire, cogliamo l’occasione per discernere ciò che Gesù ci vuole comunicare in ogni circostanza. Lui ci vuole bene, vuole farci sentire custoditi e vuole che la nostra vita sia positiva e piena di senso. Proviamo a credere che in quello che ci capita c’è comunque Gesù che ci sta davanti e ci rassicura dicendo: “Anche se il sentiero è difficile, segui i miei passi e andrà tutto bene!” come farebbe un’abile guida alpina su un sentiero di alta montagna.

Agli studenti vorrei dire: il mondo del futuro si prepara a sfide che non possiamo neanche immaginare. Gli scenari mutano e si trasforma il modo della nostra conoscenza. Cambieranno le competenze richieste per abitare la complessità del mondo. In questo piccolo cosmo, sarà necessario essere lucidi e non perdere la tenerezza. Perciò, cari studenti, vi invito a cogliere il tempo della scuola come un tesoro per voi: pensate soprattutto a quello che potete imparare! Nulla è superfluo, arricchite il vostro tesoro interiore, imparate le associazioni e le connessioni, apprendete alla perfezione la parola scritta e orale, testimoniate la correttezza e il rispetto tra voi e coi professori. Gli uomini e le donne che guideranno il mondo con più giustizia e più compassione di quanta ce ne sia al presente, siete già voi oggi.

Alla nostra comunità parrocchiale dico che ci attendono molti grandi cambiamenti. Dovremo aprire il cuore all’amicizia e alla comunione tra le parrocchie. Dovremo avere stima di chi porta avanti un lavoro comune e incoraggiarlo, anche con il nostro appoggio. Dovremo liberarci dalle abitudini pastorali, dalle comodità, dai sentieri già conosciuti, e tracciarne di nuovi obbedendo alla parola di Gesù che ci dice: “Stai dietro a me”.

È molto consolante potere essere certi che sia il Signore a fare strada. A noi aprire l’orecchio, ascoltare e seguirlo.

Don Davide




Gratitudine

Eucarestia vuole dire ringraziamento.

Sono molte le ragioni per ringraziare oggi, nel giorno in cui la tradizione della Chiesa mette al centro l’Eucarestia, il Corpus Domini.

Non so se sia usuale dire a una comunità quanto le si vuole bene, però è così: in questa giornata io voglio dire alla mia comunità quanto le voglio bene, perché l’ho vista in gran spolvero in occasione della Coppa ACR – quest’anno OlimpiACR – e nella serata di festa, dove tutti hanno collaborato e si sono aiutati, e abbiamo gestito l’organizzazione con grande disinvoltura, valorizzando il protagonismo dei bimbi, dei ragazzi e dei giovani. Una comunità che cresce è il corpo di Cristo che si edifica, quindi siamo in perfetta sintonia con la festa di oggi.

In realtà, la gratitudine si estende alla considerazione di tutto l’anno e ai tanti obiettivi raggiunti, da ultimo anche il sito internet della parrocchia www.parrocchiasamac.it che, dopo un lungo e delicato lavoro, è ufficialmente pronto. Visitatelo!

Alle persone a cui si vuole bene e che si vogliono ringraziare si fanno regali, si fanno volentieri e belli, perché si possano sentire valorizzate. Mi stava a cuore che in questa solennità del Corpus Domini la nostra comunità potesse ricevere e custodire il trittico dal titolo In memoria di me di Ettore Frani: è un regalo che ci facciamo a vicenda, per valorizzarci, per rendere lo spazio delle nostre celebrazioni ancora più ispirato e per lasciare ai giovani una promessa di futuro importante.

Davanti ai nostri occhi stanno un calice e un pane semplicissimi, materici. Illuminati da una luce gentile sono esposti, ma non fragili, vigorosi di una concretezza che li rende veri. Inizialmente sembrano essere offerti, ma la posa garbata in cui emergono dall’oscurità si rivela insistente, attrae, pretende il coinvolgimento. C’è un momento sospeso, un’attesa, in cui prendiamo contatto con la materia, con le cose più umane nei simboli del vino e del pane: l’amicizia, l’amore di qualcuno che li ha preparati, la fame, la sete, il profumo, il gusto e i desideri, portando nella mente e nel cuore parole di benedizione. Allora accade qualcosa di misterioso e indicibile. È una luce che prende tutta la nostra realtà e la trasfigura e disegna la nostra esistenza come una mensa.

Don Davide




Spirito e Pasqua

“Vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto e vi insegnerà le cose future” (Cf. Gv 14,26 e Gv 16,13).

L’effusione dello Spirito, a Pentecoste, ravviva la memoria di ciò che è accaduto, guardandolo nella nuova luce pasquale: una luce che illumina di vita le cose e ne fa percepire il senso, tante volte nascosto nel momento in cui accadono. In questo processo, lo Spirito insegna anche il futuro, permette il discernimento, orienta verso ciò che deve venire in modo sapiente e fattivo.

Mi sembra, allora, quella di Pentecoste, l’occasione per fare una verifica e per chiederci cosa possa essere importante per il futuro.

Abbiamo iniziato questo anno pastorale confermati nelle fede di Pietro, dalla visita del Papa. È stata una giornata caratterizzata da una gioia frizzante, nonostante il clima uggioso, in cui si è capito che la Chiesa, i cristiani e forse ogni uomo hanno bisogno di persone autentiche, semplici e di grande carisma evangelico come papa Francesco. Questo insegnamento vale anche per il futuro. Non abbiamo bisogno di cose strane o grandi, ma di essere attaccati al Vangelo come un neonato al seno della mamma.

È stato l’anno della Parola e dei giovani. Abbiamo provato ad impegnarci su questi fronti, anche come parrocchia e come singoli, ma la percezione è che siano stati appuntamenti largamente disattesi. Nella luce del Risorto, incoraggiati dallo Spirito a fare verità, interpretiamo anche questa consapevolezza. Godiamo del grande amore di Dio, siamo consapevoli del dono della fede, abbiamo a cuore che la Chiesa viva anche nel futuro, tuttavia ci scontriamo quotidianamente con la nostra infedeltà o tiepidezza di fronte alla Parola di Dio, e con la fatica di fare spazio e di immaginare pratiche e modelli perché la Chiesa sia veramente giovane. All’ultimo consiglio pastorale, una ragazza ha detto un’affermazione tanto laconica quanto vera: “Nella chiesa di oggi, non sono gli anziani che mancano, sono i giovani.” Chiediamo allo Spirito di insegnarci queste vie, consapevoli che lui è come un allenatore tenace e bravo, che non si rassegna alla sconfitta della sua squadra.

Abbiamo vissuto un piccolo rinnovamento della Caritas, con un aggiustamento dell’organizzazione e l’ingresso di qualche figura nuova. Fare memoria nella luce della Pasqua, in questo caso, significa riconoscere la grandezza umana e spirituale delle persone che in tutti questi anni non solo non ci hanno fatto vergognare, ma ci hanno fatto essere orgogliosi del nome della nostra parrocchia: Santa Maria della Carità. Grazie a loro la carità è stata splendente e c’è solo da ringraziarli, infinitamente, per questa qualità che hanno immesso con sobrietà, spirito di servizio e nascondimento a tutta la nostra pastorale. Ci dà speranza e ci fa guardare alle cose future la continuità che hanno saputo generare.

Poi c’è la vita dei gruppi: bimbi, ragazzi, giovani e adulti. Un’ambiente vivace, in cui si può sicuramente fare meglio, ma anche segnato da esperienze genuine e liete. La luce pasquale ci dice che il Signore continua a chiamare alla fede, a generare nello Spirito, ben al di là delle nostre capacità, ma che questa consapevolezza rassicurante non è una scusa per tirare i remi in barca o per dire: “Ci pensa lo Spirito Santo”, bensì uno stimolo per mettersi ancora di più in ascolto della sua guida, docili alle sue intuizioni e strumenti energici della sua potenza di vita.

Infine, vorrei ricordare le celebrazioni di Pasqua. Soprattutto tre gesti, che forse sono passati quasi inosservati. Il fatto di essere due preti a fare la Lavanda dei piedi, segno di una dimensione di comunione al servizio. Il fatto di essere tutti giù dal presbiterio in ascolto della Parola di Dio nella celebrazione del Venerdì Santo, davanti all’altare spoglio, segno del Cristo morto. Una chiesa tutta “sotto” la Parola come discepola e raccolta – ministri e popolo – nella custodia tenera e cara del corpo di Gesù. Da ultimo, il gesto della Veglia Pasquale: quel sentire confessare la fede nella resurrezione e l’augurio per la vita della Chiesa da parte dei giovani, quel vedere accendere dalle loro mani il Cero pasquale. Nel bellissimo Messaggio ai giovani al termine del Concilio Vaticano II è scritto: “È soprattutto per voi, giovani, che la Chiesa – con il Concilio – ha acceso una luce.” Oggi, forse, si potrebbe dire il contrario: “È soprattutto per te, Chiesa, che i giovani hanno acceso una luce.”

Don Davide




Un ragazzo con un lenzuolo

Nella scena dell’arresto di Gesù nel Getsemani, l’evangelista Marco inserisce un particolare enigmatico: un ragazzo, vestito solo di un lenzuolo, che prova a seguire Gesù anche dopo il suo arresto. Le guardie sono indisposte da questa presenza, lo afferrano ed egli, lasciando il lenzuolo, fugge via nudo.

È una figura che non ha alcun collegamento con la narrazione, almeno apparentemente, tanto da destare le più svariate interpretazioni, fino a fare immaginare che sia la firma dell’autore del vangelo stesso, con un’ammissione di umiltà: quel ragazzo sarebbe Marco, che prova a seguire Gesù anche nella Passione, ma anche lui scappa nella sua nudità.

C’è un tentativo estremo di seguire Gesù, anche nel momento della Croce, di non lasciarlo solo e di non fare come tutti gli altri discepoli, ma anche questo tentativo fallisce.

È un’immagine potentissima del nostro bisogno di vita, dell’urgenza di celebrare la Pasqua non solo liturgicamente, ma togliendo via il vecchio dalle nostre vite e accogliendo il nuovo che lo Spirito del Risorto si accinge a portarci.

Nella figura di «un ragazzo», però, scorgiamo anche un altro significato. Vediamo l’estremo tentativo di qualche giovane di seguire Gesù, in una ricerca di radicalità, prima di venire definitivamente confuso.

I giovani se ne vanno, non solo dalle nostre chiese, ma dalla fede, dal rapporto con Gesù, dalla dimensione religiosa della vita. E anche quelli che provano resistere tenacemente in un tentativo di radicalità di vita, vengono poi «afferrati», invece che accompagnati; «spogliati», invece che riempiti; spaventati e confusi, invece che incoraggiati a confermare la direzione.

Non vedo simbolo più eloquente della “passione” che si consuma – insieme a quella di Gesù – della Chiesa e del mondo.

La chiesa senza giovani morirà, e non bisogna risolvere la cosa troppo superficialmente rifugiandosi nella provvidenza dello Spirito Santo, il quale si fa sentire… se i cristiani ascoltano. Bisogna piuttosto pensare a quanto è accaduto alle chiese del Nord-Africa o dell’Asia Minore dopo i primi secoli del cristianesimo.

In questo gesto di ultima spoliazione, si manifesta l’esito di tutte le trivialità e le superficialità dentro e fuori la Chiesa: la miopia di chi si lamenta perché la vita della Chiesa cambia; le proteste di chi non ha la messa all’ora e al minuto che vuole lui e nella chiesa che piace a lui; la mancanza di comprensione di chi si lamenta perché deve fare 100 mt in più per raggiungere una funzione… L’ottusità di chi pensa che tutti i problemi del mondo derivino dalla Chiesa; la disonestà intellettuale e spirituale; la severità con cui vengono giudicati i preti e i ministri della chiesa quando non sono brillanti, attivi e capaci; la banalizzazione di tutte le cose.

Nel giovane resistente, spogliato persino dell’ultimo lenzuolo e fuggitivo, ci specchiamo in un salutare bagno di purificazione, con la speranza che a Pasqua lui, la Chiesa e ciascuno di noi possiamo essere di nuovo vestiti.

 Don Davide




Pastorale di guarigione

Il prossimo sabato, memoria della B.V. di Lourdes, si celebra la Giornata mondiale del malato. È un segno della dedizione che la chiesa desidera avere nei confronti di tutte le persone sofferenti, nel corpo ma anche nell’anima, in comunione con il Santuario di Lourdes, dove la cura dei malati è uno dei carismi più importanti.

Si è soliti definire questa attenzione come “pastorale degli ammalati”, che è un settore molto importante della vita concreta della chiesa; ma tale definizione ha due limiti: sottolinea l’aspetto negativo e definisce dei confini troppo rigidi, come se fosse un ambito che riguarda solo chi si dedica ai malati in modo diretto. Per esempio: la cosiddetta “pastorale degli ammalati” non dovrebbe riguardare anche il catechismo, o i gruppi dei ragazzi? Non dovrebbe sensibilizzare gli adulti della parrocchia?

Bisognerebbe piuttosto parlare di “pastorale di guarigione”, perché evidenzierebbe che lo scopo è quello di dare conforto e speranza e, attraverso la vicinanza concreta, percorre vie possibili di benessere. Sono molte, infatti, le guarigioni possibili. Nella fede, noi sappiamo che insieme alla medicina è possibile la guarigione del corpo, per la quale si prega devotamente e si celebrano benedizioni e sacramenti, in modo particolare il Sacramento dell’Unzione degli Infermi. Ma c’è anche la guarigione dello spirito, laddove un’esperienza di sofferenza e di conforto porta a una conversione, al desiderio di cambiare vita, al rianimarsi della fede e della speranza. C’è anche la guarigione dell’anima, che permette alle persone di portare la propria malattia con enorme dignità e di farne, anche nel logoramento del corpo, un cammino di vita. Tutto questo è possibile solo se ci sono degli uomini e delle donne che sanno esprimere attenzione, aiuto concreto, vicinanza continuativa, amicizia, intercessione nella preghiera.

Così il termine “pastorale di guarigione” mette in moto tutti. Sabato prossimo alle 16, celebreremo il Sacramento dell’Unzione degli Infermi. E ciascuno di noi, immediatamente, pensa se ne ha bisogno oppure no, e di conseguenza valuta se venire alla celebrazione oppure no. Ma chi non ha un amico malato per cui pregare? Chi non ha un parente per cui è preoccupato, da affidare alla cura particolare del Signore e all’intercessione di Maria? Chi non ha delle cose in cui guarire? Ecco: scopriamo di essere tutti coinvolti.

Sarebbe bello, quindi, che la Giornata del malato, diventasse una “Giornata di tutti”, perché cogliamo che va al cuore dell’azione pastorale della chiesa.

Tanto è vero che, ancora più appropriatamente, si dovrebbe parlare di “pastorale del Regno”, perché Gesù associa all’irruzione del Regno di Dio, prima di tutto la sua presenza, ma subito dopo la cura e la guarigione dei malati. È il primo modo in cui l’amore del Padre, che tutto vince, si manifesta nel mondo e incomincia a guarire. È davvero impressionante, in quest’ottica, rileggere la testimonianza che Gesù dà di se stesso a Giovanni Battista: «Riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti resuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,6). Non dice: organizziamo una bella festa con il catechismo, o un buon pranzo parrocchiale; ma dice: i malati sono guariti.

La cosiddetta “pastorale degli ammalati” (per intenderci) è un modo, anzi IL modo di essere cooperatori del Regno di Dio, e di testimoniare quella promessa di vita, che il Signore ci ha fatto, quando non ci sarà più affanno e sarà tersa ogni lacrima dai nostri occhi.

 Don Davide




Una pastorale “alla spina”

Un omaggio

La recente morte del grande sociologo Z. Bauman, padre dell’idea della società liquida, mi spinge a evocare alcuni caratteri di una pastorale “liquida”, che si potevano intuire uno o due decenni fa, e di cui oggi forse conviene prendere atto.

Due esperienze

È di questi giorni la notizia che il vescovo di Modena ha acceso una nuova febbre del sabato sera, con l’iniziativa Voi dunque pregate così: molti giovani si radunano in una parrocchia della diocesi in un clima di preghiera e di riflessione non troppo strutturato, alla fine del quale il vescovo risponde informalmente alle domande che la serata ha suscitato ai ragazzi.

Chi ha la fortuna di conoscerlo, potrebbe pensare che il gradimento di questa iniziativa sia dovuto anche alle qualità umane e spirituali di don Erio (come si fa chiamare lui), il che è senz’altro vero, ma dobbiamo comunque cogliere gli spunti pastorali che vengono da questa esperienza. Il confronto con un appuntamento significativo della diocesi di Bologna può confermarci in alcune direttrici.

In anni passati, si ricorda non senza nostalgia una cattedrale stracolma di giovani il sabato sera, per le veglie di avvento e quaresima, in un appuntamento che, fino a qualche anno fa, è stato memoria collettiva.

La ricetta non era molto diversa. Si veniva a pregare insieme, si diceva qualche salmo (ma non l’Ufficio delle Letture), si imparava qualche canto bello e, dopo, si ascoltava l’omelia di qualche prete della diocesi, sempre diverso, dotato del dono della predicazione. Alla fine capitava che i giovani si intrattenessero anche a lungo per scambiare due chiacchiere, prima di continuare la serata in un locale o al cinema.

Ricordo il me quindicenne che si organizzava con gli amici e gli educatori del gruppo per partecipare a questo rito collettivo. Erano i miei primi approcci ad un’esperienza ecclesiale che non fosse solo quella della parrocchia.

In seguito, le cose cambiarono e non fortuitamente. La linea divenne che si doveva pregare con l’Ufficio vigiliare, si cominciò a riportare i canti nei ranghi di un presunto direttorio e la predicazione fu affidata solo ai vescovi (titolare e ausiliari) della diocesi. A questo seguì il micidiale spegnimento delle luci, per impedire che i giovani sostassero in chiesa dopo la preghiera. Infine, accanto a qualche strafalcione predicativo che avrebbe meritato una sommossa, arrivarono le sgridate, perché non si doveva venire alla veglia con l’intenzione o la scusa di andare al pub dopo.

Così la cattedrale si svuotò di giovani. Poi si svuotò e basta. Si scese in cripta. E chi scrive, adesso, non sa più se continui ad esserci qualcosa di simile.

Da questo racconto e confronto tra le due esperienze, raccolgo due spunti pastorali, più un terzo che lascerò per una prossima riflessione.

1. L’informalità

Questo tratto contraddistingue l’esperienza del mondo giovanile. Se un educatore di parrocchia lasciasse decidere ai ragazzi del suo gruppo come disporsi, vedrebbe che i ragazzi non si metterebbero sulle sedie in cerchio, ma seduti sul tavolo con le gambe a penzoloni, o sulla sedia con lo schienale davanti o in molte altre soluzioni che solo loro riescono a immaginare. Per avere una riprova, basta osservare alcuni adolescenti che studiano (o dicono di farlo) sdraiati per terra, con i piedi sul divano, il pc sulla pancia, il telefono a portata di mano e almeno tre applicazioni social aperte contemporaneamente.

Di recente, ascoltavo divertito il racconto di una difesa di Dottorato, dove, a dispetto della candidata e dei professori elegantissimi, gli altri colleghi dottorandi erano sbracati ai limiti dell’inverosimile.

Nelle biblioteche più moderne delle università si nota che le sale studio hanno sempre di più lo stile di un locale informale, con divanetti, tavolini, poltroncine. Niente di paragonabile alla sala della famosa scena del film Centochiodi.[1]

Se tutto ciò sia opportuno non è mia intenzione stabilirlo. Però si osserva questa tendenza e vale la pena di prenderne atto. La Chiesa salvaguarda l’educazione alla forma in molti altri modi, non ultimo la liturgia; forse si può avere il coraggio di offrire contesti informali, tanto per la preghiera quanto per la pastorale, dove i giovani possano sentirsi a loro agio in quello che cercano. In qualche università americana si parla di Theology on Tap, di teologia alla spina. L’immagine rende l’idea.

2. La qualità affettiva

In un momento pastorale, i giovani cercano senz’altro anche la percezione di stare bene; in genere, è uno stare bene con l’altro/gli altri. Non dovremmo disprezzare questo fatto, perché è in gioco la ricerca di senso, magari declinata in forme post-moderne. Si tratta soprattutto di poter vivere qualcosa che è degno di essere vissuto qui e ora, a confronto con tutte le altre cose belle che adesso potrebbero essere vissute altrove, con la certezza che, se questo tempo non è vissuto vantaggiosamente, è tempo sprecato. Quindi, oltre alla dimensione delle relazioni, c’è la ricerca di qualcosa che piaccia, che faccia stare bene, che dia la sensazione che la vita è vissuta.

Se confrontiamo questa ricerca esperienziale ai noiosissimi incontri o alle noiosissime celebrazioni che ancora proponiamo ai giovani, e ripensiamo alla sistematica erosione degli spazi informali, amichevoli e spontanei, di tutte le nostre iniziative pastorali, capiamo quanto siamo distanti da un reale interesse per loro.[2]

Al cappellano entusiasta perché i giovani sono andati a fare per la prima volta gli esercizi spirituali, potrà capitare di sentire replicare alla domanda: “Come è andata?”, la seguente risposta: “Bene, mi sono divertito”. Il divertimento non è esattamente la categoria che associeremmo alla qualità degli esercizi spirituali – e a Pascal verrebbe un infarto –, ma la risposta, ancora una volta, rende l’idea.

Un rilancio

Come accennato, ci sarebbe un terzo elemento, che riguarda il non creare, o almeno tentare di risolvere, le opposizioni. Lo lascio così, in sospeso per un prossimo scritto, sperando di potere suscitare qualche curiosità al lettore, e augurandomi che queste riflessioni, che sono state necessariamente brevi e semplificative, possano stimolare un dialogo di reazioni e precisazioni.


[1] Si tratta dell’Aula Magna della Biblioteca Universitaria di Bologna.
[2] Questa è una delle tesi, con cui concordo, espresse nel bel libro di A. Matteo, La prima generazione incredula, Rubbettino 2010.

 

Don Davide

 

Testo scritto per SettimanaNews il 23 gennaio 2017




Pensieri per un anno pastorale

«A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere?» (Gc 2,14).

La domanda a bruciapelo della Lettera di Giacomo pone il problema di uno stile del nostro essere cristiani. Non è più la questione che ha diviso la Chiesa ai tempi della Riforma Protestante, se ci si salvi per le opere o per la fede… ormai è chiaro che ci si salva per grazia, in ogni caso. La questione è molto più il problema della presenza cristiana nel mondo: parole e opere non possono essere disgiunte, la coerenza della nostra testimonianza è fondamentale perché il vangelo possa ancora brillare agli occhi di tanti uomini e donne che, semplicemente, aspettano un segno che li interpelli.

Abbiamo un esempio emblematico di questo nella celeberrima scena del Vangelo. Pietro confessa con le parole la sua fede, ma poi con il suo modo di fare nega di fatto il punto più autentico della vita di Gesù: la sua morte e resurrezione.

Gesù lo rimprovera senza mezzi termini.

Anche noi spesso siamo come Pietro: professiamo la nostra fede a parole e nelle celebrazioni, ma poi nella vita di tutti i giorni il nostro stile non è coerente con il Vangelo. Soprattutto il nostro rapporto con i momenti di sofferenza, spesso, non tiene in nessuna considerazione la luce che viene dalla Croce di Gesù. Non è facile per nessuno, certo. Ma forse ci viene incontro proprio Gesù stesso, quando – dopo avere chiamato Pietro: “Satana” – gli dice di “tornare dietro di lui”, cioè di tornare nella posizione della sequela.

Ecco, noi riscontriamo tanti limiti nel nostro stile di vita cristiana, tante incoerenze, ma non dobbiamo preoccuparci: possiamo sempre ritornare nella posizione della sequela, con semplicità e direi anche un po’ di leggerezza, sapendo che sarà proprio questo “andare dietro a Gesù” che ci farà assumere il suo stile.

Mi auguro che in questo anno pastorale noi possiamo tenere come preziosissimi questi consigli. Che pian piano, cercando di tenere a mente le motivazioni evangeliche delle nostre scelte e delle nostre azioni, la fede che come comunità cristiana professiamo corrisponda sempre di più anche al nostro modo di essere autentici testimoni di Gesù soprattutto di fronte alle grandi sfide che si pongono alla coscienza cristiana: la questione dei migranti, l’ecologia, la giustizia sociale, la solidarietà, l’educazione delle nuove generazioni.

Don Davide




La volontà di Dio per la vita

La lebbra era considerata una malattia spaventosa perché – a causa di ragioni sanitarie, sociali e cultuali – escludeva dalla comunione con il popolo di Israele, popolo di Dio.

“Impuro, impuro!” doveva infatti gridare il lebbroso da lontano in modo che tutti si fermassero ed evitassero di avvicinarsi.

Nel brano di Marco il lebbroso varca questa distanza e, avvicinatosi a Gesù, si prostra ai suoi piedi in un gesto di adorazione e di affidamento, consegnandosi nelle sue mani: “Se vuoi puoi purificarmi”. Così il lebbroso dichiara la sua fede nell’autorità di Gesù e nel suo potere di guarirlo. Gesù ebbe compassione di lui e “subito” stese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio…”.

La compassione, così frequente nel Vangelo di Marco, è sentimento tipico di Gesù, che così esprime l’amore materno e viscerale di Dio per la sua creatura, ed è fortemente legato al sentimento di misericordia.

  1. Francesco d’Assisi nel suo Testamento ricorda che il Signore lo condusse tra i lebbrosi e gli diede la grazia di usare tra loro misericordia.
  2. Paolino Serrazanetti, che alcuni di noi ebbero la grazia di frequentare, era solito ripeterci che è importante fare l’elemosina (era sempre circondato dai poveri e dai bisognosi della città), ma essa deve essere sempre accompagnata dall’atto di fissare gli occhi di queste persone, che spesso nella nostra società sono evitate come i lebbrosi.

Nella prospettiva anche dell’ingresso della Quaresima, siamo invitati a scoprire questo amore viscerale di Dio su di noi, e ad esprimerlo a nostra volta su tutti, specialmente quelli che allontaneremmo più volentieri.

Così scopriremo che la volontà di Dio è che l’uomo viva, sia liberato dal male e senta l’amore che lo circonda.

(Commento a cura di Gilberto Turchi)




Il servizio della cura e della consolazione

I brani di questa domenica sono incentrati sul mistero del dolore e, in modo particolare, sulle sofferenze che deve sopportare anche un uomo innocente e giusto.

“Perché?” chiede Giobbe al suo Dio, che ha permesso a satana di sprofondarlo in un abisso di amarezza da fargli maledire il giorno della sua nascita. Tuttavia, Giobbe non rinnega il suo Dio, la sua fede in Lui, nelle sue promesse ed esplode in un grido: “Ricordati!”. Giobbe non è più solo nelle sue sofferenze, sa che “Il Signore sostiene i poveri” (Salmo) e infatti un giorno “si ricorderà” dell’uomo inviando suo Figlio sulla terra: “Uomo dei dolori” che assumerà su di sé tutta l’ingiustizia e il dolore del mondo. La sofferenza è uno dei motivi per cui cercare Dio: “Tutti ti cercano” dicono a Gesù i discepoli nel brano di Marco, come pure una causa della fatica di credere.

Gesù e i discepoli hanno appena lasciato la sinagoga di Cafarnao, dove il Signore aveva compiuto l’ultimo segno nell’economia della Prima Alleanza purificandola con la guarigione dell’uomo posseduto da uno spirito impuro; ora la guarigione della suocera di Simone (Pietro) è il primo segno della Nuova Alleanza, avvenuto nella modesta casa-chiesa dove è riunito il nucleo della prima comunità cristiana: Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni.

Il quadro da domestico e quasi idilliaco si riempie, durante la giornata, di gente guarita e di demoni scacciati tanto che Gesù si ritira in un luogo deserto dove, prima dell’alba, il mattino seguente cerca il colloquio mai interrotto con il Padre.

La risposta alla disperata domanda dell’uomo di fronte all’apparente indifferenza o assenza di Dio nei confronti degli orrori, alle ingiustizie e alle violenze, che oggi come ieri si abbattono sull’uomo, è contenuta in un celebre e terribile racconto che ci ha lasciato Elie Wiesel nel suo libro “La notte”. Ebreo deportato e sopravvissuto ad Auschwitz racconta di una mattina in cui, in piedi per lunghe ore e col volto verso il patibolo, tutto il campo dovette assistere all’impiccagione per futili motivi di un giovane ebreo. Una voce, a lui vicina, mormorò: “Dov’è Dio?” e un’altra voce gli rispose: “E’ lassù con quel ragazzo!”.

Come Giona era stato inviato da Dio ad annunciare la salvezza a Ninive, ogni credente è “apostolo”, inviato ad annunciare l’inattesa e per certi versi insperata vicinanza del Signore già ora, su questa terra. Guai a noi, perciò, se non annunciamo questa Vangelo della Consolazione!

(Commento a cura di Gilberto Turchi)




Chi è un uomo autorevole?

San Tommaso d’Aquino, di cui abbiamo celebrato la memoria il 28 gennaio, scriveva nella sua opera principale che “il principio d’autorità è il più debole di tutti”.

I cambiamenti della società contemporanea hanno riscontrato questa debolezza: l’autorità per se stessa non basta. Quello che fa la differenza è l’autorevolezza, quell’insieme di coerenza negli atteggiamenti, statura morale, e ricchezza umana che permettono all’autorità di essere riconosciuta.

Nella scena sorprendente del vangelo di questa Domenica a Gesù viene riconosciuta precisamente questa autorevolezza. Lui entra nella sinagoga, un luogo di culto, e improvvisamente un uomo che era posseduto da uno spirito cattivo esce allo scoperto, non riuscendo più a nascondersi, come se prima invece niente lo avesse disturbato.

Bisogna avere bene in mente che nei luoghi di culto potevano entrare solo coloro che erano “perfettamente” in regola con le leggi che regolavano la purezza rituale, quindi quello spirito indemoniato stava nascosto abusivamente tra la folla.

La sola presenza di Gesù scatena la reazione di questo spirito, e la sua parola lo scaccia con un solo comando.

Quante volte, ci chiediamo, la nostra testimonianza del vangelo non passa, perché noi non siamo per nulla autorevoli? Quante volte alle parole non seguono le azioni coerenti? Anche il papa, in questi giorni, ha richiamato i cristiani cosìddetti “tiepidi”, quelli che hanno smarrito il primo amore, che non sono animati da una vera sorgente interiore nella loro vita cristiana.

Ci chiediamo, allora: da dove viene l’autorevolezza? Ci viene incontro la prima lettura, nell’immagine di un profeta che parla a nome del Signore.

L’autorevolezza deriva da un ascolto profondo della Parola del Signore e da un discernimento operato nella propria interiorità, in modo tale che quello che diciamo corrisponda alla volontà di Dio di costruire il suo regno di amore nel mondo, e alle nostre parole seguano gesti corrispondenti.

E’ questa grande autorevolezza di Gesù la condizione iniziale per l’annuncio del Vangelo e noi, attraverso il tempo liturgico, lo seguiamo sui suoi passi.

Don Davide