Alleniamoci a dire grazie

“Alzati e va, la tua fede ti ha salvato.” (Lc 17,19)

Giunge a ciascuno di noi, da parte di Gesù, l’invito a rialzarsi e a mettere in moto una vita rinnovata.

Nel vangelo si parla di una vita bloccata dalla lebbra, simbolo di molteplici situazioni di blocco. Il lebbroso, al tempo, era escluso dalla comunità, dal culto, subiva anche uno stigma morale. Gesù cancella tutte queste cose dall’ambito religioso, ma rimane il portato simbolico delle sue parole: siamo chiamati a una presenza più attiva in comunità, a celebrare la liturgia con rinnovata presenza e partecipazione e anche a celebrare il perdono, magari dopo tanto tempo che siamo stati lontani dalla confessione.

C’è, però, un particolare sottile nel racconto evangelico, che rende il tutto ancora più ricco e più prezioso. Gesù pronuncia queste parole dopo che il lebbroso è tornato da lui per ringraziare.

Quell’ex lebbroso è l’unico che si è preoccupato di esprimere gratitudine e l’ha sentito come un bisogno.

Gli altri sono rimasti più preoccupati di loro stessi e di un certo formalismo religioso.

Dunque, è possibile “risorgere”, “rimetterci in cammino” e “rinnovare la nostra vita” solo dopo che abbiamo fatto spazio alla gratitudine: si tratta di esercitare la nostra capacità di riconoscere i doni di cui siamo oggetto, il bene che ci avvolge, la gentilezza delle persone, le parole che ci rivelano l’amore di Dio.

È un regalo, e allo stesso tempo una virtù da allenare.

Alleniamoci a dire grazie, ma anche a riconoscere il valore della nostra vita e le grazie, le benedizioni e le fortune di cui siamo oggetto. Allora ascolteremo meglio anche le parole di Gesù, e saremo certamente più pronti a seguire il nostro cammino.

Don Davide




Il perdono

Cogliamo l’occasione della Domenica in albis, dedicata alla Misericordia divina, per concludere l’itinerario sull’esame di coscienza e il Sacramento della Riconciliazione. L’ultima tappa, infatti è l’assoluzione, il dono della misericordia attraverso la formula sacramentale e l’imposizione delle mani del sacerdote, che in quel momento agisce come strumento di Gesù.

La prima cosa di cui bisogna essere persuasi è che il perdono è vero, reale e completo.

Se abbiamo fatto una confessione autentica, riconoscendo i peccati che conosciamo, tutti (anche quelli che non ricordiamo o di cui non siamo consapevoli) sono perdonati.

Non bisogna più indugiare sulle cose passate e, se dopo il sacramento qualcosa di quello che abbiamo confessato tornasse a tormentarci, per scacciare questi pensieri dobbiamo ripeterci:

Il Signore mi ha perdonato/a, sono figlio/a di Dio.

Un peccato detto con umiltà e sincerità una volta, non ha più bisogno di essere confessato, a meno che non lo ripetiamo. Ci sono però persone che a tutte le confessioni chiedono ancora perdono per un peccato che hanno già detto, che magari le ha assillate nel passato, o di cui si vergognano intimamente, come se avessero paura che non è stato perdonato fino in fondo… ma non è vero! Bisogna avere fiducia nella bontà di Dio! La sua misericordia è grande e grande la sua potenza, più forte di qualsiasi peccato.

Bisogna avere sempre in mente l’immagine insuperabile di Santa Teresa di Lisieux: tutti i nostri peccati, quando sono confessati, sono come una piccola goccia d’acqua gettati nel grande braciere ardente dell’amore di Dio.

Per una buona Confessione è necessario credere fermamente nella misericordia di Dio.

Quando riceviamo l’assoluzione, si ripete quello che esprime Gesù nel Vangelo di Luca: “Io vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore” (Lc 10,18). Il peccato è perdonato, il passato è passato, noi siamo creature nuove.

Dobbiamo vivere fermamente questa verità, credendo che è l’amore di Dio che ci spinge (2Cor 5,14), l’amore che sperimentiamo nel suo perdono.

Perciò, anche se può essere difficile,

è fondamentale per il cammino spirituale vivere frequentemente il Sacramento della Riconciliazione.

Dobbiamo prepararci adeguatamente, per diventare più sensibili, e poi celebrare con fiducia il perdono di Dio che ci rinnova e ci fa sentire più intensamente il suo amore.

Don Davide




Riconoscere e confessare i peccati

Il passaggio del ringraziamento ci ha permesso di essere consapevoli dell’amore di Dio e di vedere dove si concentra e si manifesta in modo particolare.

A partire da queste cose, proprio le cose che abbiamo individuato nel ringraziamento, ora possiamo con verità indagare il nostro peccato.

Lo possiamo fare, innanzitutto, perché siamo liberati dalla paura e dalla preoccupazione

di salvare la faccia dinanzi a Dio: siamo nella luce del suo amore, siamo avvolti dalla sua benevolenza, non abbiamo perciò nulla da temere.

Lo possiamo fare, poi, perché il peccato non è uno sbaglio o un errore generico, ma è sempre qualcosa che ci allontana dall’amore di Dio che abbiamo già percepito, già conosciuto, già sperimentato.

Perciò – sempre a partire da ciascuna delle cose per cui abbiamo ringraziato – ci possiamo chiedere:
1) Ho custodito questo amore che mi ha circondato? Oppure sono stato superficiale e irresponsabile di fronte a questo dono?
2) L’ho valorizzato, oppure l’ho trascurato e l’ho dato per scontato?
3) Ne sono stato consapevole, oppure sono stato distratto e ho dedicato la mia attenzione a cose di minor conto?

Poi posso chiedermi:

Riconosco in questi segni dell’amore di Dio, una chiamata di Gesù a seguirlo, una vera e propria vocazione da corrispondere? Potrebbe riguardare il mio ruolo di genitore o di figlio/figlia, il mio ruolo coniugale, la mia dimensione professionale, la mia presenza e il mio servizio nella comunità e nella società.

Quando non ho custodito l’amore, non l’ho valorizzato, non ne sono stato consapevole; quando non ho corrisposto alla mia chiamata che emergeva da questa manifestazione di Gesù vivo e presente, lì il peccato si manifesta, e posso chiedere perdono.

Un’altra dimensione in cui posso indagare – dopo il ringraziamento – sono le cose che mi hanno fatto soffrire, piccole o grandi. Possono avere una mia responsabilità iniziale (ho fatto un’azione sbagliata che poi ha causato conseguenze che mi hanno fatto soffrire, ad esempio: non ho studiato e il professore mi ha sgridato) oppure possono essere una cosa neutra dal punto di vista morale (per esempio: ho male ai denti).
Di per sé, la cosa che mi ha procurato una sofferenza può non essere un peccato: ad esempio, non ho studiato perché ho dovuto soccorrere la nonna malata, ma il professore non ha voluto sentire ragioni. Nel caso del male ai denti, ovviamente non ho nessuna responsabilità, a meno che abbia trascurato l’igiene!

Ma nel modo in cui agisco nella sofferenza e reagisco alla sofferenza, lì il peccato si può annidare,

perché va a toccare in modo più sottile i punti del ringraziamento e della vocazione. Ad esempio: mi sento il più sfortunato di tutti perché il professore mi ha sgridato, mi abbatto e tratto male i miei amici che mi vogliono aiutare. Oppure: siccome ho male ai denti mi sento in diritto di essere scorbutico e sgarbato, o esagero convincendomi che nessuno soffre come me.

Ho fatto esempi molto semplici e banali per essere chiaro, ma spesso, attorno alle nostre sofferenze, fisiche, psicologiche, spirituali e morali, il Nemico trova molte opportunità per trarci in inganno e allontanarci dall’amore di Gesù.

Ci sarebbe molto altro da dire, sul processo di discernimento e l’esame di coscienza per smascherare i nostri peccati, ma già questo processo in due fasi (la risposta alla manifestazione di Dio e le nostre reazioni alla sofferenza) ci portano a fare una Confessione significativa e che sia un buon esercizio per il cammino spirituale della nostra vita.

La cosa importante, dopo avere riconosciuto i nostri peccati, è dirli con semplicità nella Confessione,

cercando di essere chiari, di andare al punto, eventualmente di cogliere anche cosa ci ha spinto ad agire così, ma senza volerci giustificare e senza giri di parole.

È molto più bello sentire il perdono di Dio, che si manifesta nell’amore di Gesù e scoprire che la sua misericordia ci precede, che lui sa già quello che ci riguarda, che non ha bisogno di giri di parole, perché vuole solo farci sentire che siamo accolti, restituiti alla nostra dignità, rimessi in cammino e amati.

Don Davide




Ringraziare, per preparare il perdono

Che cosa dobbiamo farne del tempo?

Questa domanda non è solo una tecnica per la confessione o un quesito ad alto contenuto esistenziale, è soprattutto la via della sapienza.

Del tempo che consideriamo, noi dobbiamo fare memoria e ringraziare.

Memoria: perché la vita non ci passi sopra senza che ce ne rendiamo conto.

Ringraziare: per abituarci a riconoscere consapevolmente i tanti motivi che rendono vivibile, bella e buona la nostra esistenza.

Dunque, per preparare bene la Confessione, facendo un’adeguata revisione di vita e un esame di coscienza profondo,

il secondo passo è ringraziare.

Nell’arco di tempo che ho individuato, identifico, focalizzo e ringrazio per tutte le cose particolarmente belle che ho vissuto e che riconosco: quelle piccole, come quelle grandi.

Posso provare a pensare a queste e molte altre domande:

  • Di cosa ho gioito particolarmente?
  • C’è stato qualche momento in cui ho sentito l’amore di Dio in modo vivo?
  • Ci sono stati traguardi attesi, cose che si sono risolte, difficoltà superate?
  • E sono consapevole delle piccole cose che accompagnano sempre la mia giornata? L’affetto, qualche amicizia speciale, la possibilità di avere sostentamento, qualche gesto gentile che mi è stato fatto…

Per ora mi fermo su questo esercizio contemplativo e grato, non mi preoccupo dei passi successivi.

Dopo posso concludere con una semplice preghiera come questa (oppure con le mie parole).

Signore Gesù,
grazie perché getti sulla mia vita
la luce del tuo amore.
Riconosco i tuoi doni e ne gioisco.
Aiutami a comprendere che attraverso di essi
mi chiami alla santità e all’amore.
Amen.

La domenica della trasfigurazione ci aiuta a posare questo sguardo sulla bellezza.

Ci aiutano, anche le occasioni di questa quaresima: gli incontri che facciamo con la comunità, e l’appuntamento con il pellegrinaggio giubilare.
Questi appuntamenti sono una grande opportunità per imparare a trasfigurare con il ringraziamento le cose che abbiamo vissuto e le emozioni e i sentimenti che abbiamo sperimentato: piccole e grandi luci, che anticipano la resurrezione, quindi il perdono, e lo preparano.

Don Davide




La via della pace

Oggi, il cammino di Gesù nel Vangelo di Luca taglia il suo traguardo, struggente e doloroso. Gesù alla vista di Gerusalemme, aveva avuto come un presagio – un momento in cui gli era apparso chiaro che cosa il rifiuto della pace nel cuore, nelle relazioni e fra i popoli avrebbe generato – e aveva esclamato: “Se avessi compreso anche tu quello che porta alla pace!” (Lc 19,42).

Gli interpreti sostengono che l’esclamazione sia riferita a Gerusalemme, ma non è detto. Il racconto dice solo che al vedere la città, Gesù pianse su di essa – sono pochissime nel vangelo, le volte in cui Gesù piange – e pronunciò questa frase. E se, al vedere la città, avesse pensato invece a ciascuno di noi?

Se avessi compreso anche tu la via della pace…

La via della pace: nella sua passione Gesù la percorre così radicalmente da rifiutare, per se stesso, ogni forma di violenza, fino ad accettare la morte.

La via della pace la gusta con gli amici, nel clima affettuoso del cenacolo; la cerca nel Getsemani, anche nel turbamento più estremo, finché non si sente di nuovo consolato da un angelo; la ottiene per tutti coloro che incontra con la croce sulle spalle, fino all’ultimo amico imprevisto. La chiede per tutti, anche per quelli che lo crocifiggono.

Seguendo il racconto della Passione, riconosco tre passi per percorrere la via della pace. Sicuramente ce ne sono molti altri e potremo arricchirci a vicenda, condividendo le celebrazioni di questi giorni.

1)L’amicizia. Il racconto della Passione secondo Luca inizia così: “Ho desiderato ardentemente mangiare questa pasqua con voi, prima della mia passione” (Lc 22,14). In queste parole, Gesù esprime il senso dell’esistenza: l’affetto per gli amici, il bisogno di significato e di momenti veri, la voglia di celebrare la vita e la festa, la consapevolezza di dovere morire. Tra l’amicizia e il pensiero della morte, sento uno struggimento che non si riesce a colmare e non trovo altre parole. Mi affido a Gesù. Lo seguo nella sua passione. Spero di potere arrivare a dire con lui: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Sì, nel momento della morte, con cui sentiamo di non riuscire mai a fare i conti, speriamo di potere sentire il Padre, e che stiamo consegnando a lui il nostro spirito.

2)Il disarmo. “Dobbiamo colpire con la spada?” chiedono i discepoli. Ma Gesù risponde: “Lasciate, basta così!” (Lc 22,49-51) e guarisce chi era stato ferito. Il disarmo nucleare. Radicale. Totale. Completo. Bisogna impedire in tutti i modi possibili che un governo e uno stato progettino di costruire un’arma capace di distruggere l’umanità. E chi le ha già deve smontarle, pezzo per pezzo. Ci vuole una commissione mondiale di uomini e donne dedicati a questo scopo. E bisogna introdurre nelle scuole, fin dal primo ciclo di studi una nuova materia: Storia della Pace. Il disarmo deve diventare cultura, come l’ovvia consapevolezza che non si fuma in posti chiusi. Di armi nucleari ne sono stimate 13.400 nel mondo. Se con quegli sforzi avessimo costruito ospedali, scuole e università, e progettato una rete di redistribuzione idrica e alimentare oggi non ci sarebbe nemmeno più bisogno di armi.

3)Il perdono. La vita di Gesù è la storia del Dio che scende dal trono del giudizio e sale su quello della misericordia. Delle ultime tre parole di Gesù, le prime due sono di perdono e la terza è di affidamento. Credo che Gesù sia morto sulla croce, perché era salito talmente “in alto” che non poteva semplicemente stare coi piedi sulla terra. Anche nel massimo della sua umanità, era un po’ più vicino al cielo, un po’ più in alto di tutti noi. Ma è bene che ci ricordiamo a vicenda che possiamo dire parole di misericordia e riconciliarci realmente. E che questo, per noi come per Gesù, è il traguardo più importante dell’esistenza: morire con il cuore occupato solo dal bene.

Don Davide

 




Godersi un abbraccio (Under 20 testo+video)

“E cominciarono a fare festa” (Lc 15,24) racconta l’incredibile testo di questa domenica, dopo l’abbraccio più famoso di tutto il Vangelo.

La soluzione di molti conflitti, esteriori e interiori, si avvera in un abbraccio, nel bisogno di sentirci circondati di affetto, protetti e anche contenuti, perché talvolta facciamo paura a noi stessi.

Qui c’è anche il bacio affettuoso di un padre a suo figlio.

Un abbraccio e un bacio sono una diffusione di bene, come quando il Sole cade progressivamente su un prato di primavera e tutte le margherite lo salutano.

Sono certo che fa bene anche a voi e che lo desiderate tutti e tutte.

Perciò vi propongo due esperienze.

La prima. Chiudetevi nella vostra stanza, tirate giù le tapparelle e spegnete le luci. Pensate a che cosa vorreste che sia curato dentro di voi: abbiate il coraggio di pensare qualcosa che vi fa male. Se non avete nulla di negativo, pensate a godervi un momento per voi. Lasciate perdere la paura di risultare melensi o la noia per le cose religiose. Siete solo voi, non vi vede nessuno, non deve saperlo nessuno. Mettetevi le cuffie e ascoltate questo canto (LINK).

La seconda è la festa. Non conosco video più bello da proporvi che quello di “Baciami ancora”(LINK). Ma dovete sapere la storia. Jovanotti ha chiesto agli attori e alle attrici del film di girare un video con i rispettivi coniugi o partner, dove semplicemente stanno insieme, fanno festa, si abbracciano e si baciano. Ne è uscita questa meraviglia. Aprite le finestre in un giorno di sole o uscite all’aperto in un prato. Mettetelo a tutto volume. Se non avete gli auricolari, non preoccupatevi di disturbare chi vi sta attorno: gli farete solo bene. Se volete ballate, se potete baciate chi amate.

 




Il dolore e l’amore

Un pomeriggio di inizio primavera, un parchetto, un’amica in gamba con cui dialoghi e che ti confida: “Ho un po’ d’ansia”. Poi un racconto pacato, piano e lucidissimo: prima il covid, ora la guerra; la separazione dei genitori; l’anoressia e la bulimia delle amiche. Fortunatamente, in mezzo e accanto a questo, l’amore di un ragazzo.

Improvvisamente ti accorgi che la “Parabola del padre misericordioso” non è solo una storia di peccato e di misericordia, ma è il racconto della nostra generazione, anche senza il peccato e prima della misericordia.

Stando solo attaccati al testo, leggiamo che non c’è una madre né il femminile, ma non sappiamo il perché. Possiamo solo provare a immaginare cosa significhi questo vuoto, in una storia che si svolge tutta al maschile.

C’è un giovane figlio preso da pensieri nocivi, che si trasformano in propositi disastrosi; c’è un fratello più grande che sparisce. Sullo sfondo vige la regola dei soldi in uno scenario di dissolutezza e di mancanza di solidarietà. L’unico protagonista di questo paesaggio è un uomo arcigno, nemmeno disposto a dare le carrube dei porci a un malcapitato.

E quali emozioni deve avere sperimentato il figlio maggiore, che si accontenta che le sostanze siano divise anzitempo, ma non sfiora nemmeno la vita del fratello che parte?

Aveva paura? Soffriva troppo? Era occupato in altre faccende? Gli andava bene così? Covava anche lui risentimento nei confronti del padre e pensava che gli stesse bene, e che il fratello, in fondo, aveva messo in atto quello che lui non aveva avuto il coraggio di fare?

E il padre che accetta – sembra senza battere ciglio – che persona era e come stava? Era risentito? Faceva il duro? Oppure provava un abisso di costernazione?

E come ha vissuto il padre, in quel tempo che non viene precisato?

Lo ascoltiamo, per analogia, dai genitori che vengono rinnegati dai figli, o quando li vedono improvvisamente prendere strade totalmente diverse. Lo sentiamo nello sgomento di non sapere cosa fare e, ancora peggio, quando non si può proprio fare nulla.

Allo stesso tempo, riconosciamo le storie dei figli (e delle figlie) che si allontanano dalla loro famiglia per respirare, per essere liberi, per non essere umiliati, per non dovere soccombere alla logica del confronto o, semplicemente, per diventare se stessi: qualcosa di nuovo e di altro rispetto alle loro radici.

Il testo lascia aperte un miliardo di storie e di possibilità, perché ci stiano tutte.

Nella seconda parte il racconto diventa più preciso. Accoglie ogni vita e ogni intreccio in uno spazio ampio, ma ben definito.

Possiamo capirne qualcosa dal fatto che il padre scorge il figlio da “lontano”… come se in tutto quel tempo avesse tenuto un occhio sull’esistenza cruda, da mandare avanti, e uno sull’orizzonte della speranza, ferito dal dolore, in attesa di vedere comparire una figura, contro il Sole al tramonto.

A quel punto “ebbe compassione” (Lc 15,20). L’aveva avuta anche prima? Non lo sappiamo. In quel momento, però, è certo che tutta la consapevolezza dell’amore per suo figlio viene risvegliata.

La compassione è suscitata da un trasferimento di sofferenza. Improvvisamente, tutta la sofferenza inspiegabile viene trasferita sul padre. Lui la sente tutta. E l’accoglie per amore di quel figlio… e dell’altro.

Forse è a quel punto che il padre diventa misericordioso.

Gesù ha costruito il racconto in modo che ogni vicenda, ogni emozione, ogni mutamento vi possa trovare una luce, attraverso il dolore, nello spazio dell’amore e della misericordia.

Sembra non starci mai abbastanza tutto nella vita e, se commettiamo degli errori o dei peccati, in genere lo facciamo per questo motivo: perché vorremmo la vita e la cerchiamo in modo maldestro e, alcune volte, tremendo.

Ma la misericordia di quel padre è esattamente così: vedere la vita e sapere che tutti ce ne struggiamo.

Don Davide




Settenario Under 20

Sette per settenari

(Compreso il titolo)

 

Ricomincia l’Avvento.

Sentite il silenzio.

Godetevi il tempo.

Amate gli amati.

Perdonate nemici.

Difendete le vite.

Risplendete di luci.