La compassione

Tutti gli anni la Chiesa, ripercorrendo per due volte integralmente la passione di Gesù nella Domenica delle Palme e nel Venerdì Santo, esprime il bisogno di essere presente e solidale con tutte le passioni del mondo. Al centro della rivelazione e della fede cristiana, infatti, non c’è un messaggio che preveda solo la Pasqua – un momento di gioia senza affrontare la soglia della contraddizione, dell’assurdo e del dolore – ma c’è un itinerario di accettazione della passione e morte, fino all’esito della resurrezione.

Dio non ha voluto essere estraneo al dolore ingiusto e inspiegabile del mondo.

Tale dolore non corrisponde alla sua volontà di bene; nonostante ciò, Dio in Gesù non se n’è tirato fuori perché nessun essere umano si sentisse solo in una situazione di sofferenza e perché nessuno potesse pensare che la presenza del male rende impossibile credere in Dio. Succede anzi che proprio davanti alla croce e al modo di morire di Gesù, il centurione romano fa la professione più alta della fede del Nuovo Testamento: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».

Così, riascoltando ancora una volta questo racconto tragico e commovente, ci è data la grazia di non diventare insensibili.

Per un momento, anche se breve, insieme a una comunità di amici e amiche, riusciamo a non essere indifferenti rispetto a tutto ciò che richiede compassione, anche le cose che non sono sotto i nostri occhi, anche le cose di cui non siamo informati.

Ci sono tante sofferenze che ci sfuggono, tante lacrime di bimbi, madri, giovani e ragazze.

Troppi dolori e atrocità vorrebbero impedirci di vedere il volto di Dio;

se fossimo consapevoli di tutto, forse non riusciremmo nemmeno a portarne il peso. Ma Gesù lo ha fatto, prima nell’ultima cena, poi nel Getsemani, infine sulla croce.

Nell’ascolto pregato della Passione di Gesù, anche noi come dei novelli Cirenei, abbiamo la grazia di non essere indifferenti alle croci del mondo.

È una grazia, perché in tanti momenti sentiamo che è impossibile non lasciarsi toccare da tutto questo e allo stesso tempo sappiamo che non ci riusciamo fino in fondo. Invece oggi e nel Triduo Pasquale, siamo davvero fratelli e sorelle di tutti coloro che soffrono, abbracciamo coloro che piangono, possiamo essere ospitali per chi non ha casa o un posto sicuro in cui rifugiarsi.

Quello che ci offre la liturgia di questi giorni è un dono, una opportunità e uno stile a cui io – personalmente – non rinuncerei mai.

Colpisce che mentre Gesù entrava a Gerusalemme, le folle lo riconoscevano come «il profeta Gesù», poi neanche una settimana dopo gli voltano le spalle.

Se imparassimo ad ascoltare i profeti!

Quelli che ci parlano di pace, quando tutti vogliono la guerra; quelli che indicano la via del servizio, quando altri scelgono il potere; quelli che amano, anche quando sono odiati…

Voglio invocare sulla mia comunità, in questa settimana di dono, lo spirito della profezia,

perché ospitando tutto ciò che ha bisogno di essere consolato e riscattato, possiamo essere insieme a Gesù portatori di vita.

Don Davide




Vieni fuori

Quante volte abbiamo desiderato che queste parole: “Vieni fuori!” (Gv 11,41) potessero diventare vere e concrete per noi!

Ci sono molti luoghi, fisici e spirituali, che assomigliano tantissimo a dei sepolcri.

Vorremmo venire fuori dalle nostre paure, dalle nostre timidezze, dalle nostre inconcludenze.

Qualche volta vorremmo venire fuori da un peccato, o da una relazione tossica, o da una circostanza ambigua in cui ci siamo cacciati senza nemmeno rendercene conto.

Oppure “venire fuori” è il sogno di avere salva la vita da una situazione insostenibile, un’ingiustizia, le conseguenze di un errore, un dolore fisico o morale che ci schiaccia.

“Venire fuori” può essere anche un richiamo alla luce, un emergere, può rappresentare il nostro desiderio di miglioramento, di essere noi stessi, di realizzare i progetti di bene e le speranze che abbiamo a lungo coltivato.

Oggi tra le bende di Lazzaro ci mettiamo noi stessi, abilitati ad ascoltare la voce di Gesù che ci invita e ci comanda: “Tu, vieni fuori!”.

La parola dei profeti si può realizzare per noi: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe. […] Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete” (Ez 37,12.13).

Persino l’umanità è chiamata a venire fuori dalla fossa che si sta scavando da sola, con la smania di potere, l’ingiustizia sistemica e la guerra.

“Vieni fuori” è il grido di rivendicazione del Dio della vita che prende posizione in favore dell’umano.

Vieni fuori da quei luoghi di morte! Sciogliti da quelle vestigia mortifere che ti impediscono di vivere e camminare!

La cosa è tanto più impressionante perché questi sepolcri sono descritti nel racconto evangelico come terribilmente tenaci: “Il cadavere è già di quattro giorni e già manda cattivo odore” (Gv 11,39), dice Marta, esprimendo la persistenza delle condizioni mortali che ci attanagliano.

La risposta di Gesù è mozzafiato: “Non ti ho detto che se credi vedrai la gloria di Dio” (Gv 11,40). Quel “non ti ho detto” è pazzesco! Vuoi credere all’arroganza della morte, oppure al potere della Parola di Dio che dà la vita? La senti la forza di questo paradosso?

Puoi uscire non da una condizione di un inciampo, ma da un sepolcro di morte. Se credi.

Se credi nella guida di Dio, farai esperienze inaspettate e imprevedibili. “Vedrai cose più grandi di queste!” (Gv 1,50).

“Vieni fuori” è ciò che Dio ha detto ad Abramo, per iniziare a farlo camminare.

“Vieni fuori” è ciò che Dio ha detto al suo popolo, per liberarlo dall’Egitto.

“Vieni fuori” è ciò che il Padre ha detto al suo Figlio, per farlo entrare nel mondo.

Ora lo dice a noi. Ascoltiamo come se fosse la prima volta questo racconto, con queste due parole che hanno il potere, da sole, di trasformare il significato della nostra vita.

Don Davide




Vederci, adesso

Sono molte le professioni di fede che accompagnano la liturgia di queste domeniche di quaresima, ma una delle più belle e originali l’ascoltiamo dalle parole del cieco dalla nascita, protagonista del vangelo di oggi.

“Una cosa io so: prima ero cieco e ora ci vedo.”(Gv 9,25)

Nel dialogo serrato con i farisei e i capi del popolo che lo interrogano l’uomo dice chiaramente che questa nuova condizione è stata resa possibile da Gesù.

“Prima ero cieco, e ora ci vedo” potrebbe essere la testimonianza di ogni cristiano che ha scoperto la fede in maniera autentica.

Non si tratta solo di una visione intellettuale, come ad esempio la verità della fede e del vangelo. Certamente anche questo, ma un tale “vedere” ciò che non si vedeva prima è lo stesso di Paolo sulla via di Damasco, accecato per qualche giorno dalla luce divina, per poi guardare al mondo in un altro modo.

Anche Giobbe esclama: “Prima ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono!” (Gb 42,5)

“Ora ci vedo” significa quindi riconoscere quanto è stata efficace l’esperienza spirituale e come cambia le cose per noi.

Paolo, ad esempio, vede chiaramente che cosa significa la grazia di Gesù che ci ama sempre, che ci rende giusti coprendo i nostri peccati e che ci fa sentire in pace con Dio.

Giobbe vede il mistero di Dio che attraversa ogni sofferenza e adombra il mistero pasquale: intuisce nel suo cuore la verità della resurrezione.

Con il Vangelo anche noi contempliamo la realtà in modo nuovo: vediamo il potere smascherato per quello che è e l’ambiguità della ricchezza se non usata per la condivisione. Vediamo il bisogno delle persone di essere soccorse, la solitudine e la sofferenza nascosta, e così scopriamo le sorgenti della compassione.

Vediamo l’opportunità di coltivare i sentimenti buoni, di custodire le relazioni importanti, l’amore che ci siamo promessi, i sacrifici positivi che bisogna fare in ordine a questo.

Vediamo quanto è prezioso interpretare il nostro lavoro come un servizio e come è importante che nella nostra vita ci sia anche un piccolo spazio per il servizio gratuito e per la generosità.

Vediamo, infine, la promessa di vita sui volti dei bambini, che non possiamo tradire, e quanto sia necessario che il presente – non solo il futuro – sia dei giovani, e che nessun anziano sia abbandonato e solo.

Ci sono tante altre cose che ci accorgiamo di vedere con una luce speciale e una grazia intima. Se volete fare un piccolo esercizio spirituale, ciascuno/a può completare un piccolo elenco delle cose che corrispondono a questa professione di fede: “Prima ero cieco e ora ci vedo”.

Intanto noi ringraziamo il Signore per questo dono che ha creato in noi occhi, mente e cuore rinnovati dalla fede, mentre ravviviamo un’esperienza che già adombra, anzi pre-illumina la Pasqua ormai vicina.

Don Davide




La sete di pace

I cristiani si trovano ad affrontare questo paradosso: mentre la quaresima ci impegna con umiltà al lavoro su noi stessi, “chiusi nel segreto della propria stanza” (cf. Mt 6,6), non possiamo scrivere della terza domenica di Quaresima senza concentrarci sul tema della guerra e della pace.

Mentre infatti viene annunciata la pace possibile con Dio, per opera di Gesù, e ci viene donata la sorgente della vita nella sua parola di perdono e di verità, nel mondo si allarga la guerra e i leader politici mentono, con pochissime eccezioni.

C’è un dono di acqua viva che viene largamente rifiutato (cf. Gv 4,10.14).

Nel mondo ci sono tantissime siccità che prostrano i popoli. Ma c’è anche una grande sete di verità, di libertà, di leadership autentica, di parole non contraffatte.

Il mondo ha sete di pace. E pace non c’è.

Chi dice di volere una pace evangelica non è un impostore se da lui zampilla un’acqua viva di pace, non un’acqua velenosa di guerra.

Invece, se non fosse tragica e disperante, potrebbe sembrare l’inizio di una barzelletta: ci sono un bullo americano, un killer israeliano, un despota iraniano e un sicario russo. La cosa terribile è che questi quattro signori, che dovrebbero essere chiusi insieme a qualche loro compare in un manicomio riaperto solo per loro, invece comandano il mondo. Muovono le armi. Decidono chi deve andare a fare la guerra. Uccidono indiscriminatamente e senza sensi di colpa. E non importa se il despota non c’è più. La dinastia è tale e quale.

Dai dati forniti sui quotidiani questa settimana, un missile costa 2-3 milioni di euro, un sistema anti-missile 6-7, poi ci sono i carri, l’intelligence, gli aerei supersonici, i droni, le navi… ma mi ha impressionato il dato sulle portaerei: una nave di quel tipo già costa più di quanto si possa immaginare, attorno ad essa si muovono sottomarini, satelliti, caccia di base (oltre che quelli sulla nave), elicotteri, porti, basi militari. Una portaerei è una guerra concentrata, con il budget intero di un piccolo stato. Ci credo che don Tonino Bello si rifiutò di andare a benedirla!

Ora mettete insieme tutti questi soldi per tutti gli armamenti del mondo e chiedetevi: che cosa sarebbe successo se li avessimo messi per curare le malattie, fare le scuole, gli ospedali, le infrastrutture, pagare i medici e gli insegnanti come i generali, dare cibo a tutti, risanare le povertà, combattere la criminalità, intervenire sul cambiamento climatico? Forse avremmo il mondo tutto curato e bello come un paesino di montagna, e pieno di infrastrutture come la più moderna delle città.

Gli elementi che accomunano questi capi sono la bestemmia, la menzogna e l’autoreferenzialità.

Chiamano Dio dalla loro parte, mentre offendono il suo Santo Nome. Mentono per conservare il loro potere e per inseguirne uno sempre più grande. Inoltre, si fanno chiamare leader, ma la leadership è tutta un’altra cosa. E sarebbe tutta un’altra Storia. Tra le tante domande di questi giorni, mi chiedo: ma come puoi farti chiamare “Guida suprema” e ordinare l’uccisione dei ragazzi?

In questa domenica ascoltiamo le parole di Gesù alla donna Samaritana: “Credimi donna, è venuto il momento – ed è questo – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e Verità, perché il Padre cerca tali adoratori.” (Gv 4,21-22).

Mi vengono ancora due considerazioni ascoltando questo testo in questo scenario di guerra.

Adorare Dio significa stare davanti a lui.

Chi sta davanti a Dio lo potrà fare solo in spirito di verità. Nemmeno gli esseri umani possono essere ingannati su questo, figuriamoci di Dio. Gli uomini, però, possono essere soggiogati, Dio invece no. Dio rifiuterà simili falsi adoratori. A lui la vendetta, per questo scenario catastrofico.

Gesù parla del “Padre” non di un Dio generico.

Solo coloro che seguono lo spirito della verità e che si mettono di fronte a Dio con questa autenticità, solo loro genereranno una vera fraternità e sorellanza universale. Solo loro permetteranno ai popoli di chiamarsi fratelli e alle nazioni sorelle.

Il Dio che è nel cielo cerca disperatamente tali adoratori.

Don Davide




Nella Passione di Gesù

Nella passione di Gesù riscopriamo la nostra vita, una storia in cui specchiarci per trovare un riscontro e un significato.

Tutti possono confrontarsi con questo racconto, identificandosi con i sentimenti di Gesù, con quelli dei discepoli, con i personaggi che fanno la parte dei “nemici” o con le persone che seguono da spettatori più o meno coinvolti la vicenda che porta alla sua crocifissione.

Passione, come sappiamo bene è un termine che ha due significati.

Quella di Gesù è una storia di amore e di sofferenza. Così Gesù vuole stare vicino a tutti coloro che amano con passione, che hanno una passione e che soffrono una passione, ma la offrono con fiducia.

Tutti cerchiamo in queste cose un significato per noi.

Nei giorni santi, Dio ci fa la grazia della comunione, di fare della nostra vita un dono e di compiere i passaggi necessari.

Lo spunto di questi giorni così importanti della Settimana Santa è che l’illuminazione per la nostra vita non ci verrà solo dal ragionamento, ma dal cercare Gesù per sentirlo vicino, dal desiderare noi essere vicini a lui, e lasciare che lo sguardo nostro verso di lui e il suo sguardo pieno di amore verso di noi ci aiuti a comprendere meglio noi stessi, la Chiesa nella quale cresciamo e la storia che stiamo vivendo.

Don Davide




La penitenza e la richiesta di perdono

Al termine della Confessione, il sacerdote esorta il fedele a confidare nell’amore di Dio e può dare qualche indicazione per il cammino spirituale. Infatti, il Sacramento della Riconciliazione vissuto in questo modo è sempre anche un modo per coltivare e fare crescere la propria vita cristiana.

Ricordatevi – ma ricordatelo soprattutto ai confessori! – che questo momento non deve essere una sgridata o, peggio, un giudizio, ma – secondo la bellissima espressione della tradizione della Chiesa – un tribunale di misericordia.

Quando il confessore affida la “penitenza”, quindi, non è per dare una «punizione», ma per orientare a vivere e ad esprimere la riconciliazione che si celebra con il sacramento.

La penitenza è il termine tecnico dell’impegno personale di guarire un po’ la parte di mondo che abbiamo ferito con il nostro peccato, sospinti dall’entusiasmo per il perdono.

La penitenza è una parte del Sacramento della Riconciliazione, anche se si compie quando è finito e non durante.

Il confessore è tenuto a dare la penitenza, perché il sacramento è una cosa seria e richiede proprio di vivere il rinnovamento che celebra, perciò se il confessore ci affida una penitenza impegnativa, non vuole dire che noi siamo stati particolarmente cattivi, ma che siamo particolarmente incoraggiati dall’amore di Dio.

Dopo la penitenza, il sacerdote chiede l’atto di dolore. Anche la parola “Atto di dolore” è un termine tecnico, che indica la preghiera di pentimento, che siamo esortati a fare per concludere la nostra confessione.

Siamo certamente “addolorati” dai nostri peccati, ma non dobbiamo confondere l’espressione “atto di dolore” come una cosa che ci distragga dalla certezza e dalla consolazione dell’amore di Dio. Siamo pentiti, questo sì. Perciò, noi in parrocchia preferiamo usare l’espressione “preghiera di pentimento”, sapendo cosa si intende.

La preghiera di pentimento deve essere sincera e dobbiamo sentirla nostra e personale.

Può essere breve o lunga, tradizionale o innovativa, l’importante è che esprime la nostra richiesta di perdono e la confidenza nella misericordia di Dio, che si afferma sempre come assoluta.

Il rito prevede otto bellissime formule oltre a quella tradizionale del Concilio di Trento, ma possono essere usate anche altre preghiera: qualche versetto di un salmo, la preghiera di San Francesco davanti al Crocifisso di San Damiano, una preghiera di un santo. L’importante è che la sentiamo nostra, possibilmente che la impariamo a memoria, e che esprima la nostra serenità nel sapere che Dio ci ama e ci perdona.

Sinceramente, non so come mai dopo la riforma del Concilio Vaticano II abbiamo continuato a insegnare solo l’Atto di Dolore, che presenta almeno due espressioni difficili e ambivalenti. Ma il rito stesso, come dicevo, prevede tante altre belle formule, che riportiamo qui sotto (solo sul web), in modo che chi lo desidera possa essere aiutato a sceglierne una e a impararla per questo impegno di celebrare bene il Sacramento della Riconciliazione.

Don Davide

Scarica le Preghiere di pentimento (solo per il web)




Riconoscere e confessare i peccati

Il passaggio del ringraziamento ci ha permesso di essere consapevoli dell’amore di Dio e di vedere dove si concentra e si manifesta in modo particolare.

A partire da queste cose, proprio le cose che abbiamo individuato nel ringraziamento, ora possiamo con verità indagare il nostro peccato.

Lo possiamo fare, innanzitutto, perché siamo liberati dalla paura e dalla preoccupazione

di salvare la faccia dinanzi a Dio: siamo nella luce del suo amore, siamo avvolti dalla sua benevolenza, non abbiamo perciò nulla da temere.

Lo possiamo fare, poi, perché il peccato non è uno sbaglio o un errore generico, ma è sempre qualcosa che ci allontana dall’amore di Dio che abbiamo già percepito, già conosciuto, già sperimentato.

Perciò – sempre a partire da ciascuna delle cose per cui abbiamo ringraziato – ci possiamo chiedere:
1) Ho custodito questo amore che mi ha circondato? Oppure sono stato superficiale e irresponsabile di fronte a questo dono?
2) L’ho valorizzato, oppure l’ho trascurato e l’ho dato per scontato?
3) Ne sono stato consapevole, oppure sono stato distratto e ho dedicato la mia attenzione a cose di minor conto?

Poi posso chiedermi:

Riconosco in questi segni dell’amore di Dio, una chiamata di Gesù a seguirlo, una vera e propria vocazione da corrispondere? Potrebbe riguardare il mio ruolo di genitore o di figlio/figlia, il mio ruolo coniugale, la mia dimensione professionale, la mia presenza e il mio servizio nella comunità e nella società.

Quando non ho custodito l’amore, non l’ho valorizzato, non ne sono stato consapevole; quando non ho corrisposto alla mia chiamata che emergeva da questa manifestazione di Gesù vivo e presente, lì il peccato si manifesta, e posso chiedere perdono.

Un’altra dimensione in cui posso indagare – dopo il ringraziamento – sono le cose che mi hanno fatto soffrire, piccole o grandi. Possono avere una mia responsabilità iniziale (ho fatto un’azione sbagliata che poi ha causato conseguenze che mi hanno fatto soffrire, ad esempio: non ho studiato e il professore mi ha sgridato) oppure possono essere una cosa neutra dal punto di vista morale (per esempio: ho male ai denti).
Di per sé, la cosa che mi ha procurato una sofferenza può non essere un peccato: ad esempio, non ho studiato perché ho dovuto soccorrere la nonna malata, ma il professore non ha voluto sentire ragioni. Nel caso del male ai denti, ovviamente non ho nessuna responsabilità, a meno che abbia trascurato l’igiene!

Ma nel modo in cui agisco nella sofferenza e reagisco alla sofferenza, lì il peccato si può annidare,

perché va a toccare in modo più sottile i punti del ringraziamento e della vocazione. Ad esempio: mi sento il più sfortunato di tutti perché il professore mi ha sgridato, mi abbatto e tratto male i miei amici che mi vogliono aiutare. Oppure: siccome ho male ai denti mi sento in diritto di essere scorbutico e sgarbato, o esagero convincendomi che nessuno soffre come me.

Ho fatto esempi molto semplici e banali per essere chiaro, ma spesso, attorno alle nostre sofferenze, fisiche, psicologiche, spirituali e morali, il Nemico trova molte opportunità per trarci in inganno e allontanarci dall’amore di Gesù.

Ci sarebbe molto altro da dire, sul processo di discernimento e l’esame di coscienza per smascherare i nostri peccati, ma già questo processo in due fasi (la risposta alla manifestazione di Dio e le nostre reazioni alla sofferenza) ci portano a fare una Confessione significativa e che sia un buon esercizio per il cammino spirituale della nostra vita.

La cosa importante, dopo avere riconosciuto i nostri peccati, è dirli con semplicità nella Confessione,

cercando di essere chiari, di andare al punto, eventualmente di cogliere anche cosa ci ha spinto ad agire così, ma senza volerci giustificare e senza giri di parole.

È molto più bello sentire il perdono di Dio, che si manifesta nell’amore di Gesù e scoprire che la sua misericordia ci precede, che lui sa già quello che ci riguarda, che non ha bisogno di giri di parole, perché vuole solo farci sentire che siamo accolti, restituiti alla nostra dignità, rimessi in cammino e amati.

Don Davide




Ringraziare, per preparare il perdono

Che cosa dobbiamo farne del tempo?

Questa domanda non è solo una tecnica per la confessione o un quesito ad alto contenuto esistenziale, è soprattutto la via della sapienza.

Del tempo che consideriamo, noi dobbiamo fare memoria e ringraziare.

Memoria: perché la vita non ci passi sopra senza che ce ne rendiamo conto.

Ringraziare: per abituarci a riconoscere consapevolmente i tanti motivi che rendono vivibile, bella e buona la nostra esistenza.

Dunque, per preparare bene la Confessione, facendo un’adeguata revisione di vita e un esame di coscienza profondo,

il secondo passo è ringraziare.

Nell’arco di tempo che ho individuato, identifico, focalizzo e ringrazio per tutte le cose particolarmente belle che ho vissuto e che riconosco: quelle piccole, come quelle grandi.

Posso provare a pensare a queste e molte altre domande:

  • Di cosa ho gioito particolarmente?
  • C’è stato qualche momento in cui ho sentito l’amore di Dio in modo vivo?
  • Ci sono stati traguardi attesi, cose che si sono risolte, difficoltà superate?
  • E sono consapevole delle piccole cose che accompagnano sempre la mia giornata? L’affetto, qualche amicizia speciale, la possibilità di avere sostentamento, qualche gesto gentile che mi è stato fatto…

Per ora mi fermo su questo esercizio contemplativo e grato, non mi preoccupo dei passi successivi.

Dopo posso concludere con una semplice preghiera come questa (oppure con le mie parole).

Signore Gesù,
grazie perché getti sulla mia vita
la luce del tuo amore.
Riconosco i tuoi doni e ne gioisco.
Aiutami a comprendere che attraverso di essi
mi chiami alla santità e all’amore.
Amen.

La domenica della trasfigurazione ci aiuta a posare questo sguardo sulla bellezza.

Ci aiutano, anche le occasioni di questa quaresima: gli incontri che facciamo con la comunità, e l’appuntamento con il pellegrinaggio giubilare.
Questi appuntamenti sono una grande opportunità per imparare a trasfigurare con il ringraziamento le cose che abbiamo vissuto e le emozioni e i sentimenti che abbiamo sperimentato: piccole e grandi luci, che anticipano la resurrezione, quindi il perdono, e lo preparano.

Don Davide




La confessione

INTRODUZIONE

In preparazione al Mercoledì delle Ceneri, ho scritto che l’inizio della Quaresima è l’occasione per rinnovare l’accoglienza del Vangelo e la scelta pratica del bene che ne consegue: Vivere e condividere l’amore di Dio, che sperimentiamo in molti modi.

Anche il significato del Giubileo va in questa direzione: un tempo speciale di ripartenza e di riassestamento di tutto ciò che aveva lasciato tracce o conseguenze negative.

Il Sacramento della Riconciliazione è la grazia che ci è offerta per fare nostre e personalizzare queste due grandi opportunità: il tempo della Quaresima e la celebrazione del Giubileo.

La Confessione è un sacramento difficile,

perché abbiamo iniziato a farlo da piccoli, senza farlo evolvere, e ora ci sta come un vestito stretto, come un abitino da marinaretto di quando eravamo bambini, solo che ora siamo adulti. Ci sembra, poi, di non fare nulla di particolare: non uccidiamo e non rubiamo (per fortuna!), e per il resto… proviamo ad essere dei buoni cittadini! Infine, questa cosa di andare a dire le nostre cose a un prete, che è un uomo come noi… proprio non ci va giù! Giù le mani dalla mia coscienza!

Tuttavia, il Mercoledì delle Ceneri è risuonato potente questo invito: “Vi supplichiamo, in nome di Cristo, lasciatevi riconciliare con Dio!” (2Cor 5,20).

Vi propongo allora in queste domeniche, una piccola rubrica sulla Confessione.

Una proposta per giovani e adulti per rileggere la pratica della Confessione, e sentirla come una cosa preziosa per la nostra vita da cristiani liberi, adulti e consapevoli. Sarà una guida passo passo, a episodi come una serie tv.

TEMPO

Iniziamo dal tempo.

“Da quanto tempo non ti confessi?” era la domanda fatidica del Confessore. E a questo punto iniziavano i sudori, nei nostri pensieri si affollavano auto-accuse, scuse e sensi di colpa: “non mi ricordo nemmeno…” oppure “non lo so proprio”, “guardi, l’ultima volta è stata quando ho fatto la Cresima!”. E poi: “Ma adesso mi chiede tutti i peccati degli ultimi 25 anni?!”.

Ok, stop. Riformattiamo.

Il tempo è lo spazio dilatato in cui il Signore si fa presente nella nostra vita e noi lo possiamo riconoscere.

Il tempo è importante perché è il luogo della visita di Dio, non perché è la scatola dei peccati.

Per prima cosa, quindi, vi propongo di individuare un tempo rispetto a cui volete fare una revisione spirituale di vita e collocare poi (alla fine di tutto) la vostra Confessione. Può essere un tempo cronologico (es. tre settimane o un mese…) oppure un tempo di vita (es. dall’ultimo Natale; dall’ultima volta che ho fatto una bella vacanza con la mia famiglia…).

Il criterio di individuazione è che sia un tempo significativo per la mia condizione attuale (es. se sono malato da tempo, potrebbe essere l’inizio della malattia… se la mia famiglia ha vissuto dei momenti felici, potrebbe essere da quando è iniziato questo tempo lieto… oppure potrebbe essere dall’ultimo traguardo di studio o lavorativo).

Questo sarà il tempo della grazia.

E non vi preoccupate, se non è proprio tutto il tempo dall’ultima Confessione: vedrete che alla fine, il sacramento sarà celebrato bene e completo.

Bene. Hai individuato questo tempo/periodo? Tienilo caro, focalizzalo, richiamalo un po’ alla mente. Per ora ci fermiamo qui e riprendiamo la prossima domenica, non prima, però, di avere concluso con una piccola preghiera, che potrebbe essere questa o con le parole che preferisci:

Mostrami, Signore Gesù, il tempo della mia vita
in cui mi sei stato/a accanto.
Dammi la sapienza di riconoscere la tua presenza
e svelami la grazia con cui mi hai accompagnato.
Amen.

Don Davide




Il privilegio di Dio

Tu sei magnifico e onnipotente, Signore. Nella tua dimora regale, seduto sul trono di gloria, come ogni sovrano, chissà quanti privilegi hai!

Eppure, sei sceso ad abitare in mezzo a noi e non hai scelto un hotel a 5 stelle, ma il retro di un’abitazione, e anche i cherubini e i serafini – che di solito popolano il tuo palazzo – non hanno disdegnato, come te, la compagnia di qualche animale: un asino, un bue – chissà – forse anche due conigli, una capretta, qualche gallina e tre pecorelle.

L’apostolo Paolo ha preso pezzi di una canzone orale del tempo e ne ha composto un inno, su questo viaggio che hai compiuto, Gesù, dall’alto al basso e poi di nuovo verso l’alto, in un livello intermedio tra la terra il cielo, quello della croce. Noi l’abbiamo un po’ ammansita questa meditazione, ma potremmo renderla così: “Pur essendo Dio, non ritenne un privilegio essere Dio, ma svuotò se stesso” (Fil 2,6-7).

Cosa si può pensare di più atroce della situazione degli uomini e donne che vengono venduti, ancora oggi, in molte parti del mondo?

La fine del tuo viaggio – di questa discesa dal trono del cielo, al pagliericcio della terra, fino al giaciglio della croce a mezz’aria – inizia proprio così: sei venduto, per farti morire. Come gli schiavi, come le vittime dei trafficanti di organi, come i giovani e inesperti soldati mandati al macello da chi ha le ville con la piscina.

Qual è dunque il privilegio di Dio?

Qual è il tuo privilegio, Gesù?

Che cosa ritieni degno, tu, dell’esistenza di Dio?

Per rispondere a questa domanda, i narratori del tuo ultimo tratto sulle nostre strade, elencano una serie di situazioni vertiginose.

Sentirsi ingiustamente motivo di scandalo, solo per essere stato testimone di un Dio libero, mite e amorevole; fare parte dei rinnegati, i dissidenti dalla loro patria, gli omosessuali dalle loro famiglie, gli inefficienti dalla società dei consumi, i malati e gli anziani lasciati soli, chi si sente cacciato e rifiutato dagli affetti più cari.

Inoltre, il privilegio che scegli per te è, Gesù, condividere la sorte di quelli che vengono bullizzati, sostituirti ai prigionieri e ai carcerati, giungere perfino ad affiancarti nel dolore di chi viene torturato.

Infine, fermare il braccio di chi usa la violenza nel nome Dio.

Tutto questo è il privilegio di cui ti fregi, proprio perché sei Dio.

Ed ora, camminare di nuovo in quello che era il Paradiso Terrestre deturpato dal peccato, senza più fare paura agli esseri umani, anzi, facendoti vicino ad ogni uomo e ogni donna soli, che soffrono in terra, in mare e in ogni luogo, per consolarli come una madre che prende in braccio il suo bambino, per alleviare il dolore, perché nessuno abbia più paura del buio e degli orchi.

Il privilegio che rivendichi, Gesù, è entrare in tutte le sofferenze e coccolarle d’amore.

Ma il privilegio di Dio è anche sedere a tavola con gli amici, benedire il pasto e i doni della terra, scoprire – meraviglia inattesa – che ci sono fratelli e sorelle sconosciuti, pronti ad asciugarti il sangue e il sudore dal volto, disposti ad aiutarti a portare la croce.

Alla fine di questa contemplazione, ti preghiamo Signore Gesù – noi che siamo guardinghi e prudenti, e magari un po’ timorosi – insegnaci ad essere “invidiosi” dei tuoi privilegi, anzi a “morire di invidia” per te, nella Settimana Santa.

Don Davide