Pentecoste

Luca negli Atti (Atti 2,1-11) pone teologicamente l’effusione dello Spirito Santo nel giorno in cui gli ebrei festeggiano la consegna da parte di Dio delle tavole della Legge sul Sinai: la Pentecoste, cinquanta giorni dopo la liberazione della schiavitù in Egitto.

I discepoli erano insieme e dal cielo un fragore e un vento impetuoso riempirono la stanza dove si trovarono; lingue come di fuoco si posarono sui presenti. Ricolmi di Spirito Santo iniziarono a parlare in diverse lingue. A ragione, molti commentatori intendono questo evento come il ribaltamento dell’episodio della Torre di Babele (Genesi 11,1-9) dove, al contrario, da un’unica lingua l’umanità iniziò a non comprendersi più per la confusione delle lingue che si generò perché contarono sulla sola propria presunzione. In quel testo gli autori intesero anche provare a spiegare le divisioni che pur nello scopo di raggiungere insieme il cielo, il meglio per la vita del mondo, il genere umano, invece, da allora, si è ritrovato a vivere nelle divisioni perenni e nei conflitti a profusione.

Giovanni nel suo vangelo fa della pneumatologia (il sapere sullo Spirito Santo) un tema diffuso che si compie nella Resurrezione di Gesù, l’ottavo giorno, il giorno della nuova creazione, come dono perenne per gli uomini. Come un soffio leggero, un respiro per il cuore del mondo (Giovanni 20,22).

Dal fragore del vento impetuoso al soffio silenzioso e viceversa, c’è un cammino infinito di estensioni della presenza della vita trinitaria nel mondo e non bastano le immagini dell’universo per rappresentarlo e ne possiamo solo balbettare la presenza per come ne facciamo esperienza.

Da una parte, infatti, ci accorgiamo di una Babele ovunque: in noi stessi nei momenti di confusione in cui navighiamo a vista per le nebbie che circondano le personali incertezze oppure nelle molteplici dinamiche di chiacchiericcio interiore che consumano i nostri giorni tra continue recriminazioni passate e ansie per il futuro. Per non parlare poi della confusione delle lingue nelle nostre relazioni ordinarie dove, non poche volte, ci troviamo in difficoltà per comprendere e/o farci comprendere, talvolta anche in maniera imbarazzante e, spesso,  incredibile, proprio a causa anche di ulteriori commistioni tra difficoltà interiori personali e anche dell’altro interlocutore.

Quanto vorremmo il silenzio o il fragore in quelle situazioni e così invochiamo: manda il tuo Spirito Signore a rinnovare la terra! (Salmo 104,30)

E tu, Signore, vieni e dici: “Pace a voi! Pace a voi!” (Giovanni 20,19). Pace a te, per te, per il tuo mondo interiore. Pace al mondo delle tue relazioni. Eccoti lo Spirito e i suoi doni, perché tu possa trovare pace e possa donare la pace a chi ti sta accanto.

Il dono della pace diventa una missione per noi stessi e per gli altri.

Questa missione, animata dalla forza della Ruach (lo Spirito di Dio) che soffia dove vuole, ci spinge ad uscire dai nostri confini per annunciare la gioia del Risorto. Non è solo un compito, ma un’esigenza vitale: portare il calore del fuoco di Pentecoste, la pienezza della resurrezione in noi, in ogni angolo della terra, trasformando la confusione in comunione e l’isolamento in una fraternità universale aperta a tutti. Oltre l’obbligo della legge, per amore, solo per l’Amore.

Francesco Paolo Monaco




Invincibile Resurrezione

Il terremoto ci fa paura: associamo ad esso calamità naturali, morti e disastri sociali. Anche in tempi recenti ci ricorda spiacevoli e tragici momenti della storia d’Italia e del mondo.

Invece nei racconti della morte e resurrezione di Gesù il terremoto è una figura simbolica positiva. Dobbiamo dunque liberarci un attimo dall’immagine che ordinariamente colleghiamo al cataclisma, per cogliere la luce sempre inedita di questo mattino di Pasqua.

“Polvere sei e in polvere ritornerai” recita l’adagio penitenziale dell’inizio della Quaresima. Nessuna esistenza mai è sfuggita alla morsa della terra. Tutti gli esseri viventi sono morti, ad un certo punto, e sono ritornati alla terra.

Nel momento della morte di Gesù – secondo il racconto di Matteo – c’è un terremoto violentissimo,

la croce fa da scalpello e incudine sulla crosta terrestre,

la spacca in modo che gli esseri viventi che prima erano prigionieri della morte siano liberati e restituiti alla vita. La terra non è più una tenaglia, ma un estuario.

Il mattino di Pasqua di nuovo c’è un gran terremoto. Questa volta è provocato dallo smottamento di una creatura celeste che varca le dimensioni dello spazio del tempo per scendere sulla terra. Gesù è già risorto.

L’angelo con un cricco rotola la pietra e vi si siede sopra,

per sbeffeggiare questo ridicolo tentativo degli uomini e della morte di mettere l’ultima parola sulle cose.

C’è chi ha paura di questo fenomeno: le guardie – altro goffo esperimento di bloccare la potenza di Dio – rimangono tramortite «come morte»; invece alle donne intimorite anch’esse l’angelo dice esplicitamente: «voi non abbiate paura! So che cercate Gesù».

Ecco svelato il significato simbolico del terremoto biblico, e perché in questo caso non dobbiamo averne paura.

La resurrezione di Gesù, come il terremoto è potenza, sprigiona un’energia a cui nessuno può resistere, è imprevedibile.

Mentre i potenti rivendicano la loro forza e il mondo sembra chiuso in un eterno ritorno di guerra, sopraffazione, ingiustizia, morte e distruzione,

la resurrezione arriva come un terremoto e spacca tutto,

cambia la configurazione del mondo laddove gli uomini non sono stati disponibili a farlo, genera un nuovo assetto, non ha riguardo dei controllori del potere.

Chi cerca Gesù può non avere paura.

Ogni discepola, ogni discepolo al seguito del Maestro ha seguito il Signore della vita. Saprà riconoscerne le tracce, accogliere i cambiamenti, saltare sulle rovine di un mondo vecchio, per raggiungere quello nuovo. Avrà il coraggio di mettersi un grembiule come antidoto ai tradimenti, di dire che la spada va sempre tenuta nel fodero, di cercare la verità ma con umiltà e di riconoscere lo spazio dei giovani e delle donne.

Quando incontrerà una croce, saprà considerarla come vittoria.

Testimonierà che, nonostante tutto, si può vivere senza paura.

Don Davide




Il perdono

Cogliamo l’occasione della Domenica in albis, dedicata alla Misericordia divina, per concludere l’itinerario sull’esame di coscienza e il Sacramento della Riconciliazione. L’ultima tappa, infatti è l’assoluzione, il dono della misericordia attraverso la formula sacramentale e l’imposizione delle mani del sacerdote, che in quel momento agisce come strumento di Gesù.

La prima cosa di cui bisogna essere persuasi è che il perdono è vero, reale e completo.

Se abbiamo fatto una confessione autentica, riconoscendo i peccati che conosciamo, tutti (anche quelli che non ricordiamo o di cui non siamo consapevoli) sono perdonati.

Non bisogna più indugiare sulle cose passate e, se dopo il sacramento qualcosa di quello che abbiamo confessato tornasse a tormentarci, per scacciare questi pensieri dobbiamo ripeterci:

Il Signore mi ha perdonato/a, sono figlio/a di Dio.

Un peccato detto con umiltà e sincerità una volta, non ha più bisogno di essere confessato, a meno che non lo ripetiamo. Ci sono però persone che a tutte le confessioni chiedono ancora perdono per un peccato che hanno già detto, che magari le ha assillate nel passato, o di cui si vergognano intimamente, come se avessero paura che non è stato perdonato fino in fondo… ma non è vero! Bisogna avere fiducia nella bontà di Dio! La sua misericordia è grande e grande la sua potenza, più forte di qualsiasi peccato.

Bisogna avere sempre in mente l’immagine insuperabile di Santa Teresa di Lisieux: tutti i nostri peccati, quando sono confessati, sono come una piccola goccia d’acqua gettati nel grande braciere ardente dell’amore di Dio.

Per una buona Confessione è necessario credere fermamente nella misericordia di Dio.

Quando riceviamo l’assoluzione, si ripete quello che esprime Gesù nel Vangelo di Luca: “Io vedevo Satana cadere dal cielo come la folgore” (Lc 10,18). Il peccato è perdonato, il passato è passato, noi siamo creature nuove.

Dobbiamo vivere fermamente questa verità, credendo che è l’amore di Dio che ci spinge (2Cor 5,14), l’amore che sperimentiamo nel suo perdono.

Perciò, anche se può essere difficile,

è fondamentale per il cammino spirituale vivere frequentemente il Sacramento della Riconciliazione.

Dobbiamo prepararci adeguatamente, per diventare più sensibili, e poi celebrare con fiducia il perdono di Dio che ci rinnova e ci fa sentire più intensamente il suo amore.

Don Davide




Crocifisso e Risorto

Di fronte agli orrori che sono successi nel mondo e in Italia in questi ultimi giorni – in prossimità della Domenica delle Palme e nella Settimana Santa – avverto come un senso di pudore e quasi di imbarazzo a celebrare la Pasqua. Avevo pensato di elencare tutti gli eventi terrificanti di cui ci si può facilmente informare, ma poi la lista era troppo lunga, crudele e triste. Però li ricordo, perché vorrei avere la forza e il coraggio di non trascurare nessuna vittima, nessuna sofferenza.

In questi giorni, ho letto sullo stato Whatsapp di una mia amica questa frase che condivido: “Solo un simbolo di lutto può esprimere il dolore per ciò che succede nel mondo, in particolare la violenza perpetrata contro gli indifesi e i bambini.”

Come cristiani abbiamo attraversato quel lutto, nella grande pagina del Venerdì e del Sabato Santo: giorni di silenzio e di profondo sgomento.

Il nostro credere guarda rispettosamente al dolore e lo attraversa. Non lo svilisce e non lo banalizza mai.

Credo che sia una delle cose più forti e persuasive della nostra fede, il fatto che nella sua verità si misura con la sofferenza del mondo, perché se non fosse così – se non raccogliesse ogni pianto, ogni ingiustizia e ogni bisogno di consolazione – non mi sembrerebbe autentica e degna.

Quindi, in realtà, la Pasqua non è una gioia irrispettosa rispetto a tutto quello che accade di brutto, ma qualcosa che l’assume, lo fa proprio.

La proclamazione della resurrezione di Gesù propone un duplice messaggio: il riscatto di Dio e la responsabilità che ne deriva.

Da una parte c’è infatti l’azione di Dio, che interviene non cancellando la croce procedente, non facendo finta che non ci sia stata, ma riscattandola, schierandosi dalla parte della persona crocifissa e prendendo posizione in suo favore, innalzandola, rendendola autorevole e riconoscendole tutta la sua dignità, violata dagli altri.

Dall’altra c’è la responsabilità che ne deriva: se le cose stanno così, i discepoli di Gesù, devono prendere sul serio questo fatto, che la resurrezione di Gesù è iniziata ed è vera, ma non è ancora compiuta; molti cuori si devono ancora convertire, anche i nostri, troppe croci devono essere tolte, tantissime sofferenze consolate.

Gesù è il sole divino. La resurrezione è la vita che propaga da lui. Noi siamo i suoi raggi che devono portare questa energia ad ogni persona e in ogni parte del mondo.

Don Davide




Appuntamento all’alba

«…e dopo tre giorni, risorgere». Gesù faceva questo discorso apertamente. (Gv 8,31-32)

Nel vangelo esigente di questa domenica, ci si concentra spesso sull’annuncio della Passione di Gesù e su quell’invito difficilissimo a «rinnegare se stessi» (Mc 8,34). Ma ci sono alcune sfumature, che ci aiutano ad avere un altro sguardo, luminoso. Gesù insegna che «Il Figlio dell’Uomo doveva soffrire» (Mc 8,31). «Doveva»: vuole dire che la passione di Gesù, insieme a tutte le nostre croci, fanno purtroppo parte della storia ferita dell’umanità. Non è volontà di Dio, ma Dio sa che gli uomini sono inclini a farsi del male e a fare del male, basta guardare la storia delle guerre, che da sempre insanguinano il mondo.

Ogni passione è raccolta nella Passione di Gesù. Quindi, ogni passione è destinata alla resurrezione.

Non dobbiamo mai dimenticarci di questa nota di Gesù: «e dopo tre giorni risorgere». Lui fa questo discorso apertamente, perché siamo sempre testimoni del passaggio dalla morte alla vita, dalla schiavitù alla libertà, dal peccato alla grazia, dalla sofferenza al riscatto.

La Creazione è impressa nello stampo della Pasqua

Per dare speranza alle notti, Gesù ci fa guardare le albe delle resurrezioni.

Penso, ad esempio, alla scuola e all’università che ripartono. Quante cose belle si preparano?! Quali passaggi compiranno gli e le studenti? Quali traguardi raggiungeranno?

Penso alle sofferenze che andranno affrontate, per essere trasfigurate e continuare ad affermare il dono e la gratitudine per la vita. Quante pasque ci attendono?

«Rinnegare se stessi» non significa mortificare l’esistenza.

Al contrario, è il dono abilitante di Gesù, che ci dà la forza di opporci alle inclinazioni mortifere e di essere portatori di vita.

In questo anno pastorale, chiediamo la grazia di vivere così: uomini e donne che si danno appuntamento per guardare l’alba insieme e svegliare l’aurora (cf. Sal 108,3), un’aurora del colore della speranza.

Don Davide




Omelia Veglia di Pasqua

In questi giorni, la liturgia del Triduo ci ha fatto meditare sul dono della comunità e sulla grazia della verità. 

C’è un terzo dono che ci porta la celebrazione della Veglia Pasquale: il dono della vita. 

Tutti noi siamo qui a celebrare la Pasqua, perché osiamo sperare nella resurrezione. 

Da questo punto di vista siamo più audaci delle donne, che vanno al sepolcro con la sola speranza che qualcuno ne apra l’ingresso, per ungere il cadavere di Gesù. 

Loro non riescono nemmeno a immaginare che Gesù sia risorto, noi invece siamo qui per essere confermati in questa fiducia. 

Non si tratta di crearci una nostra consolazione dai mali del mondo e dalla paura della morte.  

Non vogliamo illuderci e non siamo illusi. 

La resurrezione non è una cosa che ci siamo inventati noi. 

C’è un segnale indicatore molto forte: una pietra rotolata sulla sua guida. 

Ci sono delle pietre che rotolano dal sepolcro.  

Io l’ho visto quest’anno, preparando i 21 catecumeni adulti che hanno chiesto il Battesimo, con le loro testimonianze. Lo sperimento tutte le volte che vado ad accompagnare il weekend di Retrouvaille, quando confesso, quando vedo la grazia sconfiggere il peccato. Lo sento quando l’amore si spande nel mondo come un profumo intenso o quando la gentilezza e la gratuità rischiarano l’ombra di tante difficoltà. 

Ma questo non basta. Rotolare via la pietra è solo il primo passo. 

Poi bisogna vivere. Ritornare sui passi di Gesù, perché ci istruisca di nuovo nel vangelo. Sì, perché il Vangelo noi non lo impariamo in un raro momento di slancio spirituale, ma lo apprendiamo nella vita quotidiana, nella vita di tutti i giorni. 

In realtà, siamo immersi nel Vangelo e nell’amore di Dio, che ne è come il condensato concreto, anche se spesso siamo distratti e non lo vediamo, oppure lo diamo per scontato. 

Ieri abbiamo ascoltato alla fine del racconto della Passione questa affermazione: “Chi ha visto ne dà testimonianza” (Gv 19,35). Permettetemi perciò di applicare un metodo della spiritualità ebraica ai testi che abbiamo ascoltato, e di raccogliere in un piccolo midrash – uno scenario interpretativo – la testimonianza di tre “testimoni oculari” della vita: l’angelo dell’accampamento, la pietra del sepolcro, il giovane. 

L’angelo 

Io ho ricevuto il comando per la strategia di battaglia dal generale degli eserciti celesti. Mi sono mosso per bloccare l’esercito degli Egiziani. Non pensate alla guerra con la vostra sensibilità, io ho compiuto un’azione per separare gli oppressi dagli oppressori, per ostacolare chi fa il male e favorire le vittime. In questo io sono testimone della vita: che il Dio delle schiere schiera la sua forza perché ci sia un argine a tutti gli eserciti della morte. Purtroppo non è una cosa da prendere alla leggera. È una vera battaglia e io la combatto perché gli eserciti delle guerre sprofondino nel caos e risulti salva la vita dei popoli.  

La pietra 

Il mondo che conoscevo è andato sottosopra, quando ho sentito qualcosa che mi spingeva. Non era la solita forza di un uomo o di una leva. Questa volta era lieve, come se io fossi una piuma. Non ho potuto vedere quel che accadeva, ma so che di solito la luce entra attraverso la porta quando è aperta, invece in quel momento uscì. Fu un’eclissi al contrario. Sentii aria fresca che mi accarezzava, come se non avessi più dovuto accogliere la morte. In questo io sono testimone della vita: che ci sono forze, spesso lievi, come la fiducia o una carezza, che muovono macigni bloccati e che nessuna presenza mortifera è autorizzata ad avvelenare il mondo. 

Il giovane 

Non so come io sia arrivato qui, ma so perché ora mi ritrovo qui. Fuori dal tempo e dallo spazio, ero seduto con il capo di Gesù sulle gambe. L’ho accarezzato, come una madre col suo bambino, fino a che ha aperto gli occhi e ha ricominciato a respirare. Il suo sguardo e il soffio della sua vita hanno rinvigorito il mio corpo e reso i miei lineamenti distesi e morbidi. In questo io sono testimone della vita: prima di uscire lui mi ha ringraziato. “Vado a ricominciare tutto” ha detto, “perché tutto possa ricominciare, in tutte le vite. Per questo tu sarai sempre giovane, perché è l’età in cui si inizia”. 

Rendo, allora, anch’io la mia semplice testimonianza al Vangelo e, con esso, alla Vita. 

L’incontro con il Vangelo e il dono della vita mi fanno provare un intenso sentimento di gratitudine e un’emozione fiduciosa di affidamento e di responsabilità. 

Per me, se la vita fosse una sinfonia, sarebbe qualcosa di armonioso, risolto e disteso, con degli intermezzi in maggiore e delle strofe dissonanti, che trasmettono energia e sorpresa. Se fosse musica contemporanea, sarebbe un misto di tutti i generi, dal pop al rock peso, con le barre rap, degli stacchi acustici e indi, e delle improvvisazioni di jazz. 

Se fosse un paesaggio, sarebbe forse un panorama di montagna, con i suoi contrasti tra il verde dei boschi e le rocce maestose, e il cielo che ammanta di pace una valle; oppure il sorgere del sole all’alba, sul mare. 

Nelle persone, per me la vita si esprime nel sorriso dei ragazzi e delle ragazze, nell’affetto di un bimbo, nella premura di una mamma, nella tenerezza di un papà, nella complicità di due sposi e nell’affabilità degli anziani. 

Alla vita penso quando vedo l’albero in fiore di fronte alla mia finestra, in mezzo a tanto cemento, quando una giovane mi racconta che va a fare volontariato, quando scopro che i legami creati sono variopinti e ricchi, e si rigenerano nel tempo come gli alberi a primavera. 

La vita mi insegna il vangelo quando le persone fanno dei sacrifici per amore, dove ci sono le pazienze, la resilienza, la tenacia di non disperarsi e di affidarsi alla provvidenza. 

Il vangelo mi insegna la vita dove c’è impegno per la giustizia, costruzione della pace, cura delle ferite, perdono, superamento tenace di tutte le discriminazioni. 

(Pausa) 

Io ho proposto un piccolo esempio, a servizio della liturgia. Ma tutti dobbiamo chiederci: come rendo testimonianza al Vangelo della Resurrezione? Credo che la cosa più importante sia non cercare lontano. Forse, un giorno, il Signore ci condurrà lontano, ma per adesso si tratta di prendere consapevolezza che siamo già qui, ora, immersi nella Vita.   

 Don Davide




L’equazione della vita

Che cosa può fare di decisivo una comunità cristiana nel mondo di oggi?

Vincere le paure.

Le paure caratterizzano gli scenari geopolitici, la percezione del futuro e l’interpretazione della vita personale, e culminano nella grande illusione di rimuovere la morte, per paura.

Il grande testimone di Gesù risorto, nel Vangelo di Pasqua, esorta a non avere paura.

Le donne, apprendiste discepole ancora sul margine della resurrezione, sono invitate a non avere paura.

Al centro l’annuncio: Gesù il crocifisso, è risorto (Mc 16,6).

Questo contrasto tra la crocifissione e la vita, tra il pungiglione della morte e il suo più grande antidoto, è la ragione sufficiente per non avere paura.

Ma qual è il cammino per non essere più schiacciati dalle paure?

Il punto di partenza è esprimere una cura concreta per Gesù, non in senso molto spirituale, ma pensando al suo corpo, a una relazione vera con lui: volevano andare a ungerlo (Mc 16,1).

In maniera sorprendente, quando diamo seguito a questo proposito, la strada si spiana sotto i nostri passi: la pietra era già stata rotolata via. Non c’è ostacolo che ci possa bloccare, benché molto grande (Mc 16,3).

Qui, però, accade qualcosa di strano: Gesù non si palesa.

La resurrezione è annunciata da un testimone orale, e noi stessi siamo invitati a diventarne testimoni.

Non è tanto una questione di vedere fisicamente Gesù, quanto il fatto di seguire le sue tracce e scoprire che si fa esperienza della resurrezione per la testimonianza autorevole e piena di fiducia di qualcuno, che poi facciamo nostra.

Tuttavia, il timore non passa.

La versione liturgica del vangelo non lo riporta, ma il racconto finisce con la nota enigmatica delle donne che “non dissero niente a nessuno perché avevano paura” (Mc 16,8).

Sembra, dunque, che non sia vinta quella maledetta, atavica paura e risulta straziante che il racconto del mattino della resurrezione concluda così. Invece è un bellissimo finale aperto. La testimonianza della resurrezione è giunta fino a noi. Quelle donne, a un certo punto, sono state trasformate e hanno annunciato Gesù.

Dalle parole di un giovane, dunque, inizia il processo di erosione della paura, che è anche un occupare spazio della fiducia.

Lì, piano piano, sorge la fede, così che vale l’equazione: V = +F -p (Vita uguale: più Fede, meno paura).

Possiamo allora fare un fagotto delle nostre paure, e buttarcele alle spalle.

Sentiremo così dilatarsi, simultaneamente, la verità della resurrezione.

Voglio invitare, pertanto, la mia comunità parrocchiale a non avere paura. Preoccupiamoci di essere buoni testimoni di Gesù, con le parole e l’esempio, lui farà germogliare la fede, come, dove e quando vuole.

Invito i giovani a non avere paura. Cercate in modo sincero Gesù, gli ostacoli saranno rimossi lungo il cammino, nel mondo ci saranno cose nuove e potrete cercare una vita piena e realizzata nel vostro cammino.

Dico a me stesso e a tutti gli adulti di non avere paura. Il mondo si rinnova sempre. Il dono dello Spirito lo rinnova. A noi essere tramiti dello Spirito del Risorto, senza pensare alle cose vecchie, che sono passate, mentre ne nascono di nuove.

Infine, vorrei invitare la chiesa e il mondo a non avere paura.

La chiesa a non avere paura di aprirsi: non si tratta di adattarsi allo spirito del mondo e del tempo, ma di scoprire che il vangelo può dire cose originali e ancora inedite, che ci danno una migliore comprensione della realtà.

Il mondo a non avere paura di rovesciare le pietre tombali. Se solo avessimo il coraggio di farlo, scopriremmo un’altra prospettiva. Capiremmo che l’unico nemico è la morte e che per il resto possiamo vivere da fratelli e in pace.

Don Davide




Ciao Don Vale

“Ciao don Vale” è la frase che ho ripetuto di più in questi ultimi giorni, quando sono andato a salutarlo al Maggiore prima di partire, quando l’ho visto in camera mortuaria, quando lo abbiamo benedetto prima della chiusura della bara, al termine del funerale, dopo l’ultima preghiera e infine al cimitero.

Non avremmo davvero voluto riprendere la nostra newsletter così,  con la notizia della morte del “Don”, tuttavia nella sua esistenza splende fulgida la luce della resurrezione, così anche noi siamo invitati a credere e a non dirgli “addio” se non senso letterale del termine “a Dio” – ossia: ci rincontreremo da lui e in lui – oppure semplicemente: “Ciao don Vale, ci rivedremo presto. Grazie per l’uomo e il prete che sei stato, e per tutto quello che hai fatto per noi”.

Non possiamo non ammirare, grati, sorpresi e perfino pieni quel “santo timore” che è il principio della sapienza (Cf. Pr 1,7), la provvidenza di Dio Padre, che lieve ci ha aiutato a vivere questo saluto. Don Valeriano è stato ricoverato qualche giorno prima che partissimo con un nutrito gruppo della parrocchia per la Terra Santa. Nei giorni del pellegrinaggio, tante persone della parrocchia lo hanno accudito deliziosamente, in ospedale, mentre i pellegrini lo ricordavano nelle preghiere comuni o in quelle personali, come se lo Spirito Santo ci aiutasse tutti a rifondare la nostra fede nella resurrezione, proprio a partire dai luoghi più santi della vita di Gesù, dove tutto è incominciato, dove tutto è avvenuto.

Così, quando la notizia ci ha raggiunti improvvisa, ecco che è suonata come un’ultima raccomandazione di don Valeriano: di guardare a Gesù, e di gettare l’ancora al cielo, come se il Santo Sepolcro fosse una barca che solca la superficie del Paradiso e ci venisse chiesto – appunto – di radicarci lassù, nella solida speranza della resurrezione.

Ripartiamo da qui, dunque: dal compimento della vita di un prete amato da moltissimi, grandi e piccini, giovani e adulti, come ha dimostrato la partecipazione al suo funerale, che ci ammonisce, con quel suo fare burbero e affettuoso che solo lui sapeva coniugare insieme, e con quella nota di dialetto bolognese che qui è impossibile rendere, di dire di sì a Gesù e di seguirlo senza paura.

Don Davide




Com’era quel giorno?

Chissà com’era il mattino del giorno di Pasqua, nei pressi del sepolcro di Gesù, poco fuori Gerusalemme.

Mi sono sempre chiesto se c’erano dei segnali, ai quali le donne non avevano prestato attenzione, o che non erano in grado di percepire a causa del turbamento che ancora agitava il loro animo.

C’era forse un silenzio surreale – quasi meravigliato – oppure gli uccellini volavano più festosi del solito e le rondini facevano le loro evoluzioni tra il porticato del Tempio?

Le persone che si svegliarono presto percepirono qualcosa di diverso? L’aria era frizzante o lieve?

Ci fu almeno un soldato rapito da un presagio di pace o un sacerdote ammansito dalla dolcezza del pentimento?

E l’alba com’era? Rossa come il fuoco, rosa come i fori di pesco, gialla come un campo di girasoli o azzurra come lo specchio del Mare di Galilea circondato dai colli?

Infine, la pietra rotolata era luminosa od oscura? La luce entrava nel sepolcro aperto, oppure usciva da esso un bagliore più chiaro del giorno, come l’acqua dolce quando si mescola con quella salata nell’estuario di un fiume?

A queste mie curiosità non c’è risposta.

In quel misterioso tempo intermedio, una cesura è avvenuta nella storia del mondo, il sepolcro è diventato una porta d’accesso tra l’uomo e il divino, una frattura nella crosta dura dell’esistenza, attraverso la quale Dio è entrato nel tempo.

Credo che tutto annunciasse la resurrezione, pur essendo tutto perfettamente uguale agli altri giorni.

Era una vibrazione improvvisa, inattesa, come un colore fuori dallo spettro visivo, come una melodia oltre il nostro campo uditivo.

Una sorpresa, che da allora in poi chiede di essere riconosciuta attraverso la fede.

È un senso spirituale, che si aggiunge ai nostri cinque sensi e che non è solo un sesto senso, ma una facoltà che va allenata, riconoscendo le ferite che diventano feritoie, come le piaghe di Gesù, e le porte chiuse che vengono aperte, ogni volta che l’amore trova un pertugio.

Celebriamo la Pasqua con la consapevolezza di questa sorpresa, che può sempre raggiungere la nostra vita, mentre ci chiede di allenare la fiducia che ci permette di accoglierla.

Don Davide




Nella responsabilità

Mentre Gesù ascende, c’è sempre un richiamo a rimanere coi piedi per terra e ad essere suoi testimoni.

Così, il salire “al cielo” di Gesù, il fatto che lui non sia più concretamente presente su questa terra, incarica noi suoi discepoli e discepole ad essere ben presenti a questo mondo, a questa nostra storia, come lo è stato lui, che si è spogliato della sua potenza divina per farci conoscere il Vangelo e cosa sia la vicinanza di Dio.

Per qualche motivo assai misterioso, dobbiamo essere noi i testimoni del Risorto.

Questo è meraviglioso e tremendo allo stesso tempo.

Non so cosa darei, per sapere cosa hanno provato i discepoli e le discepole di Gesù dopo la sua ascensione e prima della Pentecoste, in quel tempo intermedio in cui avevano sperimentato la pazza gioia di riscoprirlo vivo, ma ora si ritrovavano a doversi assumere la responsabilità di questo.

C’era tutta la storia della comunità del Risorto da incominciare. C’era tutta la storia della Chiesa da scrivere. Quante pagine luminose e quante che avrebbero dovuto non esserci!

Alla conclusione di questo anno pastorale e in vista di quello che si prepara, sento la medesima sensazione: quella di trovarsi nella gestazione di nuovo inizio e di avere chiara la responsabilità che comporta per tutti noi.

La Beata Vergine di S. Luca, in un certo senso, ascende insieme a Gesù, per essere sempre accanto a lui e vigilarci dall’alto. A lei, che è stata in mezzo a noi, affidiamo questa premura, mentre attendiamo, invocanti, umili e supplici, lo Spirito del Risorto.

Don Davide