Dentro e fuori

“Io sono la porta delle pecore – dice Gesù – se uno entra attraverso di me sarà salvato, entrerà ed uscirà e troverà pascolo” (10,9).

In questa simbologia, sappiamo che “dentro” riguarda l’ovile, il recinto delle pecore, mentre “fuori” è lo spazio aperto, i pascoli, però Gesù non esplicita meglio che cosa sia “dentro” o “fuori”.

Possiamo immaginare che “dentro” è uno spazio custodito e protetto, mentre “fuori” è uno spazio più aperto, dove si trova nutrimento, ma anche potenzialmente pericoloso.

Gesù afferma che chi si muove attraverso di lui, lo farà in sicurezza e troverà alimento, cioè vita, infatti poco dopo dichiarerà solennemente: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10).

Solo attraverso Gesù, dunque, ci possiamo muovere liberamente tra dentro e fuori,

tra dimensione religiosa e vita quotidiana, tra preghiera e lavoro, tra l’intimità famigliare e la socialità del vivere, tra fede e attivismo e tra Chiesa e Mondo.

Questa prospettiva, di muoversi disinvoltamente sempre mettendo al centro Gesù, mi permette di chiarire – spero in maniera costruttiva – alcuni dubbi che mi sono stati fatti presenti sulla messa che facciamo in occasione del 25 aprile, Festa civile della Liberazione e festa liturgica di S. Marco evangelista, in memoria delle vittime cattoliche del nazifascismo.

Per prima cosa è espressione del desiderio e della preoccupazione della nostra comunità di non rimanere estranei a una festa nazionale decisiva per il nostro passato, presente e futuro, e a una festa civile così sentita nel nostro territorio, provando a portare lo specifico della testimonianza cristiana, attraverso il suo tesoro più grande che è la messa.

In secondo luogo, ricordando in questo giorno le vittime del nazifascismo non si vuole dimenticare che ci sono altre vittime e anche non solo del nazifascismo. Ma qui non si tratta di fare un derby tra chi è più cattivo nell’orrore.

Il fatto, invece, è che la Chiesa è sempre anche storica e, mentre celebra il sacrificio redentore di Cristo, lo incarna in una storia concreta.

In questo giorno, quindi, ricordiamo quegli eventi che hanno portato alla liberazione dell’Italia dal dominio e dall’oppressione nazifascista, perciò ci ricolleghiamo a quella situazione storica. In altre circostanze, altrettanto rilevanti per la nostra storia e il nostro vivere comune, se ci fosse la lodevole iniziativa di qualcuno, si potrà fare memoria di altri eventi.

Noi sappiamo bene che

nella celebrazione dell’eucaristia si ricordano sempre, nella preghiera eucaristica, tutti i defunti e le defunte,

perché lì in quel momento della messa si esprime al massimo la “comunione dei santi”. Tuttavia, ogni messa ha un’intenzione specifica che si può chiedere, e in questa occasione sono i nostri fratelli e sorelle credenti che sono stati uccisi. Perché solo i credenti, o addirittura i cattolici? E tutti gli altri contano meno?! No! Assolutamente no.

Ribadisco, nella messa si ricordano sempre tutti i defunti e le defunte.

Nella preghiera eucaristica c’è una sezione, dopo la consacrazione, in cui si può pregare per l’intenzione particolare di quella messa, poi si prega ogni volta per i morti nella fede e infine per tutti i morti. Questa distinzione non è una discriminazione, ma una forma di valorizzazione della fede e di rispetto della libertà e dell’identità dei defunti che si ricordano. Ci sono alcuni che sono morti credendo alla resurrezione di Gesù – che per noi è un dono inestimabile e bisogna pure testimoniarlo! – mentre ci sono altri che non credevano e li si affida alle braccia del Padre così come erano, senza pretendere che credessero.

Il punto più importante di tutti, però, è che in questo giorno in cui ricordiamo liturgicamente la testimonianza degli evangelisti, e quindi mettiamo al centro la vita e la resurrezione di Gesù, sappiamo che

è sempre attraverso Gesù che dobbiamo passare,

per custodire la memoria nel migliore dei modi, per essere sinceri nel fare verità, per ricordarci che nessun uomo può alzare mai la mano contro un altro uomo e che la prospettiva di un mondo migliore, un mondo di pace, dove le violenze che hanno insanguinato la storia, sarà raggiungibile passo passo come liberi discepoli di Gesù e del dono ineguagliabile del Vangelo.

Don Davide




Vederci, adesso

Sono molte le professioni di fede che accompagnano la liturgia di queste domeniche di quaresima, ma una delle più belle e originali l’ascoltiamo dalle parole del cieco dalla nascita, protagonista del vangelo di oggi.

“Una cosa io so: prima ero cieco e ora ci vedo.”(Gv 9,25)

Nel dialogo serrato con i farisei e i capi del popolo che lo interrogano l’uomo dice chiaramente che questa nuova condizione è stata resa possibile da Gesù.

“Prima ero cieco, e ora ci vedo” potrebbe essere la testimonianza di ogni cristiano che ha scoperto la fede in maniera autentica.

Non si tratta solo di una visione intellettuale, come ad esempio la verità della fede e del vangelo. Certamente anche questo, ma un tale “vedere” ciò che non si vedeva prima è lo stesso di Paolo sulla via di Damasco, accecato per qualche giorno dalla luce divina, per poi guardare al mondo in un altro modo.

Anche Giobbe esclama: “Prima ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono!” (Gb 42,5)

“Ora ci vedo” significa quindi riconoscere quanto è stata efficace l’esperienza spirituale e come cambia le cose per noi.

Paolo, ad esempio, vede chiaramente che cosa significa la grazia di Gesù che ci ama sempre, che ci rende giusti coprendo i nostri peccati e che ci fa sentire in pace con Dio.

Giobbe vede il mistero di Dio che attraversa ogni sofferenza e adombra il mistero pasquale: intuisce nel suo cuore la verità della resurrezione.

Con il Vangelo anche noi contempliamo la realtà in modo nuovo: vediamo il potere smascherato per quello che è e l’ambiguità della ricchezza se non usata per la condivisione. Vediamo il bisogno delle persone di essere soccorse, la solitudine e la sofferenza nascosta, e così scopriamo le sorgenti della compassione.

Vediamo l’opportunità di coltivare i sentimenti buoni, di custodire le relazioni importanti, l’amore che ci siamo promessi, i sacrifici positivi che bisogna fare in ordine a questo.

Vediamo quanto è prezioso interpretare il nostro lavoro come un servizio e come è importante che nella nostra vita ci sia anche un piccolo spazio per il servizio gratuito e per la generosità.

Vediamo, infine, la promessa di vita sui volti dei bambini, che non possiamo tradire, e quanto sia necessario che il presente – non solo il futuro – sia dei giovani, e che nessun anziano sia abbandonato e solo.

Ci sono tante altre cose che ci accorgiamo di vedere con una luce speciale e una grazia intima. Se volete fare un piccolo esercizio spirituale, ciascuno/a può completare un piccolo elenco delle cose che corrispondono a questa professione di fede: “Prima ero cieco e ora ci vedo”.

Intanto noi ringraziamo il Signore per questo dono che ha creato in noi occhi, mente e cuore rinnovati dalla fede, mentre ravviviamo un’esperienza che già adombra, anzi pre-illumina la Pasqua ormai vicina.

Don Davide




Ascoltatelo

Nell’anno della Parola, accogliamo il racconto della trasfigurazione concentrandoci su un passaggio particolare.

L’esperienza che i discepoli stanno vivendo è bellissima: Gesù li ha presi con sé, sono in un momento di raccoglimento con lui e lui, come regalo inaspettato, rivela loro la bellezza divina.

Pietro allora “prende la parola”. Fa proprio come facciamo noi quando ci sentiamo in dovere di dire qualche cosa.

A quel punto, il racconto specifica che “mentre ancora stava parlando” una voce lo interrompe, gli va letteralmente “sopra” e dice che non bisogna parlare, ma ascoltare: “Ascoltatelo!”

Ascoltare Gesù, permette di riconoscere la bellezza divina e porta dentro all’esperienza dell’amore di Dio.

Quando pensiamo di prendere la parola, o di doverlo fare per forza, dobbiamo fermarci un momento e chiederci: possiamo ascoltare un po’ di più? Cosa c’è ancora da sentire e da capire?

Inoltre, possiamo fare due piccoli esercizi spirituali e rispondere a queste due domande:

  1. dove vedo la bellezza divina?
  2. Che cosa mi racconta dell’amore di Dio per me?

Non sono domande teoriche o astratte.

A partire da qui, saremo capaci di fare alcuni esercizi di trasfigurazione particolarmente attuali:

  1. Il modo in cui ascoltiamo e pronunciamo le parole. Anche papa Leone all’inizio della Quaresima ha suggerito di farci attenzione.
  2. La comprensione della giustizia, ossia approfondire il referendum a cui siamo chiamati, per esprimere un voto documentato e consapevole.
  3. L’interpretazione delle dinamiche internazionali, per essere costruttori di pace.
  4. Il nostro impegno nel lavoro, per farne un servizio per il prossimo.

Raccolti in una speciale intimità con Gesù, sul monte, ci troviamo così in mezzo alle folle, nelle città.

L’amore di Dio illumina la nostra vita nel mondo.

Don Davide




La luce della Parola

La luce che rischiara le tenebre è sempre a nostra disposizione, perché noi abbiamo tra le mani la Parola di Dio.

Non è un fatto da dare per scontato, perché per un lungo tempo della vita della chiesa la Sacra Scrittura non era così facilmente accessibile ai fedeli. Dal Concilio Vaticano II in poi, invece, la possibilità che la guida della Parola di Dio accompagni la vita spirituale dei cristiani e una notevole sapienza acquisita in questa dimensione sono stati i cambiamenti più significativi che hanno rinnovato l’esperienza ecclesiale.

La Parola di Dio scritta e letta personalmente o nell’assemblea, ma sempre nella comunione ecclesiale, colma la distanza tra noi e Gesù e ci permette di ascoltare la sua voce e quella del Padre, che sono come un accordo intonato e perfettamente armonico.

La luce della Parola è in grado di rischiarare una geopolitica che sembra sguazzare nelle tenebre, se solo qualcuno ascoltasse il messaggio di liberazione e l’opzione in favore degli oppressi che ne deriva. Si capirebbe che la voce di Dio risuona come salvezza per chi cerca la giustizia, non per chi sceglie sfacciatamente di avere più potere, più privilegi e più opportunità a scapito degli altri.

La luce della Parola ci aiuta a penetrare il mistero della croce di Cristo, mistero incomprensibile a chi lo guarda da fuori, dicendo solo “scendi dalla croce”, ma che si apre a chi cerca di sintonizzarsi realmente con il cuore aperto, ferito e squarciato di Gesù.

La luce della Parola rischiara l’intimo del nostro spirito e della nostra anima, dà chiarezza alle domande profonde che ci abitano, ci fa avere speranza, ci fa desiderare di amare un po’ meglio e ci insegna a farlo.

Infine, ed è la cosa più bella di tutti, la luce della Parola è in realtà un suono dolce e soave: è il suono della voce stessa di Gesù che ci interpella personalmente, che invita proprio noi a costruire un’impresa spirituale con lui, che vuole farci splendere come siamo chiamati a fare.

L’invito di Gesù “vieni!” è la sintesi di tutto il rapporto con la sua parola.

In questa Domenica “della Parola”, perciò, possiamo pregare così:

Fammi sentire la tua voce, Signore Gesù:
la tua parola rivolta a me, la tua chiamata personale
che dà fiducia alla mia vita e la mette in moto.
Con l’animo meravigliato ti risponderò:
“Proprio io Signore?” e tu,
amorevole, mi confermerai: “Vieni.”

Don Davide




La sapienza del Vangelo

“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?” (Mt 11,3).

A metà dell’Avvento il Vangelo ci fa fare un bilancio: stiamo attendendo la persona giusta? Lo stiamo facendo nel modo giusto?

Per capirlo, il nostro sguardo deve riconoscere ciò che accade sotto i nostri occhi. Come già domenica scorsa – meravigliati da un mondo che non assomigliava affatto al nostro – anche oggi Gesù indica cose che sembrano molto differenti da quelle che più facilmente attirano la nostra attenzione.

Il mondo è pieno di segnali indicatori del Vangelo,

quelli che ci tengono sulla strada buona per raggiungere l’appuntamento con lui.

Gesù comanda: “Andate a riferirlo” (Mt 11,4). Per meglio rendersene conto, dunque, dobbiamo anche testimoniarlo.

In questa semplice settimana di vita ecclesiale, io ho visto volontari fare il loro servizio con una dedizione professionale, persone sensibili scegliere i regali di Natale in favore di iniziative o associazioni benefiche, una chiesa diocesana festeggiare con affetto il decimo anniversario del proprio vescovo, giovani riunirsi in preghiera per preparare spiritualmente la festa, una coppia amorevole celebrare felice il sessantesimo anniversario di Matrimonio, offerte tanto generose quanto discrete alla parrocchia e tanti altri gesti di bene, piccoli e grandi.

Questi segni sono come un profeta e un messaggero: ci indicano dove guardare.

Scrutando con attenzione, lì saremo condotti a intuire la sapienza del Vangelo.

Don Davide




Pace efficace

Quanto mai attuale la prima lettura del profeta Abacuc di questa domenica, sbigottito per la violenza dilagante, oppresso dall’iniquità a cui bisogna assistere e dall’oppressione di una manica di potenti del mondo, sciagurati che destabilizzano sistematicamente l’ordine della giustizia e della pace, il rispetto delle persone e la dignità della vita.

La Parola di Dio, però, attesta un termine.

Questo è il messaggio consolante, che allo stesso tempo indica una precisa vocazione e responsabilità di ciascuno di noi, quando leggiamo questa parola e tentiamo di accoglierla con cuore sincero. È una guida per costruire la pace, la proposta di un modo alternativo di comprendere i rapporti tra le persone, la vita sociale e civile, le relazioni internazionali e la convivenza tra i popoli.

Il profeta dice “è una visione che attesta un limite”:

c’è dunque un limite posto alle brutture a cui dobbiamo assistere,

la violenza, la guerra scatenata su popoli e persone inermi, il riarmo che impoverisce scuole e ospedali, la tracotanza intrisa di falsità di chi detiene il potere.

Questo limite è posto da chi accoglie il vangelo della pace, costringe prima di tutto se stesso a convertirsi, rifiuta categoricamente la logica della violenza e del potere, intraprende azioni, uno stile e una vita intera di edificazione e non di distruzione.

Abbiamo la responsabilità di essere noi stessi questo limite,

ciascuno nella sua missione di vita.

Il limite, inoltre, è posto da Dio stesso.

Un Dio non imparziale e non inerte.

In questo caso c’è una condanna precisa: “Soccombe colui che non ha l’animo retto” (Ab 2,4). Non bisogna porsi nella posizione del giudice degli altri, ma la parola di Dio delinea anche un confine oggettivo che dobbiamo tentare di indicare, col rischio di sbilanciarsi, di fare approssimazioni, di lasciare fuori qualcosa, persino di sbagliarci. Ma dobbiamo dire che chi scatena una guerra, chi ha la responsabilità di farla iniziare per primo, se non si pente e non si converte radicalmente, soccomberà: il Signore spiegherà la potenza del suo braccio (Lc 1,51). Chi lancia missili su abitati civili o droni su persone inermi, soccomberà di fronte al giudizio di Dio: il Signore li disperderà, saranno anime perdute (Lc 1,51). Chi viola il servizio dei volontari, laici, religiosi, medici, operatori umanitari, soccomberà: il Signore innalzerà gli umili (Lc 1,52). Chi schiavizza e affama le popolazioni – bambini, donne, uomini e anziani – chi priva un altro essere umano dell’acqua potabile – l’acqua, primogenita della Creazione di Dio! – chi sottrae ai bisognosi le minime cure fondamentali a cui ogni creatura ha diritto, soccomberà, senza appello: il Signore ricolmerà di beni gli affamati e rimanderà i ricchi per l’eternità a mani vuote (Lc 1,53). I potenti, che mentono impunemente e spocchiosamente ai popoli a cui devono rendere conto, soccomberanno: il Signore rovescerà i potenti dai troni (Lc 1,52).

Il Signore Gesù ci esorta ad essere al nostro posto, quando è il momento necessario.

Ci sono molti modi per servire il Vangelo e costruire la Pace, che corrispondono alla vocazione vissuta con spirito di servizio di ciascuno di noi, vigilando sul fatto che il nostro agire sia purificato dalla radicalità delle parole di Gesù, soprattutto che non vi siano violenza, privazione della dignità, del diritto e della libertà delle altre persone, e esercizio autoritario del potere.

È davvero un bene che cerchiamo di valorizzare ogni gesto, azione e stile legittimo di pace, accettando che la pace è espressione di un arcobaleno di sfumature e di possibilità, laddove esse siano purificate da un autentico discernimento e da un vero sforzo per il bene comune. Non permettiamo alle forze del Diavolo – il Divisore per eccellenza, colui che è menzognero fin dal principio – di sfruttare la difficoltà e la delicatezza del momento per dividerci e strappare i tanti fiori diversi e i tanti fili d’erba che stanno crescendo a trasformare il deserto.

È davvero il momento di riascoltare insieme le parole di don Tonino Bello, uno dei più grandi e radicali profeti dei nostri giorni:

In piedi, costruttori di pace!.

Don Davide




Mercoledì delle Ceneri

Come sapete bene, non riesco a immaginare la vita cristiana senza partecipare con convinzione al Mercoledì delle Ceneri e alle celebrazioni del Triduo Pasquale.

Perché è così importante l’inizio della Quaresima?

E perché la Chiesa enfatizza con tanta solennità il cammino quaresimale?

Il Mercoledì delle Ceneri ci dà la consapevolezza della situazione in cui siamo immersi: nel mondo non mancano le situazioni di barbarie, e noi stessi ci confrontiamo quotidianamente con la scelta del bene.

In questa condizione povera, ben sottolineata dalla formula più radicale del rito delle Ceneri: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai», il primo giorno del tempo penitenziale ci offre anche la meravigliosa prospettiva di un nuovo inizio, di una trasformazione possibile, del Vangelo che irrompe e dell’opportunità di tornare sempre sui passi di Gesù. Risuona così la seconda opzione della formula del rito: «Convertiti e credi al Vangelo».

L’inizio del Vangelo: che meraviglia!

In molti modi, la sapienza spirituale dell’anno liturgico, ci propone l’occasione di ricominciare con Gesù: quando all’inizio risuona il grido: “Consolate, consolate il mio popolo” (Is 40,1) o quando ascoltiamo: “Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1) o “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino” (Mc 1,14).

Mercoledì delle Ceneri, ben oltre la sua austera dimensione penitenziale, è la celebrazione dell’inizio del Vangelo, il proposito del figlio che ritorna al Padre, la salvezza che entra nella casa di Zaccheo, il pubblicano Matteo che viene chiamato dal banco delle imposte: “Proprio io?!”.

Sì, proprio tu!.

È il sipario della grazia di Dio che si apre sulla nostra vita, il desiderio del bene che si risveglia, il fuoco della carità che si accende, la forza del perdono che si rende possibile, l’amore che penetra il nostro cuore e lo rende tenero e caldo, la parte migliore di noi che prende il sopravvento e diventa protagonista.

Non rinuncerei per niente al mondo di celebrare il Mercoledì delle Ceneri e i misteri centrali della vita cristiana. La grazia più bella che ci ha fatto la Chiesa, poi, è che né il Mercoledì delle Ceneri, né i primi giorni del Triduo sono festa di precetto.

Non si celebrano perché “si deve”.

Si celebrano perché lo desideriamo.

Perché sono l’immagine di una Chiesa più bella e libera dai precetti, fatta da un popolo di Dio che sceglie il suo cammino di grazia, ne coglie l’opportunità, lo vive volentieri e con consapevolezza, e si lascia ispirare, infine, da questi appuntamenti.

Don Davide




Qualcosa di bello

“Un uomo dalle labbra impure io sono” dice Isaia, e Pietro gli fa eco: “Allontanati da me che sono peccatore!”.

Quante volte anch’io mi sono sentito dire: “padre, preghi per me perché io sono un peccatore”. Alcune volte è una scusa per non mettersi in discussione e rimanere nella propria distanza da Dio, per non convertirsi. Altre volte è l’espressione di un sentimento sincero di inadeguatezza, che è quello che prende tutti noi, quando pensiamo di essere chiamati alle cose che riguardano Dio e il trascendente. Però la Parola di Dio di questa domenica ci dice che questa non può essere una motivazione valida:

ciascuno deve dare il suo contributo con coraggio e il Signore purificherà le nostre labbra,

e sempre lui farà in modo che la nostra pesca di uomini sia abbondante e miracolosa. Si tratta solo di farlo con umiltà, senza la presunzione di avere qualcosa da insegnare o di moralizzare gli altri, ma annunciando il Vangelo di Gesù e la sua grazia, come dice Paolo l’Apostolo: “Per grazia di Dio sono quello che sono e la sua grazia in me non è stata vana”.

Entriamo nella settimana di San Valentino, il nostro Santo Patrono e protettore, perciò sentiamo questa ricorrenza come un’occasione speciale per incoraggiarci a vicenda, perché

tutti abbiamo dei tesori che il Signore vuole valorizzare.

È anche il modo concreto di edificare la casa del Signore che è la Chiesa e la nostra comunità.

In questa settimana accompagniamo anche Alexia, Anna e Federica (in ordine alfabetico, per non fare preferenze) che, incoraggiate e guidate da alcuni giovani del gruppo Orizzonte Fuorisede, hanno scelto di partecipare a un campo nazionale di formazione per gli studenti delle superiori promosso dal Movimento Studenti dell’Azione Cattolica. È una grande soddisfazione vedere che il Vangelo di oggi si concretizza proprio nell’esempio di tre ragazze che non si tirano indietro, ma dicono al Signore: “Se tu vuoi, fai con noi qualcosa di bello”.

Questa potrebbe essere la preghiera di ciascuno e ciascuna di noi:

Signore, se tu vuoi, fai con me qualcosa di bello.

Don Davide




Amo la Parola di Dio

Oggi è la Domenica della Parola, domenica in cui Papa Francesco chiede alla Chiesa di considerare il tesoro inestimabile della Parola di Dio.

L’inizio del Vangelo di Luca ci parla di “coloro che furono dall’inizio testimoni oculari e ministri della Parola”. Sulla testimonianza degli apostoli, tutti siamo chiamati ad essere testimoni della resurrezione e a servizio dell’evangelizzazione.

Oggi vengono istituiti ventisei lettori e lettrici nella nostra diocesi, tra cui Ilaria Riccardi e Caterina Tizzano della nostra parrocchia.

Non possiamo che essere contenti, per tutti questi richiami al tesoro della Parola di Dio nella vita della Chiesa. Perciò offro la mia testimonianza, sperando che altri vi si possano riconoscere, sul significato della Parola di Dio nella mia vita.

Amo la Parola di Dio, perché attraverso di essa il Signore mi viene incontro e posso chiacchierare con lui, come con un amico.

Amo la Parola di Dio, perché mi racconta di come Dio si è coinvolto con noi, ed è come un bimbo che ascolta ipnotizzato le storie dei nonni.

Amo la Parola di Dio, perché è una parola rivolta a me, è un libro pensato per me; certo, insieme agli altri, ma ha sempre qualcosa di personale da dirmi.

Amo la Parola di Dio, perché è stato il dono più grande alla mia vita, quando ero ragazzo e avevo bisogno di crescere, di maturare e di strutturarmi.

Amo la Parola di Dio, perché mi racconta storie sorprendenti, parla dei piccoli che diventano grandi, del riscatto dei deboli contro i potenti, e di eroi quotidiani che vorrei imitare.

Amo la Parola di Dio, perché è come la tana del Bianconiglio, un passaggio verso il regno del Padre: un luogo dove le logiche mondane sono invertite, l’amore è la legge, il perdono il criterio, i poveri sono i destinatari della buona notizia.

Amo la Parola di Dio, perché mi sento amato da Gesù, che mi parla in essa.

Amo la Parola di Dio, perché mi insegna ad amare gli altri, e a condividere la gioia di amare e di essere amati.

Amo la Parola di Dio, perché quando ho bisogno illumina il mio cammino, chiarisce il mio discernimento, mi aiuta a correggermi e a essere più vicino alla verità e alla giustizia.

Amo la Parola di Dio, perché è un racconto magnifico e penso sempre che lo Spirito che ispira gli autori è il miglio romanziere della storia.

Amo la Parola di Dio scritta, la mia Bibbia tutta sottolineata e appuntata. Ho sempre pensato che era bello che la mia Bibbia fosse usurata, segno di un corpo a corpo, un’amicizia di lunga data che mi ha accompagnato nelle avventure più belle.

Don Davide




La vedova e Dio

Si avvicina la fine dell’anno liturgico e, dopo il lungo itinerario di un anno alla sequela del Maestro, il Vangelo di Marco ricapitola il senso di quanto detto dalle prime parole di Gesù stesso: “Il regno di Dio è vicino” (Mc 1,14).

Gesù è venuto per dirci questo: Dio è vicino; il suo amore per noi è vicino.

E quindi noi possiamo allungare la mano per chiedergli aiuto e incontrare la sua, possiamo dilatare il cuore e sentire il suo amore, possiamo rivolgergli un pensiero e trovarlo lì accanto a noi.

Nelle letture di oggi, ci sono due donne che testimoniano questa vicinanza di Dio: la prima con sorpresa, la seconda con assoluta consapevolezza.

Non c’è troppa distanza tra la vedova di Sarepta, che non apparteneva nemmeno al popolo di Israele, e Elia, il più grande di tutti i profeti. Non c’è troppa distanza tra la povera vedova del Vangelo e Dio, nel suo Tempio.

Immaginatevi le scene: due povere donne, socialmente escluse, una al cospetto dell’uomo del momento, in grado di chiamare la siccità e sfidare il re; l’altra nella maestà del Tempio, accanto a ricchi e sapienti.

Gesù posa lo sguardo proprio su quest’ultima, e ne fa “un episodio” del Vangelo.

Dio è nelle cose più piccole. Nessuno è così povero da non potere fare l’offerta più grande di tutte davanti a Dio, ossia la propria autenticità. Bastiamo noi stessi, noi con la nostra vita. Che in realtà non è poco, anzi richiede un sacrificio grande e la disponibilità a un’offerta che vale più di tutti i soldi del mondo, perché è la nostra vita.

Ma è la nostra vita, appunto, che conta davanti a Dio: il gesto di una mano tesa, il nostro cuore proteso a lui, il nostro pensiero rivolto a Dio.

Nella corsa per il regno nessuno è avvantaggiato se non chi sa dilatare di più il cuore.

Sono giorni, questi della fine dell’anno liturgico, che nella ricapitolazione di tutte le cose e nel discernimento sapiente che ci chiede di avere, ci spingono a valorizzare tutte quelle azioni, scelte, gesti che ci fanno sentire Dio un po’ più vicino.

Don Davide