Meditazione della Celebrazione del Venerdì Santo

Tardi ti ho amato,
bellezza così antica e così nuova,
tardi ti ho amato.

Ti ho amato in ritardo, ad esempio, quando ho estratto la spada come lingua tagliente per ferire gli altri, rifiutando di riporla nel fodero; oppure avrei potuto lasciarla lì, insieme alla tua mano, e così avrei potuto costruire relazioni libere da giudizi fendenti e affrontare con te, meglio, le mie difficoltà con gli altri.

Ti ho amato tardi, anche, quando non ho saputo vedere la nobile bellezza del tuo volto ieratico mentre affermavi di aver sempre parlato in pubblico con chiarezza e lucida ispirazione, senza compromessi, e me la son presa, magari anche giustamente, solo per lo schiaffo vile di una guardia che intendeva punire quella che considerava la tua impertinenza per un suo puro servilismo verso il potere costituito. Sembra quasi che io preferisca all’annuncio dell’avvento del tuo Regno, il risentimento verso la sola messa in discussione dei cosiddetti valori non negoziabili. Il vangelo non è una dottrina, ma un incontro.

Tardi ti ho amato quando, per ben tre volte e in tante innumerevoli occasioni, ho fatto finta di non conoscerti nella mia vita di ogni giorno, nel tuo farti storia vicina e quotidiana. Questo è successo e succede ancora, finché il canto di un gallo, un evento ‘squillante’ della vita, non mi risveglia: quei suoni aprono il mio cuore; mi permettono di osservare gli abissi delle mie paure sì ma, come un’alba, riesco a scorgere il mio cambiamento possibile.

Che dire ancora della tua bellezza, così antica e così nuova, di fronte ai poteri civili e religiosi? Erano così spaventati dalla tua presenza sulle strade della vita vera, che cercavano, in ogni modo, di cancellare la tua coerenza. Volevano caricarti anche i fallimenti delle loro leggi e delle loro regole sterili e, sulle tue spalle, hai preso anche per loro la croce. Anche quei capi, li hai accolti fino in fondo, fino al silenzio più intimo e sincero: hai continuato a dire chi eri, chi sei, l’amore che doni e che la verità dell’uomo e del mondo sei tu. Tra quelle spalle caricate, il tuo cuore si sarebbe squarciato anche per loro.

Tardi ti ho amato quando ho gridato tra la folla anch’io, con egoismo: «meglio il delinquente del profeta»; oppure: «prima noi! poi gli altri»; «crocifiggili quelli, tanto che me ne frega!» … o anche quando ho sussurrato dentro di me, con più egoistica cautela e lamentela: «vengo prima io, poi l’altro». Ho messo in mostra fuori e dentro di me l’individualismo più gretto e povero, forse condizionato da un fare abitudinario o da un pensiero di massa omologato… e tu eri lì, presentato a tutti come la brutta fine dell’umano, condannato, vittima delle divisioni della terra.

Eccolo l’uomo. ‘Ecce Homo’. In te si riflette un’umanità privata della sua dignità, sputata, schiaffeggiata, incoronata con le spine che feriscono più di tutte: l’indifferenza, l’ignavia più subdola, il prendersi gioco dell’altro inutilmente, il farsi giustizia da sé, la sete di potere e di ricchezza, la cattiveria spietata, l’umanità fatta merce… Tu eri in croce, proprio in mezzo a questa umanità crocifissa. Tu sei in croce.

Tardi ti ho amato anche quando, dalla croce, tu hai visto in tua madre anche tutte le madri che oggi perdono i figli nel Mediterraneo e nei deserti delle tratte umane, o in Ucraina come in Palestina, in Iran; o come a Cuba, ad Haiti, in Sud Sudan, in tutte le guerre e le tragedie del mondo. Ho letto in ritardo il labiale silenzioso di tua madre e di tutte le madri davanti al loro figlio in croce, che diceva: «Dov’è ora la tua bellezza, figlio mio? Eppure, ti amo ancora di più ora che sembri perso». E tu, Gesù, con cuore grande, hai affidato tua madre al discepolo che amavi di più. Hai affidato tutte le madri ai discepoli che ami di più — me, ognuno di noi — affinché potessimo accogliere e proteggere oggi tutte queste mamme, almeno un pochino. Ecco tuo Figlio. Ecco i tuoi figli.

Tardi ti ho amato quando hai consegnato di te ogni cosa fino in fondo, tutto te stesso, per infinito ed eterno amore. Hai donato l’Amore stesso come Spirito, come soffio divino, come intimo respiro affinché continuasse a vivere in me e in ciascuno di noi, perché ne sentissi la mancanza come l’aria, svelando di più la tua bellezza così tanto antica, quanto più sempre nuova.

Il corpo deposto, sepolto in una tomba nuova, da lì a poco non ci sarà più, rifiorirà, per sempre, dall’albero della croce come nuovo albero della vita dell’Eden; il tuo profumo si espanderà nel mondo come giardino da rinnovare.

Eppure, ancora, tardo ad amarti, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato.
Tu eri dentro di me, ed io fuori, nelle apparenze. E là, fuori e lontano, ti cercavo, e forse ti cerco ancora.

Ma aiutami ad amarti ora, a farmi amare da te, a cercarti dove sei davvero, ora.
Il tuo amore non è mai in ritardo: trovami tu e che io possa farmi trovare.
AMEN.

Francesco Paolo Monaco




Omelia Venerdì Santo

Nella prima scena di questo racconto, si fronteggiano Gesù e Giuda. Sono amici, anche se Giuda non è rimasto nel cenacolo fino ad ascoltare le parole di Gesù: “Non vi chiamo più servi, ma amici”. Gesù lo aveva voluto personalmente tra quegli amici che erano destinati per primi a conoscere l’amore di Dio per il mondo, gli aveva lavato i piedi e gli aveva offerto il suo affetto, perché si allontanasse dal suo proposito e si affidasse all’amore. 

Ma, nel momento in cui aveva accolto quel boccone e aveva deciso di andarsene, Giuda era sprofondato nella notte, in balia di Satana. 

Il loro incontro al Getsemani è impressionante. È un posto che Giuda conosce, perché era un luogo di preghiera condiviso. Com’è possibile che si sia tramutato in uno spazio di lacerazione così profonda? 

Gesù è lì con i discepoli. Giuda arriva con il suo seguito. Non è un assalto, ma uno schieramento di due fronti opposti: Gesù davanti ai suoi, Giuda con i soldati e le guardie. 

Dallo scambio che segue, pare che Giuda non riconosca Gesù: Gesù è lì davanti ai suoi occhi, con tutta la loro storia condivisa e chiede: “Chi cercate?” e Giuda parla di lui in terza persona: “Gesù il Nazareno”. 

Come è stato lo scambio di sguardi tra Giuda e Gesù? 

La passione degli uomini e delle donne inizia quando uno non riconosce più l’altro, con il quale ha condiviso una storia insieme e una speranza di bene per il futuro. 

Le croci del mondo cominciano ad essere piantate quando in una coppia che ha deciso un progetto di vita insieme non ci si riconosce più, si diventa avversari e nemici; quando due popoli che parlano una lingua simile come i russi e gli ucraini, o che vivono da decenni nella stessa terra come gli ebrei e i palestinesi, cominciano vedere nell’altro nient’altro che un nemico; quando un essere umano non riconosce più un essere umano, con la stessa dignità e lo stesso bisogno di essere rispettato e amato; quando fra amici si litiga e non ci si riconcilia più, dimenticando tutto ciò che di bene c’è stato. 

Si tratta di non riconoscere la verità sulla nostra vita, sugli incontri che abbiamo fatto e le relazioni che abbiamo costruito. 

Che cos’è la verità? Chiede Pilato a Gesù, ma poi non si ferma ad ascoltare la risposta.  

Che cos’è la verità? È una domanda che sta letteralmente al centro di questo racconto e avrebbe potuto segnare una svolta. Pilato sa che Gesù è senza colpa. Per tre volte lo dice di fronte agli accusatori e per altrettante volte cerca di liberare Gesù, ma alla fine volta lo sguardo dall’altra parte.  

Questo accecamento di fronte alla verità delle cose stordisce tutti quelli che hanno a che fare con Gesù e non si lasciano illuminare dalla luce che potrebbe riportali a se stessi:  

  • Pietro, che nega platealmente di conoscerlo; 
  • i suoi accusatori, che possono voler uccidere ingiustamente un uomo con il consenso dell’Impero, ma non si vogliono contaminare calpestando il cortile del governatore; 
  • i capi dei sacerdoti – la classe dirigente, il governo del popolo – che proclamano di avere come unico re l’Imperatore di Roma. Questa affermazione è un tale infarto teologico, che tutte le Scritture di Israele potrebbero bruciare al sentirla. 

Tutte le croci e la passione del mondo sono simboleggiate nella passione e croce di Gesù, proprio in questo stare di fronte alla realtà, riconoscere la verità… e fare finta di niente. È una obliterazione totale della coscienza e del senso della propria esistenza. 

Di fronte a questo scenario Gesù svela a sua madre e al discepolo la verità della loro esistenza, così che lo stesso discepolo possa finalmente dare testimonianza della verità. 

Qual è, dunque, la nostra verità? È generare ed essere generati. È essere madre e figli e riconoscere la Chiesa, madre e discepola, come lo spazio di comunione dove possiamo rispondere alla nostra vocazione.  

Credo che sia importantissimo sentire questo dovere di generare, ma allo stesso tempo di lasciarsi generare; di proporre un esempio e di lasciarsi educare; di insegnare e di apprendere; di guidare e farsi condurre; di trasmettere vita e accettare che la vita si riceve sempre in dono dagli altri. 

È così che ogni discepolo rende una testimonianza vera dell’amore di Gesù e della rivelazione di Dio. In tutta quella confusione e allontanamento dalla verità di se stessi, il cuore aperto del Crocifisso ci riporta alla possibilità di affermare che questa è la verità, non un’altra: l’amore incondizionato di Dio riversato senza misura su ogni uomo e su ogni donna. 

Fra poco faremo il rito dell’adorazione e, per chi vuole, del bacio della croce. Al termine della processione e del canto vorrei poi lasciare uno momento di silenzio per stare davanti alla croce e chiedere al Signore di aiutarci a fare verità in stessi. 

Che Gesù possa illuminare i nostri sentimenti, rischiarare i pensieri, aiutarci a riconoscere chi siamo, cosa abbiamo costruito, quali sono i nostri desideri profondi. 

Che la sua croce ci aiuti a riconoscere le nostre paure e ad affrontarle, e ad apprezzare il senso della nostra vita e la nostra vocazione. 

Non basteranno questi pochi minuti, ma potrebbero essere un inizio verso un contatto sempre più vero con noi stessi.  

C’è un’ultima verità, da scoprire. Gesù viene deposto in un giardino, in una tomba in cui nessuno era stato ancora deposto. Una tomba nuova, che non aveva ancora conosciuto la morte.  

Il giardino richiama il dono della Creazione. Gesù viene deposto in un giardino, in una tomba vergine che rispedirà la morte al mittente, perché sia chiaro a tutti che, in verità, non c’è proprio più posto per la morte in questo giardino. 

Don Davide




Venerdì Santo

La messa del Giovedì Santo finisce con l’adorazione del SS.mo Sacramento nell’altare della reposizione, che è metafora dell’inizio della passione di Gesù nel Gestemani, in cui i cristiani provano a vegliare con lui nell’ora della prova.

Così siamo introdotti al clima del Venerdì Santo, giorno in cui contempliamo attoniti la morte del Figlio di Dio, ma soprattutto adoriamo stupiti il dono d’amore che ha trasformato persino la Croce in un segno di vita. La Croce, infatti, sta al centro della celebrazione di questo giorno.

L’altare principale della chiesa viene completamente spogliato (già dopo la messa del Giovedì), perché l’altare nella liturgia è il simbolo di Cristo e così, in questo giorno, diventa il simbolo di Cristo morto, al punto che – all’inizio della Celebrazione della Passione di Gesù – ci si prostra in adorazione davanti all’altare spoglio.

Bisogna ricordarsi che la liturgia del Venerdì Santo non è una messa, ma è la Celebrazione della Passione di Gesù, proprio perché il Triduo Pasquale ripercorre la morte e resurrezione di Gesù secondo un ritmo cronologico. Tre sono i momenti importanti di questa celebrazione:

  1. Il racconto della Passione di Gesù secondo Giovanni, letta alla luce delle profezie che ne illuminano il senso. Non è solo una lettura e un ascolto: è il momento in cui si accoglie l’efficacia di salvezza per la nostra vita di questo annuncio, che Gesù è morto per
  2. La preghiera universale. Alla redenzione operata da Gesù, noi associamo tutte le preghiere fondamentali per la vita della Chiesa e del mondo. È una grande preghiera di intercessione, che noi affidiamo ai “meriti” di Gesù. È anche il modello di tutte le Preghiere dei fedeli che si fanno nelle altre celebrazioni.
  3. L’adorazione e il bacio della Croce. In questo momento riconosciamo il gesto di amore di Gesù, lo facciamo attraverso un bacio, per testimoniare che crediamo che la Croce è divenuta un legno di vita e di salvezza per il mondo. È il momento apice di questa celebrazione, quando la Croce, da supplizio infame, viene trasfigurata e diventa il seme piantato da cui nascerà la vita.

Dopo questo momento solenne, l’assemblea si scioglie in silenzio, così come in silenzio si era radunata per l’inizio della Celebrazione.

Don Davide