Maria non vorrebbe staccarsi dal suo piccolo tesoro, ma è stanca. Giuseppe ha persino paura di prenderlo in braccio; si è trovato in un ruolo che non si aspettava – da quando si è fidanzato con Maria, accade continuamente – lo ha accolto e ha svolto il suo compito, ma l’impaccio e la paura di ferire il bambino con le sue mani callose, quelli non sono passati.

Con il nasone umido e il fare un po’ goffo, un asino e un bue smuovono il fieno abbondante, che tracima dal piccolo recinto e rotola fino ai piedi dei giovani genitori. Un giaciglio perfetto! Quasi una culletta e, come copertina, l’alito caldo degli amici animali, che seguono con sguardo placido e sorpreso il nuovo inquilino posato sulla loro paglia, mentre ruminano mollemente.

In questa grotta, in questa parte più interna di una delle tante case di Betlemme scavate nella roccia, entriamo a contatto con la verità più vera del mondo: l’amore che dà vita. E insieme: la libertà di una donna e la maturazione di un uomo che, fin dalle origini della storia cristiana, ci insegna con il suo gesto di cura, il suo silenzio e la sua presenza accanto a una donna che porta un figlio non suo, a smantellare il patriarcato.

La grotta fa scudo a questo bimbo, che nel mondo incontrerà tanta bellezza e tanto slancio per il regno di Dio, ma anche l’odio che lo condurrà a una morte giovane, prematura, ingiusta e violenta.

In questo spazio sacro, entrano tre personaggi. Siamo noi, accolti all’interno per diventare partecipi del loro stesso sguardo.

Che cosa vediamo noi dentro al presepe?

Che cosa vedevano Maria e Giuseppe, da dentro la loro grotta, il rifugio per il parto di Maria?

Che cosa guardavano? Che cosa guardano oggi?

A Betlemme, vedono un mondo sprofondato nella guerra, con un muro di divisione e l’accesso agli ospedali per i bambini impedito. Simultaneamente vedono il loro stesso popolo odiato, come è stato quasi sempre, dalla nascita di loro figlio in poi.

Com’è possibile che questo bimbo sia “egli stesso pace” (Mi 5,4)?

È pace nelle loro vite. Perché le mette in ordine, dà ad esse la libertà di agire in nome dell’amore e non delle leggi, irradia una luce che raggiunge gli altri, il mondo di fuori, il cielo.

Le luci di Betlemme si accendono di un giallo ambra scintillante. Sembra che abbiano sentito un appello, un richiamo uscire da quella grotta. Lasciamo che questa luce si irradi anche a noi, mentre contempliamo il presepe. Sentiamo che il nostro animo si scalda, le paure si sciolgono, le durezze si ammorbidiscono. Penso ai ragazzi e alle ragazze: in questa luce che rischiara le case del mondo, c’è ancora futuro.

Ma c’è un bagliore più grande. Sopra il campo dei pastori il cielo si è aperto. Ci sono sempre, nella storia, uomini e donne capaci di ascoltare gli angeli. Da dentro alla grotta si vede ancora quello squarcio nel cielo… sembra solo una stella cadente, ma no, Giuseppe e Maria lo sanno benissimo che è la parola di Dio che si realizza: “Oh se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,19). È avvenuto.

C’è anche un’altra piccola stella, nel cielo, che si distingue tra tante, perché è fissa lì in un pertugio della roccia. Non ruota sull’orizzonte della volta celeste. E più la guardi, più la sua luce diventa intensa, e grande. Dovrà guidare uomini e donne di tutto il mondo proprio lì. Pronti ad affacciarsi a quella grotta, sul bordo vertiginoso del Mistero.

 

Un ringraziamento speciale a Paolo Togni e Cristina Gozzi per l’allestimento del presepe.